Storia di una community

(…comunicazzione di servizzio: mi scuso perché a causa di un problema tecnico che si ripropone a intervalli di tempo le immagini dei post più antichi citati in questa ricostruzione storica non sono accessibili. Rimedierò cercando di rendere più “resiliente” il blog rispetto alle innovazioni nell’architettura del web della D’Annunzio o alle decisioni del CINECA o a quel che l’è. Basterà portare tutto in questo backend: prometto di farlo durante le vacanze di Natale, se il problema non si risolve prima…)


Alle 12:50 di oggi il Dibattito, aka “la community”, ha compiuto 12 anni.

Dodici anni dopo, assistendo agli scleri di certe stanze Twitter (dove non manca mai il volenteroso di turno che mi spiega i danni causati dall’Unione Europea!), o conversando con certi colleghi o con certi operatori informativi (quelli che “oggi l’elettorato è liquido e il consenso evanescente”), mi rendo conto di quanto sia necessario e improcrastinabile nel giorno del suo dodicesimo compleanno riassumere, prima di dimenticarla, la storia di un’esperienza di divulgazione e di militanza che ha fatto capire a decine, forse centinaia di migliaia di italiani quanto la nostra democrazia fosse a rischio, quali pericoli per essa fossero insiti nell’adesione all’UE (quei pericoli che oggi si materializzano nel “non possiamo farlo perché altrimenti perdiamo arataderpiennerere”), e che per questo ha goduto e gode di un consenso tutt’altro che evanescente (cinque centinaia, o se volete mezzo migliaio, di persone festeggiarono il secondo compleanno del Dibattito nel 2013, e altrettante festeggeranno questo compleanno il 25 novembre 2023).

Non è carino e non è giusto sfottere quelli che vengono qui pensando di entrare in casa “der senatore da a Lega” se non gli si forniscono gli strumenti per capire dove si trovino, quale sia la nostra storia, quale percorso abbiamo fatto, chi troverà qui, chi sia il padrone di casa e chi abiti questo luogo. Del resto, la pandemia e la sua gestione in qualche modo ci aiutano, perché sono una metafora che molti troveranno di agevole lettura per interpretare correttamente il percorso che qui è stato fatto, le difficoltà che qui sono state fronteggiate, le dinamiche dei tanti dibattiti che sono pallide repliche e gemmazioni del nostro Dibattito. Ma soprattutto raccontare la storia del Dibattito è utile perché chi si avvicina con un diverso spirito, animato da una genuina curiosità e non da un ottuso pregiudizio, abbia gli strumenti critici per comprendere fino in fondo la natura del lavoro che qui è stato fatto: un lavoro che ha trasformato il suo artefice (io) e i suoi destinatari (voi), facendo crescere in consapevolezza chi ha voluto crescere, e cambiando il panorama politico del nostro martoriato Paese.

Documentarlo sarà faticoso ma non difficile: il web nasconde, ma non ruba.

Il percorso di libertà che vi racconterò si è svolto in modo completamente trasparente e documentato, sotto gli occhi di tutti, o almeno di chi c’era (ma anche chi non c’era è stato condizionato da quel percorso, e non mi riferisco solo ai baggiani che vengono oggi a spiegare a me che nell’UE non c’è democrazia!), le tracce lasciate sono tante, anche se, come vedremo, qualcuno ogni tanto ha provato a nasconderle. Certo, il dato documentale, che è sempre stato l’alfa e l’omega del nostro lavoro, e quindi, nel caso della storia della community, i post scritti, le loro visualizzazioni, i vostri commenti, i vostri sfoghi, gli eventi organizzati, gli interventi dei loro partecipanti, più o meno illustri (ci sarà un motivo se il MES è una priorità per l’opposizione ma non per questo governo, no?), quel dato è ancora lì, sotto gli occhi di tutti, e nonostante un certo sforzo di Google per “tenerlo sotto” imbattervisi non è difficile. Ma una fruizione episodica di certi contenuti, senza ricostruirne le motivazioni, la collocazione temporale, e il contesto, rende molto difficile, a chi quei momenti non li ha vissuti, capire il senso di un’esperienza, quella di cui voi siete stati protagonisti, così eccezionale da avere attirato perfino l’attenzione Lascienza, impersonata qui da un sociologo:

(dove il Dibattito veniva per la prima volta identificato e certificato come community da un esperto di community, che si interrogava appunto sui meccanismi narrativi adottati per costruirla) e qui, da qualcosa di simile a un epistemologo, o forse a un sociologo della scienza:

che si interrogava e cercava di spiegarsi, a modo suo, quali fossero le cause del successo del Dibattito, in un articolo scritto nel 2018 e pubblicato nel 2019. Un articolo particolarmente interessante, e che dovrebbe chiarire tante cose agli imbecilli (se gli imbecilli non fossero by definition impermeabili al ragionamento), proprio in quanto poneva il mio, il nostro lavoro come alternativa dialettica al burionismo (perché tale era il nostro lavoro: l’esercizio del pensiero critico, contro la violenza del principio di autorità). Lui, ovviamente, stava (legittimamente) con Burioni, e molti di voi, i “sopravvenienti”, i “punturini”, all’epoca non stavano da nessuna parte, perché non avevano ancora capito: le dinamiche che qui stavamo descrivendo da anni non avevano ancora bussato alla loro porta.

Ricostruire il fervore di quel periodo, la tensione e la passione civile che hanno animato un’esperienza così trainante da attirare l’attenzione opportunistica e i tentativi di infiltrazione di molti, ma anche da far crescere una classe dirigente alternativa nel Paese, non è difficile: è impossibile. Solo chi l’ha vissuta se la può ricordare, e se qualcosa può renderne il senso, più dei miei interventi, sono i vostri, che sono anch’essi tutti lì: quando avete condiviso con me, cioè con la community, i successi e gli insuccessi dei vostri tentativi di divulgazione, la vostra solitudine, il vostro dolore, ma anche la vostra crescente consapevolezza che la narrazione colpevolizzante e autorazzista che vi veniva inflitta per fiaccarvi fosse intrinsecamente falsa, e la vostra sconsolata ricognizione del fatto di essere stati traditi dalla sinistra, il vostro sconcerto nello sperimentare processi sociali che pensavate fossero ormai circoscritti alla memoria storica, la vostra disperazione.

Incamminiamoci.

Il mondo prima del Dibattito

La premessa necessaria è che io non mi ero mai occupato di politica fino a quando, grazie agli strumenti della mia professione, non intuii che la politica si sarebbe occupata di me.

Vorrei chiarire il senso di questa frase: non significa che mi aspettassi di essere coinvolto dalla politica, ma che ero certo di diventarne vittima! Fino al dicembre 2017, infatti, cioè fino alla cena in cui Claudio e Massimiliano mi dissero che Matteo voleva candidarmi, mai avrei mai pensato, e soprattutto mai avrei desiderato, che la politica mi coinvolgesse (e anche in quell’occasione feci parecchia resistenza). Molto prima di quella data fatidica avevo però intuito che la politica avrebbe potuto infliggere un deterioramento sostanziale alla vita mia e dei miei cari propugnando scelte irrazionali sotto il profilo economico. Forse più che “avrebbe potuto infliggere” dovrei dire: aveva inflitto, visto che la scelta più irrazionale, quella di aderire all’unione monetaria, era stata già compiuta.

Affinché questa dichiarazione postuma non sembri millanteria, più che i tanti post in cui poi ho sviluppato le mie intuizioni, di cui rivendico l’assoluta non originalità, può essere utile chiarire il mio percorso scientifico.

La mia attività di ricerca era iniziata con una tesi di dottorato sulla sostenibilità del debito pubblico (cioè, come oggi sappiamo, sul falso problema), di cui pubblicai un paio di pezzi (qui e qui: il secondo articolo venne adottato nel corso di Scienza delle finanze 2 da uno di passaggio). Fra i vari corsi seguiti durante il dottorato, quello che più indirizzò la mia successiva produzione fu quello tenuto da Stefano Manzocchi, che sarebbe poi stato mio coautore. Da Stefano imparai due cose:

  1. il modello di crescita post-Keynesiano di Kaldor-Thirlwall, che, anni dopo, mi avrebbe permesso di dare prima in questo blog e poi su riviste scientifiche una spiegazione del declino dell’economia italiana più ancorata ai fatti delle consuete stronzate su “avemio perzo er treno de ‘a rivoluzzione diggitale” o “c’avemio ‘e imprese troppo piccole” (versione paludata e accademica, ma ugualmente consistente, del “se sò magnati tutto”), e più tardi di riassumere in un modello formale le alternative di politica (economica) che l’unione monetaria tuttora fronteggia senza riuscire (per ovvi motivi politici) a prendere la strada giusta: quella di politiche espansive nei Paesi del Nord;
  2. correlativamente, l’importanza del saldo delle partite correnti, cioè dell’indebitamento estero (il vero problema) come indicatore dello stato di salute di un sistema economico, della sua permeabilità ai/dipendenza dai capitali esteri, problema di cui mi ero occupato scientificamente molto prima di occuparmene qui a livello divulgativo.

Per chi come me e Stefano aveva studiato già negli anni ’90 i “current account reversals”, cioè i cambiamenti di segno del saldo delle partite correnti (da indebitamento ad accreditamento, e viceversa) nei Paesi in via di sviluppo (cioè in quelli che tipicamente si indebitano con l’estero in una valuta che non controllano: il dollaro), quella che De Grauwe nel 2011 presentava come una geniale ponzata:

cioè il fatto che entrando in un’unione monetaria (e quindi cominciando a indebitarsi in una valuta che non controllavano: l’euro) gli stati membri dell’Eurozona si “terzomondizzassero” finanziariamente, esponendosi così a un accresciuto rischio di “reversal”, o “sudden stop” (arresti improvvisi) dei finanziamenti esteri, con le conseguenti crisi finanziarie, era una cosa talmente ovvia da non dover essere nemmeno rimarcata, erano semplicemente “lebbasi”. 

Pur essendo munito di questo bagaglio tecnico, la mia consapevolezza non mi avrebbe spinto ad espormi, se non avesse subito un paio di “salti quantici” che vi descriverò.

Prima di essi la mia vita era quella di un docente universitario non divorato dall’ambizione di far carriera, dedito con passione all’insegnamento (quell’insegnamento che la maggior parte dei colleghi vede invece per quello che è diventato: un ostacolo all’attività di ricerca e quindi alle possibilità di carriera), interessato alla ricerca non in quanto esercizio astratto e calligrafico di autolegittimazione scientifica (e quindi, ancora una volta, di carriera), ma in quanto strumento di comprensione di problemi concreti (come le crisi finanziarie) partendo dal responso dei dati (come l’andamento dell’indebitamento estero).

Un animale, in effetti, abbastanza strano (lo vedo col senno di poi), ma sostanzialmente innocuo: pacifico e cordiale con gli studenti, cooperativo o remissivo coi colleghi, cui non mi interessava particolarmente togliere spazio, atteso che, in tutta evidenza, per me, che pure facevo con scrupolo e amore il mio lavoro, le cose importanti erano altre (come dimostra questo video, antecedente di 16 giorni al crack Lehman Brothers). Fra le cose importanti, cui dedicare energie spirituali, non ricadeva certo “la politica”, che io vedevo, in compagnia di tanti, come un’attività arcana e distante, dalla quale non mi sarei dovuto aspettare molto, e con la quale, per acquietare la coscienza, bastava regolare i conti ogni tanto, votando per il partito “giusto”, che all’epoca, per me, era di sinistra.

Nel mio lavoro ero anche bravino, e ogni tanto mi capitava di fare consulenze per progetti di ricerca o di formazione che mi portavano nei posti più impensati. Ve ne cito due, perché ad essi è legato il ricordo di due episodi (uno lo conoscete bene) che mi hanno segnato, i due “salti quantici” di cui vi dicevo, due episodi che, visti col senno di poi, sono stati decisivi per condurmi qui, a San Macuto, da dove vi scrivo.

Il primo “salto quantico”

Era il giugno 2002 (potrei sbagliare di qualche mese): seduto sugli scogli a scrutare, nell’interminabile tramonto scandinavo, le derive che stringevano di bolina per rientrare in porto dal Tärpänänaukko, origliavo involontariamente e distrattamente una conversazione fra due colleghi, più desiderosi di mettere un allora giovane adepto a parte delle loro riflessioni, di quanto fossi io volenteroso di prestarvi attenzione. Questo progetto di ricerca, che avrebbe originato questo paper, gestito dalla Fondazione Brodolini in associazione con queste altre associazioni e centri di ricerca, mi aveva portato a Turku, storica capitale della Finlandia. Del viaggio ricordo le donne di Stoccolma, dove avevamo fatto tappa, bellissime e annoiatissime, e il fatto di poter usare a Turku lo stesso contante che a Roma. Il changeover era cosa recente, e i due colleghi senior, di cui cito solo quello che nel frattempo è morto, il mio maestro Francesco Carlucci, commentavano quali sarebbero state le sorti di un sistema che condannava i salari al ruolo di unico meccanismo di aggiustamento degli shock macroeconomici.

“Quanto potrà durare una cosa del genere?” si chiedeva l’uno. E l’altro: “Ma, forse cinque o sei anni…”. 

Mentre ascoltavo vedevo allungarsi all’infinito la mia ombra sulla scogliera, così come oggi sembra che si stia allungando all’infinito l’esperimento europeo: ventuno anni dopo siamo ancora qui, nelle stesse condizioni, cioè in condizioni peggiori! Non credo di aver capito subito la portata delle riflessioni dei miei due colleghi più anziani, né quanto esse fossero, in fondo, abbastanza scontate (era la catastrofe annunciata che vi avrei illustrato qui). Eppure i miei paper sui “current account reversals” li avevo già scritti! Ma forse quello che era mancato a me e a Stefano, anche se ne avevamo discusso a lungo, era stata la determinazione ad esplorare fino in fondo il significato di quelli che chiamavamo “positive reversals”, cioè dei bruschi passaggi da situazioni di indebitamento estero (saldo delle partite correnti negativo) a situazioni di accreditamento estero (saldo delle partite correnti positivo). Quegli episodi non sono quasi mai esito di un processo virtuoso: sono quasi sempre rotture traumatiche, crisi determinate dall’arresto improvviso (sudden stop) dei finanziamenti esteri, cioè la fase terminale di quello che poi avremmo imparato a riconoscere come ciclo di Frenkel e avremo descritto come “romanzo di centro e periferia”. Ma questa piena consapevolezza, allora, nel 2002, mi mancava, anche se ricordo che Stefano, nell’osservare l’approfondirsi del deficit estero dell’Italia, mi domandava e si domandava quando e come avremmo corretto questo squilibrio (il come, oggi, lo vediamo bene: con l’austerità). Ai miei colleghi seniori, invece, nelle loro astratte valutazioni economiche, mancava certamente quello che io invece ho avuto, lottando con coraggio, l’opportunità di acquisire: una piena e matura consapevolezza dell’estrema inerzialità dei processi storici. Una roba simile in cinque o sei anni non si smonta, anche se esattamente sei anni dopo, nel 2008, sarebbe arrivato lo shock che il sistema non poteva smorzare e che ci ha ridotti nello stato in cui siamo.

Tutto questo non potevo né compiutamente saperlo né compiutamente capirlo. Ma intanto, nel 2002, si sviluppava in me la consapevolezza che fossimo stati condotti su una traiettoria sbagliata, che i “current account reversals” non erano un curiosum accademico circoscritto a persone dal colore della pelle diverso dal nostro, ma avrebbero potuto essere un serio problema per tutti noi (come poi furono, con l’avvento di Monti).

Da allora, ogni tanto, nelle conversazioni fra amici, mi capitava quindi di mettere in discussione la prospettiva irenica de Leuropa che ci da Lapace perché con Lamonetaunica ha sconfitto i nazzzzionalismi. Peggio, molto peggio, che parlare di effetti collaterali a casa di Burioni! Di fatto, non tanto i miei amici (io non ho amici, ho solo conoscenti), quanto quelli di Roberta, sentendomi esprimere dubbi sul RU (Racconto Unico, aka “narraFFione”), si alteravano, diventavano aggressivi, e toglievano non tanto a me, che me ne sono sempre strabattuto, quanto a lei, il loro prezioso saluto! Capivo, poco a poco, quanto meschini e cattivi fossero i piddini, quel ceto di semicolti cui io credevo di appartenere, i Buoni, quelli aperti di spirito, quelli di cui anni dopo avrei approfondito e descritto l’antropologia qui, definendoli come gli uomini antisocratici, i discepoli di Etarcos, quelli che sanno di sapere. Persone vili, infime, capaci delle più atroci vendette contro chiunque li estirpasse, per un attimo, dalla loro comfort zone piccoloborghese, persone per le quali non esisteva spazio di relazione umana, non esisteva amicizia, non esisteva parentela, verso chi deflettesse dal Verbo, cioè dalle scemenze defecate dai loro quotidiani di riferimento. Per un dubbio sull’euro si inquinavano o si terminavano amicizie decennali (ma si faceva anche di peggio).

Se ad alcuni vengono in mente certe dinamiche della pandemia, ecco: benvenuti fra noi!

Il secondo “salto quantico”

Qui inizia la storia che conoscete anche voi, o almeno quelli di voi che sono qui da un po’. Molti anni dopo, nel maggio 2010, a Ouagadougou, sulla scaletta dell’aereo che ci riportava in Europa, mi sentii fare da un collega un discorso che mi colpì, come colpì voi quando ve lo raccontai. Il discorso lo rimuginai dentro di me per un anno, finché, quattordici mesi dopo, non ce la feci più e ruppi gli argini: la community nacque in quel momento.

Vale quindi la pena di descriverlo in dettaglio.

Nell’agosto 2011 Rossana Rossanda aveva avviato sul manifesto un dibattito dal titolo “La rotta d’Europa” (con elegante anfibologia: rotta come percorso e rotta come sconfitta). Gli interventi venivano pubblicati in simultanea sul cartaceo e su Sbilanciamoci (questa roba qui). Mi era già capitato di contribuire a quel forum (trovate qualcosa qui). I miei articoli erano, per ovvi motivi, i più letti e commentati. L’articolo dello scandalo oggi è nascosto nelle pieghe del sito (per eliminare datazione e commenti). Conservo tuttavia il pdf della sua pubblicazione sul manifesto il 23 agosto 2011 (ricordo ancora le cautele con cui uno dei tanti pretini di sinistra, di cui sinceramente non mi sovviene il nome, mi chiese di limarne il contenuto per non offendere Rossana, che ovviamente criticavo da sinistra…).

Il mio intervento eretico (per la sinistra) prendeva proprio le mosse dal discorso del mio collega Aristide (chiamiamolo ancora così, col suo pseudonimo, perché credo sia ancora vivo), questo discorso qui:

Che cosa c’era di così sconvolgente nel discorso del mio collega?

