Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato Israele di voler allargare la geografia del suo conflitto con la Palestina all'intera regione. "Quello che è successo alla fine della scorsa settimana deriva dai due pesi e due misure dell'Occidente e dimostra che una guerra più grande nella regione è abbastanza…

Il Venezuela ordina la chiusura di tutte le sedi diplomatiche in Ecuador

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha ordinato la chiusura dell’ambasciata e dei consolati venezuelani in Ecuador, in solidarietà con il Messico, dopo che le forze di sicurezza ecuadoriane hanno fatto irruzione nell’ambasciata messicana a Quito, un’azione avvenuta per arrestare l’ex vicepresidente Jorge Glas, che vi aveva trovato rifiugio e a cui era stato concesso asilo diplomatico ore prima.

Maduro lo ha annunciato durante la riunione straordinaria dei capi di Stato della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac), che si è tenuta per affrontare la questione dell’assalto alla sede diplomatica.

“Ho ordinato di chiudere la nostra Ambasciata in Ecuador, di chiudere il Consolato a Quito, di chiudere immediatamente il Consolato a Guayaquil e di far ritornare immediatamente il personale diplomatico in Venezuela”, ha affermato il presidente.

Maduro ha ricordato che, nel Paese andino, Caracas ha solo un incaricato d’affari, il professor Pedro Sassone. “Da qui vi do l’ordine di preparare tutto, chiudere e rientrare, finché non sarà espressamente ripristinato il diritto internazionale in Ecuador”.

Gaza, le direttive del NYT ai giornalisti contro l’uso dei termini ‘genocidio’ e ‘Palestina’

 

Una sorprendente fuga di notizie scoperta dal portale The Intercept ha rivelato le linee guida editoriali segrete emesse dal The New York Times.

Queste direttive sono delle direttive su come i giornalisti dovrebbero riferire in merito all’invasione israeliana di Gaza, innescando un dibattito sui pregiudizi dei media e sul ruolo del giornalismo e quale considerezione abbia dell’opinione pubblica.

Il promemoria, scritto dalla redattrice del NYT Susan Wessling, dal redattore di politica estera Philip Pan e dai loro delegati, è stato diffuso per la prima volta nel novembre 2023 ed è stato periodicamente aggiornato durante l’invasione israeliana di Gaza in corso iniziata lo scorso ottobre, ha riferito, ieri, The Intercept.

La guida mette in guardia contro l’uso di termini come “genocidio”, “pulizia etnica”, “territorio occupato” e “campi profughi”, anche se le Nazioni Unite riconoscono fino a otto campi profughi all’interno della Gaza assediata.

In modo pertinente, il governo israeliano ha costantemente mostrato opposizione alla realtà storica secondo cui i palestinesi mantengono lo status di rifugiato, una designazione che sottolinea il loro spostamento da terre alle quali rivendicano il diritto al ritorno.

“Possiamo spiegare perché stiamo applicando queste parole a una particolare situazione e non a un’altra? Come sempre, dobbiamo concentrarci sulla chiarezza e sulla precisione: descrivere ciò che è accaduto piuttosto che usare un’etichetta”, si legge nella nota.

Il promemoria istruisce inoltre i giornalisti ad astenersi dall’usare “combattenti” in riferimento a specifici attacchi, suggerendo invece l’uso di “terrorista”, un termine che il documento applica in modo incoerente, secondo l’analisi di The Intercept, notando il pregiudizio del NYT a favore della prospettiva israeliana sulla guerra.

Una discrepanza notevole

Secondo la nota trapelata, il termine “Palestina” è sconsigliato nell’uso quotidiano, tranne in contesti eccezionali come riferimenti storici o sviluppi politici significativi riconosciuti da organismi internazionali.

A gennaio, The Intercept ha pubblicato un’analisi che esamina la copertura del conflitto dal 7 ottobre al 24 novembre da parte di New York Times, Washington Post e Los Angeles Times. L’analisi ha riguardato le prime settimane di guerra, prima dell’applicazione delle nuove linee guida editoriali del New York Times.

The Intercept ha riscontrato una notevole discrepanza nel linguaggio: termini come “massacro”, ” eccidio” e “orribile” sono stati utilizzati prevalentemente per descrivere episodi di vittime israeliane causate da combattenti palestinesi, mentre sono stati raramente utilizzati quando si è parlato di vittime palestinesi derivanti da attacchi aerei israeliani indiscriminati.

