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America Latina e Venezuela: sanzioni, elezioni e balcanizzazioni

Piatto ricco di notizie, soprattutto perché domani, 11 aprile, è giorno di elezioni in Ecuador, Perù e Bolivia. E poi c’è la situazione in Venezuela, diventata incandescente nello Stato Apure, alla frontiera con la Colombia. Una frontiera lunga oltre 2.200 km, che delimita una zona di scambi e traffici e tentativi di infiltrazione da parte del narco-governo colombiano, dove gli omicidi di ex combattenti e leader sociali sono purtroppo quasi quotidiani, così come aumenta, nonostante la pandemia, il numero degli sfollati a causa delle violenze paramilitari coperte dallo Stato.

 In Colombia, questo 9 aprile, la sinistra colombiana ha ricordato l’omicidio del leader liberale Jorge Eliecer Gaitan, nel 1948. Un assassinio che ha chiuso la strada alla possibilità di costruire un cambiamento vero mediante la via istituzionale in un paese che è il principale alfiere degli Stati Uniti nella regione. La Colombia non solo ospita 9 basi militari, ma anche la Cia e corpi d’elite che accompagnano l’esercito colombiano nelle provocazioni costanti che compie alla frontiera nel tentativo di scatenare un conflitto armato con il Venezuela e fornire il pretesto agli USA per intervenire a livello militare.

Una richiesta, non dimentichiamolo, che i rappresentanti dei golpisti venezuelani all’estero, anche in Italia, dove vengono celebrati e ricevono premi in nome della “democrazia”, hanno rivolto pressantemente a Trump e che ora rivolgono a Biden. Lo schema è quello della balcanizzazione. S’infiltra e si occupa illegalmente un corridoio di frontiera, di solito ricco di risorse, e se ne prende il controllo: per staccarlo dal territorio nazionale, per usarlo come grimaldello destabilizzante e per chiedere alla cosiddetta comunità internazionale di inviare truppe con il pretesto di evitare che la zona diventi un pericolo per l’intera regione. Un modello che si è, per esempio, cercato di applicare in Bolivia nella cosiddetta mezzaluna fertile, dalle cui zone l’oligarchia di Santa Cruz ha fatto partire il golpe contro Morales nel 2019.

Nello stato Apure, un gruppo di narcotrafficanti, che in passato si era fatto passare per un settore dissidente della guerriglia Farc, è diventato la pedina della Cia e del governo colombiano per mettere in atto questo nuovo tentativo contro il governo bolivariano. Intanto, altre bande della grande malavita organizzata hanno organizzato uno show mediatico nei dintorni di Caracas, che è servito alla grancassa dell’opposizione golpista per diffondere la versione che il Venezuela sia un narco-stato, uno stato fallito, governato dal castro-madurismo, e che appoggia il “terrorismo”.

 Come si sa, questi due ritornelli sono quelli che servono per imporre sempre più misure coercitive unilaterali illegali: insieme alla retorica dei diritti umani usati come arma. E, infatti, sulla questione della sicurezza e di quella legalità borghese che nei paesi capitalisti è altamente feticizzata, il socialismo bolivariano viene messo sempre all’angolo: se non interviene contro le bande armate e i narco-trafficanti, è connivente, se lo fa è repressore.

E così sta avvenendo alla frontiera, dove la Forza armata nazionale bolivariana è intervenuta per cacciare questa banda al soldo della Cia insieme agli organismi del potere popolare, lasciando sul terreno alcuni soldati morti a causa delle mine anti-uomo che queste bande sono solite seminare in Colombia. Una pratica finora sconosciuta in Venezuela. Tanto che, il governo bolivariano ha chiesto all’ufficio preposto dell’Onu una specifica consulenza. Al riguardo, vi invitiamo a leggere sull’Antidiplomatico l’intervista a un rappresentante della Corriente rivoluzionaria Bolivar y Zamora.

Non è la prima volta che si cerca di balcanizzare il Venezuela infiltrando dei paramilitari alla frontiera. Nel 2004, l’opposizione golpista ha assoldato oltre 300 mercenari che si sono allenati in un’azienda agricola, poi scoperta, che dovevano farsi passare per soldati dell’esercito bolivariano. È stato uno dei numerosi tentativi di rovesciare il governo, che si sono succeduti dopo il golpe contro Chavez, dell’11 aprile 2002.

Quel golpe durato solo due giorni perché il popolo ha riportato a Miraflores il suo presidente, è un punto di svolta su cui tornare a riflettere per varie ragioni: intanto per i soggetti che lo hanno organizzato, sempre con il viatico degli Stati Uniti e la partecipazione della Cia. Allora sono andati a braccetto i vertici delle burocrazie sindacali, insieme all’equivalente di Confindustria, alle gerarchie ecclesiastiche e ai media privati. Perché?

Per impedire le nazionalizzazioni, la riforma agraria, la ripresa di sovranità sulle risorse ittiche attraverso una legge che impedisse le scorribande delle multinazionali, e lo sviluppo della democrazia diretta prevista dalla costituzione. Un esempio di quel che potrebbe capitare qui se si riuscisse a costruire un blocco sociale anticapitalista in grado di vincere e realizzare riforme strutturali, e se poi non si volesse capitolare come la Grecia.

Insieme a Cuba, il Venezuela è stato ed è al centro di un modello di integrazione regionale che guarda a sud e non al consenso di Washington, è un paese ricchissimo di risorse e per questo è nel mirino di ogni genere di attacco. Attacchi che violano il diritto internazionale, come si vede con le cosiddette sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa in modo extraterritoriale e senza il consenso dell’Onu, unico organismo preposto a stabilirle in caso di provata violazione dei diritti umani.

Invece, imprese, persone e istituzioni vengono perseguitate in ogni paese dal gendarme del mondo se si azzardano a intrattenere relazioni con il Venezuela. Non so se avete letto, sia sull’Antidiplomatico che sui quotidiani del proprietario di un ristorante italiano, che la politica di sinistra non sapeva neanche dove stesse di casa, a cui il ministero del Tesoro statunitense ha bloccato conti e carte di credito italiane per un caso di omonimia con un imprenditore svizzero che, udite, udite, stava cercando di commerciare con una filiale dell’impresa petrolifera di stato venezuelano.

Il malcapitato ha detto di aver dovuto cavarsela da solo perché le istituzioni italiane, come si sa, non sono competenti in fatto di sovranità nazionale. Che poi quel medesimo malcapitato ne abbia tratto come unica lezione il desiderio di ricevere in cambio una green card dagli Stati Uniti, fa ulteriormente riflettere.

Intanto, si continua a censurare il Venezuela anche rispetto all’efficacia delle cure contro il coronavirus. Nonostante la “variante Bolsonaro”, proveniente dal Brasile, che sta provocando un aumento dei contagi, il Venezuela ha un numero di morti relativamente basso, di appena superiore ai 1700 e un tasso di guarigione di oltre il 90%, grazie a una politica sanitaria analoga a quella cubana. E, infatti, insieme a Cuba, sta producendo anche un proprio vaccino, l’Abdala, arrivato alla fase di sperimentazione conclusiva. Però di questo il governo bolivariano non può parlare, perché Facebook blocca gli account del presidente e di chiunque si azzardi a mettere un like.

La demonizzazione del Venezuela e il tema del posizionamento dei vari paesi latinoamericani nel quadro internazionale è al centro del dibattito elettorale anche in Perù, in Ecuador, in Bolivia. E non è un caso che la diplomazia militare statunitense, dopo essere passata dal Messico, stia ora passando per l’Argentina, due paesi governati da presidenti progressisti, e per l’Uruguay, tornato a destra nelle ultime elezioni.

Il controllo delle basi militari nordamericane, di cui pullulano i paesi come Colombia, Honduras, e il controllo geopolitico del territorio per contrastare la presenza cinese, sono al centro delle preoccupazioni di Washington e della Nato, che non per niente si è già riunita con i membri della Unione europea per rinnovarne il vassallaggio.

La situazione del Perù, che domenica va alle elezioni presidenziali e parlamentari, è a suo modo un condensato esemplificativo del fallimento degli stati capitalisti al soldo di Washington, e della crisi della democrazia borghese, messa alla prova della guerra di classe negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Il 6 aprile 1992, a due anni dalla sua elezione, l’allora presidente Alberto Fujimori sospese la Costituzione e sciolse il Parlamento, dando vita ad un governo detto di emergenza e di ricostruzione nazionale. Il “golpe bianco” di Fujimori ebbe il sostegno delle Forze armate che occuparono il Parlamento (dove il partito del presidente era in minoranza), il palazzo di Giustizia, i ministeri e la sede della radiotelevisione. Fujimori accusò il Parlamento di aver ostacolato la politica di riforme ultra-liberiste da lui promossa.

La campagna di sterilizzazione forzata è stata solo la punta dell’iceberg di un’involuzione autoritaria che ha lasciato una impronta pesante nelle istituzioni peruviane. Tra il 1995 e il 2001, furono sterilizzate a forza, in base al Programma nazionale di pianificazione famigliare di Fujimori, 346.219 donne, in maggioranza indigene e contadine.

Cifre fornite dal rapporto realizzato nel 2002 da una commissione parlamentare indipendente. Ora Fujimori è agli arresti domiciliari per motivi di salute e sua figlia Keiko, che si presenta per la terza volta, adesso come candidata del partito di destra, Fuerza Popular, ha in programma di renderlo definitivamente libero. Al contrario, la permanenza del cosiddetto Diritto penale del nemico, analogo alla legislazione d’emergenza in Italia, consente la criminalizzazione della protesta e mantiene in carcere i prigionieri politici del passato conflitto, benché abbiano ormai quasi novant’anni.

In carcere per la cosiddetta Operazione Olimpo vi sono artisti, militanti delle organizzazioni popolari e avvocati. Nessuno dei 5 candidati, né di destra né di centrosinistra, che potrebbero passare al secondo turno, giacché non vi è un aspirante presidente che abbia possibilità di vincere al primo turno, mette nel suo programma la fine dell’emergenza e l’amnistia per i prigionieri politici.

L’unico partito di sinistra radicale, che si dichiara marxista-leninista e che ha una posizione internazionalista chiara, Perù Libre, esiste dal 2012 e non risulta rappresentativo. L’altra candidata che propone un programma di centro-sinistra, ma con molte ambiguità rispetto per esempio alla posizione sul socialismo bolivariano, è Verónika Mendoza, candidata per Juntos por el Peru.

Durante una conferenza stampa virtuale con media argentini, ha sostenuto di guardare al progressismo dell’Argentina, di non essere d’accordo con il bloqueo a Cuba e di volersi affidare alle relazioni sud-sud impostate dal progressismo moderato. Un altro tema forte di campagna elettorale, è stato quello di un’assemblea nazionale costituente, declinato sia da destra che da sinistra, e avanzato nelle recenti proteste popolari. Il Perù ha cambiato 12 costituzioni nella sua vita repubblicana. 200 anni fa, Bolivar voleva farne uno dei cardini della Patria Grande, un avanzato progetto federativo che non ebbe fortuna.

In quello spirito, si è messa in moto l’assemblea nazionale costituente che, in Venezuela, ha portato alla democrazia partecipata e protagonista a cui guardano i movimenti popolari di tutta l’America Latina, osteggiata invece dai moderati in stile europeo, o dai reazionari affezionati alla democrazia borghese. Su questo tema, trovate in rete tutte le risposte fornite dai candidati, sollecitati sul punto in tutte le interviste. Mendoza si dice d’accordo per un nuovo patto sociale che privilegi il bene comune e non il profitto, che garantisca pieni diritti e ridia allo Stato un ruolo regolativo.