Non credo di dover spiegare oggi qui, per l’ennesima volta, la fondatezza della mia premessa, ovvero il fatto che l’euro sia contrario agli interessi di chi siamo abituati a considerare come l’elettorato di sinistra. Lo ha fatto in modo magistralmente sintetico Stefano Fassina:

e del resto oggi tutti noi vediamo quali siano i limiti di un sistema che adotta come stella polare la “stabilità” dei prezzi. Dato che i prezzi dipendono dalla legge della domanda e dell’offerta, e che nel breve periodo la domanda è più facilmente manovrabile dell’offerta (con tagli ai redditi, inflitti  direttamente, decurtando stipendi e pensioni, o indirettamente, alzando le imposte o i tassi di interesse), nel mondo della moneta forte ogni volta che occorre con urgenza recuperare competitività, cioè ridurre i prezzi dei beni nazionali per promuovere le esportazioni nelle fasi di calo della domanda mondiale, invece di una fisiologica svalutazione della moneta parte l’attacco ai redditi dei lavoratori.

Di converso, come ora è impossibile nascondere, e come mille volte avevamo chiarito, la moneta forte, di per sé, non difende dall’inflazione. Detto in altri termini, anche sotto l’euro avremmo avuto bisogno (e abbiamo avuto bisogno, e stiamo avendo bisogno) di ricorrere a una recessione indotta, nel caso in cui tensioni sui mercati delle materie prime avessero fatto decollare i prezzi. In altre parole, quello che garantisce oggi la maggiore rapidità del rientro dall’inflazione nel contesto di uno shock energetico potenzialmente più ampio di quelli degli anni ’80 non è l’esistenza della moneta unica, ma l’inesistenza del sindacato.

Ma questo, a chi era stato bombardato dal racconto unico, al semicolto piddino mediano, sembrava “complottismo” (concetto col quale molti si sono familiarizzati solo anni dopo…).

I commenti agli articoli dello sbilifesto sono andati persi, ma un ulteriore e più pregnante momento di consapevolezza fu, per me, leggere il commento di una povera deficiente che mi accusava di complottismo semplicemente perché mettevo in evidenza come l’appartenenza alla moneta unica determinasse una dinamica oggettiva di compressione dei salari (vedi sopra Stefano). Questo cretinismo metodologico mi faceva capire da un lato che forse io non potevo essere di sinistra (o almeno non potevo stare in compagnia di cretini che derubricavano il materialismo storico a complottismo), e dall’altro mi faceva pensare che la sinistra danneggiasse i suoi inconsapevolmente, per ignoranza, per incapacità di andare oltre il racconto unico, irenico, della moneta che, unificando se stessa, avrebbe condotto attraverso una gloriosa marcia trionfale verso l’obiettivo dell’unificazione del tutto: dei bilanci, dei Parlamenti, dei Governi, ecc. Un obiettivo di cui non era ben chiaro quale fosse la desiderabilità, se non nei termini ingenui e stilizzati della teoria del pennello grande: siccome “fuori c’è la Cina”, dobbiamo difenderci facendo lo Statone europeone. Una teoria cretina sì (non ci vuole un pennello grande, ci vuole un grande pennello!), ma verosimilmente accattivante per le anime semplici. 

Ci stava quindi che dietro a tanta cecità vi fosse solo incultura e ingenuità. Un concetto tutto sommato rassicurante: per quanto uno stupido possa fare più danni, e quindi sia più pericoloso, di un malvagio, resta il fatto che non è malvagio!

Ma le parole di Aristide ci dicevano il contrario, e per quello mi colpirono, ci colpirono, come uno schiaffo in faccia. Aristide non contestava, come mi sarei aspettato, la mia premessa, ovvero il fatto che la moneta unica danneggiasse i lavoratori.  Al contrario: rivendicava questi “danni collaterali” come “inevitabile incidente sulla via del progresso”, come strumento per costringere il popolo a fare la cosa giusta. Insomma: Aristide non era stupido, era malvagio. Sulla scaletta dell’aeroporto di Ouagadougou per la prima volta prendevo atto dell’agghiacciante e ributtante paternalismo con cui la sedicente e soprattutto secredente élite di sinistra ammetteva di aver messo in difficoltà il Paese per “spronarlo”, ovviamente per il suo (del Paese) bene, a migliorarsi, a elevarsi politicamente fondendosi in una compiuta unione politica, totalmente noncurante dei non trascurabili danni collaterali che questo approccio necessariamente avrebbe inflitto a tante persone. 

Oggi che “non tutti i Paesi beneficino in ugual misura dell’euro” (cioè che l’euro danneggi alcuni Paesi) è una constatazione banale: possono permettersela perfino quei sommi sacerdoti del pensiero unico che vanno sotto il titolo di banchieri centrali. Ma all’epoca nessuno mai si sarebbe permesso di ammettere una simile evenienza, né tantomeno di dichiarare in pubblico che un danno economico potesse essere consapevolmente inflitto per conseguire un fine politico (una “Europa federale”), confidando sull’ignoranza degli elettori.

Eppure, come poi imparammo insieme, tutta questa roba era già stata scritta e teorizzata più di dieci anni prima, non solo e non tanto negli articoli dell’ineffabile Giavazzi (come quello sull’importanza di legarsi le mani: pattume da ingengngnieri), quanto nelle riflessioni più raffinate e articolate di Kevin Featherstone sulla political economy del vincolo esterno (ad esempio questa). Riflessioni che, ci tengo a sottolinearlo, fu uno di voi a portare alla mia attenzione. Trovavamo, insomma, nel pensiero delle élite di sinistra quel benecomunismo deamicisian-nietzschiano che oggi ritroviamo nelle stanze X delle loro vittime: l’idea che il “bene comune” potesse, anzi: dovesse essere deciso senza mediazione democratica da chi riteneva di esserne depositario, perché legittimato o dal suo essere “colto” (nella versione piddina), o dal suo essere “er popolo” (nella versione ortottera).

La consapevolezza che questo atteggiamento costituisse una minaccia concreta e imminente per la democrazia fu la molla che mi spinse a lanciare il mio disperato, lancinante grido di allarme sul manifesto.

Imporre una cosa a tutti perché qualcuno pensa che sia la cosa giusta, fottendosene dei danni collaterali, anzi, negazionandoli! Ricorda qualcosa?

Forse ora è chiaro a più persone che cosa allora mi allarmasse. Se fosse così, potremmo dire che non tutti i buchi, anzi, i buchini, vengono senza ciambella. Si può speculare quanto si vuole sul fatto se una maggiore consapevolezza avrebbe evitato tanti lutti. Io so di aver fatto tutto quello che potevo fare. La storia, del resto, non si fa coi se. Nei fatti l’impatto di quell’articolo, a sinistra, fu così grande che venne tradotto in altre lingue, ovviamente quelle di Paesi in crisi, a partire dal greco. Sul sito di sbilanciamoci gli unici articoli letti e commentati da un numero decente di persone erano i miei: la community era sostanzialmente già nata lì, behind enemy lines.

Non so quanti di quel primo drappello sono sopravvissuti: qualcuno sarà morto, qualcuno se ne sarà andato nel 2018, apprendendo che mi schieravo a destra (i motivi per capire perché non potevo non farlo avrebbero dovuto essere chiari, ma non pretendevo né pretendo che fossero condivisibili).

Ma qualcuno ci sarà, perché non eravamo pochissimi, e mi farà piacere se si paleserà nei commenti.

Come arrivammo qui?

La nascita del Dibattito

Prima dell’intervento pericolosamente esplicito sul manifesto mi era capitato di provare a fornire versioni alternative della crisi in corso su un organo ben più ortodosso e paludato: lavoce.info. Il mio primo contributo era stato quello sulla morale della favola irlandese (un tema che avremmo poi ripreso qui plurime volte). Anche lì, come sullo sbilifesto, i miei articoli suscitavano un dibattito intenso, tanto da costringermi in qualche caso a replicare ai colleghi, in un confronto comunque corretto e costruttivo (qui trovate tutto). Una cosa mi era chiara: il “vaccino” euro, anziché rafforzare le nostre economie, portava in sé i germi di un pericolosissimo effetto collaterale: l’accumulazione di ingente debito estero, cioè di debito contratto da operatori per lo più privati nazionali per finanziare squilibri di bilancia dei pagamenti.

Lo schema della narrazione però era già quello consueto: se una dose non basta, ce ne vogliono di più (più Europa!), ma se qualcosa va storto, la colpa è di qualcos’altro: della pizza margherita, o del debito pubblico. Eppure, come avevo chiarito parlando dell’Irlanda, ma anche dell’Italia, su lavoce.info, l’indicatore che meglio anticipava lo scoppio di una crisi finanziaria era l’ammontare dell’indebitamento estero (e sopra vi ho spiegato quale percorso di ricerca mi avesse portato a questa consapevolezza).

Fatto sta che a ottobre 2011 mandai un altro articolo a lavoce.info per ribadire questo punto, chiarendo che aggredire il debito pubblico non ci avrebbe salvato dalla crisi. Come andò ve l’ho raccontato qui, e l’articolo in questione era questo, il primo di questo blog.

Che cosa era successo? Perché la redazione de lavoce.info aveva deciso di censurarmi?

Non ci voleva molto a capirlo: la mia uscita sul manifesto non era passata inosservata, ormai ero bollato come no-vax, pardon: no-euro! E lavoce.info era organica a quel “complesso militare-accademico” che aveva deciso di lanciare un programma di vaccinazione, pardon, austerità obbligatoria!

Posso ammetterlo: andare a dire a casa di Monti che l’austerità di Monti avrebbe fallito non era esattamente il massimo dell’astuzia politica!

Tuttavia, in un’ottica di medio periodo, scegliere me come nemico, silenziandomi, si rivelò, per i voce.infiani, un errore molto più grave. Basti dire (per apprezzarne la gravità) che mentre, silenziando me, loro mi hanno fatto arrivare dove non volevo arrivare (hic manebimus optime), alcuni di loro, in conseguenza di questo gesto stupidamente aggressivo, non sono arrivati dove volevano arrivare, e dargli serenamente una badilata sui denti è stato gesto tanto riparatorio quanto liberatorio. Se potessi raccontarvelo in dettaglio capireste meglio quanto serva votare: ma per sapere tutto dovrete aspettare le mie memorie (che non credo leggerete, essendo io ben intenzionato a sotterrarvi tutti)!

Comunque, all’epoca che da politico di un certo peso mi sarei tolto certe soddisfazioni non potevo saperlo (così come ora non posso dirlo: ma tanto questo blog non esiste…). Una sera, un po’ abbacchiato, mi grattavo le croste in compagnia del professor Santarelli. Constatavamo quanto fosse assurda la logica allora (e tuttora) prevalente secondo cui la Germania era un Paese di successo perché aveva un saldo commerciale positivo verso l’Eurozona (tema su cui ci siamo poi intrattenuti a lungo: una delle più recenti ed esaustive illustrazioni è qui). Già nel 2009 Krugman aveva chiarito, in un diverso contesto, che non possiamo essere tutti simultaneamente esportatori:

Sostituendo Japan con Germany si ottiene la descrizione di quello che era allora l’Eurozona. Il mio punto era semplice: siccome le esportazioni di un Paese viste da un altro Paese somigliano tanto a delle importazioni, era assurdo glorificare le prime e demonizzare le seconde, perché esse erano sostanzialmente la stessa cosa. Lo squilibrio andava cioè gestito da entrambi i lati: se l’Italia importava troppo, insomma, la colpa era anche un po’ della Germania. Una cosa che (all’epoca non lo sapevo) era ben chiara a Keynes ai tempi di Bretton Woods, come vi avrei poi spiegato, e che Stiglitz avrebbe notato, o almeno espresso, molto dopo di noi:

E fu lì che il professor Santarelli ebbe un’idea geniale, anzi, due. La prima si tradusse in un un commento ironico: “Certo che chi non capisce che le esportazioni di un Paese sono le importazioni di un altro mi sembra proprio come Pippo in quel vecchio fumetto, te lo ricordi?”

La seconda fu una proposta: “Ma se non ti pubblicano il tuo commento, perché non apri il tuo blog? Lo potresti chiamare l’economia di Pippo, Goofynomics…”.

La proposta mi sembrava assurda! Chi avrebbe letto il blog di un oscuro professorino di provincia? Come avrei potuto competere con l’auctoritas dei vociani (anzi, dei voce.infiani)? A che cosa sarebbe servito?

Ma proprio perché la proposta era assurda, decisi di seguirla, e il 16 novembre 2011 aprii questo blog con l’articolo che lavoce.info aveva rifiutato, e che da allora è stato letto da 127069 persone.

Nel giorno in cui in Europa si promulgava il Six pack, e in cui Monti prestava giuramento, nasceva il Dibattito, che sarebbe diventato la casa della community.

Il successo del Dibattito

Il successo del Dibattito, cioè di questo blog, fu, come direbbe Keynes, “something of a curiosity and a mystery”, e indubbiamente “it must have been due to a complex of suitabilities in the doctrine to the environment into which it was projected”, ma per motivi uguali e contrari a quelli cui Keynes attribuisce il successo dell’economia ricardiana nel terzo capitolo della Teoria generale.

Se per l’economia ricardiana le cose erano andate così (e scusatemi se vi infliggo una delle pagine preferite dei miei scrittori preferiti):

That it reached conclusions quite different from what the ordinary uninstructed person would expect, added, I suppose, to its intellectual prestige. That its teaching, translated into practice, was austere and often unpalatable, lent it virtue. That it was adapted to carry a vast and consistent logical superstructure, gave it beauty. That it could explain much social injustice and apparent cruelty as an inevitable incident in the scheme of progress, and the attempt to change such things as likely on the whole to do more harm than good, commended it to authority. That it afforded a measure of justification to the free activities of the individual capitalist, attracted to it the support of the dominant social force behind authority.

per il Dibattito erano decisamente andate al contrario, cioè così:

That it reached conclusions quite similar to what the ordinary uninstructed person would expect, lent it virtue. That its teaching, translated into practice, allowed to anticipate a number of economic developments, added, I suppose, to its intellectual prestige. That it was adapted to carry a small but consistent logical superstructure, gave it beauty. That it could explain much social injustice and apparent cruelty as an avoidable incident in the scheme of progress, and the attempt to change such things as likely on the whole to do more good than harm, commended it to the oppressed. That it afforded a measure of justification to market regulation, attracted to it the support of the social force opposed to authority (the no-people).

E fino a qui per il divertissement letterario.

Ma il successo del blog fu veramente strabiliante, all’epoca, e del resto i due saggi che vi ho citato sopra, quello di Acquarelli (che poi conobbi a Parigi) e quello di Brandmayr, partono proprio da questo dato, cercando di spiegarselo. Credo che ci sia stato un momento in cui il successo mi intimorì. In fondo, ero pur sempre un docente universitario, cioè appartenevo a un clero particolarmente ottuso, conformista e spietato. Per quanto la massiva trahison des clercs rappresentata dal sostegno degli economisti laureati (quelli che si muovevano fra ligustri e acanti, ma non fra bossi) potesse indignarmi, non poteva sfuggirmi il fatto che le varie cupole bocconiane ma anche “sbilifestiane” mi tenevano comunque per le palle, laddove avessi voluto concorrere per una abilitazione (come poi feci, peraltro ottenendola)! Ma questo, forse, era il meno. Lo smarrimento comunque durò poco: seguì un reciso alea jacta est: la strada intrapresa andava percorsa fino in fondo, quale che fosse il fondo.

Torno sul successo. Gli scienziati citati nel paragrafo precedente ne mettono in luce alcuni aspetti: la cifra letteraria, la costruzione di una narrazione, ecc. A questi aggiungerei quelli che mi ricordo e che posso documentare. Intanto, se il mio lavoro aveva successo, era perché forniva un’offerta che rispondeva a una enorme e insoddisfatta domanda, che aveva tante sfaccettature: un bisogno di accreditamento scientifico, un bisogno di decostruzione della narrazione, un bisogno di prospettiva.

Ricordo ad esempio che il post sulla catastrofe annunciata mi venne sollecitato da un (allora) amico, Marino Badiale (non so che fine abbia fatto). La richiesta era quella di avere una rapida rassegna delle valutazioni critiche sulla moneta unica espresse dagli esponenti più autorevoli della disciplina economica. Il motivo era il solito: chi si esponeva con critiche era stanco di venir preso per un matto, e desiderava rifugiarsi nel principio di autorità. Ovviamente questo scudo era inutile! Non ci siamo stupiti quando Montagnier è stato considerato un Nobel “di serie B”, e screditato da una ciurma di coglioni prezzolati, semplicemente perché un’operazione simile l’avevamo già vista compiere. Ma dal mio particolare punto di vista, il cercare ancoraggi nella letteratura scientifica era essenziale per evitare che i miei, i nostri argomenti venissero derubricati a farneticazioni di un professorino di provincia in cerca di visibilità (quella visibilità che non cercavo allora e non cerco ora, atteso che essere visibili non è un buon presupposto all’essere letali). Le cose stavano al contrario! Esattamente come 141 giorni dopo il noto tweet di critica al MES ancora non si è trovato chi provi a confutarlo, 4383 giorni dopo l’apertura di questo blog ancora non si è trovato il fantomatico paper “pro-euro”, semplicemente perché solo un ignorante squinternato potrebbe affermare che in termini economici l’adozione di una moneta unica in una zona che non è un’area valutaria ottimale sia una buona idea. Poi il discorso si può, e si deve, allargare, ma in termini scientifici la verità finora incontestata (e affermata, come vi dicevo sopra, anche dai banchieri centrali), è che ci siamo messi in una situazione notevolmente complessa.

C’era poi un grande bisogno di decostruzione della narrazione colpevolizzante, quella secondo cui se le cose andavano male era perché non avevamo fatto quello che dovevamo fare, o non lo avevamo fatto abbastanza. Insomma, il #fateskifen, che constava di due parti: l’affermare la superiorità ontologica dei tedeschi, e correlativamente l’affermare l’inferiorità razziale degli italiani. Per portare a termine questo compito i media si dedicavano a una diligente riscrittura della storia, indirizzata in particolare a convincere gli smemorati e gli ignoranti che prima dell’avvento dell’unione monetaria tutto andasse a ramengo nel nostro Paese. Nacquero dal desiderio di contrastare questa narrazione falsa e disfattista dal lato “italiano” del problema post come quello su svalutazione e salari (ad usum piddini), che mostrava come non fosse vero che storicamente le svalutazioni della moneta si fossero riflesse in cadute del salari reali, o quello sulle lievi imprecisioni del Corsera, che rimetteva un minimo di verità fattuale nella storia della crisi del 1992, che il Corriere aveva romanzato per descriverne le conseguenze a tinte foschissime, commettendo una serie di falsi storici (dopo la svalutazione i tassi di interesse erano scesi, non saliti, le esportazioni erano cresciute, non calate, ecc.); dal lato “tedesco”, invece, post quello sulla slealtà, sul deficit di investimento  e sul dumping salariale perpetrato dagli Alemanni. Sulla riscrittura della storia, poi, il Corriere della Sera, più avanti, avrebbe fatto uno scivolone tanto più clamoroso quanto da noi anticipato (ma ci arriveremo).

Naturalmente gli amici, quelli bravi, mi davano i consigli giusti: scrivi di meno, non mettere grafici, che laggente nun li capischeno, non mettere formule, che laggente se spaventeno, nun ce sò pportati pe a matematica, ecc. ecc.

Altrettanto naturalmente io facevo il contrario: scrivevo molto, forse troppo, rispondendo a tutti, tuttissimi (le discussioni sotto ai post si articolavano per centinaia di interventi, in un flusso tumultuoso ma comunque più ordinato e fruibile del cazzeggio degradante di Twitter), mettevo tanti grafici e tante formule, spiegandole, e lo facevo a ragion veduta, per almeno tre motivi.