Lo studio ha evidenziato che fino al 24 novembre, il New York Times ha parlato di vittime israeliane come di un “massacro” in 53 occasioni, contro una sola volta per le uccisioni palestinesi.

La disparità risultava evidente anche con il termine “massacro”, che compariva 22 volte più di frequente nelle descrizioni delle morti israeliane rispetto a quelle palestinesi. Questo, nonostante il crescente numero di vittime palestinesi, che a quel punto contava circa 15.000 civili.

Doppi standard palesi

Secondo la nota del NYT trapelata, è corretto usare i termini “terrorismo” e “terrorista” per descrivere gli attacchi del 7 ottobre, che hanno preso deliberatamente di mira i civili con uccisioni e rapimenti.

Il NYT si astiene dall’etichettare come “terrorismo” i ripetuti attacchi di Israele contro civili palestinesi e siti civili protetti, come gli ospedali, anche nei casi in cui i civili sono stati presi di mira direttamente.

La nota del quotidiano prosegue: “Quando possibile, evitate il termine e siate specifici (ad esempio, Gaza, Cisgiordania, ecc.), poiché ciascuno ha uno status leggermente diverso”.

La fonte del New York Times, citata da The Intercept, ha spiegato che evitare il termine “territori occupati” tende a oscurare la vera natura del conflitto, allineandosi alla narrazione ufficiale israeliana.

“In pratica si toglie dalla copertura l’occupazione, che è il vero nocciolo del conflitto”, ha precisato la fonte a The Intercept. “È come se dicessimo: “Oh, non diciamo occupazione perché potrebbe sembrare che stiamo giustificando un attacco terroristico””.

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L’AntiDiplomatico e LAD edizioni sono impegnati a sostenere l’associazione “Gazzella”, in prima linea nel sostegno della popolazione di Gaza. 

Con l’acquisto di “Il Racconto di Suaad” (Edizioni Q – LAD edizioni) dal nostro portale, finanzierete le attività di “Gazzella”.

Ponte sullo stretto: richieste di integrazione da parte del ministero dell’ambiente

Il ministero dell’ambiente ha richiesto documenti aggiuntivi alla società incaricata dell’opera

Leggi tutto Ponte sullo stretto: richieste di integrazione da parte del ministero dell’ambiente su Notizie.it.

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“Ponte sullo stretto: richieste di integrazione da parte del ministero dell’ambiente” è stato scritto da Paolo Giacometti e pubblicato su Notizie.it.

Barcelona Declaration on open research information: verso dati sulla ricerca aperti e trasparenti

E’ stata appena lanciata la Barcelona Declaration on open research information. I firmatari si impegnano a perseguire una serie di impegni che prevedono che strumenti aperti, accessibili e trasparenti affianchino i tradizionali strumenti proprietari, superandone i limiti (legati al riuso, alla copertura geografica e linguistica, alla assegnazione a specifiche subjects categories). Un ulteriore passo avanti verso i principi espressi da COARA (Coalition for Advancing Research Assessment).

Ormai da anni, e soprattutto nel nostro paese, ci siamo abituati a ragionare sulla ricerca prodotta e disseminata sulla base di informazioni di ricerca che derivano da banche dati chiuse e commerciali, come Scopus o Web of Science. Queste informazioni, denominate metadati, includono (1) riferimenti bibliografici, titoli, abstract, autori e loro affiliazione, ma (2) anche metadati su software o metodologie di ricerca, campionamenti e strumenti utilizzati, oppure (3) informazioni sui finanziamenti e le sovvenzioni così come (4) informazioni sulle organizzazioni, e sui collaboratori che hanno contribuito alla ricerca. Questi metadati non includono i “contenuti” della ricerca o della pubblicazione, ma rappresentano un patrimonio informativo rielevante, che spesso svolge un ruolo fondamentale nella distribuzione delle risorse e nella valutazione dei ricercatori e delle istituzioni: le organizzazioni che si occupano di ricerca e di finanziamento della ricerca utilizzano queste informazioni per valutare e stabilire le priorità strategiche, così come per analizzare le collaborazioni e valutare l’impatto dei propri lavori.