Un altro tema, è quello di genere, relativo sia alla violenza contro le donne, sia all’accesso ai diritti sociali e politici. Mendoza è appoggiata dai movimenti femministi e Lgbtq. L’ultimo censimento realizzato dall’istituto di statistica, nel 2017, dice che le donne peruviane costituiscono il 50,8% della popolazione, però secondo l’Indice delle disuguaglianze di genere, realizzato dal Foro economico mondiale nel 2020, il Perù si situa al 66mo posto su una lista di 153 nazioni.

Inoltre, con il dilagare della pandemia – che ha messo in evidenza le carenze del sistema sanitario, i guasti della gestione politica neoliberista e la corruzione dilagante, che ha portato alle dimissioni o alla messa sotto accusa di vari presidenti -, è aumentata a dismisura la violenza contro le donne e le bambine. Nonostante la quarantena, durante il 2020 sono state denunciate 5.500 sparizioni di donne, bambine e adolescenti.

Anche su questo tema, l’unico che fa un discorso strutturale sulla violenza patriarcale e sul maschilismo è il piccolo partito Perù Libre, ma anche Mendoza propone riforme che vanno nel senso della parità come quella della pensione alle casalinghe, contando gli anni del lavoro di cura effettuati.

E anche su questo tema si misura la distanza esistente tra la situazione delle donne in Venezuela ottenuta in questi 22 anni di rivoluzione bolivariana e il resto dell’America Latina, eccezion fatta per Cuba. Numerose organizzazioni popolari, come quelle dei famigliari dei detenuti, invitano al boicottaggio delle elezioni in Perù. Secondo i sondaggi, il voto nullo rappresenta il 30% degli interpellati nelle inchieste elettorali, su un totale di 25 milioni di aventi diritto.

Tuttavia, nonostante la pandemia e la drammatica crisi sanitaria, le inchieste dicono anche che la maggioranza vorrebbe recarsi alle urne. L’indecisione sulle intenzioni di voto, invece è evidentissima, tanto che nessuno dei cinque candidati che risulterebbero più votati, su 18 formazioni in lista, ottiene, nei sondaggi, più del 10%. Il secondo turno si svolgerà il 6 giugno e l’assunzione d’incarico il 28 luglio.

In Ecuador, invece, si volgerà il secondo turno delle presidenziali dopo le elezioni del 7 febbraio che hanno visto ai primi due posti l’economista di sinistra, Andrés Arauz, sostenuto dalla coalizione UNES, con il 32,72% dei voti, e l’uomo d’affari conservatore, Guillermo Lasso, di Creo, secondo con il 19,74% dei consensi.

Arauz, che ha 38 anni ed è stato proposto dall’ex presidente Rafael Correa, sostiene di voler cambiare il modello neoliberale introdotto da Moreno per tornare ad uno Stato sociale che ponga al primo posto salute, istruzione e rilancio del settore produttivo. Anche in questo caso, le alleanze sud-sud, che Arauz vuole rimettere al centro mentre Lasso intende continuare con la subalternità agli Stati Uniti, sono state al cuore della campagna elettorale.

Il terzo classificato, con una differenza di 300.000 voti da Lasso, il controverso candidato per l’organizzazione indigena Pachakutik, Yaku Pérez ha invitato a votare scheda bianca. Nelle precedenti elezioni, però, i suoi voti sono andati alla destra. Nelle organizzazioni indigene, intanto, c’è forte scontro fra chi intende convogliare i voti sulla destra, com’è spesso avvenuto, e chi invece, come i dirigenti della CONAIE invita a votare Arauz. Questi ha rinnovato l’intenzione di costituire un ampio blocco di alleati che raccolga anche le istanze dei partiti socialdemocratici e le sollecitazioni delle organizzazioni indigene.

Un voto segnato sia dalla crisi sanitaria che ha già portato alla sostituzione di 5 ministri, sia dalle denunce di brogli da parte dalla sinistra, che dall’ombra minacciosa degli Usa. Per gli Stati Uniti è di fondamentale importanza che il paese venga definitivamente ricondotto nella loro orbita, nella quale è ritornato con il tradimento di Lenin Moreno, eletto presidente con i voti del Movimento di Rafael Correa.

Un cambiamento politico in Ecuador, seguito a quello in Bolivia e ai due grandi paesi, Messico e Argentina, tornati al progressismo, modificherebbe gli equilibri regionali, rimettendo in moto un ciclo virtuoso per le classi popolari di tutto il continente in questo Bicentenario dall’indipendenza. Con Moreno, il FMI è già tornato a rimettere le mani in Ecuador, ma Arauz ha dichiarato che intende rinegoziare i finanziamenti ad altre condizioni, oppure rompere gli accordi.

Una decisione che ha già preso il governo di Luis Arce in Bolivia, rifiutando il prestito chiesto al Fondo Monetario Internazionale dal precedente governo golpista. Un tema al centro del conflitto con l’oligarchia boliviana, che già vedeva le risorse nazionali, a cominciare dal litio, tornare sotto il controllo degli Usa, e dunque anche nelle proprie capienti tasche.

Una questione che, insieme a quella dei vaccini, si riverbera nel ballottaggio che avrà luogo l’11 in 4 dipartimenti boliviani. La Bolivia ha presentato alla Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac) e in altre istanze internazionali una denuncia contro l’accaparramento del 96% dei vaccini da parte di soli10 paesi. Insieme al Venezuela e a Cuba, il governo boliviano sta portando avanti una battaglia per la distribuzione di vaccini gratuiti e per tutti, ritenendo, con ragione, che la lotta alla pandemia sia un problema mondiale e non dei singoli stati, e come tale vada affrontato.

La seconda volta in quelle che si chiamano le elezioni sub-nazionali, si determina per quei candidati che non hanno raggiunto il 51% dei voti o almeno il 40% e un vantaggio di 10 punti percentuali rispetto al secondo classificato. Una seconda volta segnata dalle tensioni per l’arresto dell’ex autoproclamata Janine Añez, difesa dalle istituzioni internazionali subalterne a Washington come l’Organizzazione degli Stati Americani. Il 7 marzo, le elezioni nei 9 dipartimenti di cui è composto il paese, hanno laureato al primo turno 5 governatori, tre dei quali appartenenti al MAS, il partito di governo, che ha ottenuto anche 240 municipi, che però non si situano nelle principali città.

 Questo secondo turno è quindi importante per il Mas per ottenere il controllo della maggioranza delle governazioni e offrire un maggior sostegno politico a Arce, considerando anche le roventi polemiche interne ad alcune strutture del partito. Un confronto complicato dal fatto che in tre dipartimenti il Mas dovrà vedersela con dei candidati usciti dalle proprie fila. È accaduto già a El Alto, tradizionale bastione del Mas, che a imporsi sia stata Eva Copa, con il movimento Jallalla che ha deciso di candidarsi fuori dal partito, che non l’aveva proposta. Per il secondo turno, questo confronto si ripete anche per la governazione di La Paz, dove la competizione è tra il candidato del Mas, Franklin Flores, e Santos Quispe, di Jallalla.

Video. Palestinese di 13 anni perde un occhio per sparo soldati israeliani

 

Uno sparo da parte delle forze di occupazione israeliane in Cisgiordania ha causato la perdita di un occhio ad un adolescente  di 13 anni, riferiscono i media locali.

al-Batsh ha perso l’occhio destro, ieri, quando i soldati israeliani gli hanno sparato con proiettili di gomma mentre si trovava da un fruttivendolo nella zona di Bab al-Zawiya, nel centro di Hebron, a sud-ovest della Cisgiordania. lo ha riferito ieri l’agenzia di stampa WAFA.

Secondo il rapporto, diversi giovani palestinesi sono scesi in piazza per protestare contro gli insediamenti illegali del regime usurpatore in Cisgiordania, hanno lanciato pietre e si sono scontrati con le forze israeliane nell’area di Bab al-Zawiya.

Durante gli scontri, i soldati israeliani hanno usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e bombe sonore per disperdere i palestinesi.

 

Poesia e perdita. Un’intervista di Gilda Policastro a Franco Buffoni

L’intervista-dialogo che segue nasce da un incontro di poesia, tenuto presso la scuola Molly Bloom nel 2017.

 

Poesia e perdita: quando abbiamo concordato il titolo di questo incontro ho pensato ai versi di Eliot, a Fleba il fenicio che dimentica il grido dei gabbiani, il gorgo profondo del mare e il guadagno e la perdita (the profit and the loss). Qual è stato il tuo impulso?

Dovendo tornare alla Molly Bloom, dove avevo già parlato di traduzione, ho ripensato al precedente incontro che avevo chiuso con le parole di Robert Frost: «What is poetry? What gets lost in translation». Un binomio micidiale, poesia e perdita. E non posso non pensare ad Amelia Rosselli, a quei terribili versi di Documento (1976) in cui l’albero sulla strada diventa rosso perché la base della lampada da tavolo si riflette nel vetro. Lampada per la quale l’io poetico non vuole ricordare il luogo e le circostanze dove fu acquistata, «perché anch’essi pesano». Già nella prima parte del componimento si parla di peso e perdita:

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

La stanza invasa dal dolore e la finestra sono le stesse da cui vent’anni dopo Rosselli si sarebbe lasciata cadere, rendendo ancora più micidiale il binomio peso e perdita.
All’estremo opposto di Rosselli, Elizabeth Bishop, nella sua celebre L’arte di perdere tempera la disperazione per il suicidio di Lota de Macedo Soares, sua compagna per quindici anni, con l’ironia, prendendo il discorso alla lontana:

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

E via con un elenco comprendente le case, l’orologio della madre, le chiavi, il tempo, un continente, due fiumi. Per concludere:

Ho perso persino te: la voce scherzosa, un gesto che ho amato.
Questa è la prova, evidente, che l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero – scrivilo! – disastro.

Quindi la perdita primaria è quella della fiducia nella vita, nella possibilità di goderne come se fosse un perenne incanto, che è poi l’idea dominante che si ha della poesia. La poesia è invece il referto di una perdita?

Cerco di rispondere inquadrando il tema della perdita in un’ottica filosofica e filologica, partendo dalla distinzione di Wittgenstein tra «parole sane» e «parole malate»: parole che significano quello che c’è e parole che muoiono in quello che non c’è e che non è mai esistito. La distinzione dipende da ciò che le parole richiamano. Se richiamano troppo o non richiamano più nulla, esse si ammalano. Esemplifico con un passaggio dal mio dramma Personae appena pubblicato, in cui il personaggio Narzis ricorda come le parole nascano «traviate»:

concrete al tempo di gioghi e genitali,
muoiono in quello di coniugazioni e genitivi.

Ricordo anche agli allievi quanto sia concreto – contadino, terragno – il giogo, lo strumento di legno che “aggioga” due buoi, da cui i “coniugi”, destinati e restare per il resto dei loro giorni sotto lo stesso giogo. E come si proceda verso l’astrazione coniugando i verbi e definendo genitivo un caso.

Dunque le parole stesse, anziché consistere in un guadagno, marcano una perdita?

