Il terzo Reichlin

Quest’oggi il professor Pietro Reichlin fornisce su La Stampa un resoconto della storia del debito pubblico italiano strabiliante per sciatteria, demagogia, travisamento dei fatti e ignoranza della letteratura scientifica.

Dov’è la sorpresa, chiederete voi?

Ma, in effetti non c’è grande sorpresa: per lunghi anni ci siamo al contempo esilarati e amareggiati nel constatare la qualità estremamente povera degli editoriali economici propinatici dalla stampa sedicente “credibile”. La Stampa, poi, quella con la “S” di serpente maiuscola, veniva chiamata “la busiarda” da chi la conosceva (perché la subiva) ben prima che i pozzi della democrazia venissero avvelenati dalla necessità di ossequiare il regime europeista. Quando non avevo ancora di peggio da fare, di tanto in tanto mi divertivo a decostruire per voi qualcuno di questi capolavori di arte povera, caratterizzati pressoché invariabilmente dal fatto che l’artista di turno si esprimeva in materia non sua (ricorderete il caso di Boeri), o apparteneva alla categoria degli economisti ad h-index basso o nullo. Una categoria che, per non so bene quale motivo (forse per affinità culturale e intellettuale), incontra gli incondizionati favori delle redazioni “importanti” (quelle salvate da Draghi col salvataggio dell’INPGI, per capirsi).

Intendiamoci: fin dall’inizio credo vi fosse chiaro, come lo era a me, che io giocavo in un altro campionato. Come si era capito fin da questo episodio, al mondo accademico italiano mancavano quei presupposti di equilibrio e correttezza necessari perché dal confronto fra due tesi scaturisse un passo avanti verso la verità. Passo avanti, peraltro, inutile, perché, come con grande scrupolo vi documentai fin dall’inizio, in questo caso la verità scientifica era ampiamente nota e documentata. Non era quindi quella l’arena in cui sarebbe stato utile confrontarsi, ed è per questo che dopo le esperienze di sbilanciamoci e de lavoce.info spostai il Dibattito qui, a casa sua. Esattamente come quando Claudio Borghi ingaggia un troll su Twitter, nell’ingaggiare qualsiasi esponente dell’accademia italiana il mio intento era (e resta) puramente e semplicemente didattico. Non trovavo particolare costrutto nell’accordare dignità di interlocutore a chi faceva nel discorso pubblico affermazioni contrarie ai dati e alle tesi che nel discorso scientifico si ritengono comunemente fondate e che vengono riportate come tali nei manuali universitari. Spiace per chi si è accorto di queste dinamiche solo con la pandemia: esse esistono da sempre e pervadono qualsiasi settore dell’accademia, in misura non necessariamente correlata all’entità degli interessi economici sottostanti. Tuttavia, l’uso di uno sparring partner più o meno attrezzato favorisce indubbiamente il percorso di comprensione di chi alla materia economica si accosta dall’esterno. A livello dialettico e argomentativo, la verità storica dei fatti emerge più nitida dalla rettifica documentata di racconti artefatti, il ragionamento economico scaturisce più limpido quando lo si usi per evidenziare le contraddizioni di argomenti estemporanei e faziosi. A livello politico, poi, era e rimane sempre utile vedere in che modo il regime cerca di impostare il suo frame comunicativo, la sua narrazione, servendosi dei suoi Kindersoldat dal maggiore o minore prestigio reale o percepito. Lo si può imparare anche dai troll su Twitter, ma certo se parla il pupazzo Giavazzi del ventriloquo Draghi, se parlano individui dotati di un’autorevolezza o di titoli reali o presunti, se parla il rampollo di un’illustre dinastia, la rilevanza politica del messaggio è proporzionalmente più rilevante.