Queste metadati, mediante l’uso di banche dati chiuse e commerciali, sono la fonte utilizzata da Anvur e dal Ministero dell’Università e della Ricerca per la definizione, ad esempio, delle soglie ASN e degli indicatori individuali per la Abilitazione Scientifica Nazionale. A queste banche dati ci si affida quando si tratta di definire gli indicatori della qualità scientifica dei membri dei collegi di dottorato per l’accreditamento, o nello scorso esercizio di Valutazione della qualità della ricerca: da queste banche dati sono state ricavate le citazioni e gli indicatori di rivista.

Queste banche dati non sono prive di errori, di omissioni e di importanti limitazioni. Sdoppiamento di profili, errata attribuzione, mancata indicizzazione di interi fascicoli o di articoli all’interno dei fascicoli, ad esempio. Ma anche scelta “dall’alto”, operata direttamente dalle società proprietarie di queste banche dati, di quali riviste indicizzare e quali no, quali lingue considerare e quali no, quali discipline includere e quali no. A livello di analisi macro questi errori potrebbero non essere considerati significativi, ma per chi decide utilizzando questi dati, questi errori, insieme alla mancanza di trasparenza e inclusione, potrebbero rappresentare un grande problema.

Un argomento comunemente avanzato è che queste banche dati offrono una garanzia sulla qualità delle riviste scientifiche e dati integrati. Tuttavia, tale argomento è sempre più oggetto di discussione oggi, poiché la decisione su quali riviste siano considerate di ‘qualità’ non dovrebbe essere lasciata a un provider privato, spesso in conflitto di interessi con gli editori delle riviste (ad esempio, Scopus è di proprietà di Elsevier), ma piuttosto affidata alla comunità scientifica di riferimento o agli organi di valutazione nazionale.

Queste banche dati proprietarie e chiuse sono anche la base per costosissimi strumenti di business intelligence in cui vengono messi a disposizione strumenti per generare indicatori spesso opachi e difficili da riprodurre, contribuendo a generare una proliferazione di indicatori quantitativi non replicabili e di dubbio valore, ai fini della valutazione della ricerca scientifica e della presa di decisioni.

A chi voglia effettuare analisi approfondite e descrittive della ricerca di singole istituzioni o Paesi, o su aree specifiche, o relative a gruppi di ricerca, vengono messi a disposizione i dati solo in modalità protetta da diritti di proprietà intellettuale, per cui non è possibile renderli disponibili alle comunità, come è ormai pratica diffusa (e richiesta) per le ricerche e le analisi che utilizzano e producono dati.

Lo sanno bene i ricercatori del CWTS che pubblicano il ranking di Leiden e che fino a quest’anno non hanno mai potuto esporre i dati di Web of Science utilizzati per il loro ranking, anche se su quei dati hanno sempre dovuto effettuare un grosso lavoro di pulizia e rielaborazione. Lo sanno bene le numerose università che puliscono in maniera certosina i dati relativi alla propria istituzione per apparire nei rankings universitari internazionali, ma anche in questo caso, questi dati non vengono poi restituiti alla comunità, generando uno spreco di risorse ed energie pubbliche.

Da quest’anno al CWTS hanno cominciato a produrre un secondo ranking basato su dati aperti provenienti da infrastrutture come OpenAlex e ROR (Research organization Registry) che garantiscono la completa trasparenza dei dati utilizzati. L’esercizio che è stato poi fatto è quello di comparare i risultati del ranking basato su dati proprietari con quello basato su dati aperti, confrontandone punti critici e punti di forza. In un post sul blog Leidenmadtrics i ricercatori responsabili del ranking spiegano come procederanno nei prossimi anni:

In the next one or two years, we expect the traditional Leiden Ranking and the Open Edition to co-exist. In the somewhat longer term, CWTS will make a full transition to open research information. Within the next few years, all bibliometric indicators produced by CWTS, including those in the Leiden Ranking, will be based on open data.

I ricercatori del CWTS non sono però gli unici ad avere compreso l’importanza dell’utilizzo di dati sulla ricerca aperti. Alla fine dello scorso anno l’università della Sorbona ha deciso di non rinnovare il proprio abbonamento a Web of Science (quello a Scopus non è mai stato sottoscritto) , e il CNRS non ha rinnovato l’abbonamento a Scopus. Entrambe le istituzioni hanno dichiarato di voler utilizzare dati aperti per la analisi e descrizione della ricerca.

