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Risolto mistero astrofisico durato decenni sui “lampi gamma”

Un team di ricercatori ha utilizzato il Liverpool Telescope robotico completamente automatizzato e il nuovo polarimetro RINGO3 per risolvere il mistero. Allo stesso tempo hanno anche dimostrato che l’esplosione è probabilmente alimentata dal collasso di campi magnetici ordinati nei primi momenti della formazione di un nuovo buco nero.

Cosa c’è su “Tex Willer Extra”, la nuova serie Bonelli di Tex

tex willer extra bonelli

Il 3 luglio Sergio Bonelli Editore pubblica in edicola una nuova collana mensile dedicata alle avventure di Tex da giovane: Tex Willer Extra.

Nonostante l’editore sul proprio sito non abbia diffuso molti dettagli sul contenuto della testata, dalla sinossi del primo albo è possibile notare che la storia proposta sarà la ripubblicazione del Texone numero 32 e scritto da Mauro Boselli e disegnato da Stefano Andreucci nel 2017. Intitolato Il magnifico fuorilegge, raccontava una delle prime storie del ranger, ed è un tassello centrale del grande affresco narrativo che Boselli sta ormai portando avanti da qualche anno sulla testata Tex Willer.

Tex Willer Extra ripropone quindi la storia suddividendola in tre albi di 80 pagine l’uno – in formato classico bonelliano – e con un titolo diverso. Il primo numero si intitola infatti La città dei fuorilegge. Andreucci è intervenuto oggi sui Facebook per precisare che ci saranno due tavole inedite che faranno da raccordo tra i tre numeri e alcuni materiali di lavorazione della storia, come bozzetti e studi a matita.

Al momento non si hanno dettagli su un eventuale proseguo della testata oltre il terzo numero. Ci sono comunque altre avventure di Tex ambientate nello stesso periodo e pubblicate negli anni in diversi albi che potrebbero essere rieditate in questa nuova collana, come ad esempio quelle apparse su Maxi Tex 21 (Nuaces Valley) o sui cartonati a colori Il vendicatore e Giustizia a Corpus Christi.

Leggi anche:

  • 4 pagine in anteprima dal “Texone” di Giampiero Casertano
  • Il Texone: quando Tex diventò grande
  • Com’è il Texone di Massimo Carnevale
  • I 10 migliori Texoni di sempre, secondo noi

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“Cosa c’è su “Tex Willer Extra”, la nuova serie Bonelli di Tex” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

Pompeo di Andrea Pazienza senza i disegni

pompeo andrea pazienza

Questa settimana la casa editrice Union Editions ha pubblicato una nuova, particolare edizione di Gli ultimi giorni di Pompeo di Andrea Pazienza, soltanto con testi e onomatopee e senza i disegni, per evidenziare «il valore poetico e letterario dell’opera», come specifica la casa editrice.

Questa nuova edizione di Pompeo – realizzata a partire da un progetto di Giandomenio Carpenieri, con la supervisione artistica di Marina Comandini, vedova di Andrea Pazienza – sarà composta da 120 pagine brussate con cucitura a filo, in formato 21,5 x 29 cm, al prezzo di 20 euro. Disponibile dal 21 giugno, il libro è acquistabile online dal sito di Union Editions.

Di seguito, un video della casa editrice che mostra nel dettaglio l’aspetto del libro:

Pubblicato originariamente a puntate su Alter Alter a partire da aprile del 1985 e pubblicato per la prima volta in volume da Editori del Grifo nel 1987, Gli ultimi giorni di Pompeo fu una sorta di testamento artistico dell’autore, morto poi il 16 giugno 1988. La storia di Pompeo è in realtà quella dello stesso Andrea Pazienza e del suo rapporto con l’eroina.

La più recente edizione completa di Gli ultimi giorni di Pompeo è stata invece pubblicata nel gennaio 2020 da Coconino Press, ed è disponibile anche online.