I Reichlin

Che il campionato in cui gioco sia un altro prima poteva essere evidente a pochi, ma ormai è evidente a tutti: da Presidente di bicamerale ho poco tempo da perdere con le esternazioni più o meno farlocche in cui quotidie mi imbatto in rassegna stampa. Oggi faccio un’eccezione, per completare in qualche modo una ideale trilogia. Su questo blog ci siamo infatti occupati a fondo del primo Reichlin, Alfredo, e della seconda Reichlin, Lucrezia. Mancava un’attenzione specifica al terzo, Pietro, e la daremo oggi, sempre con intento didattico, sine ira et studio, pro veritate.

Era stato Davide Bortoletto, uno dei tanti che ci hanno lasciato per strada (ma che nessuno ricorda più: io sì…) ad attirare la nostra attenzione su un articolo in cui il buon Palombi, ispirato dal nostro lavoro, era andato a consultare i verbali delle discussioni interne al PCI prima dell’adesione allo SME, mettendo in risalto una esternazione particolarmente significativa del primo Reichlin, Alfredo.

Da  dove partiva questo interesse del buon Palombi?

Da una cosa che mi era stata detta da Vladimiro Giacché la primissima volta in cui lo incontrai di persona, in un bar di viale Parioli (un episodio che dovrebbe esservi noto: lo raccontai qui). Ci dicemmo tante cose (e l’un l’altro abbracciava), ma quella che mi rimase impressa fu la richiesta di Vladimiro di ritrovare la dichiarazione di voto di Napolitano contro l’entrata dell’Italia nello SME, il sistema di cambi fissi ma aggiustabili antesignano della moneta unica. All’epoca (sarà stato il 2012), Napolitano era il Capo dello Stato e rappresentava quindi, in virtù di una modifica non scritta né votata da alcuno dell’art. 87 Cost., l’unità europea. Era difficile immaginare nel 2012 che nel 1978 Napolitano avesse potuto esprimersi con la lucidità e la competenza di uno Stiglitz o di un Krugman sui costi che ci sarebbero stati inflitti dai conati di unificazione monetaria. Eppure, gli atti parlamentari sono ancora lì, li abbiamo compulsati più volte: nella seduta, per molti versi drammatica, del 13 settembre 1978, Napolitano tenne il discorso che ritrovate al pag. 24992 dello stenografico, e che io, bastardamente, parafrasai dalle pag. 238 e seguenti del Tramonto dell’euro, nel paragrafo intitolato “Sapevano”. Suggerisco di rileggere discorso e parafrasi, ma insomma, la consapevolezza dei rischi determinati dall’Unione monetaria, se pure nella forma attenuata di cambio fisso ma aggiustabile, nei comunisti era assolutamente piena. In aula la esprimevano col garbo del migliorista Napolitano:

(a pag. 24995 dello stenografico), ma fra di loro, nelle riunioni interne di partito, che Palombi ebbe il merito di riproporci in questo articolo, erano molto più espliciti! “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia”, diceva il Barca padre (Luciano, da non confondere col figlio che è molto migliore come alpinista che come economista: ve lo dico con ammirazione – per l’alpinista!). Vi ricorda qualcosa? Beh, dovrebbe: è esattamente, in estrema sintesi, il discorso di Draghi a La Hulpe:

Deflazione (lower wage costs) e recessione (procyclical fiscal policy) antioperaia. Questa è l’Unione Europea nel momento in cui le si aggiunge una irreversibile ma insostenibile unione monetaria, e questo era ben chiaro ai comunisti veri (non ai democristi che oggi voi chiamate comunisti)!

E il primo Reichlin, lui, aveva capito?

Dai verbali di queste discussioni a metà fra Guareschi e Varoufakis la sua figura emerge in un flash rivelatore: intervenendo nel dibattito interno dopo il voto favorevole dell’Italia riferisce che “poco fa mi ha telefonato da Berlino Gerardo Chiaromonte e dice che i giornali della Germania Ovest sono in festa!” Se ne stupiva, poverino! I tedeschi ci avevano appena legato le mani dietro la schiena per poterci randellare meglio, e di questo erano consapevoli sia Napolitano che Luigi Spaventa che Barca senior (e tanti altri, posso immaginare). Cosa c’era di stupefacente nel fatto che gioissero della nostra ingenuità?