In un intervento che risale al 1967 Auden disse: «Siccome gli uomini sono sia individui sociali sia persone, necessitano di un codice e al tempo stesso di un linguaggio, l’uno e l’altro fatti di parole. Ma tra l’uso delle parole come segnali e l’uso delle parole come linguaggio personale c’è un abisso insormontabile». Poiché sono convinto che se non si prende coscienza di questo fatto, non si può capire il perché dell’esistenza di un’arte letteraria come la poesia – e soprattutto non se ne può comprendere la funzione – non mi resta che riflettere sull’opera del poeta che più di tutti ha coniugato il binomio poesia e perdita. Premesso che non c’è bisogno di essere linguisti per sapere che la congiunzione è un elemento fondamentale, forse addirittura l’elemento fondamentale della costruzione linguistica, come definire la scrittura di Emily Dickinson, dove le parti connettive nel migliore dei casi sono abbreviate e più frequentemente espunte?  La “e”, congiunzione principe – ancora più pesante e significativa nell’and inglese – in Dickinson non compare. Al suo posto appaiono barre, separazioni, intervalli. È la stessa cosa? No, non è la stessa cosa, non può essere la stessa cosa. Perché così barrato, intervallato, separato, il dettato dickinsoniano giunge al lettore in modo nervoso, isterico. Immediatamente si coglie un dato: quella poesia comunicherà sempre asprezza, ansietà, disagio.

C’è dunque un circolo che porta dal concreto della scrittura alla reazione emotiva, solitamente empatica del lettore. La perdita della congiunzione e dei nessi cos’altro implica sul piano dei significati relazionali? La nostra perdita riguarda solo chi scrive o anche chi legge, in qualche modo?

La lingua di Emily Dickinson è compressa, contratta, lacunare, perché procede from blank to blank. Proprio il procedimento da spazio bianco a spazio bianco la rende evanescente e infinitamente interpretabile, la rende unica. In pratica, con Dickinson, ci si trova quasi sempre ad avere a che fare con una mancanza “centrale”: una perdita. Da qui la necessità di ridurre le parole al minimo, di lasciare parlare gli spazi bianchi: appunto, i famosi blank, e le barre.  Un procedimento sintetizzabile in due aggettivi tipicamente dickinsoniani: scant e slant. Il primo significa “secco”, “aspro”, il secondo “obliquo”: «Tell all the truth, but tell it slant», scriveva Emily, cerca di raccontare la verità, di dirla fino in fondo, ma dilla in modo obliquo, dilla “obliqua”. Se la dici chiaramente puoi offendere o uccidere. Come il sole a mezzogiorno, troppa luce può accecare, piuttosto che illuminare. In una notte di luna si vede meglio che non con il sole allo zenit. Ecco allora la necessità vitale dello slant, che potrebbe essere tradotto con la necessità di modulare il grido. Un’impresa ingaggiata da Emily con la forza della disperazione nei confronti della “parola”. Da qui la sua costante necessità di stordimento, di “estasi”. E di ricorso a un linguaggio ellittico. Dire la verità intera non si può, se non attraverso la narrazione di una serie di “estasi”. Emily Dickinson definisce questa serie di estasi “bollettini dell’immortalità”.

Perdita e distanza hanno a che fare solo con le persone, o con il compito stesso del poeta, ammesso che ce ne sia uno?

«My business is circumference»: ciò che mi concerne è la circonferenza, scrive Dickinson. Che cosa significa? Significa che io – poeta – miro al centro, bramo il centro, lo voglio raggiungere, colpire, trafiggere; il mio business è colmare questa distanza. Ma non posso farlo in altro modo se non continuando a spostarmi, scivolando sulla circonferenza, e da lì scagliando i miei dardi, i miei “strali”, verso il centro. Questi dardi, questi strali sono le millesettecento poesie che ci ha lasciato. Così, in questa poesia dickinsoniana della perdita, avviene che la particella più infinitesima («l’atomo opaco del male», scriveva Pascoli, che – se ci riflettiamo – è la vera Dickinson italiana), il punto infinitamente più piccolo, diventi un mito, un universo senza confini, tanto prossimo da poterlo toccare. E, per contro, può accadere che ciò che ci stava accanto, l’oggetto consueto, persino la persona cara, vengano proiettati a enorme distanza, tanto da non poterli più vedere né sfiorare. Dickinson è perfettamente consapevole dei limiti, delle insufficienze, della parola in genere e della parola poetica in particolare. E ne soffre perché la parola resta l’unico mezzo che ha a disposizione per mirare al centro. Certo, esiste la musica; magari – come scriveva John Keats – una «tuneless music», una musica senza suono, oppure la musica della natura, il ronzio dell’ape che – se estaticamente ascoltato – diviene più alto e armonioso della più complessa sinfonia. Ma Emily non è un musicista; Emily solo con le parole può “trattare”, quello è il suo business. E sempre nel timore per il Tempo che ci sfugge e ci impedisce di raggiungere il Centro da quella circonferenza su cui continuiamo a scivolare. Il Tempo irrimediabilmente passa, sulla Circonferenza si continua a scivolare. Ma forse non è il tempo che passa: siamo solo noi che passiamo; e forse siamo già al centro mentre crediamo di stare sulla circonferenza.

Veniamo infine all’altro tema su cui ti abbiamo sollecitato: la traduzione, di cui sei uno dei massimi esperti in Italia, non solo come traduttore (ad esempio dei Poeti romantici inglesi) e direttore della rivista “Testo a fronte”, ma anche come teorico. Cosa si perde nella traduzione?

Se siamo partiti dalla definizione di poesia di Robert Frost, possiamo citare ora quella di Josif Brodskij: «Poesia è traduzione. Traduzione di verità metafisiche in linguaggio terrestre». Esemplifico con una mia traduzione da un altro testo fondamentale di Dickinson, “To tell the Beauty would decrease”:

Raccontare la bellezza significa svilirla,
Definire l’incantesimo intaccarlo;
C’è un mare senza sillabe
Di cui bellezza e incanto sono segno.

Con la volontà mi sforzo invano
Di ricreare la parola giusta,
Ma sempre poi me la rapiscono
Miniere di pensieri introspettivi…

Il mare senza sillabe è come la musica senza suono di Keats che citavi prima? I poeti romantici che hai tradotto nell’antologia uscita per Bompiani nel ’97 e poi ripubblicata negli Oscar nel 2005, come si confrontano col tema della perdita?

Riprendo proprio dalla citazione tratta dall’ Ode on a Grecian Urn di John Keats: «Heard melodies are sweet, but those unheard /Are sweeter»: se dolce è la melodia che s’ode, ancora più dolce è quella senza suono. I flauti sono incisi nel marmo: suoneranno per sempre la musica più dolce, così come i due amanti staranno per sempre sul punto di baciarsi e i rami degli alberi saranno per sempre fioriti. Aggiungo un riferimento all’altro grande romantico della seconda generazione, P.B. Shelley, che sintetizzò il concetto di perdita nell’imperativo Lift not the Painted Veil:

Non sollevare il velo dipinto:
Quelli che vivono lo chiamano vita,
Anche se mostra immagini irreali
E simula ciò che vorremmo credere
Con i colori sparsi a capriccio.
Dietro stanno in agguato i destini gemelli
Della Paura e della Speranza, a tessere
Le loro ombre sull’orrido mostruoso (…).

Gli allievi a questo punto vorranno sicuramente sapere come la perdita si sia fatta tema nella tua opera. Puoi leggerci qualche testo?

Posso citare un passaggio da Guerra – il libro è uscito nel 2005 – ricordando «le voci dei bambini / Separati dai padri / all’ingresso dei campi»:

[…] si può dire ciò che è bello
E ciò che è brutto
Si può dire anche ciò che è molto bello.
È il troppo brutto
Che non si riesce a dire
Perché esistono tutte le parole
Ma sono lunghe e finisce
Che assorbono
Dei pezzi di dolore.

Nei miei libri più recenti la perdita è l’indicibilità che rimane «lì sotto» (così in Jucci, del 2014); oppure ancora una volta storica, come «lo strappo sintattico» che restituisce «l’intraducibile» nella poesia tratta da La linea del cielo (Garzanti 2018), dedicata a Christine Koschel, poetessa e traduttrice nata a Breslavia nel 1936, attualmente a Roma.

L’autobus dei bambini morti
È quello che Christine Koschel
Vide a Berlino nel quarantacinque,
Alcuni ancora vivi, molti infanti
Tutti assolutamente soli
Abbandonati in una fuga dal nulla al nulla
Durante l’avanzata dei sovietici.
Da qui gli occhi per sempre
Che l’orrore hanno visto
Di Christine
Intraducibile se non
Nello strappo sintattico.

Le parole non esistono, dicevi prima, ma se mi consenti un gioco facile, da poeta sei addirittura diventato “paroliere”, di recente. Com’è successo?

Tutto parte da un testo che s’intitola “Perché so delle cose che so” (dalla raccolta I tre desideri, del 1984) e dice:

Perché so delle cose che so
E non ti posso spiegare
Perché non esistono tutte le parole
Ci sono solo le distanze e il tempo
Tra quello che io so
E tu dovrai

Si tratta di un testo (e un libro) che si chiudono così, senza punto o puntini di sospensione. Proprio a significare dickinsonianamente la perdita: recentemente la poesia è stata musicata e incisa dal cantautore romano Riccardo Sinigallia. Curiosa la storia: quando scrissi quella poesia, all’inizio degli anni Ottanta, la lessero due amici, Milo De Angelis e un giovanissimo Aldo Nove. Milo mi suggerì di togliere il «non», trasformando il terzo verso in «Perché esistono tutte le parole». Non lo feci, ma vent’anni dopo, nel testo di Guerra che ho citato poco fa, evidentemente recuperai il consiglio, se al quart’ultimo verso scrivo: «Perché esistono tutte le parole». Antonello (come si chiamava allora Aldo Nove) imparò a memoria quei versi, inventandosi una variante e con quella variante li citò trent’anni dopo a Riccardo Sinigallia, che se ne innamorò e volle musicarli. Così va il mondo, con la poesia e i suoi abitanti.

Testo tratto da: Franco Buffoni, Il triangolo immaginario (Secop Edizioni, 2021)


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“Poesia e perdita. Un’intervista di Gilda Policastro a Franco Buffoni” è stato scritto da francesca matteoni e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 2

di R. Umamaheshwari 

R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. Qui la prima. Quella che segue è la seconda.

18 marzo, un morso di cane, il vaccino antirabbico e qualche consapevolezza.

Quella sera, in un villaggio particolarmente bello, dentro una casa nei pressi di un ruscello gorgogliante, il cane addomesticato della famiglia mi morse il dito del pollice all’improvviso. Il tranquillo villaggio dell’Himachal Pradesh ha bellezze in abbondanza, ma in situazioni di emergenza, non c’è nessun medico, ad eccezione di un RMP, ovverosia un Registered medical practitioner, iscritto all’albo dei medici, che gestisce anche una farmacia, a sei chilometri di distanza. Anche lui non aveva il vaccino antirabbico. Mi informò che il vaccino scarseggiava da mesi. Beninteso, tutti i centri sanitari pubblici dovrebbero tenere scorte di questo vaccino, specialmente in uno Stato famoso per i molti casi di morsi di scimmia (e anche di cane, una volta ogni tanto…). Persino il più vicino ospedale governativo (Theog), qualche chilometro più lontano, non aveva scorte.

Frattanto si cominciava a riferire di uno o due casi sospetti di Coronavirus a Himachal, negli ultimi giorni. Il coronavirus era ancora un evento lontano. Eppure lo Stato aveva allestito due reparti di isolamento per i malati affetti da Coronavirus, a Shimla (presso l’ospedale IGMC) e a Tanda. Ho fatto un’antitetanica dal farmacista, e dopo cena la famiglia mi ha accompagnato fino a Shimla, all’IGMC, a oltre due ore di macchina.

Anche quando arrivammo, alle dieci e mezza di sera, l’ospedale era affollato, e ci è voluto un bel po’ prima che il molto loquace dottore, un medico dell’esercito in pensione, che ora, ci disse, lavorava part-time qui, prescrivesse le iniezioni; la registrazione e l’iniezione sono state gratuite. E finalmente alle 23.30 la vaccinazione era giunta a termine.