Il primo, ovviamente, è questo:

e non devo soffermarmici ulteriormente: “Il popolo, quando sente le parole difficili, si affeziona”. 

Ma naturalmente c’era dell’altro: credo che l’accanimento con qui mi dedicavo a confutare le obiezioni e chiarire gli argomenti portando elementi concreti venisse apprezzato anche da chi a quegli argomenti restava refrattario. A distanza di anni dal post su Premiata armeria Hellas, ve lo dico con semplicità e con affetto, sono convinto che nessuno di voi abbia veramente capito che cosa sia il saldo delle partite correnti. Che volete che sia? Quisquilie, pinzillacchere: è solo la variabile macroeconomica più rilevante e significativa per monitorare lo stato di salute di un’economia! Però tutti avete capito che cercavo, con disinteresse e con enorme sforzo, di attirare la vostra attenzione su un pericolo, sul pericolo che le politiche di Monti costituivano.

E poi c’era un terzo elemento: il mio rifiuto programmatico delle captatio benevolentiae, e la mia consapevolezza che i follower, come i voti, si pesano, non si contano. A me interessava creare un corpo scelto, un corpo di élite, di élite vera, però, armata di un bagaglio tecnico-scientifico, oltre che di una nascente consapevolezza politica. Non volevo, per fare numeri, abbassare il livello del messaggio.

E, in effetti, elevando il livello del messaggio facevo numeri, sicché anche oggi, quando i “comunicatori” mi parlano della “Sciura Maria” e della necessità di andarle incontro, io sorrido e penso (e qualche volta, quasi mai, dico): “Ma cocco bello, tu comunicando sei diventato comunicatore, e io comunicando sono diventato presidente di bicamerale. Chi deve stare ad ascoltare l’altro?”

Perché la prima vostra domanda che qui trovavate soddisfatta era quella di qualità: qualità letteraria e qualità scientifica. Due ordini di qualità che agli operatori informativi sarebbe indelicato chiedere.

“I miei colleghi hanno paura di te!”

E qui si arriva a un punto dolente nella storia della community: il rapporto con gli operatori informativi. Il mio punto di vista lo sapete, l’ho espresso in modo piuttosto reciso. L’inefficiente mediazione culturale, per essere gentili, o l’efficiente propaganda, condotta dagli operatori informativi resta uno dei principali ostacoli che il nostro Paese trova sulla via di una democrazia compiuta. Non è un caso se la voce Propaganda è la prima nel nostro tag cloud:


Fin dagli inizi il Dibattito avevamo individuato in questo aspetto il principale ostacolo al nostro lavoro di divulgazione.

Ricordo la tensione emotiva che, anche sull’onda della forza del messaggio e della rapidità della sua propagazione, vi animava! Il successo del blog era, per la community, una potente lente di ingrandimento, che portava ad abbagli piuttosto divertenti. C’era chi si preoccupava, chi temeva addirittura che potessi essere assassinato (tanto scomode erano, a dire dello sciroccato di turno, le banali verità tecniche che mi accadeva di trasmettervi). C’era chi, sconsolato, si lamentava del fatto che questo esperimento sarebbe rimasto confinato sui social media, che non sarei mai arrivato nella agognata TV, né tanto meno in prima serata:

Fa molto tenerezza questo discorso, visto col senno di poi. Io ero perfettamente consapevole di non essere così importante da avere l’opportunità di diventare un martire, così come (ed è scritto qua sopra) del fatto che lavorando si sarebbero potuti conseguire obiettivi che sembravano irraggiungibili.

E quindi restavo umile e lavoravo!

Non ci vuole l’intelligenza lucida e spietata di un Capezzone per capire che in un momento in cui la critica all’Unione Europea (e in particolare a quella sua degenerazione che è l’unione monetaria) stava montando, i media allineati sarebbero andati alla ricerca di personaggi con un certo seguito, per poterli presentare come degli squinternati pazzotici, al fine di screditare qualsiasi tentativo di pensiero critico. Era il tentativo che fece con me il buon Vianello a giugno 2012, ma non gli andò benissimo. Ricordo con tenerezza i vostri tentativi affettuosi di insegnarmi come si sta in pubblico (questo il dibattito che seguì la trasmissione). Io ci sapevo stare per altri motivi (l’insegnamento, i concerti, la preparazione, la toscanità…) e presto i conduttori cambiarono atteggiamento. Screditarmi era piuttosto complesso, anche perché, evitando la tentazione “politica” di fare “er CLN” caricando su nani e ballerine, avevo tenuto a grande distanza personaggi in cerca di editore come il buon Donald con la sua MMT (tre mesi prima della prima apparizione televisiva) o, per altri versi, tutto il simpatico mondo ortottero. Non mi interessava mescolarmi né con profeti né con movimenti. Mi interessava mescolarmi con voi e non farvi fare brutta figura.

Rapidissimo flash forward: qualche giorno fa ero a pranzo con un giornalista (gli operatori informativi sanno anche essere persone piacevoli), che a un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma tu lo sai che i miei colleghi hanno paura di te?” E io, quasi modo genitus infans: “Ma no!? E perché?”

Il perché è ovvio. Io mi pregio di essere sopravvissuto dall’onorevole Gruber, europarlamentare del PD, e al suo plotoncino di esecuzione:

e, come è noto, quello che non ti uccide ti rende più forte. Se uno studia e ha la battuta pronta (“tu li smonti con l’ironia…”) non ce n’è per nessuno.

Ovviamente le apparizioni televisive ampliavano la community, che cresceva, cresceva… E quello che impressionava gli operatori informativi era sentire il tiro della community sui social! Quando ero presente io in trasmissione l’engagement aumentava, e aumentava di molto. Tutti si chiedevano come facessi. Chissà, forse il mito de “La Bestia” è nato allora, sei anni prima che io diventassi leghista! Ma la risposta era semplice: ero semplicemente me stesso (cioè, secondo alcuni, una bestia), come Verlaine prescrive a chi ha urgenza di esprimersi,

La crescita della community

25 aprile 2012: entra Luciano Barra Caracciolo

Eh già! Sotto le mentite spoglie di Quarantotto, nella data fatidica del 25 aprile Luciano interveniva, commentando così un commento di Flavio, che ogni tanto vedo intervenire ancora, sempre con ottimi contributi. Poco dopo Luciano si sarebbe palesato, e nel corso dell’anno avrebbe aperto il suo blog, che lo avrei aiutato a lanciare, sfruttando la massa critica che ormai, a meno di un anno dalla partenza, avevamo, e che attirava qui tante intelligenze.

26 luglio 2012: entra Claudio Borghi

Più dell’approdo ai media tradizionali, nei quali il modulo del tutti contro uno aveva sì un valore ginnico, ma non consentiva più di tanto di argomentare, un altro motore di sviluppo della community fu il sostegno datole da alcuni canali social organici agli ortotteri, fra cui, tipicamente, quello di Byoblu. L’amico Claudio (Messora) aveva intervistato l’amico Claudio (Borghi) il 23 maggio 2012: notai il video (che nel frattempo Google ha tirato giù da YouTube) e mi piacque molto perché entrava con grande semplicità in una serie di dettagli tecnico-finanziari che non avevo mai affrontato nei miei ragionamenti. All’epoca il backend di blogger permetteva di risalire ai “referrer”, cioè alle pagine che citavano i miei articoli. In questo modo ero risalito a un forum di finanza in cui Claudio, citando non so più quale mio articolo, diceva una cosa del tipo: “Non è male questo: un po’ complottista [NdCN: aridanga!], ma ha ragione!” Sul “complottista” avevo alzato gli occhi al cielo: evidentemente, avevano messo qualcosa negli acquedotti. Ma i complimenti fanno (quasi) sempre piacere.

Nel frattempo, il 6 luglio 2012, ero stato anch’io intervistato da Byoblu, a grande richiesta del suo pubblico (fra cui, immagino, ci fosse la frangia ortottera della community), in un’intervista (anch’essa scrupolosamente tirata giù da Google) che ritrovate qui: “Ce lo chiede l’Europa!”, che all’epoca portò quasi 200.000 visualizzazioni a Messora (giusto per farvi capire la potenza della community, o, se volete, del logos). Sicché, quando il 26 luglio del 2012 ricevetti una lettera da Claudio Borghi, la condivisi immediatamente con voi. Onestamente, non ricordo quando ebbi poi modo di incontrare per la prima volta fisicamente Claudio. Certamente era al #goofy1 (di cui parliamo più avanti).

31 dicembre 2013: entra Giuseppe Liturri

Così, saltando di palo in frasca: il 31 dicembre del 2013 entrava a pieno titolo nella community un altro protagonista del dibattito. Ho la vaga idea di averlo incontrato per la prima volta di persona dalle parti sue. Abbiamo condiviso tante valutazioni e tante vicende personali, e gli sono infinitamente grato per fare un lavoro che un italiano (io) non può più fare: informarvi correttamente.

3 giugno 2017: entra Sergio Giraldo

Altro piccolo flash forward, prima di tornare al 2012: il 3 giugno 2017 entrava nel Dibattito, in punta dei piedi, per tutelarne l’anonimato, Sergio Giraldo. Grazie a lui acquisivamo, con qualche anno di anticipo sul resto del mondo, la piena contezza di quanto non solo il discorso economico sulla Germania, ma anche quello ambientale fosse ipocrita e distorto. Allora sembrava poca cosa, sembrava una curiosità da inserire come minuscola tessera nel mosaico della propaganda: oggi capiamo quanto quei temi fossero e siano centrali.

Virtual goes real: il #goofy

A un anno dalla nascita del Dibattito, celebrato da questo post, il legame assiduo, quotidiano fra noi mi spinse a creare un’occasione di incontro, perché ci si potesse finalmente conoscere di persona. Mi venne l’idea di organizzare un convegno scientifico nell’aula magna Federico Caffè della facoltà di economia a Pescara. I relatori erano Claudio Borghi, Lidia Undiemi, Gennaro Zezza, Luca Fantacci e Luciano Barra Caracciolo. Fu una bellissima giornata. Non so quanti di voi fossero lì, cioè non so quanti, fra quelli che erano lì, sono ancora qui, o semplicemente al mondo. Potrei cercare nelle mie email la lista dei partecipanti, ma ci vorrebbe un po’. L’unico che sicuramente si ricorda tutto sarà Claudio (Borghi), che ha una memoria di ferro, e che sicuramente in quell’occasione incontrai di persona. Tracce non ne sono rimaste: né video, né di altro tipo. L’unica cosa che capimmo subito fu che da come si stava mettendo la volta successiva un’aula magna da 200 persone sarebbe stata largamente insufficiente, e organizzare un convegno decente sotto l’ombrello universitario avrebbe creato difficoltà, non tanto per i temi trattati (il mio direttore dell’epoca, Piergiorgio Landini, tutelava la mia libertà di ricerca e di espressione: bello schiaffo morale per un intellettuale di sinistra come me vedersi difeso da un collega che si era esposto politicamente con AN!), quanto per banali aspetti amministrativi (organizzare una minima ospitalità per oltre 200 non-colleghi non sarebbe stato tecnicamente possibile, il Dipartimento non poteva riscuotere contributi alle spese congressuali, ecc.). Anzi: di cose ne capimmo due: che ripetere l’esperienza sarebbe stato complesso, ma anche che sarebbe stato necessario, e quindi ci mettemmo al lavoro.

Per decidere il “dove” non ci volle molto: la segretaria del mio Dipartimento, Angela, mi segnalò il Serena Majestic di Montesilvano, la struttura dove poi si svolsero tutti i #goofy dal 2 all’11 (per il 12, come avrete visto, abbiamo cambiato sede).

Per decidere il “come” ci volle un po’ di più. Alla fine, insieme con gli amici che cercavano di sostenermi nel mio lavoro di divulgazione, o almeno di evitare che ci smenassi troppo (perché, come ricorderete, era tutto un susseguirsi di impegni a conferenze e a dibattiti nei contesti e nei luoghi più impensati, con difficoltà di gestione di agenda e costi logistici che all’epoca non ero abituato a trattare), si decise di fondare un’associazione di promozione sociale. Il nome, a/simmetrie, mi venne in mente nel luogo delle ispirazioni fondamentali: sotto la doccia. Avevo appena ricevuto una call iniziale dal Journal of Economic Asymmetries (dove quattro anni dopo avrei pubblicato questo), e questa cosa delle asimmetrie economiche mi ballava per la testa… In effetti… Che cos’era l’Eurozona se non il più gigantesco esempio di asimmetria economica? E così il nome dell’associazione era definito. Partimmo a luglio del 2013, e in autunno eravamo già operativi per organizzare il secondo goofy, il goofy2, che è il primo di cui trovate traccia nel sito dell’associazione, qui.

I #goofy ci accompagnano da dodici anni: sono la festa della community, in cui si oltrepassa la barriera degli pseudonimi per conoscersi di persona in un luogo familiare e protetto, si sviluppano e si consolidano i legami epistolari stretti nel corso dell’anno, si cresce culturalmente e politicamente, si assiste a prolusioni e seminari degli intellettuali più interessanti, o comunque prestigiosi, per i temi di nostro interesse. Ma erano fin dall’inizio, prima ancora che io potessi rendermene conto, un importante fatto politico. Non era scontato che centinaia di persone si muovessero per recarsi in riva al mare, in pieno autunno, pagandosi le spese di viaggio e condividendo le spese congressuali, per assistere a prolusioni su temi non esattamente ricreativi. Il fatto che loro, il fatto che voi, foste lì, era anche un fatto politico di estrema rilevanza.

Il primo che me lo fece notare fu Giorgio La Malfa, invitato al midterm goofy del 2014, il convegno di metà anno che di quando in quando organizziamo a Roma (non è un evento fisso: ne abbiamo fatto solo un altro quest’anno per celebrare il decennale dell’associazione, ed è venuto piuttosto bene…). Uscendo dalla sala dell’Antonianum, gremita di persone (intorno alle 600), Giorgio mi diceva una cosa del tipo: “Alberto, queste persone che sono qui, per te, rappresentano un fatto politico. Hai pensato a cosa fare, a come dar loro una risposta?” E la mia risposta a lui fu più o meno un a cosa del tipo “it’s not my business”: “Io posso solo divulgare teorie scientificamente sostenibili e invitare, se lo desiderano, dei politici. Poi ci devono pensare loro. Non è mia intenzione né mio desiderio assumere un ruolo che non è il mio”. E Giorgio insisteva: “Pensaci…”. Ma io avevo già espresso in modo diffuso e articolato la mia posizione in merito.

Arriva #aaaaabolidiga

In effetti anche oggi non sono molti i politici che riescono a riempire sale, reali o virtuali. Il #goofy2 si svolse in contemporanea all’Ubalda, pardon: alla Leopolda del bulletto che sapete, e pensate un po’: nei trending topics di Twitter noi le tenevamo testa. Quello pareva che avesse in mano l’Italia, ma i social li avevamo in mano noi, perché eravamo (e siamo) tanti (anche se questa consapevolezza non sempre è resistente rispetto a infiltrazioni di disfattismo più o meno organizzate)!

L’interesse de #aaaaabolidiga per tutto questo consenso non poteva tardare. Fra l’inverno del 2013 e la primavera del 2014 avevo conosciuto (non ricordo in che ordine, anche qui dovrei fare qualche ricerca nelle mie carte) Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Da Giorgia mi aveva portato Antonio Triolo, da Berlusconi non so, non ricordo… Quello che ricordo però bene sono due cose: che in entrambi i casi l’impulso non era venuto da me (che la pensavo come avevo detto a Giorgio) ma dai tramiti, e che in entrambi i casi (e in tutti i casi successivi) il mood era “Sì, vabbè, però lo fate stare solo un quarto d’ora”, e poi però gli incontri duravano lievemente di più (diciamo così). Ricordo meglio quello con Berlusconi che quello con Giorgia, per il semplice motivo che a un certo punto con lui decisi di andare all’attacco: “Ma scusi, Presidente! Qui stiamo parlando di quelli che l’hanno praticamente deposta. Ma lei proprio non desidera restituirgli almeno in parte quello che ha ricevuto?” Per il resto, vedi le mie memorie (quando sarà il momento).

Ma il vero punto di svolta, nei rapporti della community con la politica, era stato impresso da Claudio, che a Milano, credo addirittura prima del #goofy2 (e quindi nell’estate del 2013) aveva in qualche modo conosciuto Salvini. Ricordo ancora, e vi ho poi raccontato a Firenze (durante la mia prima campagna elettorale), la telefonata entusiastica con cui Claudio mi riferì di questo incontro. Matteo fu, fra i vari politici coinvolti, il più reattivo, con un certo mio sconforto perché (come credo di avervi detto), il mio obiettivo era quello di aprire un dibattito a sinistra: la soluzione di un problema che affliggeva i lavoratori la si sarebbe naturaliter dovuta trovare a sinistra, pensavo, sarebbe stata la sinistra a doversi intestare questa battaglia. Certo, i miei toni, visti col senno di poi, non erano, almeno col PD, proprio quelli concilianti e inclusivi che sarebbero stati richiesti per avviare un discorso. Ma il PD lo davo per perso. Inutile che ci addentriamo ora nelle intricate seghe mentali che impedivano a praticamente tutti i politici della sinistra “de sinistra” (quelli che ora vanno sotto la sigla AVS, Assicurazione Vecchiaia e Superstiti, credo…) di prendere in mano la situazione. Il mio dibattito con Ferrero è ancora lì, credo, e credo sia ancora eloquente (non ho tempo di rivederlo). Matteo aveva almeno tre oggettivi punti di vantaggio sui rifondaroli et similia. Due di natura ideologica: era scevro dai cascami di quel cosmopolitismo borghese che la sinistra delle anime belle confonde con l’internazionalismo proletario, ed aveva nella tradizione del suo partito le analisi di quello che, quando le faceva, mi sembrava uno squinternato, ma alle quali oggi è impossibile non riconoscere una certa preveggenza; il terzo, di natura tattica: dopo l’opposizione a Monti, il partito, alle politiche del 2013, aveva avuto la bella idea di convergere verso le grandi praterie del centro, alleandosi con Berlusconi (adesso posso farmi una vaga idea di cosa abbia potuto essere il dibattito in merito, pur non avendone nessun referto né diretto né indiretto). Il centro, come dice Capezzone, è un luogo frequentato più dagli eletti che dagli elettori, e il risultato di quella tornata lo dimostrò: 4,08%. A questo punto, tanto valeva giocarsi un’idea forte, tanto forte da portare a Montesilvano 500 persone, e da egemonizzare il dibattito social.

Eh, sì, perché non dobbiamo dimenticarci che nel frattempo, col crescere della community, il Dibattito si affermava. Nel 2013 era già secondo classificato fra i siti di economia a Macchia Nera Awards:

(tre posizioni sopra quelli che avevano cercato di tacitarci…), posizione mantenuta nel 2014:

fino al conseguimento, grazie a voi, della prima posizione nel 2015:

e alla vittoria nel 2016:

così umiliante che dal 2017 la categoria “miglior sito di economia” venne eliminata dal torneo!