Della seconda Reichlin, e della sua folgorante intuizione che gli interessi della Germania fossero diversi da quelli del resto dell’Europa (c’era voluta una generazione per arrivarci…) parlammo a suo tempo, nel lontano 2012.

Oggi ci occuperemo dell’ardita tesi del terzo Reichlin, secondo cui alla radice del debito pubblico italiano ci sarebbe niente meno che il populismo…

Sparale, Pietro, sparale ora…

Vi sottopongo in sintesi, prima di confutarle, la raffica di audaci argomentazioni sparate dal Prof. Reichlin sulla busiarda odierna.

Dunque: “In questi ultimi anni tutti i Paesi hanno accresciuto il proprio debito, ma l’Italia insieme alla Grecia rappresenta il caso anomalo”. La valutazione ideologica sulla maggiore o minore opportunità dell’intervento pubblico nell’economia non c’entra e non spiega il fenomeno perché “i paesi scandinavi hanno scelto un modello sociale molto costoso, ma hanno anche una pressione fiscale elevata e un debito contenuto”. Quindi “la traiettoria del debito pubblico italiano è lo specchio della nostra storia politica”, e naturalmente, ça va sans dire, di “un’ideologia populista che ignorava i vincoli di bilancio”. Il superbonus è un problema ma “la verità è che i politici che ci hanno governato negli anni ’70 e ’80 sono stati più irresponsabili di quelli recenti”. Il debito italiano è cresciuto ininterrottamente “dall’inizio degli anni ’60 fino al 1996, quando siamo entrati nell’Unione monetaria”. Da lì in avanti il debito “scende leggermente, per poi risalire dopo la crisi del 2008, principalmente per effetto della crisi economica e della pandemia”. Dopo una breve disamina dei due elementi della dinamica del debito pubblico, che noi abbiamo esaminato nell’equazione (4) di questo post:

(una disamina molto divulgativa, quella del Prof. Reichlin: io, a differenza di lui, ho pubblicazioni specifiche in tema di sostenibilità del debito, ma di “effetto palla di neve” ho sentito parlare solo in questo film:

e mi è bastato), il Prof. Reichlin afferma che “il fenomeno straordinario che caratterizza l’economia italiana dagli anni ’60 a metà degli anni ’80 è che l’effetto palla di neve è stato sempre negativo”, cioè, in termini civili, che nell’Eq. (4) r è sempre stato minore di n, ovvero che il tasso di interesse reale è sempre stato inferiore alla crescita reale (o, se volete, la crescita superiore al tasso di interesse). Se si fosse mantenuto un saldo (lui dice “bilancio”, traducendo dall’inglese balance) primario vicino al pareggio (tradotto: se a fosse stato approssimativamente nullo) “oggi avremmo un debito pubblico piuttosto basso”. E questo è indubbio. “È accaduto, invece, che dal 1964 fino al 1992-93 (fino agli accordi di Maastricht) il saldo di bilancio primario è stato sistematicamente negativo”, il che significa che fino alla metà degli anni ’80 i governi “hanno finanziato la spesa pubblica senza adeguare la pressione fiscale, contando su una specie di patrimoniale nascosta”. Certo, le spese andavano fatte, perché altrimenti non avremmo avuto il SSN o la cassa integrazione, ma “sono spese che abbiamo messo a carico dei nostri figli e nipoti”. “Dalla fine degli anni ’80 il mondo è cambiato” perché l’apertura delle frontiere alle transazioni finanziarie ha trasformato la “palla di neve” in un “vero e proprio macigno” (leggi: dalla fine degli anni ’80 r è diventato maggiore di n). “Tra il 1992 e il 1998 il peso degli interessi passivi sul bilancio dello Stato è aumentato a dismisura, e ha iniziato a calare solo con l’inaugurazione dell’Unione Monetaria”. Così, oggi la difficoltà di ridurre il debito è dovuta al fatto che “cresciamo poco e siamo sempre più anziani”. Quindi per non far ripartire la “palla di neve” fra un paio d’anni dovremo portare l’avanzo primario al 4% del Pil, altrimenti iMercati ci puniranno con lo spread, e non si capisce bene come “i partiti” vogliano praticare questa salutare terapia di austerità.