Mi sono resa conto di cosa significhi per le persone che provengono da villaggi lontani venire a Shimla (con i mezzi pubblici, o, in situazioni di emergenza, in mancanza di ambulanze, noleggiando mezzi privati) e cosa significava per il personale sanitario qui presente gestire (molto bene) quel numero esorbitante di malati e feriti che arrivano in continuazione, cosicché alcuni devono aspettare nei lunghi corridoi fino a quando non è possibile predisporre alla bell’e meglio, con risorse e spazio limitati, un letto per il paziente. Una sezione separata di isolamento era stata rapidamente preparata in questo ospedale (lontano dai reparti destinati agli infortuni, dagli ambulatori e dal Pronto Soccorso), ma la gente sembrava ansiosa, e alcuni indossavano delle mascherine. Anche a me questo ha fatto paura.

Ma anche in mezzo a tutto quel caos, a notte fonda, trovai l’infermiera più gentile che avessi incontrato da molto tempo; una donna che si premurò di scusarsi con me per il dolore straziante che mi aveva provocato, facendomi piangere, quando aveva iniettato il siero nella ferita. Avrei completato le restanti iniezioni in un altro ospedale governativo, nei successivi cinque giorni. Gratis. Questo è l’ospedale pubblico, dove la maggioranza della gente riceve un trattamento gratuito o comunque sovvenzionato, ma che è trattato come un cugino povero degli ospedali privati super specialistici dell’India.

Prima di poter trovare una casa in cui vivere, l’isolamento è sceso sulla nazione. A volte sono grata a quel cane, Tukki, perché adesso ho l’occasione di vedere e osservare il mondo da questo mio punto di vista, relativamente vulnerabile, che altrimenti non sarebbe esistito per me, benché ancora mi rammarichi della punizione piuttosto dura che gli fu inferta per la sua bravata. Invano quella notte avevo chiesto che lo perdonassero. Ma in futuro, in tempi “normali”, spero di incontrare di nuovo il suo un po’ più calmo…

22 marzo 2020. Prime riflessioni su un virus.

Un profondo silenzio mi avvolge qui a Shimla. Le orde invasate dei soliti chiassosi turisti – alla ricerca del consumo a tutti i costi di ciò che deve essere consumato, secondo le indicazioni delle guide turistiche o dei blog di viaggio – non sono più la “normalità”, in quest’inizio della bella stagione. Alcune delle nazioni che vantavano una storia di successo fondata sull’economia di mercato, la privatizzazione dell’assistenza medica e il “turismo sanitario”, sembrano ora fare un passo indietro, e dichiarano, pur con scarsi risultati, di voler mettere in atto un piano di intervento medico statale. Un presidente come Donald Trump parla del sussidio di disoccupazione, e ad alcuni questo fa venire in mente le imminenti elezioni negli Stati Uniti alla fine di quest’anno.

Il mondo oggi sembra comprendere che un’equa assistenza sanitaria statale è una necessità inevitabile. Il mondo, o la maggior parte di esso, sta combattendo una guerra senza armi di distruzione, ma al contrario con strumenti che salvano vite umane. In un contesto di rigida religiosità e di religioni strutturate, che in tutto il mondo ha avuto una tradizione storica secolare, oggi troviamo quasi tutti i luoghi di culto chiusi e i rituali comunitari abbandonati, in un consenso mondiale senza precedenti. Chiusi anche i supermercati e i centri commerciali, per la maggior parte del tempo. Invece delle folli corse per raggiungere qualche posto o ritornarne, ventiquattr’ore su ventiquattro, con la polvere e la sporcizia che hanno avviluppato le nostre città metropolitane, ora sperimentiamo i silenzi e il minimalismo e la qualità di un’aria più pulita. Per molti oggi lo spazio più sicuro sembra essere ‘casa’: non importa quanti non possano ancora assaporare ciò che la ‘casa’ veramente è o dovrebbe significare, o che ‘casa’ dovrebbe significare qualcosa di diverso dalle immagini stereotipate di ‘famiglia’ (quasi sempre sorridente, felice) dentro mura di mattoni, isolata dal resto delle cose che ci circondano. In alcuni casi, come è stato più volte rilevato, le case non sono davvero quegli spazi sicuri e felici per donne, anziani e bambini.

Il “distanziamento sociale” – non uno dei momenti più gravi della storia indiana, a paragone del concetto di casta (ma si potrebbe dire lo stesso per il concetto di razza, e per altri tipi di discriminazione) – è diventato un comportamento “normale” e virtuoso: la cosa da fare, anzi.

Le proteste e il dissenso si sono quasi fermati: un vantaggio per tutti i governi del mondo, che in passato hanno dovuto affrontarli, affrontare le proteste divampate contro l’ingiustizia e l’oppressione, nei rispettivi Paesi, fino a questo momento storico. Per la prima volta dopo tanto tempo, le zone di crisi non sono la Siria o il Libano o la Palestina, o qualsiasi altra area di frizione geopolitica, ma territori usurpati da un virus. Di ritorno a casa, non sentiamo più parlare del CAA (Citizenship Amendment Act), di questioni di casta o di genere, di discorsi sulle migrazioni; persino i problemi economici non sembrano al momento così gravi o visibili. Gli Stati liberi stanno cercando di mantenere il controllo in molti modi. Si può dire che questo ha posto fine ai nazionalismi insulari a favore di un’alleanza globale, che combatte unita una malattia che colpisce la “specie” umana? Oppure l’epidemia ha aumentato gli ultranazionalismi, come se ad ognuno andasse bene anche che solo la propria nazione fosse risparmiata dalla malattia? E questo anche se i viaggi internazionali sono stati parte integrante del nostro mondo, e l’economia è multinazionale e globale, e non soltanto locale?

 

Un virus, la cui origine opinabile e discutibile si presta a disquisizioni di geopolitica e multinazionalismo, e a illazioni sulla guerra biologica; un virus che ha fatto di tutto: ha mosso nazioni grandi e piccole, simultaneamente. Eppure…

 

Il nazionalismo culturale e il razzismo non sono scomparsi, anzi, sono apparsi più frequentemente sui social media, come mai prima d’ora. Questo virus ha avuto il potere di costruire cameratismo e abbattere muri di rigidi nazionalismi, ma lo ha fatto davvero? Questo virus ha avuto il potere di ribadire i principi basilari del concetto di “specie” (in senso puramente scientifico), invitandoci a ripensare l’uomo come Homo sapiens, al di fuori del paradigma Stato-nazione. E ha ribadito come questa specie, in conseguenza della sua stessa intelligenza o del suo agire, continua a rendersi di tempo in tempo vulnerabile agli agenti patogeni. In un senso sociologico, il virus ci fa considerare la possibilità di guardare alle società umane nel loro insieme (naturalmente, in contesti culturali diversi, eppure, all’interno di quei contesti culturali molto diversi, con un’uguale insicurezza di fronte al virus, forse?), e di metterle a confronto nel loro complesso con altre società non umane. Eppure, sarà importante guardare al contesto sociale, culturale e politico in rapporto a questo virus: chiedersi chi è più vulnerabile, perché, e chi soccombe. O forse chi muore soccombe da solo, o a causa di altre variabili di cui non ci stiamo ancora occupando. Benché “co-morbilità” sia un termine che si sta diffondendo, negli ultimi giorni.

Oltre che per indicare cause mediche di morte tra loro concorrenti, infatti, mi chiedo se il termine “comorbilità” non possa essere visto anche in relazione a un contesto sociale o economico, in riferimento a persone che sono morte apparentemente a causa di questo virus. Per esempio, una concausa di morte, per alcuni, potrebbe essere la difficoltà di un accesso tempestivo ai servizi medici.

 

C’è anche una certa connotazione morale nel riferirsi al virus: il “demone”, il “cattivo”. Alla radio (All India Radio), nei giorni precedenti al primo lockdown, si parlava di un coprifuoco Janata (un coprifuoco della popolazione, anche se imposto dallo Stato), e abbiamo sentito messaggi che invitavano la gente a suonare le conchiglie, e le campane, ecc. alle 17.00 (il 22 marzo), in modo che le vibrazioni delle conchiglie e l’energia positiva cacciassero il virus demoniaco dal nostro paese. Messaggi che, naturalmente, non si sono più sentiti in seguito.

 

Un’altra caratteristica fondamentale di questo virus è associata ai viaggi, o al movimento: interregionale, internazionale, ecc. Le società umane e le idee hanno sempre viaggiato ‘attraverso’, ‘a’, ‘da’, ‘per’, ‘avanti’ e ‘indietro’. Attraverso il viaggio, culture, idee, e persino cucine, hanno viaggiato. E quel viaggio è stata una parte accettata della storia umana. Anche gli uccelli viaggiano, e senza polizia, e finora, per fortuna, sono stati accettati come visitatori graditi in luoghi dove costruiscono temporaneamente i loro nidi. Anche le creature nei mari e negli oceani viaggiano, ignari dell’idea di acque territoriali e controlli di polizia. Ma in questo momento, tornando all’ “umano” (culturale, o politico, o scientifico), come si presentano le conseguenze di questo virus? Ci costringeranno a porre confini e frontiere dove prima non esistevano (se e dove non esistevano già…)? Metteranno fine alla possibilità di una visita casuale di un amico a un altro amico, che non susciti domande o sospetti?

 

Per inciso, alla ricerca di una casa, l’anno scorso, in alcune “colonie recintate” di Hyderabad, ho trovato dei residenti costretti dai gestori dei complessi abitativi a scaricare un’applicazione sui loro telefoni e ad invitare a farlo anche i loro visitatori (che ovviamente dovrebbero essere quelli abituali, e non un amico che non si sente da tempo, o un parente che arriva improvvisamente a casa tua), per non parlare del giornalaio, del postino, ecc., al fine di un tracciamento all’ingresso di queste sacre colonie. Queste applicazioni diventeranno la nuova normalità? La vita sembrerà piuttosto pericolosa se ciò succederà davvero. La Cina, come riferito da un canale televisivo internazionale, è stata la prima a sviluppare un’applicazione che decideva, sulla base di alcuni algoritmi, se una persona era positiva al Coronavirus o no, e solo se il segnale era verde (indizio di negatività) si aveva il permesso di entrare in casa sua. A quanto pare, ci sono stati dei malfunzionamenti e presto l’applicazione è stata sospesa. Quanto è pericolosa la possibilità di esclusione basata su meri algoritmi progettati da uomini in laboratori tecnologici? Ci sarà un nuovo quadro legislativo per dirimere le questioni e sanare le ingiustizie derivanti da questi dispositivi e dal loro possibile malfunzionamento? Un’azienda potrebbe ad esempio essere citata in giudizio per aver causato un trauma fisico e mentale a causa del cattivo funzionamento della sua applicazione? E queste applicazioni non potrebbero essere state progettate anche per secondi fini? Perché accettarle tout court senza distinguo o domande?

Il potere di gran lunga più pericoloso di questo virus è questo: accettare come “assoluto” o “vero” ciò che vediamo e sentiamo sui vari media o i numeri delle statistiche governative, senza alcuna possibilità di accedere ad indicatori alternativi o strumenti di verifica di queste verità, o per lo meno strumenti di ricerca e di analisi della loro veridicità, sia che si tratti di ‘verità’ su un particolare tipo di test, su un dispositivo, o semplicemente sul numero di casi in ogni stato o distretto.

 

Da un lato, il virus può confinare, e creare confinamenti; ma allo stesso tempo può far sì che il confinamento stesso sembri di per sé “sano” e “sicuro”, mentre la natura di tale “sicurezza” finisce in realtà per distanziare le comunità umane tra loro (al loro interno, fra regione e regione, tra Stato e Stato e nei rapporti internazionali) e, quindi, rendere più semplice e in un modo più insidioso di prima, la nascita di nuovi totalitarismi.

