di ARTURO DOILO Secondo Ranieri Guerra, senza le cure precoci, che in vero sono solo cure e non precoci, cioè rappresentano il semplice non abbandono dei pazienti, e quindi il contrario dell’errato protocollo dell’intubazione (e non dimentichiamo il divieto delle autopsie), sono state uccise decine di migliaia di persone, dalla “tempesta” citochinica…

Il collettivismo ci sta seppellendo sotto un mare di debiti

di MATTEO BERINGHI L’apprendimento delle idee collettiviste viene quasi quotidianamente stimolato da parecchi programmi televisivi tra cui posso sicuramente annoverare RaiNews, dove al mattino l’apologia di tali idee viene sublimata da ospiti di ogni specie politica. I furti che il governo compie costantemente, per il “Bene Comune” ovviamente, non possono che trovare approvazione da parte dei cittadini…

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“Il collettivismo ci sta seppellendo sotto un mare di debiti” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su Miglioverde.

Delta Airlines: niente obbligo vaccinale ai piloti! E sui voli scandinavi basta mascherina

di GUGLIELMO MENGORA

La Delta Airlines negli USA è la prima compagnia che abolisce l’obbligo vaccinale per i suoi lavoratori che era entrato in vigore qualche giorno fa. Sono migliaia di voli cancellati ogni giorno, solo la SouthWestern Airlines ne ha cancellati fino a 1.000 in un giorno tentando prima di addebitare la scelta al maltempo ma a destare anche sgomento il caso di almeno un pilota morto in volo con il Secondo che ha dovuto effettuare un atterraggio di emergenza.

Il pericolo di malori e decessi in volo di piloti ed assistenti a causa dei vaccini è stato evidenziato da tutte le associazioni dei lavoratori che hanno iniziato a rifiutarsi di volare. La scusa del maltempo ha tenuto poco e la Delta è la prima che chiude la pantomima.

“Stiamo dimostrando che si può lavorare in modo collaborativo con i nostri lavoratori, fidandoci di loro quando prendono le decisioni e rispettando queste loro decisioni senza imporre comportamenti con la minaccia del licenziamento”, ha dichiarato il CEO Ed Bastian.

Ma ancora più forte il segnale che arriva dalla Scandinavia che ha deciso, collettivamente, di farla finita con la follia psicotica del Covid19 e sta sconfessando tutto il resto d’Europa. Se prima era solo la Svezia, ormai tutti i paesi scandinavi, inclusa la Danimarca, dopo avere annullato tutte le restrizioni anti-Covid19 hanno deciso di eliminare anche le mascherine su tutti i voli. Le mascherine saranno obbligatorie solo per i voli diretti verso paesi che usino i lockdown o le restrizioni come la Germania o l’Italia.

Vi ricordate quando i bene informati ci spiegavano che non sapevamo fare i calcoli e che si doveva confrontare la Svezia solo con i suoi vicini? E’ finita che i suoi vicini hanno deciso che aveva ragione la Svezia e voi sapete ora chi erano gli imbecilli che non sapevano fare i calcoli.

Resta inteso che ogni giorno che gli scandinavi non muoiono tutti faranno fare una figura da cioccolatai a tutti i paesi europei e renderanno le loro misure difficili da sostenere.
Ma al fatto che si prendano misure che niente hanno a che spartire con la Sanità siamo abituati, nevvero?

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Oroscopo di domani lunedì 18 ottobre 2021: Toro, Vergine e Capricorno

Oroscopo di domani per i segni zodiacali di terra. Le previsioni per le persone nate sotto il segno del Toro, della Vergine e del Capricorno.

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“Oroscopo di domani lunedì 18 ottobre 2021: Toro, Vergine e Capricorno” è stato scritto da Chiara Nava e pubblicato su Notizie.it.

Massimo Cacciari e il fascismo oggi

 

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«Le condizioni storiche, sociali, culturali di quel caratteristico fenomeno totalitario (non esiste il totalitarismo, come in genere non esiste alcun “ismo” in nessun campo) non hanno alcun remoto riscontro nella realtà attuale di nessun Paese», sulle colonne del quotidiano ‘La Stampa’ il filosofo Massimo Cacciari definisce il pericolo fascista evocato in Italia una «farsa dolorosa». 