Intermezzo

Per uscire un attimo dal bar di Guerre stellari, rifatevi le orecchie con un’analisi un po’ più sfaccettata:

Vi aiuterà, oltre che a sopportare il male di vivere, a seguirmi meglio nel resto del discorso.

I dati hanno la testa dura

Vorrei intanto rettificare le imprecisioni più pacchiane (e ideologicamente orientate) del ragionamento svolto dal terzo Reichlin.

In primo luogo, non è assolutamente vero che l’avere un tasso di interesse reale inferiore al tasso di crescita reale fosse un “fenomeno straordinario che caratterizza l’economia italiana”. Questa affermazione dimostra una disarmante ignoranza della letteratura più basilare sulle tendenze del debito nel XX secolo. A confutarla, basta una lettura anche superficiale di un saggio che qui abbiamo studiato in profondità e con profitto, The liquidation of government debt, di Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (noi abbiamo per lo più fatto riferimento all’identica versione pubblicata nei working papers della Banca dei Regolamenti Internazionali), poi pubblicato qui e citato 803 volte (come faccia il terzo Reichlin a igNorarne l’esistenza è un mistero). La Figura 2 di questo saggio:

riporta l’andamento di r calcolato come media del gruppo dei paesi avanzati (in arancione) ed emergenti (in verde). Si vede immediatamente come il cambiamento di struttura da tassi di interesse reali fortemente negativi a tassi di interesse reali fortemente positivi sia stato un fenomeno generalizzato, globale.

In secondo luogo, non è assolutamente vero che questo fenomeno si sia manifestato “alla fine degli anni ’80”: è ben evidente come il punto di svolta sia nei primissimi anni ’80, in molti casi fra il 1981 e il 1982.

Gestisco al volo qualche obiezione, prima di spiegare perché è così importante situare correttamente questo cambiamento di struttura.

Prima obiezione: il terzo Reichlin non parla di tasso di interesse reale, ma, correttamente [aggiungo io], di differenziale fra tassi di interesse e di crescita reali. Confutazione: non cambia assolutamente nulla, per un dato sufficientemente noto ai professionisti: la maggiore volatilità delle variabili finanziarie rispetto a quelle reali, che implica come la variazione di r-n sia dominata dalla variazione di r, che tipicamente è di parecchi punti superiore alla variazione di n. Quindi il profilo del tasso di interesse reale e quello del coefficiente r-n saranno sostanzialmente identici. Per soddisfare le lecite curiosità, sono andato sul database “Public finances in modern history” del Fondo Monetario Internazionale, ho calcolato l’andamento di r-n per i Paesi che vengono proposti di default (Stati Uniti, Francia, Giappone, Regno Unito, Svezia, Spagna, Italia, Sud Africa, India), ne ho preso la media, e il risultato è questo qui (dal 1950):

Come di consueto, quando un giornalone predica una anomalia italiana (che so: il numero eccessivo di PMI? Il peso schiacciante della corruzione? Ecc.), il riscontro coi dati restituisce un’Italia sostanzialmente allineata al comportamento delle economie a lei affini, e in questo caso anche di economie piuttosto distanti strutturalmente e geograficamente. Vi lascio esercitare nel cherry picking quanto volete, difficilmente, a meno di mettere insieme Vanuatu, Andorra e Panama (dico a caso) troverete qualcosa di diverso. Il cambiamento di struttura è lì, è ben noto che sia lì, si chiama terza globalizzazione (lo sanno tutti), o fine della “repressione finanziaria” (per usare i termini di Reinhart e Sbrancia), è stato un cambiamento globale, l’Italia non era un’anomalia prima, quando aveva un r-n negativo, non era un’anomalia dopo, quando ha avuto un r-n positivo, e il segno di r-n è cambiato all’inizio e non alla fine degli anni ’80, come sanno tutti (tranne uno).