 

Nel frattempo, questo virus ha il potere di imbrigliare il profitto sfrenato tanto nel campo delle multinazionali farmaceutiche quanto in quello delle prestazioni mediche, così da rendere le une e le altre più umane, e regolate da una sorta di patto internazionale fondato su un uguale accesso, per tutti e in tutto il mondo, a strutture mediche sofisticate per salvare vite umane?

 

Solo il tempo lo dirà. In India, alcuni laboratori e ospedali privati sono già stati autorizzati a procedere con i test e le terapie anti Covid. Ma ancora una volta, sapremo nei prossimi giorni quanto siano stati accessibili questi enti privati per i poveri e le persone svantaggiate, e quanto “corretti” (e quindi trasparenti e regolamentati) siano i loro parametri di prova e i loro indicatori di trattamento.

 

Per ora, molte cose sono state messe insieme in grande fretta per contenere il contagio, ed ecco perché ci occorrerà, nel prossimo futuro, un saldo quadro giuridico utile a prevenire eventuali pratiche illecite cui, anche in tempi normali, è risaputo che il settore medico privato ha già ampiamente fatto ricorso, almeno a giudicare dal gran numero di cause legali intentate dai pazienti e dalle loro famiglie agli ospedali privati in India. Inoltre, ci sono voluti anni di indagini per svelare la politica delle case farmaceutiche in tutto il mondo e la natura dei loro affari legati ai prezzi di farmaci salvavita essenziali nelle cosiddette economie in via di sviluppo. Nel caso si trovasse, com’è possibile, un nuovo vaccino per il Coronavirus, o, a seconda dei casi, un farmaco, stiamo pensando a nuovi e rigorosi quadri giuridici multilaterali che garantiscano un accesso equo e sovvenzionato al nuovo vaccino o al nuovo farmaco, quando sarà svelato? Questo virus cambierà la natura del commercio farmaceutico internazionale (rendendolo più equo) o lo renderà più competitivo e segreto?

 

Cos’altro ha fatto questo virus? Ci ha mostrato, o ci ha fatto vedere, più chiaramente, alcune verità fondamentali: le cose che possiamo o non possiamo controllare; il tempo in cui realizzare ciò che ancora non possediamo. Questa conoscenza non può essere ciò che già conosciamo: verità che apparentemente non cambieranno per secoli. Non esistono sistemi e verità antiche che funzioneranno per sempre. Dobbiamo accettare il nuovo (anche se ciò significa accettare nuovi modi di affrontare una pandemia); e il nuovo richiede, se necessario, modifiche e aggiustamenti del vecchio che possano includere nuove idee politiche, religiose o economiche. Può il modello economico, finora considerato come il modello da emulare (un modello iniquo, basato sul consumo, e pericoloso per l’ambiente), avere contribuito alle modalità di diffusione di questo virus? Dobbiamo almeno provare a capirlo. Non è un caso che il maggior numero di positivi al Coronavirus, in India, provenga dalle grandi aree urbane che si sono sviluppate in modo disordinato e dalle zone industriali, e da quei luoghi che hanno un indice globale di viaggi e spostamenti piuttosto importante, almeno in base a quanto indicato dalle statistiche attuali.

 

Resta da vedere se il nuovo virus aprirà nuove idee di umanità ed umanesimo, o creerà muri e spazi di autosegregazione intorno a ciascuno di noi. Un aspetto che il virus ha reso più evidente è l’iconografia dei nostri tempi: medici, infermieri e addetti alle pulizie completamente avviluppati in protezioni e mascherine, in particolare quelli che lavorano per il governo, o in aziende statali e strutture sanitarie. Nel contesto indiano, sappiamo già quanto questa gente si sia ammazzata di lavoro, e in condizioni di certo non invidiabili. Il numero di persone povere che affollano gli ospedali pubblici in India è davvero ingestibile.

 

Molti di questi operatori affrontano anche la brutalità e la violenza della gente, in caso di diagnosi errata o di morte del paziente. Eppure, in un tempo come questo, sono questi ospedali che diventano gli spazi più affidabili per le cure e l’assistenza, anche rispetto agli ospedali privati. Ci si rende conto, adesso, della necessità e dell’importanza della gestione pubblica dei sistemi sanitari (e di quanto sia importante non privatizzarli, anche parzialmente, anche se in alcuni Stati dell’India sono stati compiuti passi significativi in tal senso), e persino dell’utilità di espandere queste strutture, di fornire loro infrastrutture che funzionino bene durante le crisi, in modo da essere preparati con largo anticipo, piuttosto che apportare modifiche ad hoc incalzati dall’emergenza. Solo il tempo ci dirà se, quando un antidoto al nuovo virus arriverà, saranno gli ospedali privati che se ne impadroniranno, o la sua somministrazione sarà strettamente regolamentata e gestita solo tramite gli ospedali pubblici, in ambienti consoni e nel rispetto della dignità di tutti i pazienti. Il caso dell’Italia deve essere uno dei più difficili da affrontare per gli operatori sanitari, nel momento in cui, nonostante tutto, la morte sembra vincere ogni volta, e i cadaveri devono essere accatastati. Ciò che all’inizio deve essere iniziato come un normale esercizio di somministrazione quotidiana di farmaci e di calcolo di dosaggi, deve essere presto diventato un incubo in cui la monotona routine degli ospedali ha lasciato il posto ad una situazione drammatica, in cui i medici sembravano guardare impotenti ciò che accadeva sotto i loro occhi, e sono diventati, quasi, gentili amministratori della morte stessa. In effetti è stato solo quando l’Italia ha attraversato questo disastro che il mondo ha cominciato a prendere una maggiore consapevolezza di ciò che stava per accadere. Ci si chiedeva del trauma emotivo, affrontato dagli operatori sanitari in momenti come questi. Cosa dire dei Paesi con un numero limitato di operatori sanitari, ed in cui viene loro fornito un sostegno economico o politico inadeguato?

 

Cos’altro ha fatto questo virus? Per la prima volta nella storia indiana post-indipendenza, ha portato ad un brusco arresto dei treni passeggeri. Questa era la rete ferroviaria che, a fine marzo 2017, aveva trasportato più di 8 milioni di passeggeri, percorrendo un totale di 141,7 milioni di chilometri. Le ferrovie indiane, per inciso, hanno 7.349 stazioni ferroviarie, sparse per tutto il paese.

 

Stranamente, i servizi che il governo indiano in carica ha cercato di privatizzare (parzialmente o totalmente) – le ferrovie e la compagnia aerea nazionale, Air India – si sono rivelati i più utili in una crisi come quella attuale. I servizi ferroviari hanno continuato a trasportare merci essenziali, e la compagnia aerea nazionale ha lavorato anch’essa senza sosta per il trasporto di beni di prima necessità, comprese le forniture mediche, e ha persino riportato indietro diversi Indiani bloccati negli aeroporti di altri paesi del mondo.

 

Dal punto di vista economico, questa pandemia sta colpendo e colpirà per un lungo periodo la maggior parte della forza lavoro non organizzata e indipendente o freelance in India. Mentre quelli che svolgono lavori governativi – e questo include anche gli accademici che lavorano nelle università pubbliche federali o statali, oltre che nei college e nelle scuole pubbliche in tutto il paese – non sono altrettanto duramente colpiti, perché i loro stipendi sono protetti, e attualmente la maggior parte di loro è a casa. Sicuramente il virus ha colpito molto duramente coloro che non entrano nelle statistiche del governo. Un numero che comprende, fra gli altri, oltre ai lavoratori freelance (tra cui forse molti che fanno lavori ad hoc basati su contratti e consulenze, così come giornalisti non accreditati o stranieri, nei villaggi), artisti non ‘all’avanguardia’, i proprietari di quei minuscoli locali di cibo da strada, i venditori ambulanti di ogni tipo di merce, che di solito si vedono per le vie, in vari quartieri delle città.

 

Mentre in questo momento molti hanno perso il lavoro o non si aspettano di trovarlo, e altri hanno dovuto chiudere i negozi, nessuno può dire se e quando il periodo di isolamento finirà. E fino ad oggi non esiste un pacchetto di aiuti pubblici a lungo termine, ben pensato, né alcun meccanismo di facilitazione per una così grande forza lavoro informale.

 

Forse dovrei aggiungere qui come mi vedo in questa situazione. Perché la mia situazione, allo stesso modo, è intrinsecamente legata alla natura dell’economia che mi riguarda sia come donna single, e che vive da sola, sia come donna che non ha un lavoro regolare, regolarmente retribuito. E rivado ai tempi in cui si correva costantemente come un topo su un tapis roulant, per pagare la rata mensile di un mutuo per la casa. Non c’è mai stato un periodo di tregua. Durante la crisi economica le persone perdono la loro casa o finiscono per avere un rating di credito negativo. In tutto il mondo, questo ricorda la recessione economica globale del 2008.

Adesso la Reserve Bank of India sembra aver annunciato alcune misure, abbassando i tassi di interesse e riducendo così l’onere per la classe media nel rimborso dei mutui per la casa. Ma si sa che l’industria del debito non cancella mai i prestiti della gente comune, e questo significa anche un aumento della durata del mutuo per la casa. Inoltre significa che, ad un certo punto, quando le cose torneranno ad un nuovo tipo di “normalità”, i mutui per la casa diventeranno più cari e saranno di fatto aumentati di quel tanto necessario a salvare le banche, e non certo la classe media, la gente comune.

 

Il virus ha viaggiato in lungo e in largo sulle spalle di viaggiatori compulsivi: celebri oratori, uomini d’affari, artisti giramondo, vacanzieri di routine e altri (non invece sulle spalle degli strati economici inferiori della società, dato che il virus viaggiava essenzialmente sugli aerei), e ognuno aggiungeva le sue impronte di carbonio. Almeno qualcuna di queste persone oggi può fregiarsi di nuovi ‘distintivi’: essere positivo al Coronavirus o, almeno fino al blocco dei viaggi in aereo e di quelli in treno, di essere stato un potenziale portatore del virus.

Alcuni di loro, purtroppo, hanno dovuto affrontare il peso del pregiudizio, come anche l’intoccabilità. In quel momento i loro progetti di business, le loro idee, o semplicemente i viaggi di piacere (a meno che, naturalmente, alcuni di loro non abbiano viaggiato per partecipare a emergenze), non contavano tanto quanto l’essere portatori di un contagio di cui sono stati a volte accusati. Il pregiudizio sarebbe stata l’ultima cosa che si sarebbero aspettati di meritare all’arrivo in questo paese, mentre, al contrario, la gente ha cominciato a guardarli con sospetto e a dare la colpa di tutti i mali (come si fa regolarmente qui) alla persona che è tornata da fuori, o allo straniero: insomma, l’altro che “entrava” (altrimenti detto, ‘il turista’), e che fino ad oggi era di solito blandito e accolto a braccia aperte, a causa del denaro che lei o lui o il gruppo portava con sé; il virus, che viaggiava in lungo e in largo, senza alcuna distinzione di razza o cultura e senza alcun pregiudizio proprio, invece di riunire l’umanità contro le malattie, ha ribadito in alcuni paesi l’opposizione del “locale” versus lo “straniero”, l’ “altro”. Un virus ha fatto tutto! Ci vorrà un po’ di tempo, tuttavia, prima di ottenere un quadro completo, da fonti varie e affidabili, dell’esatta distribuzione sociale, demografica e geografica della popolazione colpita in tutto il mondo, e delle sue ragioni. L’ultima parola sul virus non è ancora stata detta.