E’ all’interno di questo contesto che, alla fine del 2023, in un incontro a Barcellona fra 25 esperti rappresentanti di istituzioni di ricerca, enti finanziatori e enti di valutazione è stata definita la dichiarazione sui dati sulla ricerca aperti (Barcelona Declaration on open research information), attraverso la constatazione che il panorama dell’informazione sulla ricerca richieda un cambiamento fondamentale e che pertanto sia necessario che le istituzioni decidano di impegnarsi attivamente ad assumere un ruolo guida nella trasformazione delle pratiche attuali verso soluzioni completamente aperte.

La dichiarazione, che ha ricevuto la firma di oltre 40 istituzioni è stata pubblicata oggi, martedì 16 aprile e si basa su una serie di impegni che le istituzioni firmatarie intendono perseguire:

1 Fare in modo che l’apertura sia la norma per le informazioni sulla ricerca che utilizziamo e produciamo.

2 Lavorare con servizi e sistemi che supportano e consentono l’apertura delle informazioni sulla ricerca.

  1. Supportare le infrastrutture per le informazioni aperte sulla ricerca

4 Sostenere azioni collettive per accelerare la transizione verso l’apertura delle informazioni sulla ricerca.

Sono già molte le istituzioni che hanno aderito alla dichiarazione di Barcellona, per l’Italia hanno già firmato l’Università Di Milano e l’Università di Bologna, il Museo Galileo e la Regione Toscana.  Altre hanno avviato una riflessione interna e presto si aggiungeranno all’iniziativa.

 

 

 

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“Barcelona Declaration on open research information: verso dati sulla ricerca aperti e trasparenti” è stato scritto da Paola Galimberti e pubblicato su ROARS.

Sapienza, scontri tra studenti e polizia dopo il «no» al boicottaggio di Israele: fermi e feriti

Scontri tra studenti e polizia questa sera a La Sapienza dopo il rifiuto del Senato accademico di inchinarsi alle pretese della minoranza pro-Palestina

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“Sapienza, scontri tra studenti e polizia dopo il «no» al boicottaggio di Israele: fermi e feriti” è stato scritto da Lucrezia Ciotti e pubblicato su Notizie.it.

Morte Niccolò Ciatti: conferma di condanna a 23 anni per Rassoul Bissoultanov

La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 23 anni di reclusione per Rassoul Bissoultanov

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“Morte Niccolò Ciatti: conferma di condanna a 23 anni per Rassoul Bissoultanov” è stato scritto da Lucrezia Ciotti e pubblicato su Notizie.it.

Durante una lezione di economia a Miami, Milei stoppa la voglia di vaccini contro il dengue

di MARIETTO CERNEAZ Il presidente argentino Javier Milei – durante la sua lectio magistralis all’Università della Florida – ha fatto riferimento all’aumento dei casi di dengue in Argentina e alle critiche che il suo governo deve affrontare per non aver lanciato una massiccia campagna di vaccinazione, prendendo di mira la lobby dei laboratori, alcuni politici…

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“Durante una lezione di economia a Miami, Milei stoppa la voglia di vaccini contro il dengue” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su Miglioverde.

Un docufilm che conferma che “il riscaldamento globale è una truffa

di REDAZIONE

Nel 2007, il regista britannico Martin Durkin ha deciso di intraprendere un progetto che anni dopo gli avrebbe procurato non pochi grattacapi. Convinto che il riscaldamento globale non si basi su realtà scientifiche, ma su opinioni ideologiche e credenze quasi religiose, Durkin contattò i maggiori esperti di climatologia.

Così, dalle sue interviste ha prodotto un lungometraggio che, sotto forma di documentario, presenta scienziati, politici, economisti, scrittori e altri intellettuali contrari ai dogmi climatici che la maggior parte degli scienziati sosteneva all’epoca.  

Il documentario di Durkin dimostra che il riscaldamento globale causato dall’uomo è “una menzogna” e rappresenta “la più grande frode dei tempi moderni”.

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“Un docufilm che conferma che “il riscaldamento globale è una truffa” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su Miglioverde.