Poverelli…

Ricordo ancora quando, prima che partisse “Econo-polly”, mandarono da me un loro misso dominico, a spiegarmi che la mia spinta propulsiva era esaurita (e come no!), e che forse avrei fatto meglio a inserirmi in un progetto più strutturato, ecc. ecc. A quella cena assistettero altre due persone della community, e forse se la ricordano. Io ovviamente li mandai a stendere e l’anno dopo vinsi. Mi bastava, come soddisfazione personale, la consapevolezza di aver costretto, con un blog pieno di dati, grafici e formule, l’informazione raffazzonata e approssimativa italiana a darsi una mossa, o almeno a fingere di farlo!

Ma insomma il punto è che la community c’era, e si dava da fare: la progressione descritta negli ultimi quattro grafici è significativa.

Claudio si giocò la sua candidatura alle europee del 2014. All’epoca non era richiesto (come non era richiesto, ad esempio, di pubblicare i bilanci sul sito), ma io gli chiesi, una volta candidatosi, di uscire dal direttivo dell’associazione, e poi, il 25 aprile del 2014, feci una dichiarazione di voto per lui.

I risultati furono quelli che sapete: la Lega torno oltre il 6%, ma Claudio, nonostante una campagna elettorale incentrata sul tema europeo, non passò. Chi doveva, aveva appreso che un consenso c’era, ma noi avevamo appreso di non essere Legione (cosa che, avendola appresa, cerchiamo inutilmente di spiegare ai semomijonisti odierni: ma in fondo fatti loro…). Claudio restava uno di noi, ma in qualche modo le strade si erano biforcate: lui proseguiva, con tenacia, la sua carriera politica, e io la mia di intellettuale tendenzialmente di sinistra ma che cercava di costruire un coinvolgimento trasversale. Il #goofy3, quello del 2014, fu probabilmente l’esperimento più ambizioso in questo senso, come questa foto testimonia:

Di fronte a una platea di 488 persone Cuperlo, Meloni, Pancani, Bertinotti, Colletti (un local hero dei 5 Stelle) e Matteo (i lavori sono qui, e andrebbero visti da chi non li ha ancora visti e rivisti da chi li ha già visti, altrimenti non si capiscono tante cose).

Ricordo che al suo arrivo nei pressi del Serena Majestic Matteo si era organizzato un suo comizietto nella piazza attigua. Non erano tantissime persone, ma la cosa mi fece girare vorticosamente il cazzo: non volevo che la community e il lavoro dell’associazione venissero esposti politicamente! Volevo che restassimo un forum di discussione e di ascolto trasversale. Pensate quanto mi incazzai quando, nell’immediatezza dell’evento, i miei collaboratori misero in homepage, fra tutte le interviste girate durante i lavori, queste due:

“Ma come!? Ma qui facciamo tanto per non farci dire che non siamo trasversali, per cercare di far capire che se critichi l’euro non sei necessariamente un nazista, e voi mi mettete in prima Salvini e Alemanno? Ma almeno fatene uno di destra e uno di sinistra, no?”

Lebbasi, le fottute bbasi…

Però il dato c’era: mettere così tanti politici di fronte a così tante persone non era cosa da tutti. Ci voleva qualità, e ci voleva quantità. Noi, per fortuna, le avevamo entrambe.

Tuttavia… serviva veramente a qualcosa rivolgersi ai leader politici, in particolare a quelli di sinistra?

Intorno al 2015 li conoscevo ormai tutti, inclusi (ebbene sì) quelli del PD. Dal 2016 smettemmo di invitarli. La community aspettava qualcosa che desse uno sbocco politico alla sua ansia di cambiamento. Voleva, insomma, fare qualcosa, o che qualcuno facesse qualcosa. Così, il 18 gennaio 2018, accettai con riconoscenza la proposta di Matteo Salvini di candidarmi al Senato. Di tutti quelli che conoscevo, e li conoscevo tutti, l’unico che mi fosse sembrato cosciente dei problemi e affidabile era lui. Il 23 gennaio 2018 scrissi il mio post sul conservatorismo e poi andai alla Camera, in quel territorio per me all’epoca estraneo e ostile, nonostante da intellettuale lo avessi frequentato in lungo e in largo per incontri con tanti miei attuali colleghi, per la conferenza stampa di presentazione della mia candidatura. 

La mia paura era che la community non reggesse il trauma di questa presa di posizione. La sinistra la conoscevo: esattamente quel clero di ipocondriaci ottusi e conformisti della cui pericolosità sociale molti di voi hanno preso coscienza solo dal 2021. La community, evidentemente, non la conoscevo altrettanto bene. Io pensavo di rivolgermi a persone di sinistra, ma o voi non eravate di sinistra, anche quando vi dichiaravate per tali, o eravate di una qualità umana non so dire se superiore, ma certamente diversa da quella sinistra dei sinistri che conoscevo. Mi sorprendeste in bene, forse per il rapporto di fiducia personale che attraverso 2383 post, sei #goofy e innumerevoli altri incontri si era consolidato fra noi. Così come io avevo condiviso la vostra disperazione, così voi mi sostenevate nel mio salto nel buio. E, in effetti, la community andava crescendo: nel 2019 raggiungemmo, con 707 persone, e nonostante l’effetto del controverso “stacco della spina” estivo, il massimo delle presenze al convegno. Non era stato un problema che io mi schierassi a destra (qualche letteraccia arrivò, ovviamente, anche da colleghi accademici), non era stato un problema che mandassimo a stendere i 5 Stelle (che cosa sarebbe successo ve lo avevo ben detto qualche anno prima). Fu ovviamente un problema il COVID, che ci restrinse a 200 persone nel 2020 e nel 2021, e forse la fiducia a Draghi, di cui molti ancora non capiscono il senso, nonostante gli sia stata spiegata in lungo e in largo.

QED

In questi dodici anni ne abbiamo viste tante, e quasi altrettante ne abbiamo previste. Abbiamo visto che l’austerità avrebbe fallito, e perché avrebbe fallito: perché la crisi era una crisi da debito estero, non da debito pubblico. Abbiamo visto che Hollande avrebbe fallito, e perché avrebbe fallito: perché per risolvere il problema di deficit gemelli della Francia occorrerebbe mettere mano alle “riforme strutturali” (non potendo svalutare il franco che non c’è più), e questo ai francesi non piace tanto. Abbiamo visto che Tsipras avrebbe fallito e perché avrebbe fallito, abbiamo visto che la Finlandia sarebbe andata in crisi quando nessuno se lo immaginava, e il racconto degli operatori informativi nazionali era quello di una nazione prospera che a buon diritto pretendeva di prendersi il Partenone in pegno, e via dicendo.

Questo susseguirsi di previsioni azzeccate contribuiva a creare quel senso dell’immanenza di cui parla Acquarelli nel suo saggio, indicandolo come uno dei collanti della community. Ma in queste premonizioni non c’era nulla di messianico: l’economia, a differenza di quello che credono e affermano i cretini, è una scienza, e in quanto tale un minimo di valore predittivo ce l’ha. Certo, quella del XX secolo funziona meglio di quella del XIX secolo. Ma credo che valga un po’ per tutto: anche per le lampadine o per le locomotive, per dire! E va da sé che l’adozione di un paradigma economico non è una scelta meramente tecnica: se scegli di usare l’economia del XIX secolo è perché, più o meno implicitamente, ambisci a costruire una società del XIX secolo.

Fatto sta qui abbiamo visto che c’è un ragionamento che funziona, e un ragionamento che non funziona.

“Ma l’euro non è tramontato gne gne gne!” Eh, no, non è proprio così: l’euro è tramontato, svalutandosi pesantemente, e questa sua svalutazione ci ha condotto allo scenario attuale, con tutte le sue criticità, che ultimamente vi ho spiegato parlandovi dei banchieri filantropi! D’altra parte, quello che non avevamo visto, che non potevamo vedere, era la complessità del sistema, con l’inerzialità che consegue, nel voler imprimere una svolta radicale al sistema, dal dover allineare una quantità infinita di comportamenti. Alla fine, il problema è più culturale che politico, ma soprattutto non è tecnico. La prima legge di Bagnai (“tutto quello che ci dicono succederebbe se uscissimo dall’euro accadrà dentro l’euro”) la conoscevate credo tutti, ma la pandemia ci ha fatto fare un ulteriore passo avanti, facendoci capire che shock dell’ordine di grandezza di quelli che ci aspetteranno in caso di rottura traumatica del sistema li sopporteremmo, perché li abbiamo già sopportati due anni fa. Se riguardiamo alla luce di quello che ci è appena successo le simulazioni del paper del 2017 ci viene un po’ da sorridere. Quelli che sembravano scenari “forti” sono nulla rispetto a quello che ci è toccato di sperimentare. Ma aveva ragione Draghi: il capitale investito è grande, più grande di quello che potessimo immaginare dall’esterno, e i frutti si vedono, indubbiamente, come mostrava undici giorni fa il Financial Times:

ma non sono quelli previsti da Prodi. Sono quelli previsti da Krugman: l’Europa sta diventando giapponese, anzi, lo è diventata: è scivolata inesorabilmente nella deflazione, e quando i banchieri centrali se ne sono accorti era ormai troppo tardi.

E quindi?

E quindi dobbiamo dirci che irreversibile non vuol dire sostenibile, dobbiamo dirci che battaglia e vittoria non sono sinonimi, che quella della vittoria definitiva che ci porterà alla pace eterna è una pericolosa illusione, è esattamente il mito lugubre della Lue che ci dà Lapace, che il nostro destino è il conflitto, che il nostro impegno non è stato vano, se non altro perché è stato decisivo nel non peggiorare la situazione aderendo a follie come la riforma del MES, e che fra nove giorni ci vedremo a Montesilvano per il #goofy12, il cui programma è qui.

Qualche stanza ci dovrebbe ancora essere, ma abbiamo già ampiamente il numero legale: quello che accolse il panel “politico” che vi ho fatto vedere sopra, mostrandovi una foto dall’album di famiglia!

(…e ora buonanotte! La giornata è stata lunga, e domani avrete da studiare…)

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“Storia di una community” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Viaggio al termine della stanza

Buonasera, Alberto. Ho ascoltato la registrazione della stanza e ti volevo dire che è veramente traumatico sentire che c’è ancora gente che vuole “fare qualcosa”, ma non ha nessuna intenzione di uscire da casa: c’è chi pensa di cambiare le cose facendo stanze su “X, l’app del tutto”, chi vuole strappare “Repubblica” dalle mani di qualcuno (immagino un vecchio zio che dimora in salotto o qualcosa del genere), chi ci vuole convincere che gli uomini sono vittime di una società matriarcale… Sconcertante. So di essere sciroccato anche io, ma spero non fino a questo punto!

Per chi se lo fosse perso, è qui:

Molti di voi sono rimasti traumatizzati, molti altri hanno lodato la mia pazienza. Non ne vedo i presupposti. Non ci sono i presupposti del trauma, perché è sempre un po’ la stessa storia, e chi ha vissuto il Dibattito dovrebbe esserci abituato. Non ci sono i presupposti per trovare straordinaria la mia pazienza, perché nel farlo date implicitamente per scontato che con voi ce ne sia voluta di meno, ma basta andare indietro di qualche anno e guardare i vostri commenti ai miei post (e le mie risposte) per capire che forse ce n’è voluta di più. Un lavoro enorme, sovrumano, che ha però dato i suoi frutti.

La mia sensazione, così, a pelle, è che non tutto fosse spontaneo, che qualche “professionista” (della controinformazione) lì in mezzo ci fosse. Ma è una sensazione che smonto razionalmente pensando che i “semomijoni” non sono “mijoni”, per cui non so quanto potrebbe valere la pena di infiltrarsi al loro interno per diffondere urbi et orbi (soprattutto orbi) la geniale idea che si possa esaltare il proprio potere di indirizzo politico rifiutandosi di andare a votare! Certo, questo messaggio regressivo al potere fa comodo, a qualsiasi potere. Ma non c’è particolare bisogno, per diffonderlo, di infiltrarsi in una simile stanza.

E quindi, amici miei: è come sembra!

Loro sono così: così come ve li avevo descritti undici anni fa, così come sono sempre stati, e sempre saranno. Ci sono categorie eterne. Gli ortotteri sono una di queste:

Non vivono bene, e quindi dobbiamo compatirli, e non sanno aiutare né se stessi né (figuriamoci!) gli altri a vivere meglio, e quindi dobbiamo educarli.

Ma lo capite quanto è difficile?

Tutto parte dal non sapere che cosa sia successo in questo Paese negli ultimi 12 anni, tutto parte dall’ignoranza del Dibattito. Ma questa ignoranza non è certo una colpa: siamo noi che abbiamo tenuto nascosto il Dibattito perché non venisse infiltrato, degradato, vilipeso. Questo rischio, qui, c’è stato, ma è stato gestito, ed è solo per questo che, anche quest’anno, potremo ritrovarci e confrontarci in un contesto di qualità.

Aprire prudentemente il nostro hortus conclusus ad altri è un’operazione da fare con delicatezza e con gradualità. La stiamo facendo, già da quest’anno, e chi parteciperà potrà rendersene conto.

(…sul sito è stato pubblicato il programma, le iscrizioni sono riprese…)

(…P.s.: sei mooooooolto meno sciroccato di così. E infatti sarai salvato…)

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“Viaggio al termine della stanza” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

La fertilità del kazako

 (…se avessi bisogno di trovare passatempi, voi sareste un passatempo divertente e istruttivo. In realtà di cose da fare ne ho tante, ma quando qualcuno di voi dice qualcosa di stimolante non rinuncio a dargli retta…)

AR ha lasciato un nuovo commento sul tuo post “Disoccupazione, fertilità, pensioni”:

Manca ancora un pezzo. L’africa non ha mai smesso di avere TFR molto alti.

Il Kazakistan invece è sceso con la fine dell’ unione sovietica e poi risalito; cosa che non è riuscita ad altre ex RSS.

Magari è dovuto solo all’emigrazione di etnie a basso TFR (tedesca e russa). Ma merita l’approfondimento perché è un successo.

Pubblicato da AR su Goofynomics il giorno 2 nov 2023, 15:15

Non per altro, ma perché una certo dis-ortografia (africa…) rinviava a bassa scolarizzazione o bassa attenzione ai dettagli, sono voluto andare a verificare questa storia dei kazaki che si riproducono come leprottini… I dati sono qui:

e in effetti confermano che in Kazakistan il tasso di fecondità totale, dopo aver toccato un minimo alla fine degli anni ’90, ha ripreso quota. Fatto sta che la stessa cosa è successa, in varia misura, ai kirghisi, agli uzbeki, ai turkmeni (o turcomanni che dir si voglia), insomma, un pochino a tutti, e che con tutta questa ripresa i kazaki hanno raggiunto il livello dei tagiki, che sono sempre rimasti saldamente in testa alla classifica. Molto diversa la situazione di ucraini e azeri, ad esempio.

Ma torno su un punto: noi che lezioni possiamo trarre da Paesi così diversi dal nostro e che sono passati attraverso un processo di disgregazione dell’entità sovranazionale che li opprimeva? Forse che la fecondità totale è correlata all’altezza media sul livello del mare? O forse, più plausibilmente, che simili processi di disgregazione sono costosi nel breve periodo in termini economici e sociali, ma poi restituiscono un minimo di dignità e prospettiva alle singole comunità nazionali.

Una lezione che avevamo già appreso ed evidenziato seguendo tanti altri percorsi.

Ecco, come vedi ti ho dato retta, caro AR. Ma sinceramente continui a non convincermi.

Buon proseguimento.

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“La fertilità del kazako” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Disoccupazione, fertilità, pensioni

 (…nel giorno dei morti, occupiamoci dei non nati…)

Alberto49, in un commento al post precedente, ci ha sollecitato a occuparci di pensioni.

Mi sembra un’ottima idea, tanto più che io ora, nel mio nuovo ruolo, sono costretto a farlo. La nemesi mi ha colpito: io, che mi sono sempre ampiamente disinteressato del mio futuro, sono ora costretto a occuparmi di quello di tutti gli altri! Quindi, tanto vale condividere con voi, per esporla alla vostra peer review, la necessaria attività di studio che il mio ruolo richiede.

Comincerei condividendo con voi un’idea, in particolare un’idea sbagliata: quella che la demografia sia una variabile esogena rispetto ai processi economici, in quanto determinata esclusivamente o principalmente da fattori sociologici e culturali. L’idea, insomma, che se “le donne non fanno più figli” (frase che trovo piuttosto odiosa, perché sì, è pacifico che quella della maternità è innanzitutto, per definizione, una scelta della madre, ma il “fare figli” si inserisce di solito in un comune progetto di famiglia), la colpa sarebbe, stringendo, dell’emancipazione femminile, con varie declinazioni e sfumature, che vanno dalle (oggettive) difficoltà di conciliare la maternità con un percorso lavorativo, a considerazioni da bar più o meno deliranti sull’egoismo (?) delle donne moderne (considerazioni che si prestano anche a essere declinate in una insidiosa perché apparentemente meno delirante chiave progressista).

I dati, però, come vi avevo accennato in una diretta Facebook, ci raccontano una storia diversa, questa:

Quello in blu è un nostro vecchio amico, il tasso di disoccupazione, che ci ha dato fra le altre la soddisfazione di smascherare i veri bufalari (qui: ancora rosicano…). Quello in arancione è il Total Fertility Rate, in italiano tasso di fecondità totale, cioè il numero medio di figli per donna (misurato sulla scala di destra). Sì, ci sono stati in Italia anni in cui “le donne facevano” più di due figli e mezzo a testa (un esempio è mia madre che ne ha “fatti” tre). Erano gli anni in cui la disoccupazione oscillava fra il 4% e il 6%. Poi le cose sono andate come vedete. La correlazione fra le due serie è di -0.85, il che significa quello che vedete: quando aumenta la disoccupazione, diminuisce la fertilità.

Sarà una correlazione spuria, come quella fra numero di matrimoni e rondini in cielo (ci sono comunque degli outlier)?

Non credo, per due ordini di motivi: intanto, perché sotto questa correlazione c’è un buon modello teorico di cui ognuno di voi può verificare (spero non direttamente) la validità. Per disporsi non dico alla procreazione, ma almeno al suo presupposto, bisogna avere la testa sgombra di pensieri, e non sapere se domani si avrà di che sfamare se stessi non è esattamente afrodisiaco e non induce ad allargare la famiglia. Poi, perché l’intuizione del grafico è supportata da studi più accurati, come questo:

(notate la sottolineatura sulla disoccupazione maschile).

Non credo esista un problema di direzione del nesso causale. Difficilmente si può argomentare che il fatto che nascano meno potenziali lavoratori causi il fatto che ci sono più disoccupati!

Mi limito a osservare due cose.

Intanto, oltre all’evidente componente “semi-secolare” di declino della fertilità e aumento della disoccupazione, sono chiare anche delle componenti di medio o breve periodo. Si vede molto bene, ad esempio, che il declino del tasso di disoccupazione dal 1999 al 2007 è associato a una (timida) ripresa del tasso di fertilità, mentre la stagione dell’austerità, che ha riportato la disoccupazione oltre il suo massimo, ha riportato la fertilità al minimo (raggiunto in occasione del precedente massimo).