Il vantaggio (che può anche essere uno svantaggio) di questo servizio della radio nazionale è ottenere l’accesso ai dati ufficiali sulla situazione quotidiana, e alle comunicazioni del governo sugli interventi medici e le strategie di contenimento. In assenza di canali televisivi di informazione, si tratta di un pacchetto di dati fondamentale per dare un senso alle cose, nel modo in cui si desidera; e tenendo presente che, dopo tutto, in fin dei conti, si tratta dello Stato, che ti fornisce le informazioni che ritiene necessario condividere. Per la maggior parte dell’India rurale, le notizie della radio sono l’unico modo per avere il polso della situazione del Paese, oltre che il mezzo cui affidarsi per le previsioni del tempo e, di solito per le comunità di pescatori, per gli allarmi di tempeste, cicloni e così via.

 (traduzione di Rosario G. Scalia, foto di R. Umamaheshwari)


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“Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 2” è stato scritto da jamila mascat e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Dante in love

di Marino Magliani

Se mi chiedessero di far tornare Dante da qualche parte su questa terra, mi piacerebbe fosse in Liguria, il luogo preciso non importa, ma basterebbe uno degli scorci nominati da lui.
“Tra Lerici e Turbia, la più diserta
la più romita via è una scala
verso di quella agevole ed aperta”.
È quando si ferma davanti alla montagna del Purgatorio, lo accompagna Virgilio. Farlo giungere in terra ligure a vedere le opere che ha ispirato, gli affreschi che rappresentano la bolgia infernale, con Ugolino che rode il cranio, nella chiesa di San Giorgio a Campochiesa di Albenga, o a Noli, dove Dante passò da esule. Insomma, un po’ immaginai questo, quando seppi che Giuseppe Conte, ligure come me, di Dante ne raccontava il ritorno. Ma non sarebbe andato bene per nulla, e non perché Conte non condivide la mia ossessione di ficcare la Liguria in ogni narrazione (ha decisamente un respiro ben più universale di quello dei miei microcosmi), ma perché far tornare Dante in un luogo che non sia Firenze sarebbe un nostos amputato.
Dante in love (Giunti, 2020) ha dunque la sua geografia perfetta e la sua avventura: chiedere al Sommo Poeta un percorso inverso, nessuna risalita dello scalone dalle fiamme alle azzurrità, ma la calata in una Firenze quando “Il sole è appena sceso dietro i tetti, le cupole, le torri della città. Come ogni volta. Il buio non è ancora fitto. Guarda, dilaga nell’aria tra le vie e le case come un’acqua cupa.”
Abituati così alla piena notte, o all’alba, al pieno giorno e al tramonto, non ci stupiamo mai abbastanza di un tempo poco frequentato dalle nostre narrazioni: oltre il tramonto, quando il buio non è ancora fitto, e c’è la pienezza della sera. Chissà perché piena sera non si dice mai. Forse è davvero il miglior tempo di Firenze quello che sceglie Conte, le immagini di una città trasformata nel tempo stesso, e l’esercizio, le capacità che ha l’ombra di assumere l’insolita luce lambita da nuovi ritagli, da nuovi segmenti, nella processione di improbabili andirivieni creati dal caso, e poi la mineralità del Battistero, i palazzi nobili, i semplici cornicioni, i tetti. Il passaggio davanti all’ombra di Dante di un’umanità, e tra essa quella della presenza che più lo emoziona, lo attrae, la donna.
Il romanzo racconta il motivo per cui ogni anno, da seicentonovantanove anni, a Dante è concessa la discesa, con le sue regole d’ingaggio, a Firenze. Dante è lui, l’esule e l’esiliato, ossia quel sentirsi qualcosa o il sentirselo addosso come una pelle. Libertà e costrizione. Anche se la più felice, quella che l’autore giustamente non scopre, come se toccasse al lettore la necessità di intuirla nelle ombre della notte, e prima ancora, in quella sera non ancora notte, è la figura del clandestino. Dante sa di esserlo e riesce a sopportarlo, è l’altro e nessuno lo saprà mai, anzi nessuno dovrà mai saperlo. Ma poi le regole d’ingaggio saltano, un amore, anche quello, sognato e immenso perché invisibile, lo mette in viaggio, attraverso il percorso orizzontale della città, e assieme a tutto questo torna prepotente il pensiero della sua donna amata, dell’amico caro, e la visione di questa città oscura, sicuramente non felice, in questi giorni…
Insomma, potrebbe essere una delle seicentonovantanove notti “guardate” quaggiù finora, destinata a finire all’alba. Ma stavolta Dante non ci sta, è come se stavolta glielo chiedesse il suo cuore clandestino, esule e trasparente, di trasgredire alla concessione del cielo. E allora, davanti alla possibilità, per concessione celeste, di esercitare la sua solita ginnastica dell’occhio, egli stavolta sceglie altro, il miracolo, si lascia trasportare dal desiderio, attraverso la città impaurita e mascherata. La meravigliosa trasgressione ha persino un nome, si chiama Grace. Non ci saranno colpe. Solo poesia. È il libro che condensa ed esalta le anime narrative di Giuseppe Conte, il romanzo storico, quello in qualche modo fantascientifico, e persino l’esistenziale, nutrendosi di mito.


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“Dante in love” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Peter Pan & Wendy: prime foto di Jude Law come Capitan Uncino nel live-action Disney

Trapelate via Twitter alcune foto dal set del remake live-action Disney Peter Pan & Wendy che mostrano l’attore Jude Law nei panni di Capitan Uncino. La versione di Law di Uncino è stata descritta come uno spadaccino sfrenato, drammatico e minaccioso, che è in cerca di vendetta contro Peter Pan , che sarebbe responsabile della perdita della sua mano finita in pasto ad un coccodrillo. Quando Uncino prende in ostaggio i fratelli di Wendy, John e Michael, li usa come esca per attirare Peter Pan.

Nel cast sono presenti anche Yara Shahidi (Grown-ish) come Campanellino, Jim Gaffigan (The Jim Gaffigan Show) come Spugna, Ever Anderson (Black Widow), la figlia di Milla Jovovich e del regista Paul W.S. Anderson, come Wendy Darling e Alexander Molony (The Reluctant Landlord) sarà Peter Pan. Il cast è completato da Alan Tudyk (Rogue One: A Star Wars Story) nei panni di Mr Darling, Molly Parker (House of Cards) in quelli di Mrs Darling, ​​con Joshua Pickering (A Discovery of Witches) e l’esordiente Jacobi Jupe come i fratelli John e Michael Darling e Alyssa Wapanatâhk nei panni di Tiger Lily.

Il film è diretto da David Lowery (Il drago invisibile, Senza santi in paradiso, Storia di un fantasma, The Old Man & The Gun) da una sceneggiatura che ha scritto insieme a Toby Halbrooks.

Basato sul romanzo di “Peter e Wendy” di JM Barrie e ispirato al classico animato del 1953, Peter Pan & Wendy è la storia senza tempo di una giovane ragazza che, sfidando i desideri dei suoi genitori di frequentare un collegio privato, viaggia con i suoi due fratelli minori nella magica Isola che non c’è. Lì incontra un ragazzo che si rifiuta di crescere, una piccola fata e un malvagio capitano pirata, e presto si trovano coinvolti in un’avventura elettrizzante e pericolosa lontano, molto lontano dalla loro famiglia e dalle comodità di casa.

Il regista David Lowery ha parlato del film in una dichiarazione: Peter Pan è stata a lungo una delle mie storie preferite, in parte perché ho sempre resistito a crescere, ma anche per il cuore, l’avventura e l’immaginazione che rendono il racconto originale di J.M. Barrie così intramontabile. Sono entusiasta di avere l’opportunità di ridefinire i suoi personaggi iconici per una nuova generazione – e ancora più entusiasta di poterlo fare con un cast e una troupe così eccezionali.

Al momento la Disney non ha ancora fissato per “Peter Pan & Wendy” una data di uscita ufficiale, ma il film è previsto su Disney + per il 2022.


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“Peter Pan & Wendy: prime foto di Jude Law come Capitan Uncino nel live-action Disney” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Here Are The Young Men: trailer del dramma con Anya Taylor-Joy e Travis Fimmel

Disponibile via Well Go USA Entertainment un trailer di Here are the Young Men. film drammatico che nel cast include la lanciatissima Anya Taylor-Joy dell’acclamata miniserie tv La regina degli scacchi di Netflix e Travis Fimmel noto principalmente per il ruolo di Ragnar nella serie tv Vikings.

Il film è basato sull’acclamato romanzo di Rob Doyle descritto come un “agghiacciante ritratto di una ricaduta spirituale, presagio del crollo di un’illusione nazionale. Viscerale e oscuramente divertente, questo romanzo d’esordio segna l’arrivo di un potente talento letterario che sprigiona un’innervante energia anarchica con effetti devastanti”.

La trama ufficiale:

“Here are the Young Men” segue Matthew, Rez, Cocker e Kearney e ne testimonia il vuoto della loro vita dopo la fine della scuola; i ragazzi trascorrono la loro prima estate di libertà in un selvaggio apprendistato per le strade di Dublino. Vagando senza meta per la città, alimentati da droghe e fantasie oscure, gli adolescenti precipitano nell’autodistruzione, fuggendo da una realtà che disprezzano. Tuttavia, quando un orribile incidente li fa precipitare, il trio deve affrontare la sfida più scoraggiante della loro vita: affrontare i propri demoni interiori.

Il cast è completato da Susan Lynch, Dean-Charles Chapman, Ralph Ineson, Conleth Hill, Emmett J Scanlan, Ferdia Walsh-Peelo, Lola Petticrew Lola Petticrew, Rian Sheehy Kelly, Tim McDonnell, Carl Shaaban Carl Shaaban, Chris Newman e Stevie Greaney.

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

Il film è stato adattato e diretto dal regista e attore irlandese Eoin Macken che ha esordito nel 2008 dirigendo e interpretando  il thriller Christian Blake (2008), il dramma Dreaming for You (2009) e il dramma romantico Cold (2013). I crediti per la recitazione di Macken includono ruoli anche nell’horror Siren, nell’action-horror Resident Evil: The Final Chapter nel thriller-horror Jukai – La foresta dei suicidi e personaggi ricorrenti nelle serie tv Merlin (Sir Gwaine), The Night Shift (Dr. TC Callahan) e Nightflyers (Karl D’Branin). “Here are the Young Men” debutterà negli Stati Uniti il 27 aprile.

Fonte: YouTube


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“Here Are The Young Men: trailer del dramma con Anya Taylor-Joy e Travis Fimmel” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Stasera in tv: “Wonder Park” su Canale 5

Cast e personaggi

Doppiatori originali

Brianna Denski: Cameron “June” Bailey
Sofia Mali: June (da piccola)
Ken Hudson Campbell: Boomer
Jennifer Garner: Madre di June
Matthew Broderick: Padre di June
Ken Jeong: Cooper
Kenan Thompson: Gus
Mila Kunis: Greta
John Oliver: Steve
Norbert Leo Butz: Peanut
Oev Michael Urbas: Banky
Kevin Chamberlin: Zio Tony
Kate McGregor-Stewart: Zia Albertine
Kath Soucie: Shannon

Doppiatori italiani

Lucrezia Roma: Cameron “June” Bailey
Marco Mete: Boomer
Eleonora De Angelis: Madre di June
Massimo De Ambrosis: Padre di June
Gigi: Cooper
Ross: Gus
Domitilla D’Amico: Greta
Francesco Facchinetti: Steve
Franco Mannella: Peanut
Giulio Bartolomei: Banky
Roberto Stocchi: Zio Tony
Lorenza Biella: Zia Albertine
Giò Giò Rapattoni: Shannon

La trama

“Wonder Park” racconta la storia di un magnifico parco divertimenti dove l’immaginazione di una ragazza selvaggiamente creativa prende vita. Il film è incentrato su June, che nei suoi anni più giovani era ossessionata dal suo immaginario parco dei divertimenti di nome Wonderland e ha fatto del suo meglio per dargli vita. Ma quando è cresciuta, June ha abbandonato il suo immaginario paradiso dell’infanzia. Un giorno, con sua grande sorpresa, June scopre che il suo parco tematico immaginario (o quello che lei pensava fosse immaginario) non solo è molto real, ma è anche in grave pericolo. Ora deve aiutare i suoi amici a salvare questo luogo magico da un esercito devastante di scimpanzé.