Leggi anche:

  • Lo straniamento e il DAMS, Pompeo e Andrea
  • Andrea Pazienza: “Al quor non si nasconte niente”
  • Andrea Pazienza, l’istrione del disegno che fu rockstar del fumetto

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“Pompeo di Andrea Pazienza senza i disegni” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

“Infinite Frontier” presenta il nuovo Omniverso di DC Comics

infinite frontier omniverso

Anticipato da un numero 0 lo scorso marzo, il nuovo evento di DC Comics Infinite Frontier debutta oggi negli Stati Uniti con il primo numero di sei. Scritto da Joshua Williamson e disegnato da Xermanico, Infinite Frontier sarà incentrato sui vari universi di DC Comics, che si sono ormai uniti a formare una sorta di Omniverso, dando peraltro il via a un nuovo corso editoriale.

L’evento parte da quanto raccontato negli eventi Dark Nights: Death Metal e Future State. Il primo è il seguito di sequel di Dark Nights: Metal del 2017, serie che aveva introdotto il Multiverso Oscuro e il supercattivo Batman che Ride. Il secondo è ambientato nel futuro e incentrato sulla prossima generazione di eroi, comprendente alcuni personaggi già noti – come Jon Kent, figlio di Superman e Lois Lane – e altri creati per l’occasione, tra i quali un nuovo Batman.

In breve, tutte le storie mai pubblicate da DC Comics saranno ora in continuity, in un modo o nell’altro, e saranno tutte ambientate all’interno di un unico Omniverso che racchiuderà tutte le realà alternative (qui c’è qualche dettaglio in più). Infinite Frontier spiegherà come è avvenuto questo cambiamento e quali saranno le conseguenze.

Tra le novità del primo numero ci sarà anche un nuovo personaggio, X-Tract, un cacciatore di taglie dell’Omniverso. Di seguito alcune pagine diffuse in anteprima:

infinite frontier omniverso
infinite frontier omniverso
infinite frontier omniverso

Leggi anche: 

  • Che cos’è il Linearverse di DC Comics
  • Su “Planet-Size X-Men” c’è una nuova importante svolta per il mondo dei mutanti
  • Il Batman di colore avrà una sua serie a fumetti

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““Infinite Frontier” presenta il nuovo Omniverso di DC Comics” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

Su “Planet-Size X-Men” c’è una nuova importante svolta per il mondo dei mutanti

ATTENZIONE: QUESTO ARTICOLO CONTIENE SPOILER

planet size x-men fumetto marvel

Planet-Size X-Men 1 di Gerry Duggan e Pepe Larraz – pubblicato negli Stati Uniti da Marvel Comics la scorsa settimana – presenta una nuova svolta per l’universo mutante e per tutto il mondo Marvel in generale.

Nell’albo, i mutanti – che ora risiedono nell’isola-nazione di Krakoa – hanno annunciato la nuova mossa della loro società: la terraformazione e la colonizzazione di Marte, che ora è soprannominato Pianeta Arakko. Magneto dichiara il pianeta la capitale del sistema solare, informando del cambiamento tutti i dignitari riuniti delle civiltà aliene della Marvel, facendo aumentare le tensioni tra i mutanti e il resto della popolazione.

Il pianeta è chiamato così perché Arakko era, insieme a Krakoa, una parte di una formazione più grande nota come Okkara, che fu divisa dalle forze oscure provenienti dalla dimensione di Amenth. Nacquero così due metà, Arakko – popolata da un gruppo di mutanti a lungo esiliati in un’altra dimensione – e Krakoa. Alla fine del crossover X of Swords, Arakko e Krakoa si riunivano, e così le popolazione delle due isole, mantenendo però rapporti tesi.

planet size x-men fumetto marvel

Il mondo è preoccupato dall’improvvisa espansione di Krakoa e del rapporto con gli Arakki, un gruppo dei quali arriva per esempio a dichiarare la sovranità su una parte di una città in Giappone solo perché voleva schiavizzare un distillatore di whiskey.

Il pianeta Arakko, quindi, rappresenta un’offerta da parte di Magneto e compagni agli Arakki per stemperare la situazione, ma anche una mossa molto aggressiva da parte dei mutanti di Krakoa.