Per il filosofo il pericolo fascista «è altrettanto realistico dell’entrata di un’astronave in un buco nero». 

D’altronde al momento dell’instaurazione circa un secolo fa il movimento fascista poteva contare sul sostegno «diretto o indiretto di settori decisivi dell’industria, della finanza e di apparati dello Stato ad altissimo livello». E nessuna di questi poteri attualmente «ha il benché minimo interesse a sostenere prospettive analoghe». 

«La verità – continua Cacciari sul quotidiano torinese – è che i movimenti che si richiamano a quella tragedia sono farse, per quanto dolorose, che nulla politicamente potranno mai contare, e il cui unico risultato è e sarà quello di ridurre tutto al bianco-o-nero, di impedire ogni seria discussione sull’incredibile susseguirsi di emergenze in cui viviamo e sulla possibilità di affrontarle con spirito democratico». 

Per questo motivo il filosofo afferma che «nessun fascismo sarà comunque nei nostri destini». Ma «il pericolo che cresce quotidianamente è tutto un altro: che la persona scompaia fagocitata dalle paure, dalle avarizie, dalle invidie, dai risentimenti dell’individuo, in cerca affannosamente di chi lo rassicuri, lo protegga, lo consoli – quell’individuo che non riconosce nessuno oltre se stesso e che insieme esige forti pastori – che in nessuno confida se non in chi di volta in volta gli sembra potente abbastanza da servire al proprio individuale interesse». 

Con il rischio di ritrovarci in un regime. «Un regime che assolutamente nulla ha a che fare con i mantra democratici che continuiamo a ripetere, pietoso velo del naufragio che ha subito fino a oggi ogni tentativo di riforma del nostro sistema istituzionale e del rapporto tra le sue funzioni e i suoi poteri». 

Green Pass, cittadini chiedono asilo politico davanti l’Ambasciata svedese

 

 

Decine di persone provenienti da diverse regioni si sono radunate davanti all’ambasciata di Svezia con cartelli in varie lingue per chiedere asilo politico a causa delle decisioni governative che possono privare di lavoro e dunque di casa e di diritti i “renitenti alla leva del lasciapassare sanitario”. Un appello che può estendersi ad altri paesi.

 

(Marinella Correggia)

Fascismo (attuale) e lotta di classe: in mezzo non si può più stare

“Questa piazza rappresenta tutta l’Italia che vuole cambiare questo paese – aggiunge – che vuole chiudere la storia di violenza politica che colpisce tutta la società. Essere antifascisti lo si è per garantire la democrazia di tutti e i principi della nostra Costituzione.”

Difficile dover analizzare tante contraddizioni, ipocrisie e falsità in un’unica frase, quante sono quelle espresse da Maurizio Landini, segretario della Cgil, nel suo discorso di oggi a Piazza San Giovanni durante la manifestazione “Mai più fascismi” – organizzata in seguito all’assalto semi-pilotato di manifestanti (alcuni con il Daspo) di Forza Nuova alla sede della Cgil di sabato scorso. Su questa vicenda, le ultime imbarazzate e imbarazzanti parole del ministro Lamorgese sull’accaduto non meritano davvero ulteriori commenti.

Le parole contraddittorie e palesemente false di Maurizio Landini venivano pronunciate davanti a chi negli ultimi 30 anni la Costituzione (in particolare l’art.1) l’ha calpestata, i diritti sociali spappolati e il Welfare stritolato. Le conquiste delle lotte operaie di qualche decennio fa sono state annullate per conto di chi, a Bruxelles, Berlino e Francoforte prendeva in mano le politiche economiche e sociali del nostro paese, dettando ordini ai vari viceré e traditori della Costituzione che si alternavano al potere. E alcuni erano anche fisicamente presenti a San Giovanni.