Curiosità

  • Il film era Originariamente intitolato “Amusement Park” e diretto da Dylan Brown. Brown è stato rimosso dal progetto nel 2018 a seguito dell’accusa di cattiva condotta sessuale e il film è stato ribattezzato “Wonder Park”. Poiché il film era in gran parte completato al momento del suo licenziamento, nessun altro regista è stato assunto.
  • Il film non ha un regista accreditato. La Director’s Guild si rifiuta quasi sempre di consentire l’uscita di un film senza un regista accreditato, a causa di vari aspetti legali e obblighi contrattuali. Non è chiaro come i realizzatori di questo film abbiano potuto distribuire un film senza accreditare un regista.
  • Il termine “Wonder Park” non viene utilizzato nel film nemmeno una volta. Al suo posto viene utilizzato “Wonderland”.
  • Originariamente doveva uscire il 10 agosto 2018, ma è stato spostato al 15 marzo 2019 per evitare di competere con Ritorno al Bosco dei 100 Acri della Disney.
  • Il parco dei divertimenti in questo film si chiama “Wonderland”. C’è un parco di divertimenti in Ontario, Canada che è comunemente noto come Wonderland, anche se il suo nome completo è “Canada’s Wonderland”. In precedenza era di proprietà della Paramount, una delle società di produzione di questo film.

  • La Paramount Pictures voleva che una celebrità ben nota desse la voce a June, ma i produttori Josh Appelbaum e André Nemec volevano invece un’attrice sconosciuta.
  • Jeffrey Tambor doveva originariamente recitare nel film come Boomer l’orso, ma in seguito è stato rimosso dal progetto a causa delle accuse di molestie sessuali da parte di sue co-protagoniste femminili ed è stato sostituito da Ken Hudson Campbell.
  • “Wonder Park” è il primo di 3 film di Nickelodeon usciti nel 2019. Gli altri 2 sono stati i live-action Dora e la città perduta  e Non si scherza col fuoco.
  • I produttori Josh Appelbaum e André Nemec hanno realizzato questo film per i propri figli e come loro prima esperienza nell’animazione.
  • Il film è stato realizzato nell’arco di 5 anni.
  • “Wonder Park” è il quarto film d’animazione di Matthew Broderick uscito nelle sale, dopo Il re leone (1994), Bee Movie (2007) e Le avventure del topino Despereaux (2008).
  • 1000 persone hanno fatto un’audizione per il ruolo di June Baily.
  • I co-registi Clare Kilner (Un amore in prestito), Robert Iscove (Kiss Me) e David Feiss hanno preso il posto del regista originale Dylan Brown durante la produzione del film.
  • Clare Kilner (uno dei co-registi del film) è britannica e non aveva esperienza nell’animazione. Questo è il suo primo progetto animato.

  • Sia Matthew Broderick (il papà di June) che John Oliver (Steve il porcospino) hanno recitato in una versione de “Il re leone”. Broderick era nel film d’animazione “Il re leone” (1994) come Simba, mentre Oliver era nel remake live-action “Il re Leone” (2019) come Zazu.
  • Il film è realizzato da IIion Animation Studios, lo studio dietro Planet 51 (2009) e Mortadello e Polpetta contro Jimmy lo Sguercio (2014).
  • I castori si chiamano Gus e Cooper. Un possibile cenno agli astronauti Gus Grissom e Gordon Cooper.
  • Come Jimmy Neutron – Ragazzo prodigio (2001) e Barnyard – Il cortile (2006), anche “Wonder Park” era nato come pilota cinematografico in CGI di una potenziale serie tv animata in seguito non realizzata a causa del flop d’incassi e critica.
  • “Wonder Park” è il quinto film di Nickelodeon Movies realizzato interamente in CGI, dopo Jimmy Neutron – Ragazzo prodigio (2001), Barnyard – Il cortile (2006), Rango (2011) e Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno (2011).
  • “Wonder Park” è il settimo film di Nickelodeon Movies ad avere una protagonista femminile, dopo Harriet, la spia (1996), La famiglia della giungla (2002), Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi (2004), La mia vita è un disastro (2008), Hotel Bau (2009) e Fun Size (2012)
  • Il film con un budget stimato tra gli 80 e i 100 milioni di dollari ha incassato nel mondo circa 120 milioni.

La colonna sonora

  • In origine i produttori Josh Appelbaum e André Nemec hanno chiesto a Steve Jablonsky di realizzare la musica per il film, ma il compositore non era disponibile, così hanno contattato Steven Price che ha accettato l’incarico. Price che ha vinto un Oscar per la colonna sonora del film Gravity con Sandra Bullock e musicato Fury, Suicide Squad, La fine del mondo e Attack the Block – Invasione aliena era al suo primo film d’animazione; in seguito Price musicherà il recente film animato Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Netflix.
  • La colonna sonora include anche il brano “Hideaway” interpretato da Grace VanderWaal, attrice nota per il ruolo di protagonista nel film Stargirl di Disney +.

TRACKL LISTINGS:

1. When The Ideas Come From You 6:23
2. Operation Loop de Loop 3:32
3. Without Wrecking The Neighbourhood 0:51
4. Hideaway Medley (co-composed with See Sub-songs, Jonny Shorr, Katie Stump, Will Jay, Emily Kocontes) 4:58
5. Look How Big You’ve Gotten 2:33
6. On The Way to Camp Awesome 1:33
7. Entering Wonderland 4:04
8. We’re At War 3:29
9. The Darkness 1:31
10. You’re Embarrassing The Team 3:12
11. Nobody’s Pin Cushion 2:04
12. On and Off Switch 2:18
13. Fireworks Falls 3:00
14. Zero G Land 3:50
15. All My Fault 5:29
16. Wrecking The Neighbourhood 2:49
17. A Terrible Turn of Events 3:42
18. I Got This Greta 2:13
19. I Lost Her Too 2:04
20. To Clockwork Swings 4:00
21. You’ll Hear Me In The Wind 3:02
22. Peanut’s Next Wondrous Invention 3:09

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“Stasera in tv: “Wonder Park” su Canale 5” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

E’ morto il rapper DMX, attore in “Romeo deve morire” e “Ferite mortali”

E’ scomparso a New York all’età di 50 anni, per un attacco cardiaco, il rapper e attore nominato ai Grammy DMX, all’anagrafe Earl Simmons. Inizialmente ricoverato in ospedale venerdì 2 aprile, dopo aver subito un infarto in casa sua, il rapper è in seguito peggiorato e a seguito di una serie di test eseguiti su DMX che hanno rivelato una funzione e un’attività cerebrale minime, la famiglia ha deciso di rimuoverlo dal supporto vitale.

Siamo profondamente rattristati di annunciare oggi che il nostro amato, DMX, nome di nascita di Earl Simmons, è morto a 50 anni al White Plains Hospital con la sua famiglia al suo fianco dopo essere stato messo in supporto vitale negli ultimi giorni. Earl era un guerriero che ha combattuto fino alla fine. Amava la sua famiglia con tutto il cuore e apprezziamo il tempo che abbiamo passato con lui. La musica di Earl ha ispirato innumerevoli fan in tutto il mondo e la sua iconica eredità vivrà per sempre. Apprezziamo tutto l’amore e il supporto durante questo periodo incredibilmente difficile. Per favore rispetta la nostra privacy mentre piangiamo la perdita di nostro fratello, padre, zio e dell’uomo che il mondo conosceva come DMX. Condivideremo le informazioni sul suo servizio funebre una volta che i dettagli saranno stati definiti.

DMX noto anche come “Dark Man X” e  “The Divine Master of the Unknown”, nasce a Mount Vernon nello stato di New York il 18 dicembre 1970. Ha iniziato la sua carriera di rapper nei primi anni ’90 e ha pubblicato il suo album di debutto “It’s Dark and Hell Is Hot” nel 1998, un successo di critica e commerciale da 251.000 copie vendute nella sola prima settimana di uscita. Il suo album più venduto è stato “… And Then There Was X” del 1999 che includeva il singolo di successo “Party Up (Up in Here)”.

DMX debutta come attore nel 1998 nel crime-drama Belly di Hype Williams che racconta di due giovani amici coinvolti nella criminalità organizzata e nello spaccio di droga che ad un certo punto scoprono di avere priorità diverse. Nel film DMX recita al fianco dei colleghi rapper Nas e Method Man e della cantautrice Tionne Watkins, membro della gruppo femminile delle TLC. Due anni dopo DMX recita in Romeo deve morire, film che lancerà definitivamente la star delle arti marziali cinese Jet Li in quel di Hollywood e a livello internazionale, dopo l’esordio americano come antagonista principale in Arma Letale 4. Romeo deve morire è un mix tra Giulietta e Romeo e un moderno West Side Story che segue l’amore sbocciato tra la figlia di un boss afroamericano interpretata dalla cantante Aaliyah, scomparsa un anno dopo in un incidente aereo, e il membro di una potente famiglia della mafia cinese interpretato da Li. Il film che segna l’esordio alla regia del direttore della fotografia Andrzej Bartkowiak presenta una strepitosa colonna sonora e spettacolari combattimenti coreografati da Corey Yuen.

Nel 2001 DMX torna sul grande schermo in Ferite mortali, un tentativo all’apparenza riuscito di rilanciare la star d’azione Steven Seagal che per l’occasione torna in gran spolvero, ma gli ottimi incassi non bastano e Seagal tornerà al circuito delle produzioni direct-to-video. DMX nel film interpreta il ruolo di un ricco imprenditore sotto copertura come un trafficante di droga che cerca di smascherare un gang di poliziotti corrotti.

Nel 2003 DMX torna a fare coppia con Jet Li per il thriller d’azione Amici x la morte ancora diretti dal regista di “Romeo deve morire”. Nel film DMX è Tony Fait, un abile ladro di gioielli e Li veste i panni di Su, agente segreto di Taiwan; entrambi sono interessati ad un carico di diamanti neri in realtà cristalli di plutonio sintetici. Dopo un primo momento di contrasto i due uniranno le forze contro Ling, un mercante di armi che ha messo le mani sui diamanti e rapito la figlia di Fait. Il film incassa bene, ma non brilla e le recensioni non sono particolarmente positive.

Nel 2004 DMX è protagonista del thriller poliziesco Never Die Alone nei panni di uno spacciatore che torna sulla costa orientale per trovare la redenzione e fare ammenda con un signore della droga. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Donald Goines e al fianco di DMX recitano David Arquette e Michael Ealy.

Dal 2006 al 2013 DMX recita in pellicole direct-to-video tra queste ricordiamo  il dramma fantasy Father of Lies (2006) che segue un uomo (Clifton Powell) che cerca di salvare la sua chiesa in difficoltà finanziarie; il film d’azione Death Toll (2007) con DMX nei panni di un potente e spietato spacciatore che tiene in pugno New Orleans; Last Hour (2008) crime-drama  girato a Pechino, Shanghai, Parigi e in Canada con DMX che recita al fianco di Michael Madsen, David Carradine e Paul Sorvino e l’horror d’azione con vampiri The Bleeding (2009) con un cast che include Vinnie Jones e Michael Madsen.