Poi, questa roba non riguarda solo gli italiani. Vi faccio vedere, su un campione purtroppo più corto perché non ho tempo di estendere le serie (bei tempi quelli in cui avevo tempo…), come stanno le cose in un insieme di Paesi sufficientemente diversi l’uno dall’altro per far capire che il fenomeno è piuttosto ubiquitario. Lo riscontriamo in Paesi mediterranei:

(correlazione -0.89), in Paesi meno mediterranei:

(correlazione -0.88), in Paesi senza un pressante problema demografico:

(correlazione -0.32, più debole ma significativa), ecc.

Preveniamo subito le solite obiezioni idiote: no, non sto dicendo che la fertilità dipende solo dalla disoccupazione, e quindi dalle politiche di austerità (incluse le politiche monetarie restrittive). Sto dicendo che dipende anche, e in modo significativo, dal contesto macroeconomico che queste politiche concorrono a determinare. Questo significa, in buona sostanza, che anche se una serie di misure “microeconomiche”, come tutte quelle che possono aiutare una donna (ma direi una coppia) a conciliare con il percorso professionale la scelta di procreare, sono necessarie, rischiano però di non essere sufficienti se non si affronta il problema macroeconomico, cioè se non si esce da un contesto istituzionale in cui la soluzione a ogni problema (che siano gli squilibri di bilancia dei pagamenti, che sia l’inflazione) è indurre una recessione (tagliando i redditi, alzando i tassi).

Perché è certamente possibile immaginare provvedimenti che tutelino il percorso di carriera di una donna, o meglio di una coppia, che decida di crescere un figlio, o almeno che ne allevi la posizione reddituale, ad esempio con sgravi fiscali più incisivi: resta il fatto, però, che se non c’è lavoro, tutelare il percorso di una carriera che non c’è non è di gran sollievo, esentare da imposte su redditi che non si guadagnano non incentiva moltissimo, e quindi i figli si continuano a non fare.

Naturalmente, se i figli non si fanno, il tasso di dipendenza aumenta, con le note conseguenze sulla sostenibilità del sistema pensionistico. Noterete quindi un simpatico paradosso europeo: preoccupata per il nostro debito, e in particolare per le passività implicite nel sistema pensionistico (le contingent pension liabilities), negli ultimi anni l’Unione Europea ci ha chiesto politiche che tendono a renderle meno sostenibili. Uno short-termism che rischiamo di pagare tutti, cioè non solo noi, ma anche loro, e che ritroviamo in tanti altri indirizzi politici che da quelle istituzioni provengono, ultimo, ma non meno preoccupante, il delirio green, che, come sapete, si sta rivelando una bolla che contribuirà ad aumentare (rendendoli insostenibili) quei costi dell’energia che si proponeva di abbattere. Un po’ come l’austerità ha senz’altro, per tanti canali (quello descritto qui è solo uno dei tanti), contribuito a rendere insostenibile il debito che voleva abbattere.

Il che ci riporta sempre al nocciolo della questione: siamo sicuri che se fossimo arbitri del nostro destino riusciremmo a fare peggio di così?

Io no, ma a differenza degli esperti da talk show lascio sempre aperta la porta al dubbio e alla discussione.

Dichiaro quindi aperta la discussione generale.

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“Disoccupazione, fertilità, pensioni” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

La gente non vuole complicazioni

 (…qui ho sempre accolto le vostre grida di dolore, ho sempre cercato di condividere la vostra amarezza, la vostra spossatezza, senza pretesa di indicarvi una soluzione, di offrirvi un rimedio, ma con l’umiltà di chi anche prima di essersi messo al servizio del Paese vedeva nella vostra sofferenza un suo fallimento e nella vostra impotenza un cocente rimprovero. Ho scelto io di espormi, e non mi sono mai sottratto alle conseguenze di questa esposizione, da ben prima che essa venisse formalizzata da una carica elettiva, e chi c’era lo sa. Quindi diamo la parola a Laura…)

Laura Di Lucia ha lasciato un nuovo commento sul tuo post ““Una volta c’era la Repubblica!””:

Prof, io qui mi sono sempre sentita a casa.

Sin da “i salvataggi” che non ci hanno salvato.

Tante volte ho trovato spunti per rielaborare ciò che la vita di tutti i giorni mi metteva davanti.

Oggi però, a 48 anni suonati, mi trovo con il nulla tra le mani e non risesco a capire (accettare) perché siamo stati sacrificati così.

Un’azienda fallita a causa della gestione scellerata della pandemenza.

Ho perso tutto: tutto ciò per cui avevo lavorato, tutto ciò che stavo costruendo.

Come me, tanti altri piccoli imprenditori.

Collaterals, giusto? Pazienza se dietro ci sono persone, famiglie.

E’ la guerra, bellezza!

Siamo stati la pulizia “dell’inefficienza invocata da quello bravo”.

Qui non si tratta (più) di grillanza, Prof.

Come si può credere che chi ha causato tanto male, possa ancora essere la soluzione?

Non è un attacco personale, né al partito, vorrei fosse chiaro.

Ho compreso i motivi di certe scelte e, anche se non li condivido, capisco non si potesse fare altrimenti.

A questo punto, se davvero non è possibile rimettere in equilibrio il piano, perché ci affanniamo così tanto?

Nel 2008 lehman brothers, nel 2020 la pandemenza, la continua instabilità politico-economica che impedisce qualsiasi programmazione a lungo termine. Non ho più strumenti e come me tante altre persone.

Quando poi parli con un carabiniere citando le fonti del diritto e questo ti guarda come fossi una scimmia allo zoo, capisci che l’utile idiota messo nei posti giusti, fa più danno della bomba H.

La nostra società è piena di utili idioti: nelle istituzioni, nei corpi armati, nei comuni… tra i cittadini rincoglioniti da Netflix.

Prof, siamo sempre stati più di uno, due o tre. La domanda che mi pongo è perché non si riesca ad andare oltre.

La questione è che la gente non vuole complicazioni ed è per questo che le avrà (e le infliggerà al prossimo).

La scarsa lungimiranza, il non vedere oltre il proprio naso, il volere la vita comoda. Ma come ha fatto l’umanità a diventare questo informe ammasso di cervelli in formalina? Quando hanno (abbiamo) smesso di chiedersi (/ci) il perché delle cose?

Come se ne esce? Semplice: non se ne esce a meno di un bel reset totale. Non è questione di colori politici, è proprio più una questione generale, di fondo, culturale.

Mi spiace essere tornata a lasciare un commento così disfattista, non è da me.

Passerà perché non so stare ferma a piangermi addosso però confesso che sto facendo tanta fatica, stavolta.

Intanto mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza (ateneo fisico), il resto si vedrà.

Chiedo venia per i pensieri sparsi e torno a fare da spettatore.

“Ciascun suoni, balli e canti,

arda di dolcezza il core:

non fatica, non dolore!

Ciò che ha esser, convien sia.

Chi vuole esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.”

Laura

Pubblicato da Laura Di Lucia su Goofynomics il giorno 26 ott 2023, 14:46

Dunque.

Qualche giorno fa ero a cena in un consesso molto esclusivo ed escludente, il che, considerando che l’inclusività è la bandiera dei piddini, mi faceva sentire relativamente a mio agio. Incidentalmente un alto, altissimo funzionario della Repubblica parlava della sua esperienza con la gestione della pandemenza in Spagna, in particolare a Madrid. Con un Governo di sinistra, quindi ipocondriaco, il Presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso, non essendo di sinistra, come è noto aveva ritenuto di adottare una linea non ipocondriaca. Non è poi così strano, mi verrebbe da dire (cit.): l’ideologia esiste e aiuta! Se la sinistra è ipocondriaca (e ancora più se sai e capisci perché è o si dichiara tale: per legittimare strategie di controllo del dissenso), e tu non sei di sinistra, dovrebbe venirti piuttosto naturale non essere ipocondriaco! Rimarcava, l’alto, anzi altissimo, funzionario, che questa linea meno ipocondriaca aveva salvato dal fallimento tante imprese, evitando che Madrid si riducesse alla stregua di altre capitali spagnole, dove il Pil era crollato. Alla mia domanda, porta sine dolo, quasi modo genitus infans, e con accento di ingenua, sincera curiosità: “Ma la mortalità non è stata più alta?” la risposta, che per educazione, e per non indurre sospetti, accoglievo con uno stupore di circostanza, era: “Assolutamente no, nei dati non si vedono differenze”.

Inutile dire che la risposta non mi stupiva.

Martedì 4 maggio 2021, su invito di Claudio, mi ero confrontato in videoconferenza con Ioannidis (questo). Non stiamo parlando di una di quelle fetecchie senza arte e con troppa parte, prive di titoli di studio e di produzione scientifica, che la compagna Boldrini, quando presiedeva la Camera bassa (e con lei infima) aveva legittimato come guardiane della rivoluzione, e che ancora ci troviamo fra i coglioni con l’altisonante nome di “fact-checker indipendenti”! Stiamo parlando di uno dei ricercatori più affermati in ambito epidemiologico. Quello che l’alto, l’eminente funzionario pubblico mi riferiva con un certo compiacimento, come una evidenza controintuitiva o comunque sorprendente, per me era la quintessenza dell’ovvio, e non credo di averlo mai nascosto.

“Ma allora sapevate tutto e ci avete sacrificatoooooh! Avete traditooooh!” e via dicendo…

Sento questa intonazione nelle parole di Laura, insieme a un certo “tuttismo”, la più grillina delle ideologie grilline, e mi dispiace.

Mi dispiace perché gli sforzi che abbiamo fatto per portare un po’ di buonsenso nel dibattito italiano non sono stati tutti esercitati dietro le quinte: qualcuno anche in prima serata televisiva, come questo:

(…era il 25 maggio 2021: all’epoca il parassitologo aspirante politico del PD si atteggiava a esperto indipendente. Fatto sta che noi ventuno giorni prima di questa trasmissione avevamo parlato con uno che aveva un h-index pari a tre volte e mezzo il suo, e quindi un’idea sull’attendibilità dell’aspirante parlamentare ce l’eravamo fatta, prima che certe aspirazioni si palesassero…)

Questo, Laura, te lo ricordi?

Perché se non te lo ricordi, magari dovresti dargli un’occhiata. Mentre se te lo ricordi non dovresti fare, come fai, di ogni erba un fascio.

“Siamo stati sacrificati”…

Da chi?

Chi era al Governo?

Chi cercava di dire parole di buonsenso?

Chi invece cercava disperatamente di soffocarne la voce?

Nell’ordine: vi hanno sacrificati Conte e Speranza. Al Governo c’era Conte col PD. Claudio, e nel mio piccolo anch’io, abbiamo cercato di portare avanti una voce di buonsenso (Claudio sul tema dei lockdown, io su quello delle terapie domiciliari e degli effetti collaterali). Formigli & friends hanno cercato di soffocare le nostre e altre voci con una campagna di squadrismo mediatico non priva di precedenti (se sei veramente qui dai tempi dei “salvataggi che non ci salveranno”, allora forse dovresti ricordare lo squadrismo di cui furono e sono vittima i “noeuro”…).

Alla tua accorata domanda “Come si può credere che chi ha causato tanto male, possa ancora essere la soluzione?” io non ho altro da risponderti se non che io non ti ho mai detto, né ti ho mai chiesto di credere, che Conte, Speranza, o Formigli, potessero essere la soluzione. Perché la causa sono stati loro, e la nostra opposizione a loro e ai loro congeneri è sufficientemente documentata, tanto che, con tutto il rispetto, mi sono anche rotto i coglioni di dover ogni volta ritirar fuori gli stenografici e i video di quel periodo per chiarire che cosa ho detto e fatto, come pure di dover tirar fuori il pallottoliere per spiegare che in democrazia non si vota a minoranza.

Se nel 2020 al Governo c’era un ortottero la colpa non è mia e probabilmente nemmeno tua, ma, di converso, se è successo quello che è successo la colpa è certamente di chi ha fatto sì che nel 2020 al Governo ci fosse un ortottero e non una Ayuso.

Full stop.

Che la filosofia dello “scrollare l’albero per far cadere le mele marce”, la filosofia del riavvicinare l’individuo “al contatto diretto con la durezza del vivere”, fosse e sia la filosofia politica del PD, e che di questa filosofia il progetto europeo fosse lo strumento, chi ha voluto lo ha imparato qui. Che questa filosofia incontrasse tutto il mio disprezzo dovresti saperlo: non l’avrei portata alla vostra attenzione se non l’avessi ritenuta esecrabile e socialmente pericolosa perché destabilizzante.

Ti sto dicendo che nel mio partito questa consapevolezza è unanimemente condivisa ed è sempre portata alle sue logiche conseguenze?

No, non ti sto dicendo questo.

Ma ti sto dicendo che se da un lato c’è un partito (quello in cui mi onoro di militare) che ha un suo dibattito interno, e in cui peraltro milito perché il suo leader mi ha voluto a bordo (cosa non banale), dall’altro è assolutamente evidente che chi ti ha voluto schiacciare è stato il PD, che è anche quello che poteva schiacciarti perché era al Governo. Quindi il primo “reset culturale” che chiedi agli altri temo che debba farlo tu: capire che non siamo tutti uguali. Capire che non basta avere la “Veritah” per convincere gli altri a seguirti. Capire che l’indirizzo politico lo esercita (abusivamente) che ha il controllo dei mezzi di informazione, e chi ha il potere di mettere dentro i politici.

Questi sono dati.

“La gente non vuole complicazioni”, dici tu.

E, coerentemente, tu sei la prima a semplificare: ci avete sacrificati, #aaaaabolidiga ci ha sacrificato, #nonvivotopiuuuuh, e via dicendo. La gente fa bene a non volere complicazioni! Il mondo dovrebbe funzionare così. Le complicazioni dovrebbero essere gestite e intermediate appunto dai corpi intermedi, fra cui i partiti. Non è concepibile un mondo in cui ogni elettore (ma anche ogni eletto) debba essere virologo, epidemiologo, ingegnere nucleare, astrofisico, ecc. E un appuntato dei carabinieri, che tu ci creda o meno, non deve essere un fine costituzionalista, e forse è anche un bene che non lo sia, considerando che i fini costituzionalisti sono per lo più degli idioti semantici incapaci di distinguere fra due concetti così distanti come quello di limitazione e di cessione! Tutti gli agenti dell’Arma che conosco (per non parlare dei sottufficiali e degli ufficiali) sono culturalmente molto più avvantaggiati dell’ordinario mediano di diritto costituzionale, mia cara, e capiscono certe dinamiche molto meglio degli operatori informativi. Ma se anche così non fosse, capisci che il mondo non può funzionare così, che la retorica della disintermediazione e la sua cugina bastarda, la retorica della coNpetenza, hanno un fine comune: sabotare la democrazia rappresentativa. Non c’è nulla di malsano nel non volere “complicazioni”. Quello che è, oggettivamente, malsano, è l’aver scardinato il meccanismo della rappresentanza e il sistema dei corpi intermedi. Molti corpi intermedi hanno dato ampia prova negli ultimi anni e decenni di non essere completamente attendibili, avendo fallito nei propri risultati dichiarati, o avendo dimostrato di perseguire obiettivi non dichiarabili: i sindacati, gli ordini professionali, il sistema delle cooperative, i media, le ONG… Ma di tutte le categorie di corpi intermedi, una ed una sola è sulla graticola da trent’anni: il sistema dei partiti. Perché? Perché è quello che in teoria dovrebbe selezionare ed esprimere i vostri rappresentanti. Colpirlo, definanziarlo, denigrarlo, serve solo a indebolirne il ruolo. E tutti voi, tutti noi, abbiamo lasciato che i nostri rappresentanti venissero indeboliti, credendo che questo ci avrebbe reso più forti.

Come abbiamo potuto essere così stupidi?

Questa è materia per gli storici.

Il nostro problema è risalire la china.

Decidere se contare spetta a noi. E se vogliamo contare qualcosa dobbiamo attribuire le responsabilità in modo corretto e presentare il conto al momento giusto, che è sempre quello delle elezioni.

Chi vi dice “sò tutti uguali” vuole fottervi. Ve l’ho sempre detto e dimostrato (vi misi in guardia dai grillini otto anni prima che la loro gestione della pandemenza aprisse gli occhi a tante belle addormentate…). Qui non si tratta di disfattismo. Capisco che tu sia amareggiata, prostrata, sconfitta, e ne soffro con te, come ho sofferto con tutti quelli che hanno condiviso con me le loro vicende, che hanno cercato qui ascolto e umana comprensione.

Ma non siamo tutti uguali.

Il vostro nemico di classe, quello che ha nel DNA lo sterminio dei kulaki, è il PD.

Punto.

La risalita della china comincia da qui. Sono infinite la testimonianze di disprezzo del PD per il sistema delle piccole e medie imprese, per i commercianti, per gli artigiani, per quelli che loro chiamano “bottegai” e i loro alleati “prenditori”, visti come una palla al piede, visti e descritti come un ceto parassitario.

E allora basta: sta a noi rendere lo scontro uno scontro non impari. Se a sinistra candidano per una qualsiasi posizione un qualsiasi oggetto, quelli di sinistra vanno a votare e lo votano. Funziona? No! Basta guardare che cosa sta succedendo a Roma! Ma se, come dici tu, e come è effettivamente vero, il problema è culturale prima che politico, allora dovete creare voi le condizioni perché chi per primo si è posto e ha posto alla vostra attenzione il problema culturale (cioè io, Claudio, Antonio e pochi altri) possano risolverlo.

La pandemia ha dimostrato quanto sia pericoloso avere le persone sbagliate al posto sbagliato nel momento sbagliato. La soluzione, quindi, secondo te, sarebbe mandare a votare solo chi vota per le persone sbagliate? Vuoi dire questo? Sei certa che la tua risposta sia questa? O sono io che ho capito male?

Siamo qui per parlarne…

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“La gente non vuole complicazioni” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Gli sciroccati e la sanità

Torno su un argomento talmente incontrovertibile da stupirsi che ci sia chi lo trova controverso. Stupore che si vena di amara tristezza quando constati che chi cerca di difendere la posizione del PD è persona che non solo ci ha seguito per molto tempo, partecipando alla vita del Dibattito e conducendo un esperimento di divulgazione che resta interessante, ma è anche persona matematicamente alfabetizzata, da cui quindi certe sciocchezze (perché tali sono, spiace dirlo) non te le aspetteresti. Anzi! Proprio perché l’uomo la matematica la sa, il fatto che se ne esca in un certo modo fa capire quanto egli sia tutto pervaso di un risentimento livoroso la cui natura non riesco a decifrare: ideologica (lo ho deluso accettando la candidatura con la Lega?), umana (gli ho fatto mancare carezzine sul capo e bacini sul collo?), politica (non mi sono dato fuoco quando il mio partito ha deciso di entrare nel Governo Draghi)? Inutile dire che si tratta di una delle tante persone che hanno il mio indirizzo email, e forse anche il mio numero di telefono, una persona che mi ha accolto a casa sua, e che ora sparla in giro di me nel cesso ex-azzurro (ma sempre cesso).

Se c’è un problema, fra uomini magari se ne parla, no?

No.

Si preferisce insinuare, denigrare, diffamare, a mezze parole, senza argomentare, affidandosi al fatto che qualcosa sfugga.