Planet-Size X-Men vede inoltre l’esordio del nuovo gruppo di X-Men composto da Professor X, Ciclope, Marvel Girl, Sole Ardente, Rogue, Wolverine (l’ex X-23, non Logan), Synch e Polaris, che sarà protagonista da luglio di una nuova serie regolare realizzata dagli stessi Duggan e Larraz.

Leggi anche:

  • Le “epoche oscure” di Marvel Comics stanno arrivando
  • Un po’ di pagine della nuova serie degli X-Men, che riparte dal numero 1
  • La nuova serie a fumetti di Ms. Marvel

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“Su “Planet-Size X-Men” c’è una nuova importante svolta per il mondo dei mutanti” è stato scritto da Andrea Fiamma e pubblicato su Fumettologica.

“Stagione” di Guido Brualdi: innamorarsi è strano

stagione guido brualdi

Serate con gli amici, andare a un concerto, amori totalizzanti, colori, canzoni, aspirazioni. La nebbia post-adolescenziale di Stagione profuma di un immaginario attuale nei riferimenti (musicali, soprattutto) ma molto anni Novanta nella capacità di raccontare una storia d’amore di cui ci vengono fornite poche coordinate, perciò immersa in un contesto indefinito, isolato.

Realizzato dall’illustratore e fumettista pesarese Guido Brualdi, che con il nome Lucy Anne porta avanti anche una carriera nella musica, Stagione parla di Guido, un giovane musicista che vive tutto esternando ogni emozione, e del rapporto con una ragazza che ha appena conosciuto ma di cui è invaghito. Solo che, più che un invaghimento, l’amore per la ragazza dagli occhi verdi, una figura che cela il volto sotto l’ombra dei capelli, è urlato, spalmato, suonato, disegnato con abbondanza di occhi a cuoricino.

Sembra quasi che Guido stia vivendo una prima cotta un po’ tardiva e che lo investe con la potenza di un treno in corsa. Ogni sillaba della donna amata lo spacca in due, ogni gesto che si scambiano merita tutta l’attenzione del mondo. Ad animare Stagione è proprio l’anima buffa del ragazzo, attorniato da un gruppo di amici che attutiscono l’enfasi di Guido con un umorismo lieve e minimalista, bilanciando bene il tono del fumetto.

Chi sia la ragazza dagli occhi verdi su cui Guido smania, alla fine, importa poco, di cosa fa e di com’è sappiamo il giusto, ciò su cui si focalizza il libro sono i danni, gli smottamenti o le involontarie migliorie che quel tornado arreca alla vita del protagonista. Il fumetto di Brualdi è, come dice il titolo, una stagione, un momento passeggero ma potenzialmente ciclico della vita.

Ci sono altre cose che il fumetto vuole raccontare, piccole digressioni nel mondo di Guido e dei suoi amici che raccontano la loro quotidianità, le paure, le ansie, ma la forza del fumetto sta altrove, nel modo in cui Guido si confronta con il mondo, con questa faccia perennemente stupita e incantata.

Brualdi ha preso il tratto di Tuono Pettinato e ci ha messo sopra i colori di un Nicolò Pellizzon prima maniera, filtrato da una sensibilità à la Peter Bagge, ma di segno opposto, solare invece che nichilista – Guido corre 6 chilometri al giorno, il Buddy Bradley di Odio! di Bagge rinunciava a ogni salutismo dopo mezza flessione. 

A differenza del protagonista, l’autore sa contenersi, quasi ai limiti del monacale: le scene madri sono sempre interrotte sul più bello, ci viene mostrato il momento prima o quello dopo, mai quello saliente, che resta un non detto su cui fantasticare (che sia una scena d’amore o qualcuno che fa la cacca sul marciapiede), perché ciò che conta per Stagione sono gli effetti, il riverbero di quelle azioni sulle persone.

Stagione
di Guido Brualdi
Edizioni BD, maggio 2021
brossura, 176 pp., colore
13,00 € (acquista online)

Leggi anche: “Mememen”, storia di un giovane a disagio

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““Stagione” di Guido Brualdi: innamorarsi è strano” è stato scritto da Andrea Fiamma e pubblicato su Fumettologica.