Nel 2014 DMX interpreta se stesso nella commedia romantica Top Five (2014) di Chris Rock, nel 2018 è nel cast del dramma Pimp e l’anno successivo torna a recitare con Steven Seagal nel film d’azione Beyond the Law – L’infiltrato in cui interpreta un detective della polizia.

Gli ultimi ruoli interpretati da DMX lo hanno visto nel cast del film d’azione In the Drift (2020), su una corsa illegale in Messico che diventa una fuga per la sopravvivenza e nel thriller Chronicle of a Serial Killer (2020) in cui il rapper interpreta un poliziotto. DMX aveva altri due progetti in ballo: il film d’azione Fast Vengeance che è riuscito a completare e attualmente in post-produzione e il thriller d’azione Doggmen che DMX stava ancora girando al momento della sua morte.

Fonte: People


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“E’ morto il rapper DMX, attore in “Romeo deve morire” e “Ferite mortali”” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Indiana Jones 5: Phoebe Waller-Bridge protagonista con Harrison Ford

Disney e Lucasfilm hanno ufficializzato il casting dell’attrice Phoebe Waller-Bridge per il sequel Indiana Jones 5. Il sito Deadline riporta che l’attrice britannica sarà la protagonista femminile al fianco di Harrison Ford.

I dettagli sul suo personaggio di Waller-Bridge sono top-secret per il momento, per il resto oltre al ritorno di Harrison Ford è stato anche confermato che John Williams tornerà per comporre la colonna sonora del film che sarà diretto da James Mangold (Logan – The Wolverine, Le Mans ’66 – La grande sfida) da una sceneggiatura di Jonathan Kasdan, che ha scritto anche lo spin-off Solo: A Star Wars Story e sta attualmente lavorando alla serie tv Willow di Ron Howard.

In una precedente intervista Mangold ha parlato del suo approccio ad una saga e un personaggio leggendari utilizzando il suo film “Logan” come esempio.

Cerco sempre di trovare un centro emotivo da cui operare. Penso che la cosa più importante sia, in un’epoca in cui i franchise sono diventati una merce per servire di nuovo la stessa cosa. Almeno per me, qualsiasi franchise che si approcci per servire di nuovo la stessa cosa, allo stesso modo, di solito produce solo un desiderio per la prima volta che lo hai assaporato. Significa che fa desiderare al pubblico di vedere di nuovo il primo film. Quindi devi farlo spingendo qualcosa in un posto nuovo, ricordando anche i motivi principali per cui metteva d’accordo tutti. E per usare “Logan” come esempio di ciò, quando hai a che fare con un mondo di franchise sei molto sotto pressione. Riguardo a Logan c’erano molte cose da cui mi sono liberato nel canone, nel bagaglio, per cercare di creare la storia migliore. I valori fondamentali di Logan, di Wolverine, e Charles Xavier e gli X-Men, erano qualcosa che sentivo non avremmo mai abbandonato. Le idee fondamentali del loro onore, il loro senso del dovere e l’unicità di questo particolare insieme di personaggi che erano emarginati, bizzarrie. Esseri che non avevano casa in questo mondo, eppure stavano cercando di fare del bene. Stavano cercando di fare qualcosa di giusto e di trovare la loro strada. Quei problemi fondamentali erano al centro del film. E in qualsiasi franchise che approccio, cercherò sempre di catturare e assicurarmi di preservare quelle idee fondamentali che sono al centro, perché è per questo che queste storie sono più che un franchise. Sono le favole della nostra cultura contemporanea.

Phoebe Waller-Bridge torna a collaborare con Lucasfilm dopo aver prestato la voce all’eccentrico droide L3-37 in “Solo: A Star Wars Story”, la co-pilota di Lando Calrissian sul Millennium Falcon, ma l’attrice è meglio conosciuta per il suo lavoro su Fleabag, serie tv acclamata dalla critica e tratta da un’opera teatrale della stessa Waller-Bridge. altri crediti dell’attrice includono ruoli in Albert Nobbs, The Iron Lady e Vi presento Christopher Robin.


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“Indiana Jones 5: Phoebe Waller-Bridge protagonista con Harrison Ford” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Don Abbondio in Germania

di Dario Borso

Jean Paul (1763-1825), il teorico-pratico per antonomasia dell’umorismo, scrisse il romanzo breve Viaggio a Flätz attorno al 1808, nel pieno delle guerre napoleoniche. Con esso, a parer suo e dei contemporanei, raggiunse “il vertice del comico”, senza rinunciare al suo serissimo pacifismo. Un predicatore di campo (l’equivalente luterano del nostro cappellano militare) è stato licenziato in tronco, e per protestare si reca nella capitale chiedendo udienza al ministro della guerra. Al ritorno, redige un resoconto che attacca:

Corrono a Flätz e dintorni voci assurde che me la sia squagliata (così volgarmente si dice) da battaglie importanti e che poi, quando s’è cercato un predicatore di campo che tenesse le prediche di ringraziamento per la vittoria, non lo si sia trovato. Il ridicolo risalterà qui al meglio se dico che non ho assistito proprio a scontro veruno, bensì parecchie ore prima dello stesso mi sono portato molte miglia dietro, dove la nostra gente, appena fosse stata battuta, mi avrebbe necessariamente incontrato. In nessun momento la ritirata è certo così buona ­– ma una buona ritirata viene ritenuta il capolavoro dell’arte della guerra – e attuabile con tanto ordine, forza e sicurezza che giusto prima dello scontro, quando appunto non si è ancora battuti. 

Dà poi varie attestazioni del suo coraggio solidamente retto da prudenza (ad es.: Al fine di preservare la mia vita, passeggio sempre almeno dieci acri lontano da ogni riva gremita di bagnanti e nuotatori solo perché prevedo con certezza che, nel caso uno di loro stesse affogando, d’acchito – il cuore infatti sorpasserebbe il cervello – per salvare lui, l’imbecille, mi tufferei in un qualsiasi abisso senza fondo dove entrambi annegheremmo), e chiude la lunga premessa con:

Basti ancora una storia per dimostrare quanto ridicola appaia spesso esternamente al volgo proprio la prudenza più seria pervasa d’interiore coraggio. I cavalieri conoscono da sempre i pericoli di un cavallo in fuga. La mia cattiva stella volle che a Vienna mi trovassi a montare un cavallo a nolo, ch’era sì un bell’esemplare color miele, ma vecchio e di bocca dura come Satana, sicché la bestia con me sopra infilò la prima via senza più fermarsi, e invero – purtroppo solo al passo. Nessun alt, nessuna stratta ebbe effetto; alla fine dall’autocontraddittorio destriero lanciai un segnale di emergenza dopo l’altro e gridai: «Fermatelo, gente, per l’amor di Dio fermatelo, il mio ronzino va per conto suo!» Ma siccome i babbei vedevano il cavallo andare lento come il corteo del Consiglio aulico imperiale e la diligenza ordinaria: non potevano assolutamente capacitarsi della cosa, finché agitandomi tutto come un ossesso urlai: «Ma fermatelo, mammalucchi, non vedete che non posso più tenere l’animale?»

Ora ai fannulloni un cavallo di bocca dura incedente al passo sembrò ridicolo – mezza Vienna si accodò così qual coda di cometa dietro la coda a treccia del mio destriero e dietro il mio codino – il Principe Kaunitz, miglior cavaliere del secolo (quello passato), si trattenne per seguirmi – io stesso stavo ritto e galleggiavo come ghiaccio alla deriva sul cavallo color miele che proseguiva passo passo per conto suo – un poliedrico postino in frack consegnava a destra e a manca le sue lettere ai piani e tornava stabilmente da me con espressioni satiriche del viso perché il cavallo era troppo lento – il lavastrade (notoriamente l’uomo che le percorre su una cisterna d’acqua tirata a due e le pulisce con un tubo di gomma lungo tre cubiti fuoriuscente da un imbuto di latta) seguì le natiche del mio cavallo e durante il suo ufficio umettava quelle e me stesso, benché sudassi freddo abbastanza per non abbisognare di refrigerio ulteriore – capitai sul mio infernale cavallo troiano (solo, ero io stesso la soccombente Troia che cavalcava) a Matzleinsdorf (un sobborgo viennese), o erano per i miei sensi afflitti tutt’altre vie.

– Infine a tarda sera al Prater dopo lo sparo di coprifuoco dovei per mio ribrezzo e contro tutte le leggi di polizia girovagare ancora sul cavallo fuorilegge, e avrei fors’anzi pernottato in sella se mio cognato, il dragone, non mi avesse visto e trovato ancora saldo sul ronzino alla deriva.  Non fece complimenti – afferrò il bruto – pose la dilettevole domanda: «Perché non avete volteggiato?»,pur sapendo benissimo che acciò serve un cavallo di legno che stia fermo – e mi tirò giù – e così tutti gli esseri cavalcanti giunsero senza rischiare e senza cavalcare a casa.– – Ma ora finalmente al mio viaggio!

Letto ad alta voce tra l’ilarità generale da Ludwig Tieck durante un ricevimento a Dresda, il Viaggio a Flätz entusiasmò poi molti, da Kierkegaard ad Arno Schmidt. In Italia, Italo Svevo lo amò a tal punto da plagiarne il finale nel finale della Coscienza di Zeno, e Gadda tentò invano di tradurlo, limitandosi a elogiarne l’autore nella Cognizione del dolore. Ora esce da me tradotto per Del Vecchio Editore, col bonus di un commentario lungo mezzo romanzo.

 

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“Don Abbondio in Germania” è stato scritto da minima&moralia e pubblicato su minima&moralia.

Palermo, militare non in servizio arresta un ladro in fuga dal supermercato

Il Carabiniere ha subito colto cosa stava accadendo e sebbene non in servizio è sceso dall’auto e ha bloccato il malvivente sull’asfalto.

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“Palermo, militare non in servizio arresta un ladro in fuga dal supermercato” è stato scritto da Mauro Armadi e pubblicato su Notizie.it.

La frase di Silvia Toffanin su Stefano De Martino che ha spiazzato i fan

“Ma com’è possibile…” si sono chiesti i fan dopo che Silvia Toffanin ha pronunciato una frase che ha spiazzato in molti.

Leggi tutto Stefano De Martino a Verissimo, la reazione dei fan alla frase della conduttrice su Notizie.it.

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“La frase di Silvia Toffanin su Stefano De Martino che ha spiazzato i fan” è stato scritto da Valentina Mericio e pubblicato su Notizie.it.

Il look del cantante Tancredi prima e dopo Amici 2021

Tancredi, le caratteristiche del look del cantante selezionato per il serale di Amici 2021 prima e dopo la partecipazione al talent show.

Leggi tutto Amici 2021, Tancredi: il look del cantante prima e dopo il talent su Notizie.it.

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“Il look del cantante Tancredi prima e dopo Amici 2021” è stato scritto da Ilaria Minucci e pubblicato su Notizie.it.

Verissimo, Enrica Bonaccorti ha raccontato l’esperienza dell’aborto

Ospite di Silvia Toffanin a “Verissimo”, Enrica Bonaccorti ha raccontato l’esperienza dell’aborto, vissuta poco dopo aver annunciato la gravidanza in tv.

Leggi tutto Verissimo, Enrica Bonaccorti: “Ho avuto un aborto dopo aver annunciato la gravidanza in tv” su Notizie.it.

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“Verissimo, Enrica Bonaccorti ha raccontato l’esperienza dell’aborto” è stato scritto da Ilaria Minucci e pubblicato su Notizie.it.

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