In questi giorni c’è, tuttavia, un’altra Italia che scende in piazza. Lo fa in modo confuso, approssimativo se volete, ma genuino con una rabbia e una determinazione che ha trovato nell’abominio del Green Pass la sua miccia scatenante. L’ultima goccia.

E’ un’Italia che è una classe sociale senza saperlo, sicuramente senza ancora averne coscienza. Un’Italia che sta trovando la sua identità e deve ancora comprendere che i suoi principali avversari non sono i passacarte italiani ma i veri decisori che si trovano alla guida di enti sovranazionali precisi. Un’Italia che attraverso il Movimento 5 Stelle aveva cercato di canalizzare la sua rabbia nelle istituzioni, ma che ha poi visto portare i suoi consensi e voti proprio a favore dei principali responsabili della distruzione del tessuto sociale e lavorativo del paese.

Un’Italia che oggi si arrocca intorno ai lavoratori di Trieste e Genova, in particolare, ma anche a quelli della logistica. Non è certo un caso, ma il segnale della disopia malefica che il regime neo-liberista produce.

Un’Italia che non ha più nelle forme tradizionali della politica e dei sindacati uno sbocco. Quando Grillo diceva dalle piazze che il Movimento 5 Stelle era stato un enorme calmiere sociale della rabbia popolare aveva perfettamente ragione. Quel calmiere non c’è più e quell’Italia ha bisogno di trovare nuove identità e forme.

Qui ci viene in aiuto Carlo Freccero attraverso il suo magistrale editoriale che come l’AntiDiplomatico abbiamo pubblicato giovedì.  “La discriminazione non si combatte arroccandosi su posizioni corporative. Mentre il governo porta avanti la consueta strategia del “divide ed impera”, i portuali scrivono “siamo venuti a conoscenza che il governo sta tentando di trovare un accordo, una  sorta di accomodamento, riguardante i portuali di Trieste”… “Noi come portuali ribadiamo con forza e vogliamo che sia chiaro il messaggio che nulla di tutto ciò farà sì che noi scendiamo a patti fino a quando non sarà tolto l’obbligo del green pass per lavorare, NON SOLO PER I LAVORATORI DEL PORTO MA PER TUTTE LE CATEGORIE DEI LAVORATORI”Per chi, come me, ha vissuto le lotte dei lavoratori negli anni 70, è un discorso commovente, perché riporta in vita il concetto di lotta di classe. Buffet ha dichiarato: “la lotta di classe esiste e l’abbiamo vinta noi”

Ad oggi, non c’è dubbio ha ragione Warren Buffet. Con Draghi al potere, in Italia in particolare.

Ma i giudizi della storia non sono mai definitivi e sentire cantare “Bella ciao”, “El pueblo unido” oggi a San Giovanni fa perdere di significato, umiliandole ulteriormente, decenni di lotte operaie. Soprattutto fa emergere in modo drammatico il deficit di informazione che esiste in questo paese. Come spiegare altrimenti il silenzio assordante di questi manifestanti per l’antifascismo quando i responsabili delle organizzazioni che erano presenti in piazza sostenevano attivamente i fascisti in Venezuela, i neo-nazisti in Ucraina, i terroristi in Siria?

Come spiegare altrimenti il silenzio verso le loro organizzazioni quando i responsabili delle loro organizzazioni, in ossequio ai diktat dell’imperialismo Usa e Ue di cui sono diretta espressione, fanno ossequi di massacri ad intere popolazioni attraverso la Nato?

Come spiegare altrimenti il silenzio verso le loro organizzazioni quando i responsabili delle loro organizzazioni calpestano e umiliano i principi della nostra Costituzione che richiamava Landini?