Tra verismo e magia: intervista a Claudio Metallo

di Stefano Nava

Il genere letterario del racconto pone, a chi è disposto a raccoglierla, la più proverbiale delle sfide: quella di condensare, nel più breve degli orizzonti narrativi, un intreccio strutturato e personaggi consistenti. Un lavoro letterario di fino, per un processo di orologeria di precisione che è in parte artigiano e in parte artistico. Un lavoro che, in Comandare è meglio che fottere (CasaSirio, 2021), Claudio Metallo compie con sbalorditiva disinvoltura. Il giovane autore calabrese (ma orgogliosamente naturalizzato napoletano) è di professione documentarista e autore per diletto e vocazione. La sua prosa tradisce l’occhio verista del reporter, ma lo rielabora in suggestioni di volta in volta funzionali a focus narrativi sempre differenti. I racconti che compongono l’operazione editoriale Comandare è meglio che fottere sono legati da tre grandi leitmotiv: la criminalità, il calcio e la politica. Ognuno di questi fondali di scena è reso con una sensibilità personalissima e totalmente fuori dagli schemi. La penna di Claudio Metallo trasfigura la mafia, tratteggiandone una caricatura spietata ma tragicomica; nobilita il calcio a fenomeno dal portato storico, illumina scenari socio-politici dimenticati e iconici. Nella raccolta sfilano, contaminandosi, fatto storico e fatto sportivo, crime fiction e satira, cronaca e fantastico. Un caleidoscopio di elementi rispecchiato da una lingua talvolta limpidamente impeccabile, talaltra volutamente vernacolare ed estrapolata da quelle periferie malavitose che Metallo abbozza con il favore della totale verosimiglianza.
Per mettere ordine a questa pluralità di spunti, abbiamo chiacchierato direttamente con l’autore. Quest’intervista è il frutto del nostro confronto.

Claudio Metallo nasce documentarista e approda a metà della sua parabola alla narrativa. Che deformazioni positive e negative comporta un percorso di questo tipo?

Di professione resto un documentarista, vivere di sola scrittura sarebbe meraviglioso, ma è un po’ complicato. I miei documentari hanno sempre avuto un taglio sociale e di denuncia, essendomi occupato di temi come i danni creati dal TAV o la ‘ndrangheta. Lavorando a un genere documentaristico di questo tipo, è necessario mettersi moltissimo al servizio delle persone che si intervistano per realizzarlo. Nel farlo, ogni idea creativa o volontà del regista di incidere sulla narrazione è subordinata al lasciare spazio alle persone e ai contesti che si vuole mettere in scena. Con la scrittura riesco a compiere un lavoro completamente diverso, fatto di inventiva continua, anche se spesso prendo spunto da storie che ho raccontato in un documentario o, ancora più frequentemente, da vicende che non ho potuto raccontare. Non solo per ragioni di riservatezza o vincoli, ma anche solo per esigenze di produzione che non mi hanno permesso di approfondire alcuni spunti.
Se invece vogliamo fare un discorso più contenutistico sull’influsso del documentario sul mio stile, ammetto che c’è, e moltissimo. Io nasco oltretutto come montatore e il montaggio è un processo narrativo. Tramite il montaggio ci si ritrova spesso a dover incrociare le storie, selezionando il materiale e costruendo una narrazione. In fase di scrittura quest’approccio è preziosissimo, perché il montaggio è d’aiuto nello scrivere insegnando a togliere, a scremare. E questo, tanto nel montaggio quanto nella scrittura, è un processo vitale. Tutti i montatori si trovano a dover selezionare ciò che è interessante e funzionale a una storia tra centinaia di ore di girato, e questo, specie nello scrivere racconti, è fondamentale.

“Con un romanzo si può vincere ai punti, con un racconto solo per k.o”. Questa citazione di Julio Cortázar, in calce all’introduzione di Comandare è meglio che fottere, è il manifesto programmatico di una prosa che ha nei ritmi serrati il suo valore aggiunto. Come cercare, nella stesura di un racconto, quel k.o?