Tristezza, delusione…

Comunque, veniamo al fatto, che è un fatterello, ed è questo:

Che quella del buon Giorgio sia una insinuazione sciocca credo sia evidente a tutti, ma chiarisco per i meno esperti. Gli anni considerati sono stati a inflazione bassa o bassissima. Questo significa che “tenere conto dell’inflazione”, nel caso in specie, significa dividere per una grandezza quasi costante o comunque il cui profilo evolve con estrema regolarità, e che pertanto non è in grado di alterare la localizzazione del punto di svolta nella dinamica della spesa sanitaria, che coincide sostanzialmente con l’avvento di Monti e con l’inizio della stagione dell’austerità.

Solo un illetterato o un troll potrebbe chiedere un simile approfondimento, ma siccome noi siamo di animo buono non abbiamo difficoltà a fornirlo.

Qui sopra, per chi lo desideri, il dato nominale è confrontato con quello a prezzi 2015 (il che, come vi dicevo, non altera la localizzazione del punto di svolta, ma eventualmente ne accentua il profilo), e qui sotto invece è confrontato con quello a prezzi 1995:

dove ovviamente appare più evidente quanto l’occhio esperto desume anche dal grafico precedente, ovvero che la crescita della spesa pubblica sanitaria totale è stata più lenta in termini reali che in termini nominali, ma non si sfugge al dato graniticamente iscritto nei numeri, ovvero che a riportarci e mantenerci indietro è stato il PD (il punto di svolta, com’è ovvio, resta lì: attorno al 2011).

Devo dire la verità: nella community ci sono anche tante persone limpide. Tuttavia, quando accade roba di questo tipo, mi chiedo se sia valsa la pena di perdere tanto tempo qui. Perché, certo, so che esiste una maggioranza silenziosa, quella che magari incontro per strada girando per il Paese e cui posso stringere la mano. Ma questa minoranzucola rumorosicchia di personcine che pur di darmi torto stuprano i dati per dar ragione al PD sinceramente, se non ci fosse l’opportunità di considerarla come un curiosum psicanalitico (l’uccisione del padre?), sarebbe un dato scoraggiante, anzi, no, questa non è la parola esatta: la parola esatta è nauseante, tale da indurre un senso di nausea più o meno sartriana.

Vorrei tanto capire perché la gente si comporti così, ma purtroppo ho altro da fare. Chi si fida sa che quanto sto facendo lo sto facendo nell’interesse di tutti e al meglio delle mie possibilità (chi non si fida potrà avere per tabulas al #goofy12 la dimostrazione del fatto che se non avessi lavorato così la riforma del MES sarebbe stata ratificata a gennaio 2019). Chi però dubita della mia buona fede ha tutto il mio più cordiale e sincero disprezzo, cui non credo di dover aggiungere anche il mio tempo, che non posso dargli semplicemente perché non ne ho.

(…devo una risposta a Lucia, che invece se la merita. Seguirà anche quella: i pochi che hanno capito il post precedente capiranno anche perché devo dedicare ad altri il mio tempo…)

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“Gli sciroccati e la sanità” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Meno due (qualche anticipazione sul #goofy12)

(…meno due giorni al click day…)

Suggerirei caldamente di dare un’occhiata a questo:

anche se a ben vedere chi voleva (non poteva, tutti possono: voleva) capire quello che spiego lo ha già capito, e a chi non vuole auguriamo buon proseguimento altrove.

Il FIN DAY è andato piuttosto bene, nonostante che un certo numero di voi (quelli che hanno abbandonato il cessetto azzurro e non si fidano del suo restyiling) non avesse idea che fosse stato indetto e quindi non abbia potuto partecipare. Fatto sta che io sono reduce da un settembre piuttosto intenso, in cui non ho potuto mantenere alta l’interazione con voi, e quindi quelli che sono abituati a ritrovarsi qui in molti casi non hanno preso nota dell’annuncio che pure era stato dato.

Meglio così: la prossima volta, ove fosse necessario, con più lavoro si avrà maggiore risposta.

Della community che non esiste si è parlato in riunioni ristrettissime e in riunioni di gruppo, e come Claudio vi aveva preannunciato la community inesistente ha suscitato stupore anche in chi in effetti avrebbe dovuto essere conscio della sua esistenza, perché aveva avuto il privilegio di essere da lei accolto, e curiosità, talora arginata dalla barriera di nervosi sorrisetti di sufficienza, talaltra animata da un genuino spirito di comprendere. E forse sarebbe anche ora che qualcuno comprendesse. Perché, molto banalmente, quello che per noi era, è, e sarà normale, cioè riempire le sale, per altri non lo è. I numeri logorano chi non li ha. E quelli più vecchi in termini di militanza, e più onesti intellettualmente (non li cito per non metterli in difficoltà), mi hanno confessato, forse un po’ ingenuamente, ma con accenti di sincerità, che per loro, che erano da tempo impegnati in un percorso politico che aveva avuto alti e bassi, entrare in questa sala:

era stata un’esperienza marcante: “Era un po’ che non vedevamo così tanta gente, ed era gente che non conoscevamo!” Evidentemente ci sono politici che riescono a vedere le persone che non ci sono (cioè voi!): potremmo chiamarlo il sesto senso. Ci sono anche politici che non capiscono da dove venga e che cosa sia il consenso che li ha portati dove si trovano: ce ne sono a Roma, ma anche e soprattutto in giro per l’Italia. L’esperimento fatto da Borghi non pretendeva di essere risolutivo, ma sicuramente ha indotto molti a porsi delle domande. Anche in questo caso, chi non vuole capire non capirà, ma chi invece desidera, ora può farlo.

Tutte le idiozie dei politologi sull’elettorato fluido possiamo arrotolarle e rispedirle al mittente: voi non siete fluidi, voi volete graniticamente essere liberi, e lo volete in gran parte perché, e da quando, qui vi è stato fatto vedere da quante e quali catene eravate e siete avvinti. Il fatto che ci siano stati dei necessari arretramenti tattici per i motivi descritti nel primo video, arretramenti che avrebbero lasciato gente sul terreno, come era inevitabile e come personalmente avevo evidenziato in segreteria politica (in buona compagnia: con Siri), ha determinato sbandamenti. Ci sono persone che non capiscono nemmeno ex post che cosa è successo, quanto fosse vitale evitare che si riproponesse a Roma lo schema di Bruxelles, la maggioranza Ursula, una maggioranza che avrebbe dato immediata via libera a ius soli, legge Zan e patrimoniale. Non è così difficile capire che la nostra presenza al Governo rendeva impraticabile per FI collassare sulle posizioni del PD, cosa che invece sarebbe stata estremamente agevole e facilmente giustificabile se al Governo ci fossero stati tutti tranne i “fascisti” (cioè FdI e noi). Il progetto politico de iBuoni sarebbe stato agevole se iBuoni e iCattivi fossero stati demarcati da una linea netta. Ma questo lo abbiamo reso impossibile: entrando nella compagine de iBuoni, iLekisti cattivi hanno scombinato lo schema, costringendo la componente di centro del Governo Draghi a dover scegliere se schierarsi con la sinistra o la destra “di Governo”, e quindi a dover segnalare ai propri elettori se fosse attratta dalla sinistra o dalla destra.

Il nazareneggiamento è diventato così impraticabile, ed è questo che ci ha salvato il portafoglio e altro che non specifico per eleganza.

Ma, ovviamente, a chi non l’ha capito ex post, non avremmo certo potuto chiedere di capirlo ex ante.  

Inevitabilmente qualcuno ha pensato che la sua domanda di libertà fosse stata elusa, con l’aggravante che a frustrare questa legittima aspettativa sembrava fosse proprio chi l’aveva fatta sorgere e alimentata. Esito previsto perché prevedibile. A chi vuole ragionare faccio invece osservare che il risultato oggettivo della nostra mossa è che ex post il gioco si è completamente rovesciato: ora siamo nelle condizioni di portare a Bruxelles lo schema di Roma: un centrodestra composto da tre partiti e contrapposto alla melma rossoverde. Il contrario di quello che il PD voleva, di quello che siamo riusciti ad impedire. E se lo schema di gioco si è rovesciato è anche perché qualcuno di noi, pur essendo pienamente consapevole dei rischi che si sarebbero corsi in termini di tenuta elettorale (a differenza delle oche giulive che realmente credevano che laggente amassero Draghi), ha accettato di stare per un anno e mezzo con la testa sott’acqua (come spiego nel primo video), impegnandosi a non minare la compattezza della squadra da cui era stato accolto. Farsi triturare dai giornali più di quanto non abbiano fatto non avrebbe avuto minimamente senso, avrebbe indebolito non le oche giulive (cui il conto sarebbe stato chiesto dal tempo, unico giudice della politica), ma noi (fra gli applausi tanto scroscianti, inebrianti, quanto inutili della turba vociante nel cessetto azzurro, cioè dello zero virgola dei votanti italiani).

Insomma: di quali siano gli snodi tecnici da percorrere per poterci dire nuovamente liberi se n’è parlato per anni e non mette conto continuare. Ripeto: chi voleva capire ha capito. Se vedete altri percorsi politici verso la libertà sono qui per ascoltarvi. Ma se non volete capire che cosa è successo, temo che non potrò esservi di aiuto. La grillanza ha una sola cura: tanta, tanta sofferenza, come diceva Céline. Non posso certo somministrarvela io, più per motivi di tempo che per i pur decisivi motivi etici, e preferirei comunque che non fosse necessario!

Fra due giorni avrete un’altra possibilità di segnalare la vostra esistenza in vita: il click day. Suggerisco di non perderla. Il goofy di quest’anno torna allo schema classico, da sabato pomeriggio a domenica pomeriggio. Una scelta che abbiamo fatto su richiesta di tanti che per motivi pratici (logistici, economici, lavorativi) non riescono ad allontanarsi tre giorni da casa. Torniamo all’antico anche proponendo una significativa presenza internazionale, che negli anni del COVID avevamo abbandonato, per motivi pratici e organizzativi. Sentiremo quindi nuovamente lo schiocco dei ricevitori sul pavimento della sala, che però non sarà quella del Serena Majestic, ma quella dell’albergo accanto (il che ha richiesto un ulteriore sforzo organizzativo, per descrivere l’evento, fare sopralluoghi, ecc.).

L’evento è diviso in due sezioni: scenari e narrazioni. Gli scenari che analizzeremo sono due: dedollarizzazione e inflazione. Le narrazioni che decifreremo sono due: progresso e transizione. Con chi lo faremo in parte lo sapete, e in parte lo saprete. Vedrete relatori che conoscete già, e conoscerete relatori che non conoscete ancora. In tanti anni dovreste aver imparato a fidarvi e quindi non ho particolare bisogno di imbonirvi con annunci strepitosi (che pure potrei fare). Di chi non si fida di me ho imparato da tempo a non fidarmi, e se resta a casa mi fa un insigne piacere! Il dato è che alla fine, nonostante (o grazie a) tutto l’impegno che lo staff di a/simmetrie ci mette, la qualità dell’evento la fate voi. E siccome le ultime travagliate vicende cui accennavo qua sopra ci hanno separato dalla zavorra di un discreto numero di #ppdm, sono certo che l’edizione di quest’anno sarà, come ogni anno, migliore della precedente. Il Migliore una cosa buona l’ha fatta: ha reso il #goofy una zona defetecchizzata (nella misura di quanto umanamente possibile).

Approfittiamone smodatamente, e passiamo un bel weekend insieme!

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“Meno due (qualche anticipazione sul #goofy12)” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Altri appunti

(…le cose da fare sono tante. Intanto, facciamo il punto della situazione…)

(…bella l’austerità, vero? E in effetti ha funzionato come doveva funzionare. Il dato di agosto, col tasso di disoccupazione al 7,43%, ci riporta ai livelli del febbraio 2009, quando la disoccupazione, sei mesi dopo il crollo della Lehman Brothers, qui in Italia era al 7,46%. Siamo tornati indietro di 14 anni, e in questo, come in altri casi, tornare all’antico è effettivamente un progresso…)

(“…gnegnegnè, ma quello che conta è il tasso di occupazione!” Il tasso di occupazione è il rapporto fra occupati e popolazione totale. Lo vedete qui, coi dati dell’ISTAT. Il livello raggiunto ad agosto, pari al 61,5%, è il massimo storico rilevabile sui dati mensili pubblicati nei siti ISTAT e OCSE, che partono rispettivamente dal 2004 e dal 2005…)

(…certo, i dati trimestrali OCSE ci dicono che in termini di tasso di occupazione l’Italia non è messa bene. La sua posizione relativa, inizialmente di circa 8 punti più bassa rispetto a Germania e Francia, si è deteriorata nel tempo, in particolare quando il tasso di occupazione tedesco è decollato in seguito alla riforma del mercato del lavoro – i famosi “minijob”, ve li ricordate? – e poi quando il nostro tasso di occupazione è andato in picchiata a seguito delle politiche di austerità. La storia è sempre quella, da qualsiasi angolo la si veda. Le politiche fatte “pensando alle generazioni future” (?) hanno aggravato le condizioni di arretratezza relativa di queste ultime. L’idea che si possa fare il bene dei figli facendo il male dei padri è stata instillata nei figli in ogni modo possibile, e ha abbastanza attecchito, ma non tiene né sotto il profilo logico né sotto quello statistico: nel mondo di oggi vivono i padri coi figli, e quindi chi peggiora oggi le condizioni di vita peggiora anche quelle delle generazioni future…)

(…tuttavia, i dati sul tasso di disoccupazione ci confortano in qualche modo. Qui l’anomalia, apparentemente positiva, è costituita dalla Germania, che viaggia attorno al 3%. Non so come potrà sopire le tensioni inflazionistiche con un tasso di disoccupazione così basso, ma lo scopriremo strada facendo. Da noi la disoccupazione, che era maggio 2021 era ancora a due cifre, è scesa più rapidamente che in Francia e ora è al livello di quella francese, ma in calo, mentre quella francese è in lieve aumento…)

 

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“Altri appunti” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Appunti

A margine delle inevitabili polemiche sulla NADEF sarà utile tenere presente in che cosa si sono tradotte le politiche di austerità a seguito del precedente shock, quello del 2009: in un rientro del deficit a ritmi forsennati, dal -5,1 del 2009 al -2,9 del 2012, mentre gli altri se la prendevano comoda (ad esempio la Francia, che fece rispettivamente -7,1 e -5,1). Allora potevano farlo, perché erano in posizione di relativo vantaggio. Ora, con la Germania in recessione e con i rispettivi Governi nazionali in calo verticale di consenso, magari abbaieranno ancora di più (per strizzare gli occhi ai loro cittadini), ma sicuramente possono mordere di meno, e quindi l’Italia può fare la cosa giusta, o comunque quella meno sbagliata dato il contesto: rientrare dal deficit in modo meno aggressivo. Le regole europee passate, presenti e future lo consentono (altrimenti la Francia non l’avrebbe fatto) ma soprattutto lo consentono le circostanza.

Chi se ne duole vuole l’austerità.

Non c’è altro da aggiungere.

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“Appunti” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Il Bagnai invisibile

 (…giornata complessa! Sveglia all’alba, di corsa a Chieti per terminare l’allestimento di un piccolo ufficio che cercherò di tenere aperto – promessa fatta in campagna elettorale e mantenuta – poi al ritorno passaggio a Tocco da Casauria per procurarmi un saggio dell’artigianato locale, poi cena ristretta a Roma, ora a letto. Il tutto farcito da una raffica di telefonate da e per consiglieri regionali, sottosegretari, presidenti di varie entità, esponenti dell’alta e della bassa amministrazione. Al termine di una di queste telefonate esprimo il desiderio di incontrare di persona l’interlocutore, che ricambia, sostenendo con accenti di verità di seguire da tempo con attenzione e interesse i miei interventi. Lo ringrazio: “Le sono grato per questo attestato di stima verso il Bagnai visibile! Oggi ha potuto conoscere anche il Bagnai invisibile, quello che in silenzio, nell’ombra, aiuta le persone a parlarsi e a capirsi, per prevenire o risolvere problemi. È un’attività che non sommuove le masse, ma spero che possa esserle stata di qualche utilità.”

Perché come voi non esistete, così non esiste più la maggior parte di me, ormai risucchiata da un vortice di minuzie di cui una volta ignoravo l’esistenza, e che ora sono la mia vita, e di cui devo interessarmi non solo per lealtà al mio capo, che me lo chiede, ma soprattutto per lealtà a me stesso, che continuo a detestare le cose fatte a cazzo! Un po’ di ordine, di metodo, di razionalità. Le stesse virtù necessarie per montare i mobili della nota multinazionale: virtù che nessuno, a giudicare dai risultati, possiede, forse perché il vantaggio di praticarle non è immediatamente evidente!…)

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“Il Bagnai invisibile” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Dal FIN DAY al click day

 (…chiedo scusa per la mia latenza. Il mese di settembre è stato piuttosto denso: fra l’elezione in Commissione Enti Gestori, gli impegni sul territorio, qualche affare di famiglia da risolvere, sono in debito di parecchie risposte a tutti voi, e ho indietro almeno tre post, due tecnici e uno politico. Oggi però, piuttosto che rispondervi, #urge parlare di politica…)

La quarantesima settimana del 2023, quella dal 2 all’8 ottobre, sarà particolarmente importante per la community che non esiste e che, non esistendo, non ha potuto dare vita al dibattito sull’opportunità di aderire o meno alle magnifiche sorti e progressive del progetto europeo, né tantomeno a quel movimento culturale e politico che i coglioni chiamano sovranismo, e noi chiamiamo rispetto vero della Costituzione del 1948.

Che la community che non c’è non c’entri nulla è possibile (non) dimostrarlo adducendo ampia (ed inesistente) documentazione iconografica:

e video:

(tratta da qui).

Chiaro?

Forse no, quindi per evitare equivoci, o equinozi, come direbbe un giornalista dell’ANSA:

che sugli equinozi equivoca, ma anche su tutto il resto, forse sarà meglio per un momento abbandonare la filastrocca del blog che non c’è, con cui irridiamo l’atteggiamento tattico di certi operatori informativi, e dire le cose piatte, come stanno, sviluppandoci dall’inviluppo delle doppie e triple negazioni.

Se la politica italiana ha preso una certa direzione, questo è dovuto in parte magari non determinante, ma certamente non trascurabile, al fatto che qualcuno, scrivendo un libro che ha occupato la testa della classifica Amazon per settimane, come ricorderete, vendendo circa 25000 copie, sbattendosi per studi televisivi e blog “de sinistra” e “de destra”, parlando a tutti, dai monarchici ai comunisti, con uguale rispetto e con uguale competenza, ha guadagnato l’autorevolezza per far sedere intorno a un tavolo nella Sala del Nord del Serena Majestic di Montesilvano, di fronte a 475 persone, politici di tutti gli schieramenti, alcuni dei quali, all’epoca, non era certo che avrebbero superato la soglia di sbarramento elettorale, e ora sono premier e vicepremier. Nel 2014 ero così fiero di aver attratto a Montesilvano Bertinotti (chi?) e Cuperlo, quello stesso Cuperlo che ora saluto con affettuosa ma distratta cortesia mentre solco a grandi falcate il Transatlantico per andare in Commissione o tornare a San Macuto (e che in casa sua ha qualche lettore del blog inesistente)!

A ripensarci mi faccio tenerezza!