Altra affermazione che gli addetti ai lavori sanno essere imprecisa: quella che il debito pubblico sia cresciuto ininterrottamente dagli anni ’60 fino al 1996 “quando siamo entrati nell’Unione monetaria”:

Non è così, e non solo perché come qui sapete non siamo entrati nell’Unione monetaria nel 1996 (eventualmente, a voler fare i sofisticati senza citare la data ufficiale del 1999, l’ingresso sarebbe avvenuto nel 1997, stante l’obbligo di “partecipare al meccanismo di cambio (ERM 2) per almeno due anni senza deviazioni di rilievo rispetto al tasso di cambio centrale dell’ERM 2”), ma soprattutto perché nel 1975 il debito pubblico era al 58% del Pil e nel 1981 al 57% del Pil. Sei anni di stasi, anzi, di lieve regresso, non quadrano con una crescita ininterrotta, siete d’accordo? Tornerei anche sulla strana asserzione secondo cui la crescita del rapporto debito/Pil è stata ininterrotta fino al 1996 “quando siamo entrati nell’Unione monetaria”. Ovviamente non è un refuso: è solo accecamento ideologico che prevale sul dato fattuale. In realtà il rapporto debito/Pil ha cominciato a flettere dal 1995, scendendo al 119% del Pil dal massimo relativo del 121% raggiunto nel 1994. Ma nel 1995 non solo non c’era l’Unione monetaria (ma come si fa? Come si fa a far scrivere una roba simile su un giornale? Come si fa!?)! Non c’erano nemmeno le assurde regole del Patto di stabilità e di crescita, che furono promulgate nel 1996 e che, in tutta evidenza, non erano all’origine di un cambiamento di tendenza avvenuto prima che entrassero in vigore.

Basta?

No, ovviamente.

Perché chi è del mestiere (e quindi non scrive sui giornal-

oni, ma ha un h-index Scopus a due cifre) sa benissimo che non è vero che “tra il 1992 e il 1998 il peso degli interessi passivi sul bilancio dello Stato è aumentato a dismisura, e ha iniziato a calare solo con l’inaugurazione dell’Unione Monetaria.” Anche qui, ci soccorre coi dati il sito del Fmi:

Il punto di svolta non si è registrato nel 1999, con l’inaugurazione dell’Unione monetaria, ma molto prima, dopo il 1992, quando lo sganciamento dallo SME permise di abbandonare la politica di tassi di interessi elevati necessaria per mantenere l’aggancio valutario della lira alle valute “forti” del sistema (i tassi di interesse elevati servivano infatti ad attrarre capitali, sostenendo così le quotazioni della lira, come spiegato in lungo e in largo parlando delle lievi imprecisioni del Corsera). All’inaugurazione (?) dell’Unione monetaria, cioè nel 1999, i tassi si erano già quasi dimezzati (6.64%) rispetto al picco del 1993 (12.65%), e da lì in avanti gli ci vollero quasi vent’anni per dimezzarsi ancora (alla faccia delle virtù salvifiche dell’Unione…).

A questo punto la domanda diventa: comprereste un’analisi usata da un uomo che dimostra così poca padronanza dei fatti?

La risposta ovviamente è: no, ma spero che quello che aggiungerò non vi sembri del tutto superfluo.

Perché ora?

Ecco: la domanda dalla quale conviene partire è sempre questa. Perché scomodare ora l’illustre riservista, il terzo Reichlin, per difendere col Panzerfaust di un racconto privo di basi fattuali solide la solfa che siamo abituati a sentirci raccontare da un altro economista single digit, l’ex senatore Cottarelli? Quella secondo cui siccome ci abbiamo il debito è indispensabile fare avanzi primari, cioè infelicitare le generazioni presenti, per alleviare il peso sulle spalle delle generazioni future? Una solfa priva di basi logiche, come qui abbiamo sostenuto con ampio anticipo rispetto al Fmi, partendo dalla semplice constatazione che la spiacevole aritmetica delle frazioni improprie implica che tre mezzi siano inferiori a due interi, motivo per cui voler ridurre il debito/Pil coi tagli quando il rapporto supera il 100% è un’operazione altrettanto intelligente del mettersi con i piedi in un secchio e tirarne su il manico sperando di ritrovarsi al piano di sopra (la prima spiegazione era qui, la seconda spiegazione, confortata – per i coglioni – dall’auctoritas del Fondo monetario internazionale è qui).