Si tratta di una domanda da un milione di dollari. Come processo di lavoro, tutto parte da un’intuizione che può venire da un’osservazione o da un ricordo. Nel racconto Italia ’90, per esempio, ho fatto ricorso alle memorie del primo mondiale che io ricordi nitidamente. Poi raccolgo moltissimo materiale e da qualunque fonte: articoli di giornale, libri, blog, riviste online, saggi, film e documentari. Una volta che ho chiari tutti i passaggi del romanzo o del racconto, butto giù una scaletta e mi metto a scrivere. Effettivamente, in Comandare è meglio che fottere, cerco degli elementi che mi portino a un finale d’impatto, ma è probabilmente un processo inconscio e non attuato sistematicamente. Inoltre, un elemento che amo introdurre nei racconti sono dei connotati molto immediati per i personaggi. Spesso lo faccio, ad esempio, coi soprannomi. Nel momento in cui creo un personaggio che si chiama Totonno ‘a Culercia, e spiego che la culercia è una formica disgraziata e aggressiva, aiuto il lettore a identificare subito quel personaggio in una certa maniera, memorizzarlo e continuare nella lettura avendo un riferimento preciso sul suo carattere.

Presente e passato, fatto storico e storia sportiva, il profondo sud, il Sudamerica, la Guerra Fredda. La raccolta è policentrica ed entusiasma il lettore, costringendolo a sintonizzarsi – racconto dopo racconto – su orizzonti sempre diversi. Questa struttura compositiva è un progetto narrativo preciso o si è stratificata casualmente?

Si tratta di un’impostazione casuale. Con CasaSirio abbiamo scelto tra una serie di racconti inediti, selezionandoli secondo macro-temi, in assenza di un unico fil rouge. Abbiamo scelto come cardini della raccolta il calcio, la criminalità e la politica. La passione per la politica, per esempio, mi ha portato a raccontare orizzonti davvero particolari. Bole e Folker, per citare un caso, è stato un pretesto per mettere il punto su una mia esperienza di viaggio nell’ex Germania comunista, dove ho avuto l’occasione di raccogliere materiale sulla Stasi e su Berlino Est. Puru cu simu fimmene è invece legato a un fatto realmente avvenuto, su cui avrei voluto realizzare un documentario senza riuscirci, perché non erano più rintracciabili i superstiti dello sciopero e i pochi parenti ancora in vita non ne volevano parlare. Questa struttura variegata, quindi, è lo specchio di quest’operazione di raccolta tematica.

La lingua di Comandare è meglio che fottere è cangiante, funzionale all’esigenza narrativa di ogni singolo scenario tratteggiato. Talvolta è un creolo d’italiano e dialetto, in cui narratore esterno e personaggi si muovono in una dimensione espressiva localistica. Talaltra, è un limpido italiano. Come motivi questa scelta?

Rispetto al dialetto posso dire che determinate storie non possono essere raccontate in italiano, almeno per me. Ricreare certi contesti e strutturare certi personaggi senza il dialetto sarebbe impossibile. A un certo punto esiste chiaramente un rischio, dettato dal fatto che mettere il dialetto per iscritto è una procedura complessa. Anche per quel lettore che magari lo conosce, ma che lo ha sempre sentito parlare e nello scritto si ritrova, fatalmente, meno. Però confermo: certi personaggi, soprattutto nei racconti ambientati nel Meridione, non avrebbero mai potuto esprimersi in perfetto italiano. Poi, l’uso del dialetto in letteratura a me diverte moltissimo, anche perché permette di riscoprire termini caduti in disuso, poiché anche nelle realtà in cui il dialetto è ancora dominante questo sta subendo l’influsso dell’italiano standard. Riuscire a preservarlo attraverso la scrittura mi dà grandi soddisfazioni.

Il calcio è il fondale costante, uno dei grandi leitmotiv della raccolta. Momenti e personaggi iconici si susseguono incorniciando la narrazione: Italia ’90, Maradona, il Maracanazo del mondiale brasiliano o lo storico goal di Jurgen Sparwasser a Germania Ovest ’74. Cos’è per Claudio Metallo il calcio e qual è il suo potenziale letterario?