E allora, senza dover citare nuovamente le ottime sintesi di Cacciari sul senso del fascismo oggi, vogliamo riportare in conclusione le illuminanti parole del grande filosofo italiano Gianni Vattimo rilasciate all’AntiDiplomatico qualche anno fa. Vi preghiamo di condividerle il più possibile perché ci sono molte risposte anche per i più riottosi e accaniti lettori del mainstream italiano.Se penso alla definizione di Gramsci di fascismo, vale a dire un sistema in cui un’organizzazione tecnico-economica è in grado di imporre con la forza il suo modello, mi domando: cosa è cambiato oggi? Solamente lo strumento: non ci picchiano più in testa, non c’è più l’olio di ricino, ma ci obbligano all’austerity. E’ una governance mondiale che serve coloro che statisticamente ci guadagnano: la forbice tra i poveri ed i ricchi del mondo aumenta in modo selvaggio e c’è uno spostamento costante del Pil mondiale dal mondo del lavoro a quello finanziario. Non so valutarlo tecnicamente, ma è un risultato di questa “dittatura oligarco-finanziaria”.

Con queste parole Vattimo ci corre davvero in aiuto a stilare i confini, tracciare il solco da cui partire.

Tanta gente a Piazza San Giovanni nel segno di quel corporativismo del partito e sindacato unico di cui parla da anni Pasquale Cicalese e che ha recentemente sintetizzato a l’AntiDiplomatico Lidia Undiemi. Tanta gente a San Giovanni nel segno dell’austerità e della “dittatura oligarchica finanziaria” che aumenta il divario tra ricchi e poveri. Tra rendita e salario. Tra regime neo-liberista (UE) e democrazia.

Tanta gente a Trieste nel segno di una confusa ma vitale resistenza e ribellione allo status quo che sta prendendo piede dall’abominio del “Green Pass”. Tanta gente a Trieste e in tutte le piazza d’Italia in cerca di una coscienza e di un’identità di classe.

L’Italia è formalmente divisa in due. E tutto ciò che – per paura, timidezza o semplice incapacità – resterà in mezzo verrà semplicemente spazzato via, travolto, da un lato, dalla violenza restauratrice del corporativismo draghiano, e, dall’altro, dalla rabbia popolare in cerca di coscienza e forma. E credeteci questa è davvero una buona notizia. Ad onestà intellettuale, in conclusione, Landini una cosa vera l’ha detta: “Essere antifascisti lo si è per garantire la democrazia di tutti e i principi della nostra Costituzione”. E’ giunto il momento di prenderne coscienza e impegnarsi tutti che a guidare le nostre istituzioni ci siano dei rappresentanti antifascisti, per davvero.

Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati – Domenico Conoscenti

Brani dalla ristampa del libro di Domenico Conoscenti (il Palindromo, 2021)  pubblicato da Marietti nel 1991: il diario di insegnamento in un Casa di reclusione in Sicilia, nell’anno scolastico 1986-87, in coincidenza con l’entrata in vigore della cosiddetta Legge Gozzini

lunedì 2 febbraio

 

Durante la ripetizione di storia in IIIª B entra a chiamarmi un allievo dei corsi elementari per conto della sua insegnante. Quando finiamo, anziché aspettare accanto al cancello, vado nell’altra aula. Come una scorta mi accompagnano gli otto allievi di oggi, ansiosi di sapere.

La curiosità è presto soddisfatta: la collega chiede se ci sono novità circa lo spettacolo da fare. Evidentemente i detenuti si sono passati la voce. La cosa va assumendo proporzioni e aspettative più grandi del previsto.

«Abbiamo parlato con gli educatori qualche giorno fa; il direttore ci ha fatto sapere di essere d’accordo in linea di massima, però bisogna concordare tempi, modi, circostanze…».

Non ho neanche finito di parlare che come una furia irrompe nell’aula l’appuntato di turno: piccoletto, baffi neri, sguardo truce: «Cosa fate tutti qua? Se avete finito le vostre lezioni tornatevene in cella!». Con la collega ci guardiamo attoniti.

«Un momento… calma… ragioniamo con calma», comincia Oliveri [uno de corsisti] «non c’è bisogno di fare così, stiamo discutendo una cosa brevissima…».

«Non avete proprio niente da discutere. Non lo sapete che è vietato stare insieme nella stessa classe? Avanti! Subito fuori!», lo interrompe quello ancora più infastidito.