Una platea non enorme, quella del 2014 a Montesilvano, inferiore, ad esempio, ai 578 che si sarebbero riuniti due anni dopo, ma la cui tensione emotiva e intellettuale era palpabile, incuteva rispetto, e induceva a riflettere su dove fosse il consenso, su quali temi appassionassero gli italiani che votano, quelli disposti a fare un viaggio di ore per ascoltare non politici, ma argomenti, per assistere non a comizi, ma a seminari, pagandosi il viaggio e dividendosi le spese congressuali. Una cosa simile, allora come oggi, nessun partito era in grado di realizzarla, e questo impressionava i politici, sempre alla ricerca (a differenza di chi vi scrive) del consenso. Il consenso è fatto di numeri, e sta a chi desidera indirizzare le cose in una certa direzione dimostrare che quella direzione è sostenuta da un forte consenso.

La potenza della community che non c’è aveva colpito altre volte i politici.

Mi ricordo ad esempio che all’uscita del midterm del 2014 Giorgio La Malfa, nel salutarmi, mi chiese se avessi mai pensato di dare uno sbocco politico al consenso che avevo raccolto, perché, mi diceva, la presenza di queste persone esprimeva una domanda, e a quella domanda bisognava rispondere. La mia posizione all’epoca era semplice e condivisa con voi: non ero io a dover rispondere. Famoerpartito non era una soluzione, era una barzelletta (ne abbiamo avuto poi ampia prova). Erano i politici cui mi rivolgevo, nel rispetto di tutte le posizioni, a doversi far carico della risposta, e lo avrebbero fatto se avessero percepito che c’era una domanda. Sale piene i politici non ne vedevano e non ne vedono spesso. Esattamente come noi non vediamo mai sale vuote.

Quindi c’erano ampi spazi per uno scambio Pareto-efficiente.

Ma ciò era possibile perché qualcuno (io) aveva creato un mercato: era riuscito a rendere percepibile a qualcun altro (i politici) la presenza di una domanda, la vostra ansia di libertà e di autodeterminazione, il vostro desiderio di impegnarvi, di combattere con le armi della democrazia per ridiventare arbitri del vostro destino. In altre parole, l’enorme rilevanza, anche elettorale, di temi che secondo comunicatori e sondaggisti (il marcio cancro della democrazia) non appassionavano la mitologematica “sciura Maria”, l’alfa e l’omega dei comunicatori quelli bravi, la bussola senza ago con cui si orientano nel mare delle vostre aspirazioni (salvo poi lamentarsi quando portano il loro naviglio a impantanarsi nel Mar dei Sargassi dell’astensionismo).

Ci sono modi propositivi, intelligenti di rendere visibile il consenso, così come ci sono modi cretini di farlo.

Abbiamo stigmatizzato più volte il modo stupido, petulante e controproducente che alcuni hanno di imprimere al dibattito una certa direzione: andare sui canali social a insultare o infastidire chi la pensa come loro! Non è spiegando a me perché l’Unione Europea e l’euro non funzionano che farete cambiare le cose, semplicemente perché se lo sapete è perché ve l’ho spiegato io, o qualcuno che lo ha imparato da me (o al limite da Giorgio La Malfa). I famosi “cacciatorpedinierini” di Borghi, insomma: i coglioni narcisisti sulla cui psicopatologia ci siamo lungamente intrattenuti, e non mette conto tornarci sopra, anche perché sono irrilevanti quanto i loro metodi di influenzare il dibattito.

Parliamo invece dei metodi intelligenti: alla fine, questo non è un blog di psichiatria (se pure, nell’analizzare l’eurismo, abbia utilizzato anche le neuroscienze)!

Senz’altro è un modo intelligente di evidenziare il sostegno verso una certa tesi quello scelto da Claudio per far notare che di MES non ne vogliamo tanto sapere. Ne abbiamo parlato qui, e il fatto che questo tweet sia arrivato a 2,3 milioni di visualizzazioni non è irrilevante in termini politici (e infatti è stato notato). Vi sfido a trovare il tweet di un altro politico italiano che abbia attratto così tanta attenzione. Non c’è, semplicemente perché gli altri politici vi parlano di cose che vi interessano secondo sondaggisti e comunicatori, cioè di cose che non vi interessano.

La prossima settimana vi offre altre due opportunità per indirizzare in modo intelligente nella direzione giusta il dibattito politico alla vigilia della campagna elettorale per le europee. Lunedì 2 ottobre ricorre infatti il FIN DAY, e domenica 8 ottobre il click day.

FIN DAY

Cosa sia il FIN DAY è spiegato qui:

E qui sarà forse opportuno spendere una qualche parola a favore di una specie particolarmente perniciosa di intelliggenti(TM), quelli che “io ti voto/sostengo perché sei tanto bello, tanto bravo, tanto intelligente [NdCN: tradotto: mi fai sentire tanto bello, tanto bravo, tanto intelligente…] ma il tuo partito non posso votarlo/sostenerlo!” Sì, sto parlando dei fantasiosi teorizzatori del “parlamentare forte nel partito debole”.

Le cose purtroppo non funzionano così: se il partito è debole, il parlamentare, per quanto possa sbattersi, in qualsiasi trattativa peserà quanto il suo partito, e se è all’opposizione peserà zero (cosa che certi sindaci di provincia non capiscono).

Quando prima della campagna elettorale dello scorso anno chiesi il vostro sostegno, in meno di una settimana raggiunsi la cifra massima che potevo raccogliere e fui costretto a respingere molte vostre offerte di aiuto. Non credo che molti altri miei colleghi parlamentari potessero contare su una simile risposta. Imprenditori (pochi o tanti) che li sostengano ne trovano (e poi devono rispondergli), ma una community che esprime un’unica domanda alla quale rispondere, quella di libertà, nei fatti non ce l’ha nessuno. In quella circostanza voi sapevate di sostenere me, il candidato Bagnai, e questo vinceva le remore di quanti (sbagliando) vorrebbero che io facessi miracoli ma al contempo vorrebbero eliminare il partito in cui milito! Il meccanismo escogitato da Claudio viene incontro a queste morbose e poco pragmatiche sensibilità: le somme che vorrete corrispondere nelle modalità che lui vi spiega saranno chiaramente riconducibili a questa community e serviranno quindi a dimostrare quanto pesa. Sarà il più utile dei sondaggi sull’europeismo degli elettori leghisti, sarà qualcosa di misurabile, qualcosa che potremo mettere sul piatto della bilancia. Perché “nontivotopiuuuh” è un ululato al vento: “non ti sostengo più”, se si può misurare il quantum, potrebbe essere un argomento di gran lunga più convincente. In ogni caso, una community si costruisce in anni e ce l’ha chi l’ha costruita. Affermarla, attraverso un’azione concreta, come strumento di misura del consenso implica che questo consenso si sposti verso le tesi di chi una community ce l’ha. E ce l’abbiamo solo noi.

In altri termini: invece di rimbecillirsi leggendo i retroscena dei retroscemisti, quelli di voi che non sono contenti di quella che pensano (molto spesso a torto) sia la linea del partito hanno ora un modo molto semplice di indicare quale linea vorrebbero: aderire al FIN DAY. Non vi stiamo chiedendo di sostenere un partito che non va dove vorreste andare: vi stiamo chiedendo di aiutarci a far andare il partito dove voi vorreste che andasse.

Se siete tanti, basterà poco.

Certo, il meccanismo premiale di Claudio è fatto per invogliare a dare di più, perché per contrastare la ben finanziata propaganda altrui c’è bisogno di molta linfa.

Ai premi di Claudio aggiungerò il mio: indulgenza plenaria, con revoca del blocco, per i primi venti contribuenti.

Click day

Sul click day dell’8 ottobre credo di avere poco da spiegarvi. Quest’anno si torna al vecchio format, da sabato pomeriggio a domenica pomeriggio. Minori costi, minore sbattimento, maggiore partecipazione. Esserci è importante. Se nove anni fa sono bastati 475 spettatori a indurre certe riflessioni, a far nascere quello che i coglioni chiamano “sovranismo”, lo stesso vale oggi, anzi, forse vale di più, perché la vostra attesa di cambiamento è stata frustrata, me ne rendo conto: l’idea che valga la pena di impegnarsi può sembrare logora, chi esorta a farlo può sembrare interessato. Ma il dato resta, e lo avete sperimentato nove anni fa: se volete che si vada in una certa direzione dovete indicarla, e per indicarla dovete esserci.

Le foto e i video delle nostre platee non lasciano indifferenti, ve lo assicuro.

Ululare “nonvivotopiuuuh” sotto il profilo di Claudio (ma anche di Matteo) sì.

Torno a farvi notare che avete avuto prova dell’una e dell’altra cosa. I 475 del #goofy3 hanno a modo loro cambiato la storia. I 4750 troll che ogni giorno vengono a ragliare (gratis o verso corrispettivo) le loro abominevoli e sconce idiozie sotto i nostri tweet non hanno cambiato niente, nemmeno la cosa cui tenevano di più: il loro destino personale, con la conquista della tanto deprecata quanto agognata cadrèga!

Non è una mia opinione, è un fatto osservabile.

Non ho altro da aggiungere, se non che so che non ci deluderete.

Ci vediamo a Montesilvano.

(…e appena posso vi rispondo…)

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“Dal FIN DAY al click day” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Mafia e immigrazione

(…da un nostro amministratore ricevo e pubblico. Mi pare colga un punto importante, poi vedete voi…)

Ciao, Alberto. Ormai siamo tutti tornati al lavoro a pieno regime e tu soprattutto avrai parecchio da fare… Io ti porto oggi una riflessione sul tema migratorio. Molto giustamente noi amministratori locali del Sud siamo messi sotto pressione per non abbassare la guardia in tema di contrasto alle mafie, talvolta con effetti paradossali, ma comunque sempre con buone intenzioni. Intanto però credo che nessuna mafia storica abbia fatto un numero di morti paragonabile, in relazione al tempo, a quello che stanno facendo le organizzazioni criminali che gestiscono il flusso dei clandestini che praticamente buttano la gente in mare, peggio della dittatura argentina. Tuttavia la preoccupazione delle articolazioni periferiche dello stato continua ad essere quella di mettere questo sistema perverso in condizione di continuare a funzionare. I prefetti si vantano pubblicamente di quanto sono bravi a sistemare i migranti (ne ho sentiti un paio con le mie orecchie), la polizia passa le proprie giornate nei porti e il contrasto ad altri fenomeni criminali langue su più fronti. Tutti continuano a parlarne come se fosse un fenomeno naturale e non sociale e quindi politico. Pensa se si ricominciasse a parlare della mafia in questo modo, dicendo cose del tipo: “ma è una questione antropologica collegata alla presenza dei geni dell’uomo di Neanderthal”, “ma è legata alla pigrizia dell’uomo meridionale causata dalle alte temperature”, “delinquono per sfuggire alla povertà causata dalle calamità naturali” ecc… Ovviamente Don Ciotti insorgerebbe a buona ragione e in questo sarebbe seguito da tutti noi. Figurarsi poi se prefetti e polizia si attivassero non per reprimere i taglieggiatori, ma per reperire risorse da destinare alle vittime al fine che continuino a pagare gli estortori per evitare pericoli per la loro incolumità, magari vantandosene pure… Messina Denaro agonizza all’Aquila, scontando giustamente la sua pena, dopo anni di latitanza, i signori della morte che organizzano il traffico di esseri umani sulle coste africane e forse anche su quelle Italiane e magari anche a Malta, Berlino e Londra, continuano a godersi il frutto dei propri crimini: verrà anche il loro turno di essere consegnati a una giustizia giusta? Se non c’è una forte presa di coscienza non credo.

(…non è mai un segno di intelligenza interpretare come fenomeni naturali, come tendenze oggettive, prive di alternative, dei fenomeni politici, frutto di scelte. Non è mai un segno di onestà intellettuale presentare come fenomeni naturali dei fenomeni politici. Che sia l’immigrazione, l’AI, la globalizzazione, chi afferma che non esistano alternative semplicemente vuole precluderci alternative, vuole limitare la nostra libertà. Nei palazzi che contano non ci si gira tanto intorno: chi ha molte decisioni da prendere tende a dare per scontato ciò che è evidente. Ricordo ancora il discorso che mi fece un paio di anni fa un’altissima funzionaria: non ne poteva più del modo sciatto e superficiale con cui il PD gestiva i dossier europei “ma se va al governo il centrodestra questi ripartono coi barconi!” Non è complottismo, è scienza (che in Italia è arrivata grazie a noi). Quindi quello che sta succedendo è chiaro. Perfino Bruno Vespa ha dovuto inquadrarlo sostanzialmente con le categorie della Greenhill. Certo, gli manca l’ultimo miglio: se le elezioni europee non ci fossero, i socialisti non avrebbero bisogno di fare campagna elettorale coi barconi. Sinceramente, fra i socialisti e l’UE ho le idee piuttosto chiare su chi sia meno utile: il problema non è certo la coesistenza di diverse visioni del mondo: il problema è costringerle a confrontarsi in un sistema malato e distorto, marcio fino al midollo, inefficiente per elefantiasi e intrinsecamente alieno alla democrazia. Questo sì che è un bel problema, tant’è che se da un lato sono ovviamente convinto che si debba fare il massimo per cambiare il fronte in UE – la volta scorsa lo impedirono nove grillini – dall’altro sono ben consapevole che questa è solo una necessaria misura difensiva, ma non può essere una misura risolutiva. Tuttavia – e qui torno al senso più profondo del contributo del nostro amico – prima di poter pensare a impostare una soluzione del problema è necessaria una profonda rivoluzione culturale che ci renda padroni del discorso. Finché le parole saranno quelle degli altri, il mondo non potrà essere che quello che desiderano loro per i loro sordidi scopi. È a questo che dovete guardare per capire se stiamo avanzando o meno. E un po’ stiamo avanzando…)



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“Mafia e immigrazione” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Presidenziagite

(…poi vi spiego con calma che cos’è, che cosa significa e che cosa comporta…)

 

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“Presidenziagite” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Inflazione da profitti?

 (…fra cinque minuti sono in radio per parlarne, su Rai1. Intanto vi appoggio qui un grafico, poi ne parliamo in modo più organico…)

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“Inflazione da profitti?” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Isomorfismi

(…sto scrivendo sul tema un post più ampio, perché purtroppo è utile. Lascio qui una breve annotazione…)

Oggi la rassegna stampa ci regala questa peerla, una vera regina probationum

che non mi son potuto trattenere dal commentare (piatto ricco mi ci ficco):

Il commento ha riscosso la vostra attenzione (grazie!), ma verteva soprattutto sulla seconda risposta di Weber, e quindi potrebbe aver distolto la vostra attenzione dalla prima, in particolare da un dettaglio importante.

Il ragionamento di questo grigio burocrate ha sinistre assonanze con quello svolto da uno dei volenterosi carnefici dell’austerità in un’intervista che passò alla storia, e che ora è molto difficile da reperire su Internet. Noi la commentammo qui, e perfino il nostro commento è ora impossibile da trovare via Google: Google non indicizza più il Dibattito, come sapete con l’ottima scusa che diffonde malware.

Vediamo se trovate l’analogia, e che riflessioni suscita in voi…

(…ho una serie di commenti in coda, ma non riesco a stargli dietro: meritano un post a parte che sto scrivendo con una certa ansia, perché la Storia accelera, e ci mette sempre meno tempo a raggiungerci. Arriveremo comunque prima di lei, sperando che questa volta serva a qualcosa…)

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“Isomorfismi” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Scene dalla vita di città: la Santa Inquisizione

Qualche tempo fa vi ho spiegato, fra tante altre cose, che rivestendo una carica elettiva ho potuto accumulare un discreto capitale relazionale, quel capitale in assenza del quale ogni aspirazione politica è confinata al dominio dello spontaneismo velleitario, per il semplice motivo che da soli non si va da nessuna parte. Questo capitale mi offre di quando in quando l’opportunità di avere uno sguardo più penetrante su certi processi della vita quotidiana che potrebbero altrimenti restare confinati in una inquietante opacità, di trovare il bandolo di matasse troppo ingarbugliate per il tempo che ho da dedicare loro.

Faccio subito un esempio, questo:

È stata annullata la pubblicazione del post intitolato “QED a valanga (45 e 46): il bacio della morte”

Blogger <[email protected]>

gio 27 apr, 00:47

a me

     Ciao,

          Come forse già saprai, le nostre Norme della community (https://blogger.com/go/contentpolicy) descrivono i limiti di ciò che consentiamo, e non consentiamo, su Blogger. Abbiamo ricevuto una richiesta di revisione per il tuo post intitolato “QED a valanga (45 e 46): il bacio della morte”. Abbiamo stabilito che viola le nostre norme e abbiamo annullato la pubblicazione dell’URL 

http://goofynomics.blogspot.com/2015/03/qed-valanga-45-e-46-il-bacio-della-morte.html, 

rendendolo non disponibile per i lettori del blog.

     Perché la pubblicazione del tuo post del blog è stata annullata?

     I tuoi contenuti hanno violato le nostre norme relative a malware e virus. Per ulteriori informazioni, visita la pagina sulle nostre Norme della community tramite il link fornito in questa email.

     Per pubblicare nuovamente il post, aggiorna i contenuti per fare in modo che aderiscano alle Norme della community di Blogger. Dopo averli aggiornati, puoi pubblicare nuovamente i contenuti all’indirizzo 

https://www.blogger.com/go/appeal-post?blogId=2821993064219628483&postId=1583826873248852538. 

Questo comporterà una revisione del post.

     Per ulteriori informazioni, consulta le seguenti risorse:

     Termini di servizio: https://www.blogger.com/go/terms

     Norme della community di Blogger: https://blogger.com/go/contentpolicy

     Cordiali saluti,

     Il team di Blogger

Sei anni fa, al ricevere una lettera simile, avrei semplicemente pensato: “Ci siamo! Andatevene a fare in culo voi e la vostra censura, fascisti di merda!” (avrei anche pensato “Ciao un cazzo!”: questo tipo di lettere, lo confesso, mi mette sempre di buonumore…), dopo di che avrei tirato dritto, dedicando (o meno) all’accaduto un post, e attrezzandomi per combattere su un’altra trincea.

Oggi è un po’ diverso, anche perché se da un lato tutto quello che verrà fatto a voi sarà come se fosse stato fatto a me, dall’altro tutto quello che viene fatto a me potrebbe un giorno essere fatto a voi! Quindi è mio dovere vedere che aria tira, anche per aiutarvi ad affrontare circostanze impreviste. Naturalmente di leggere i “Termini di servizio” e altri sproloqui in legalese generico assolutamente ridondanti e inutili non se ne parlava: non ne vedevo l’utilità, non ne avevo il tempo. Però (vedi alla voce “capitale relazionale”) oggi posso fare una cosa che cinque anni fa non potevo fare: chiamare al telefono (o meglio: mandare un Whatsapp) ai padroni del mondo!

Per farvi capire come sono messo, dal 27 aprile in cui ho ricevuto questo avviso terroristico (io disseminatore di malware? Magari, se avessi tempo, potrei anche pensarci…) il Whatsapp ai Signori del cyberspazio l’ho mandato il 2 agosto:

Caro Demiurgo, per non so quale motivo siete andati a pescare un mio post del 2015 per tirarmelo giù. Mi piacerebbe capirne il motivo in privato, atteso che non mi risulta di aver inserito malware, pornografia, ecc.