Io sono appassionatissimo di calcio e lo seguo con grande trasporto. Sono tifosissimo del Cosenza, e sono quindi condannato alla sofferenza più totale dal lato del tifoso. Ma, non avendo mai tifato per una grande squadra, ho sempre potuto apprezzare i grandi campioni da una posizione super partes. Amo moltissimo grandi figure iconiche: Ronaldo il Fenomeno, Francesco Totti, o Maradona che per me è imprescindibile. Questo è chiaramente l’aspetto più personale e goliardico del mio rapporto col calcio. Da autore, posso invece dire che per me è un eccezionale aggregatore sociale e un filtro di osservazione attraverso cui guardare agli avvenimenti storici. Al contempo, tanti grandi avvenimenti sportivi nascondono retrospettive storiche. Pensiamo per esempio al Maracanazo. Dietro alla tragica sconfitta della nazionale brasiliana c’è un evento poco ricordato che ha a che fare con Getúlio Vargas, caudillo e proprietario terriero che governava il Brasile da decenni. Nel 1950, un gruppo di militari ordì un colpo di stato e indisse libere elezioni, convinto del fatto che le avrebbero vinte sull’onda della grande gioia per il primo titolo mondiale. Sappiamo com’è finita: il Brasile perse la finale con l’Uruguay e Vargas rivinse le elezioni. Una vicenda incredibile, che lega a doppio filo fatto storico e fatto sportivo.

L’oscillazione tra reale e fantastico è assoluta. Alcuni luoghi, come la Petrascatanta de Il pozzo del pescaro è un non luogo idealtipico, insieme di topos paesaggistici e sociali della Calabria d’altri tempi. Altri racconti hanno coordinate topiche e temporali assolutamente precise. Ti definiresti un realista o un narratore del fantastico?

Probabilmente nella scrittura cerco di dare più fiato alla creatività e alle sensazioni. Quindi, da un certo punto di vista, mi reputo un narratore del fantastico. Potremmo, in relazione al racconto che citi, parlare con un po’ d’ironia di “realismo magico calabrese”. A me piace moltissimo ascoltare le persone. Penso sia la parte più bella del lavoro di documentarista e spesso i racconti popolari e tramandati da anziani sono zeppi di elementi magici e fantastici, perlopiù divertenti e totalmente surreali rispetto all’immaginario gotico anglosassone che abbiamo come riferimento culturale di ciò che consideriamo appunto “fantastico”.

‘Ndrangheta e camorra prendono vita nella narrazione come maschere: raccontate quasi sempre dal di dentro, spietate ma connotate con tratti di assurdo. Quali sono i modelli letterari di Claudio Metallo per quanto riguarda la letteratura criminale?

Come punto di partenza, se devo identificare una scintilla che mi ha ispirato questo tipo di rappresentazione, questa è un film di Fernando di Leo, I padroni della città. In un dialogo tra Al Cliver, Harry Baer e Vittorio Caprioli, i due protagonisti cercano di truffare L’Americano, uno spietato e potentissimo criminale. Caprioli, nel ruolo del vecchio borseggiatore in pensione, mette in guardia i due giovani, dicendo loro che corrono un rischio enorme nel cercare di raggirarlo. Al Cliver, con tutta calma, risponde che un uomo è sempre più fesso di come lo si immagini. Questa visione mi ha aperto un mondo per quanto riguarda la rappresentazione del criminale. Leggendo la cronaca giudiziaria o i fascicoli processuali, spesso ci si rende conto che il malavitoso alle volte è tutto fuorché astuto.
Secondo me, cercare di sminuire la figura del mafioso, di privarla di quell’alone di mito, ha un’utilità sociale indubbia anche in virtù del fatto che molta televisione, molto cinema e anche molta letteratura puntano a fare del boss un personaggio leggendario. Inoltre, specie in Italia, la criminalità organizzata è “un coperchio per un sacco di pentole”. Spesso, dietro ai fenomeni mafiosi, c’è un intero sistema politico ed economico che fornisce alla mafia gli input d’azione e di cui ‘ndrangheta o la camorra non sono altro che la manovalanza bieca, mossa solo dall’avidità di denaro.