Mi sento chiamato in causa più dai tentativi di Oliveri che dallo sguardo sinistro che l’appuntato mi sta rivolgendo: «Abbiamo appena finito le lezioni e in attesa, come al solito, che escano i corsisti e i colleghi delle altre classi, stavamo vedendo chi era disponibile per lo spettacolo che…».

«Spettacolo? Quale spettacolo? E chi ne sa niente!», mi interrompe sopraffatto dall’ansia di riprendere l’assalto. Come in certe favole, devo avere pronunciato senza saperlo la terribile parola magica, quella che scatena la furia incontrollata di tutti gli elementi. «Avete deciso già tutte cose per i fatti vostri senza neanche dirci niente!», continua rabbioso. «E il maresciallo lo sa? fate presto voi a decidere e organizzare ma questo è un carcere che vi pare? qua non siete a scuola e questi sono carcerati, delinquenti, anche se con voi fanno finta di comportarsi bene».

Oliveri e il detenuto che era venuto a chiamarmi tentano nuovamente di fare da pacieri, cercano quasi di prendere le nostre difese per il fatto di essere tutti lì. Ma nella sua furia quello ha già perso di vista il pretesto scatenante. Bersagli dei suoi strali siamo noi insegnati e via via tutto il personale del carcere, gli educatori, «ma chi si credono di essere questi?», ogni superiore in genere, infine tutti quelli che hanno la responsabilità delle condizioni in cui sono costretti a lavorare.

«A noi nessuno ci avvisa mai di niente, siamo sempre gli ultimi a sapere le cose però siamo quelli che mandano avanti il carcere quelli che devono rinunciare ai loro turni di riposo per essere qua e permettere a voi di organizzare le vostre cose. Lo sapete che oltre ai turni continui che facciamo una volta di mattina una di pomeriggio e una di notte siamo obbligati a fare straordinari pagati una miseria e pure quelli per la scuola? Dobbiamo continuamente rimandare le nostre ferie e il riposo settimanale perché siamo in pochi e non arriviamo a coprire tutti i turni eppure se si fa qualche cosa è perché ci siamo noi che rischiamo anche la vita per questo lavoro. Speriamo che questo spettacolo non si farà perché per noi significa altro straordinario e io la famiglia quando la vedo? Tutto questo poi per chi? Per questi, sì, ora con la riforma fanno tutti i santi ma noi lo sappiamo come sono veramente e voi che li difendete e parteggiate per loro…».

Ripenso alle volte in cui alcuni detenuti si sono lasciati sfuggire commenti malevoli verso certe guardie, a quando hanno accennato episodi poco edificanti su alcuni di loro nel tentativo di instaurare una forma di complicità. Mentre questo qui mi colpevolizza per tutto l’ordinamento carcerario italiano, provo un senso acutissimo di pentimento per non avere concesso mai il minimo spazio a quelle occasionali maldicenze.

Anche gli altri intanto sono usciti, si avvicinano, si forma un capannello nel cortile. Sopraffatto dalle raffiche di parole concitate che continua a sventagliarmi addosso, ho rinunciato a replicare qualunque cosa. Del resto sono molto teso, se dovessi tradurre in parole quello che mi si agita dentro in questo momento, verrebbe fuori qualche frase pesante.

Adriana [la collega di matematica] interviene a spiegare come e perché si è arrivati a parlare di spettacolo e del consenso da parte del direttore. Quello si va ammansendo anche perché ora si sente considerato, circondato dalle spiegazioni pazienti di Adriana e delle maestre.

Nonostante tutte le sue ragioni, l’atteggiamento di questa guardia mi rimane comunque indigesto. Sarà la stanchezza di questo fine quadrimestre, con i suoi ritmi di compiti, interrogazioni, giudizi da formulare… Penso che nella sua furia sadomasochista è riuscito a farci “giustificare” dai nostri allievi, a rendere solidali detenuti e insegnanti contro di loro, a farci quasi chiedere scusa per essere lì a tentare di fare il nostro lavoro.