In risposta ottengo un cortese messaggio in cui mi viene detto che effettivamente sembrava strano anche ai Signori del globo che io mi dedicassi ad attività simili, e mi chiedevano l’URL, che è questo, ma non ci cliccate: il post in questo momento non esiste più:

[redatto: dopo la lieta e istantanea conclusione di questa istruttiva storia il post si vede ed è qui. Tuttavia Google non lo indicizza più e se cercate il suo titolo nel motore di ricerca non lo trovate…]

e nel backend mi appare (e mi appariva) con gli occhietti rossi e in bozza:

Aprendolo, non è che avessi particolari lumi:

C’era la perentoria citazione in giudizio bella in evidenza in basso nel riquadro nero, c’era er martelletto del compianto Sante Licheri in alto a destra, ma il problema non veniva evidenziato in alcun modo.

Il giorno dopo (il 3 agosto) arriva la (probabile) soluzione dell’arcano: 

Caro Alberto, ho capito cosa è successo. Il sito rifondazionemilano.org è stato violato e usato per lanciare campagne di phishing. Il tuo articolo è stato bloccato automaticamente perché conteneva un link a un sito di truffe. Se vuoi mantenerlo è sufficiente rimuovere il link e fare appello.

A una rapida ricerca su tutti i link, il link incriminato risulta essere questo, che peraltro rinvia a una pagina non più esistente (sulla cui pericolosità quindi avrei qualche dubbio):

http://www.rifondazionemilano.org/nws/milano-il-direttivo-cgil-impedisce-a-cremaschi-di-parlare/

Ricorderete l’episodio.

Che Rifondazione fosse una truffa lo avevamo capito dai tempi della tabellina dello zero. Che una truffa da cui ci eravamo tenuti ben distanti potesse danneggiarci, se pure in modo trascurabile, se pure indirettamente, dopo la sua sostanziale estinzione, questo era in effetti più difficile da intuire.

Comunque, ora che ho un po’ di tempo da perdere seguo le istruzioni dei Dominatori dell’universo: rimuovo il link, e clicco sul martelletto di Forum.

Vi racconterò come andrà a finire.

Intanto, fate tesoro di questa esperienza, la cui morale è che dei vostri contenuti potrebbero essere tirati giù col pretesto che altri potrebbero esserne danneggiati anche se voi non avete avuto alcuna parte attiva nella potenziale minaccia e anche se questa minaccia di fatto non esiste più, non può più nuocere:

La cosa un po’ mi inquieta, per voi, ovviamente: perché voi non avete il cellulare di Dio.

Io sì, ma lo uso solo per cose futili: annoiarlo mi dispiacerebbe.

Keep in touch!


(…ci sono dei commenti in coda. Per cortesia evitate gli Gnooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo. Mi occuperò di voi quando potrò farlo e a quel punto preferirete che non avessi avuto il tempo di farlo, perché delle vostre fisime nel frattempo si sta occupando il Mondo. Io, se potessi, vi consiglierei di non mettervi contro il Dibattito, ma la buona educazione mi preclude di dare commenti non richiesti…)

(…comunque il cellulare di Dio funziona:


ci hanno messo un nanosecondo: quindi è stata una macchina a prendere la decisione. Non c’è che dire, siamo in buone mani. Tranquilli?
…)

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“Scene dalla vita di città: la Santa Inquisizione” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

I Golgota

(…sentivo gli oboi da caccia…)

(…ieri era giorno di “riposo” – in senso atletico – e l’ho dedicato a una cosa che desideravo fare da tempo: visitare le estreme propaggini meridionali del mio collegio. Il comune più a Sud, come certamente saprete, è Schiavi di Abruzzo:


e per me che quando insegnavo ho risieduto nel comune più a Nord:


e da quando “sono in politica” ho la mia base nel secondo comune più a Nord:

anche se ora vi sto scrivendo da un comune del Sud:


(vediamo chi li indovina) rendere visita all’estremo opposto del collegio mi sembrava un atto doveroso ed era da tempo desiderato.

Lo vedete qui, in fondo, al centro dell’immagine, su uno sperone a 1127 metri sul livello del mare, vertiginosamente a picco sulla confluenza del Sente nel Trigno, in posizione dominante, con una prominenza di quasi mille metri, rispetto alla valle attraversata da questo viadotto, che non a caso è il ponte stradale più alto d’Italia, e per il quale stiamo cercando di #farequalcosa. Volevo anche dare un’occhiata a questo ponte, per rendermi conto della sua effettiva utilità, e direi che un’idea me la sono fatta: per girargli intorno devi fare chilometri e chilometri di provinciali non esattamente in ottime condizioni, per motivi oggettivi: la cosiddetta abolizione delle province, chiesta come sapete dalla cosiddetta Europa, e prima ancora la geologia, che non è una scienza esatta, nel senso in cui la intenderebbero i lattonzoli pieiccdì, ma come tutte le scienze non esatte regna sulle umane cose: dalla Maiella in giù è una specie di millefoglie di strati di calcare con interposti strati argillosi, che nel contrasto fra placca euroasiatica e placca africana si sono inclinati, qualche volta arrivando a emergere in verticale dal terreno circostante (sono le morge, come questa). Se l’argilla fra due strati di calcare in qualche modo si infiltra di acqua, se c’è pendenza, se c’è erosione, parte la frana, e si va giù.

Non mi è venuto mai così spontaneo rispettare i limiti di velocità!…

Come avrete intuito dall’ultima cartina, per arrivare giù al Sud ho dovuto attraversare un pezzo di Molise, di cui non sto ora a dirvi le bellezze (cercatevi ad esempio Pescopennataro), per poi rientrare in Abruzzo nel comune di Castiglione Messer Marino, in corrispondenza appunto delle sorgenti del Sente. Il paesaggio ovunque dominato dalle pale eoliche, su tutte le creste, quasi come nel subappennino dauno. Salito in cima a Castiglione Messer Marino, dove il castellone, che una volta forse c’era, magari al tempo del ducato di Benevento, oggi non c’è più, ho fatto lo scatto che vedete sopra, colpito dalla presenza di un Calvario fra tante cime calve e brulle. Solo dopo ho visto che nella foto si fronteggiavano due atti di fede: a sinistra, in primo piano, quella in Dio, oggi un po’ démodé; a destra, sullo sfondo, quella nel “green”, oggi in gran voga, che si traduce in un calvario per il paesaggio, con ritorni ridicoli per il territorio. Da questo stupro i sindaci non traggono nemmeno le risorse necessarie per tenere in ordine le strade comunali (ci sono anche quelle, e sono soggette alla stessa geologia), tanto più che le royalties devono essere reinvestite in transizione. Ecologica, ça va sans dire, anche se per questo territorio la transizione geologica, i cui tempi non sono stabiliti dalle reghiulescion di qualche Eichmann europeo, è la vera emergenza. Sempre, non solo quando qualche episodio acuto, come questo o questo, riportano la nostra attenzione su quanto non sappiamo e non riusciamo a prevedere della nostra Terra.

Lezione che sfugge a chi oggi pensa di sapere tutto.

Io, invece, tante cose non le so.

Ad esempio: mentre per crocifiggere Nostro Signore bastarono, così recita la tradizione, due pezzi di “sequestratori di carbonio” (fu quindi a modo suo una fine “sostenibile”, per usare il gergo attuale), per tirar su il Golgota moderno, le orripilanti pale, per crocifiggere il paesaggio, quante materie prime occorrono? Quanta energia si assorbe per metter su un patibolo del genere? Quanta CO2 si emette? Tutti ci raccontano quante energia produce una pala, nessuno ci racconta con quanta energia si costruisce una pala. Eppure sarà misurabile! Sono sicuro che il bilancio sia largamente positivo, ma averne esatta contezza rassicurerebbe. Un po’ come le auto elettriche: certo, non sono maleodoranti mentre le usi, non “emettono”. Ma l’elettricità da dove arriva? Da Castiglione Messer Marino? E il litio, da dove arriva, e dove va?

Si potrebbe anche parlare degli aspetti economici: dei canoni per l’uso del suolo comunale, delle royalties e dei loro vincoli, ma la sintesi è quella che vi ho detto sopra.

Emergono su tutto due dati: la capacità indiscutibile degli altri di appropriarsi di una dimensione simbolica, archetipica, e di converso il rischio che le loro narrazioni fasulle ci spingano a gettare il bambino con l’acqua sporca, in un contesto in cui io però, sinceramente, vedo solo acqua inquinata dalla propaganda e da svariati livelli di opacità.

Qualcuno mi aiuta a vedere il bambino?

Io vedo solo la croce: Paesi dotati di vento e privi di paesaggio impongono a Paesi privi di vento e dotati di paesaggio di deturpare se stessi, non sia mai qualcuno capisse che la prima delle strategie di mitigazione è venire a vivere nelle terre alte. Ma io sono una brutta persona: aiutatemi voi a migliorare…)

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“I Golgota” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Eolico: cui prodest? (Addendum a “I Golgota”).

(…il post precedente, in cui mettevo a confronto due Golgota, l’originale, simbolo della redenzione dell’umanità dal male, e la sua parodia, simbolo della redenzione dell’umanità dal fossile, ha prodotto alcuni commenti interessanti, che ci avvicinano, ovviamente, al cui prodest. Perché un cui prodest, se sei stato scolarizzato nel XX secolo, sai che ci deve essere, e per trovarlo devi seguire i soldi…)

Enrico Pesce ha lasciato un nuovo commento sul tuo post “I Golgota”:

La questione delle pale eoliche mi inquieta da quando comparvero le prime a Collarmele, alla fine degli anni ’90. Quando ancora la follia green non era comparsa nell’orizzonte dei media, quei giganti sui crinali, visibilissimi dall’autostrada, deturparono da un giorno all’altro il paesaggio cui da sempre ero abituato. E vedendole quasi sempre immobili, solo qualcuna in lentissimo movimento, mi chiedevo già allora perché si fossero disturbati così i monti, per un risultato che sembrava risibile. Fu il primo impianto eolico dell’ENEL in Italia. Da allora si sono moltiplicate. Ci furono anche proteste, ma i soliti Don Chisciotte persero su tutta la linea.

Dalle analisi, un po’ datate, della Regione sembra che i miei dubbi fossero fondati. Quei primi impianti pesano molto paesaggisticamente e producono poco. Definiti obsoleti già dopo 10 anni, continuano però a essere bruttissimi come il primo giorno, testimoni di una transizione prematura e irragionevole.

Pubblicato da Enrico Pesce su Goofynomics il giorno 26 ago 2023, 21:56

Il documento, sì, è datato, ma tuttora interessante. Attirerei la vostra attenzione sulla Tabella 4.2:

A mero titolo di estemporaneo aggiornamento: nell’impianto di Tocco le pale nel frattempo sono passate da 2 ad almeno 5 (se non ricordo male: ci passo ogni volta ma preferisco guardare la strada, è anche più prudente…).

Viceversa, le cinque pale nel sito Palena-Sangro sono quelle, inattive e definite “archeologia industriale” da un mio amico sindaco della zona, ben visibili dalla cresta della Porrara, e sono le uniche a deturpare il Sangro-Aventino, grazie all’opposizione di un altro sindaco coraggioso che ho conosciuto e che non voglio nominare (perché non posso associarlo alla mia blasfemia, ovviamente). Va detto che come archeologia il Sangro-Aventino (l’altopiano fra Aventino a Nord e Sangro a Sud) offrirebbe di molto meglio:

e va anche detto che, purtroppo, se il Sangro-Aventino non è stato deturpato oltremodo, sono però stati devastati i suoi orizzonti meridionali, quelli del Trigno-Sinello.

(…incidentalmente: i Romani costruivano sopra i mille metri di altezza perché nonostante non avessero spazzaneve né abbigliamento tecnico non temevano il freddo per motivi che di quando in quando i media involontariamente spifferano, come in questo e in questo caso, conseguendo un fine che non è parte delle loro intenzioni terroristiche…)

Ma al netto di questi lievi anacronismi, la tabella è molto utile perché ci chiarisce che su 282 pale all’epoca installate, il 72% erano tedesche (Enercon e Gamesa) e il 9% danesi (Vestas). Avvertendovi che ho fatto i conti in fretta (magari verificateli), credo che si capisca sufficientemente bene perché mai dall’UE a trazione tedesca giungano così sollecite pressioni per sostituire la fede in Cristo con quella in Eolo.

San Bonifacio ha fatto, e l’UE disfa.

La storia non è rettilinea, ma quando si ripassa dal via si paga pegno…

(…p.s.: leggetevi questo…)

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“Eolico: cui prodest? (Addendum a “I Golgota”).” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

63 anni di quote del Pil mondiale

Riprendo l’argomento del post precedente e mantengo la promessa che vi avevo fatto di estendere l’orizzonte temporale all’indietro:

Per farlo, sono andato sul sito della Banca Mondiale. Per la precisione, vi avverto che la serie dei BRICS ha una discontinuità nel 1988, perché prima di quell’anno non sono disponibili i dati del Pil russo in dollari. Il motivo è che nei Paesi comunisti fino all’inizio degli anni ’90 si utilizzava un diverso sistema di contabilità nazionale, il Material Product System, che poneva l’enfasi sulla produzione fisica, trascurando il valore aggiunto dai servizi. Era, insomma, un Pil un po’ come lo immaginano i “decrescisti” di cui qui ci occupammo a suo tempo in un post sulla cui preveggenza ci dovremo presto intrattenere. Non in tutti i Paesi erano disponibili gli elementi fattuali necessari o la volontà politica di ricostruire le serie storiche con il nuovo criterio (lo SNA), e quindi prima del 1988 nel Pil dei BRICS la Russia è a zero. Vi segnalo però che nel 1988 il Pil russo era solo 2,9% del Pil mondiale e la discontinuità in questione nel grafico la vede solo un occhio esperto e istruito. Diciamo quindi che il quadro che vi offro delle dinamiche “semisecolari” delle quote di Pil mondiale è sufficientemente accurato.

Per aiutarne la lettura, vi propongo di spezzare il periodo in tre sottoperiodi, che ho scelto facendo riferimento alla storia del nostro martoriato Paese: dall’inizio al divorzio Tesoro-Banca d’Italia (1981), dal divorzio Tesoro-Banca d’Italia a Maastricht (1992), da Maastricht a oggi. Precisazione: questi cut-off points sono tutt’altro che estemporanei e hanno un significato non solo locale. Nel 1981 o giù di lì, secondo noi, ma anche secondo loro, inizia la terza globalizzazione (poi ci sono quelli bravi “de sinistra” che la categorizzano in modo diverso, ma sappiamo che lo fanno anche per nascondere l’evidenza della loro complicità col “neolibberismo bbrutto”…). Si tratta quindi di una soglia temporale che ha un significato sistemico. Sempre il 1981 è anche l’anno del Volcker shock, l’innalzamento del tasso di interesse con cui gli Usa cercarono di domare l’inflazione e assicurare la supremazia del dollaro. Il combinato disposto di due di questi tre eventi (l’aver costretto il Governo a finanziarsi sul mercato e l’innalzamento repentino dei tassi di mercato) causò l’esplosione disastrosa del nostro debito pubblico, che ancora oggi ci condiziona, come ci ha spiegato Vladimiro al #goofy10. Quindi il 1981 è una data molto significativa per noi, ma in diretta connessione con eventi di significato e portata globale.

Il 1992 è l’inizio del meraviglioso sogno europeo, e questo basti ad avvalorarne l’importanza sistemica.

Il risultato è in questo agile specchietto che lascio ai vostri commenti:

Mi limito a osservare che se estendiamo lo zoom fino al 1960 il Paese che è rimasto più o meno dov’era non sono gli Stati Uniti ma il Giappone (e ancor più la miscellanea degli “altri Paesi”), con un aumento della sua quota sul Pil mondiale pari all’1,0%. Viceversa, se allarghiamo il campione, constatiamo che  dal 1960 gli Stati Uniti hanno perso più terreno dell’Eurozona, e questo perché l’Eurozona, prima dell’euro, cioè fino al 1992, aveva guadagnato terreno (nonostante le “valute nazzionali”, er debbitopubblico, er terorismo, er familismo amorale, la tabaccaia non scalabile, e tutto il repertorio di scemenze di chi considera fatti le proprie riverite opinioni).

Queste considerazioni ovviamente sono ancillari rispetto al tema della validità e degli effetti di una “moneta unica dei BRICS”, su cui torneremo con più calma.

Evidenzio solo che una delle conseguenze più o meno involontarie della rivoluzione green è la nostra deindustrializzazione a beneficio del sistema produttivo cinese. Quello che nasce come estremo conato della Germania di riconvertire il proprio apparato produttivo, con annesso obbligo per i fratelli europei di acquistare le sue auto elettriche, si palesa sempre di più come un suicidio di tutta l’Europa, Germania compresa, con benefici ambientali trascurabili in termini di riduzione delle emissioni (anche volendo fare l’atto di fede secondo cui la C-molecola sia la causa di ogni male). Lo stesso cinema di quando ci fecero passare dalla rossa alla verde (1985), poi dalla verde al diesel, e ora dal diesel all’elettrico. Ma questa volta il gioco è pericoloso: l’intima pulsione per le politiche beggar-thy-neighbour rischia di ritorcersi contro la Germania, e questo non è positivo per noi. Fra una decina d’anni ci troveremo con un bel -10% (se va bene) rispetto al 1960, e i BRICS con un bel +26%. Moneta unica (dei BRICS) o meno. Il motivo, credo lo sappiate, è che i fini strateghi alemanni non si sono premurati di accertarsi di avere un minimo di controllo sulle filiere di produzione delle materie prime green.

Del resto, si sa, coraggiosi sono coraggiosi, ma la logistica non è sempre stata il loro forte.

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“63 anni di quote del Pil mondiale” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

La moneta unica dei BRICS

Ne parleremo al #goofy12 con relatori di livello (non il solito pattume che vi viene somministrato dai media).

Per farvi arrivare preparati, vi fornisco un paio di disegnini:

Dal secondo, in particolare, appare evidente la crisi della Cina di cui i media ci riferiscono. Appare cioè evidente che questa crisi è solo nel referto dei media…

Sul primo ci sarebbero, com’è naturale, tante considerazioni da fare, ma per motivi di orario mi limito a una, di carattere descrittivo. Nei trent’anni dal 1992 al 2022 gli Usa hanno sostanzialmente tenuto botta in termini di quota del Pil mondiale (con un impercettibile arretramento del -0,3%). I grandi perdenti sono stati Giappone (-11.5%) e Eurozona (-12.5%). A fronte di questo arretramento del -24.4% (arrotondato), i BRICS sono avanzati del 20,5% e il complesso degli altri Paesi (molto eterogeneo: dentro c’è dal Regno Unito alla Somalia al Turkmenistan alla Svizzera…) del 3.9%.

Sarebbe utile estendere le serie per vedere come sono andati nel corso di tutto il secondo dopoguerra i poli attualmente declinanti dell’economia mondiale (Giappone ed Eurozona), per capire se questo declino li ha sempre caratterizzati, o se è stato preceduto da una fase di espansione. Per quel che riguarda noi, in particolare, la tendenza negativa è piuttosto evidente da Maastricht in poi, ma questo non ci consente di trarre alcuna conclusione perché ci manca il pezzo precedente della Storia, quello dal 1946 al 1991. Domani con calma cerco di ricostruirvelo, e intanto buona notte!

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“La moneta unica dei BRICS” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.