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Il racconto di un’America ai margini: intervista a William Kennedy

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

La strada editoriale di William Kennedy, classe 1928, nato ad Albany, capitale dello Stato di New York, fino al Premio Pulitzer, conquistato nel 1984 mettendo alle spalle Cattedrale di Raymond Carver, è stata tortuosa, lunga e appassionata come la sua vita.

Ironweed è stato insignito del prestigioso riconoscimento dopo il rifiuto di dodici casa editrici. L’editore di Viking invece lo pubblicò insieme agli altri due romanzi che costituiscono la trilogia di Albany, sancendo il successo internazionale di un giornalista di rango, divenuto autore, capace di conquistare l’attenzione di Saul Bellow e Gabriel Garcia Márquez. I libri di Kennedy hanno raggiunto trenta paesi.

Il Premio Nobel colombiano si era appassionato particolarmente a L’ultima scommessa di Billy Phelan, che è parte del ciclo di Albany, appena pubblicato da minimum fax in Italia. Nel noir Kennedy racconta l’America dei margini dal potere periferico a quello centrale con i meccanismi di riproduzione della politica. Il romanzo nasce essenzialmente da due interessi: narrare la storia avventurosa dello zio, un biscazziere, e il fascino del vasto controllo sociale dei democratici di Albany incapaci di perdere un’elezione in cent’anni.

Perché l’incontro con il Premio Nobel Bellow le ha cambiato la vita?

«Lo conobbi nel 1959, quando a Porto Rico dirigevo il giornale San Juan Star. Teneva un corso di scrittura all’Università presso Rio Piedras. Gli mandai sessanta pagine del mio secondo romanzo e lui mi accolse nella sua classe».

Com’è finita?

«Le rilesse, dopo avermele fatte riscrivere, e aggiunse: “Hey, questo è pubblicabile”. Era la prima seria benedizione al mio lavoro. Ho comprato lo champagne e sono tornato a casa per festeggiare con mia moglie. Nel tempo siamo rimasti amici».

La sua trilogia affronta anche la questione dell’identità americana. Qual è il suo senso?

«Non è un concetto univoco, perché si arricchisce di molte tradizioni culturali. Non mi considero un irlandese, ma un americano però quando ho cominciato a scrivere romanzi, mi sono accorto di quanto l’eredità irlandese fosse pervasiva nei miei comportamenti, nel modo di pensare ed è emersa in ogni romanzo. Amo l’essenza irlandese che abbonda nella mia vita».

Billy Phelan parte da un fatto reale: il rapimento del nipote di un capo della macchina politica dei Democratici di Albany da parte di un gangster locale nel 1933. Qual è il potere di “The machine”?

«I democratici hanno preso il potere nel 1921, gestendo ogni cosa dal sistema giudiziario ai locali in cui la polizia controllava che si servisse la birra del capo politico. “The Machine” ha governato ininterrottamente dal 1921 al 1983. Il sindaco è morto dopo undici mandati consecutivi. Ora il partito ha cambiato alcune forme, è più aperto a livello razziale. È stata eletta per la prima volta una donna e celebrano cent’anni al potere. Non esito a definirla la macchina politica organizzativa più longeva della storia».

Oscurata dall’eccentrica New York, Albany ha dato molto politica statunitense e lei l’ha portata alla ribalta letteraria.

«Dopo il Pulitzer mi hanno riservato l’attenzione dedicata al Papa, quando muore. Quattro dei nostri governatori sono diventati poi Presidente degli Stati Uniti: Van Buren, Cleveland, Teddy e Franklin Roosevelt. È una delle città più politiche d’America. Jefferson, Hamilton e Burr hanno scolpito qui la forma dei nostri partiti».

Che cosa direbbe della sua Albany, a chi, come Faulkner, ha vissuto e vive inconsapevole della sua esistenza?

«La città è databile dal 1609 con il viaggio di Henry Hudson, lungo quello che oggi è definito il fiume Hudson, quando l’area era abitata dai nativi americani. La sua storia risale dunque a molto prima della Rivoluzione Americana. Melville ha vissuto qui come Henry James. Ci ho visto combattere, e vincere in pochi secondi, Mike Tyson. Grace Kelly ci ha trascorso una notte».