Mi convinco sempre più che il carcere disintegra voracemente non solo gli intonaci e le suppellettili, ma qualunque cosa riesca a inglobare, è solo questione di tempo. Si azzera al suo interno ogni differenza tra carcerati e carcerieri, coatti gli uni e gli altri, protagonisti attivi del processo di disgregazione reciproca, in corsa verso l’entropia, destino di ogni microcosmo chiuso.

 

martedì 12 maggio

 

– IIIa B – «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», recita Fardella, leggendo il 3° comma dell’articolo 27. Il silenzio assoluto sottolinea l’attenzione immediata che si è creata a queste parole.

Le collego all’articolo 13 e chiedo se le loro esperienze confermino o meno quanto appena letto, «perché nell’altra classe, più di una volta hanno parlato di episodi che smentivano l’osservanza di questi articoli».

«Mentre mi portavano in carcere, i carabinieri mi hanno preso a legnate», dice Rubino, dopo un attimo di esitazione. E Modica: «No, a me non mi è capitato, sono stato fortunato, ma quando ero a P. di queste cose se ne vedevano e sentivano in continuazione… perché?… quasi sempre senza motivo, perché sanno che non possiamo, che non ci conviene reagire… forse perché a stare dentro certuni diventano più animali di noi».

«Qualcuno ha mai denunciato questi fatti?», chiedo. Momento di silenzio. «Tanto si sa», cerca di spiegarmi Modica «siccome i delinquenti siamo noi, la colpa di quello che succede è sempre nostra e uno, dopo avere subito la soverchieria, si becca pure il rapporto o l’aumento della condanna… tanto vale subire e stare zitti».

«Allora è perché pensate che la giustizia si ritorce contro chi la promuove, almeno nel vostro caso?».

Inaspettata, come fuori campo, giunge la voce di Oliveri: «No… no… non è solo per questo», e tace a godersi la sorpresa del suo sibillino intervento. Lo invito ad essere più esplicito, ma lui si limita ad aggiungere: «Non lo fa nessuno. Perché… non si fa».

E a conferma di questa asserzione, molti raccontano esperienze, casi in cui chi ha subito soprusi non ha mai parlato, né di sua iniziativa, né se interrogato.

Faccio notare che non parlare significa in un certo senso rendersi complici di una situazione che va comunque a loro danno. Forse, con la paura della denuncia molti si tratterrebbero dall’abusare della loro posizione…

«Noo. Che denuncia!», dice Oliveri. «Si può vedere di parlare con le persone, convincerle a ragionare…». Non è difficile dimostrare l’improponibilità della sua tesi di fronte alle situazioni che mi hanno descritto fino ad ora. Ma è chiaro che lui per primo l’ha detto senza crederci. Insomma, tutto pur di evitare di rivolgersi agli agenti, al direttore o al magistrato.

Escluso come prioritario ogni motivo di ordine pratico, mi trovo davanti a un dogma di comportamento, alla norma di un codice d’onore, indispensabile per mantenere integra la propria dignità. A questa mia affermazione emergono sorrisi stiracchiati, tentativi di schermirsi, con la fiacchezza tipica di chi non sa cosa opporre in concreto.

«Non è perché uno ha paura di quello che possono dire o pensare gli altri compagni… È proprio un fatto di carattere comportarsi così», replica infine Modica col consenso convinto dei compagni.

«Ma se non porta a risultati positivi, perché mantenere questo atteggiamento, perché non abbandonarlo?», insisto.

C’è qualche istante di silenzio, poi si sente la voce incerta di Oliveri: «Sarà un fatto di cultura?!».

Non è chiaro se si tratti di un’autentica domanda o di un suggerimento sfumato. In ogni caso evidenzia che una parte della comunità sociale non riconosce, nella propria “cultura”, le istituzioni espresse dalla società nel suo complesso. Non mi pare che le nostre radici, le stratificazioni storiche possano spiegarla del tutto. Se questa cultura persiste vitale fino ad oggi, deve essere funzionale a tutto il campo di forze in cui siamo immersi.

«Mi avete ripetuto che in carcere non si può fare altro che subire, ma fuori? Se qualcuno di voi subisce un sopruso, a chi si rivolge?… O si deve fare giustizia da sé?».

Nessuno dice niente per un lungo interminabile momento. Riformulo la domanda, ma dopo un altro più breve silenzio, Oliveri risponde stancamente: «Sarebbe lo stesso anche fuori. Ci comporteremmo come qui», dando voce al desiderio comune di chiudere in qualunque modo la discussione e passare ad altro.

Se questa sfiducia nelle istituzioni e nell’ordinamento della giustizia sembra precedere l’esperienza della detenzione, il carcere per la sua stessa struttura finisce per approfondirla e consolidarla, creando, in più, dipendenze che continueranno anche dopo. Forse, più che “tendere alla rieducazione del condannato”, il carcere punta a una funzione di deterrente, e a presentarsi come la vendetta della società contro chi non ha rispettato le sue regole.

 

  venerdì 15 maggio

 

– IIIa A – Arrivati all’articolo 29 accenno alla legge n. 151/75 per evidenziare gli aspetti più importanti dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Si lasciano coinvolgere con molta disponibilità e ben presto i riferimenti personali prendono il sopravvento, per quanto io non faccia nulla per spingerli in questa direzione, anzi…

I più partecipi sono Farone, Napolitano e Di Bartolo. Perfino Fazio, di solito così riservato, dice che ha scoperto come i figli tenessero a lui, durante la latitanza, quando insieme a loro passava ore e ore. Merulla, che invece non è sposato e non ha figli, accenna a un ricordo di suo padre: «Lo vedevamo solo la sera tardi, quando ritornava dal lavoro o nei giorni di festa e allora o se ne usciva per i fatti suoi o voleva essere lasciato in pace… però, se restava con noi, era come un estraneo quasi, che disturbava l’intesa che c’era tra noi fratelli e con nostra madre…».

Gli interventi si appuntano sul diverso atteggiamento dei genitori verso i figli. Si parla della figura del padre, così sbiadita a confronto con quella della madre, o relegata al rango di una distante autorità da cui discendono solo permessi, divieti, soldi o castighi.

Mi raccontano, con una punta di tristezza e di malcelato orgoglio, come durante i colloqui, o attraverso le notizie della moglie, i figli spesso lamentino la loro assenza. È un modo di dirsi il loro bisogno di un rapporto coi figli, a cui non è estraneo forse un nascosto senso di colpa. Glielo faccio notare. Sorridono arrendevoli.

Nel vuoto di affetti e di interessi, ora che non sono più il sostegno economico principale e che difficilmente possono mantenere il ruolo di guida morale, scoprono un modo diverso di stare con loro: come compagno di giochi, confidente, fratello maggiore. Per qualcuno sembra già un rimpianto, un desiderio rassegnato: c’è la coscienza di uno spazio vuoto destinato ad aumentare tra sé e i figli che inevitabilmente crescono anche senza la loro presenza.

Emerge ancora il tentativo di servirsi dei figli come alibi per qualunque sacrificio: «A loro non deve mancare niente, non devono passare quello che ho passato io alla loro età…». Ma già nel momento in cui lo dicono, il tono si affievolisce, si insinua sottovoce la consapevolezza che questa strada non ha portato bene neanche ai figli, oltre che a loro stessi.


 

Domenico Conoscenti (Palermo, 1958) è autore del romanzo La stanza dei lumini rossi,    ( e/o 1997) il Palindromo 2015, della raccolta di racconti Quando mi apparve amore, Mesogea 2016, e del saggio I Neoplatonici di Luigi Settembrini. Gli amori maschili nel racconto e nella traduzione di un patriota risorgimentale, Mimesis 2019.

 


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“Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati – Domenico Conoscenti” è stato scritto da giuseppe schillaci e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Reddito di cittadinanza, Mastrapasqua (ex presidente Inps): “Bisogna rivedere il sussidio”

L’ex presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha commentato con chiarezza la possibilità di rivedere il reddito di cittadinanza.

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“Reddito di cittadinanza, Mastrapasqua (ex presidente Inps): “Bisogna rivedere il sussidio”” è stato scritto da Alessandro Artuso e pubblicato su Notizie.it.


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