Che cosa le ha insegnato la vita notturna di Albany a cui ha attinto per la storia?

«Sono cresciuto in questa città e in alcuni dei suoi saloon ho speso ore di rara educazione direi scolastica. Mio zio era una persona molto nota della vita notturna nel quartiere. Era uno scommettitore, un mazziere, uno spaccone al biliardo. Lo amavo, era il mio parente preferito. Quando ho cominciato a scrivere romanzi, lui aveva già preso la forma di un personaggio di valore. Nel mondo sommerso si legge ciò che poi accade in quello di sopra».

Come ha conosciuto Márquez?

«Ho realizzato la prima intervista biografica di “Gabo” negli Stati Uniti, che viveva parte del suo tempo a L’Avana. Nel 1987 andai a Cuba, in casa sua, e mi fece conoscere anche Fidel Castro. Parlammo di libri, film e del nuovo scotch che aveva lanciato. Amava la scena iniziale in cui Billy Phelan infila a biliardo otto strike consecutivi».

Trova analogie tra la Grande Depressione e la pandemia?

«È il peggior disastro da oltre un secolo, ci sono stati più morti in America della Seconda Guerra Mondiale. La vita è sprofondata per milioni di persone come nella Depressione. Trovo una differenza: la responsabilità della politica. All’esplosione del contagio l’ex presidente Trump ha favorito la diffusione del virus negando la sua forza letale. Negli anni Trenta i leader politici non negarono la crisi, la combatterono fino al suo superamento. Ora siamo nuovamente su quella via».

Che cosa ha imparato del giornalismo?

«Nel vestito migliore non è l’ambizione di un potere piccolo che soggiace ad altri poteri».

 

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“Il racconto di un’America ai margini: intervista a William Kennedy” è stato scritto da Gabriele Santoro e pubblicato su minima&moralia.

Covid, Speranza sulle mascherine: “Non vanno abbandonate. Restano uno strumento fondamentale”

Il Ministro della Salute Roberto Speranza ha parlato di come le mascherine non dovrebbero essere abbandonate.

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“Covid, Speranza sulle mascherine: “Non vanno abbandonate. Restano uno strumento fondamentale”” è stato scritto da Valentina Mericio e pubblicato su Notizie.it.

Juventus, logo arcobaleno per i diritti Lgbtq+: “Tutti amano il calcio”

La Juventus e altri famosi club hanno colorato il proprio logo come l’arcobaleno per sostenere la comunità Lgbtq+.

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“Juventus, logo arcobaleno per i diritti Lgbtq+: “Tutti amano il calcio”” è stato scritto da Federica Palman e pubblicato su Notizie.it.

Cade l’obbligo del carcere per i giornalisti. La consulta: “È illegittimo”

La consulta ha dichiarato incostituzionale l’obbligo di carcere per i giornalisti per i reati a mezzo stampa. Fnsi l’ha definita una sentenza storica.

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“Cade l’obbligo del carcere per i giornalisti. La consulta: “È illegittimo”” è stato scritto da Valentina Mericio e pubblicato su Notizie.it.

Partorisce 10 gemelli in Sudafrica, ricoverata in psichiatria: il padre non ha mai visto i bambini

In Sudafrica, una donna di 37 anni è stata ricoverata in psichiatria dopo aver rivelato di aver partorito 10 gemelli che, però, il marito non ha mai visto.

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“Partorisce 10 gemelli in Sudafrica, ricoverata in psichiatria: il padre non ha mai visto i bambini” è stato scritto da Ilaria Minucci e pubblicato su Notizie.it.

Denise Pipitone, l’ex pm Maria Angioni indagata per false dichiarazioni

L’ex pm Maria Angioni, che per prima indagò sulla scomparsa di Denise Pipitone nel 2004, è attualmente indagata con l’accusa di false dichiarazioni.

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“Denise Pipitone, l’ex pm Maria Angioni indagata per false dichiarazioni” è stato scritto da Jacopo Bongini e pubblicato su Notizie.it.

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