Beh, il motivo per cui questa narrazione va ribadita, infarcendola con lievi imprecisioni fattuali, casualmente tutte orientate a dimostrarci le virtù salvifiche dell’Unione monetaria, è molto semplice: perché la coppia ventriloquo-pupazzo negli ultimi due mesi l’ha mandata in cocci.

Le implicazioni del discorso di Draghi a La Hulpe sono infatti molto chiare. Come ho evidenziato alla presentazione della relazione di verifica del CIV dell’INPS, e poi ad Acireale:

le parole di Draghi sono dannatamente chiare. Lo abbiamo sottolineato sopra: completare una unione economica con una unione monetaria, cioè con un meccanismo di “recessione e deflazione antioperaia”, determina inevitabilmente un trade-off fra competitività e sostenibilità. Se il recupero di competitività può passare solo attraverso le politiche di repressione dei salari e degli investimenti, allora è inevitabile che ogni shock esterno venga amplificato dall’unione monetaria, determinandone quell’avvitamento al ribasso che è nei dati, e mettendo in maggiore difficoltà i Paesi con rilevanti esposizioni debitorie, i cui rapporti al Pil esplodono non perché non si facciano “bilanci primari”, ma perché il Pil si ferma.

Questo è il dato che i nobili rampolli, e i trasognati antesignani, di certe illustri genealogie intellettuali non capivano ieri (a differenza dei Barca e dei Napolitano) e non vogliono ammettere oggi (a differenza dei Draghi e dei Giavazzi): il fatto che se la gestisci come dice il terzo Reichlin, cioè con l’austerità, l’unione monetaria è semplicemente la lotta di classe al contrario: un gigantesco trasferimento, via interessi sul debito, di valore dalle classi subalterne alla rendita finanziaria, senza alcuna speranza di redenzione, perché lo scopo del gioco non è quello, ma è continuare a redistribuire reddito dai salariati ai rentiers, sollevando questi ultimi perfino da quel minimo obbligo di cortesia che consisterebbe nel ringraziare!

Se entriamo poi nel merito della ricostruzione storica che il terzo Reichlin ci offre, tutta improntata al mantra grillino del “se sò magnati tutto”, anche trascurando il fatto che quello del 110% non è un buon esempio, perché è proprio in corrispondenza di quell’obbrobrio e della corrispettiva esplosione del deficit che il rapporto debito/Pil è sceso come non poteva non fare, non è per nulla irrilevante l’aver spostato l’inizio della terza globalizzazione alla fine degli anni ’80. L’intervento di Vladimiro è illuminante in questo senso. Quando nel 1978 Napolitano in pubblico e Barca in privato contestavano l’opportunità di entrare a passo di corsa nel Sistema Monetario Europeo, rintuzzando (senza grande sostegno di parte di Berlinguer) il terrorismo di La Malfa, secondo cui un ritardo, o un diniego, avrebbe determinato catastrofi (la solita solfa sentita mille volte, e che solo noi siamo finalmente riusciti a smentire, quando abbiamo dimostrato coi fatti che dopo il “NO” al MES non è successo un accidenti di nulla), quando il Pci votò contro, non poteva sapere quanto avrebbe avuto ragione di farlo! In effetti, tre anni dopo quel voto sarebbe arrivato il Volcker shock, il vero responsabile del cambio di segno di r-n. L’adozione di un cambio sopravvalutato a partire dal 1979 non poteva non riflettersi sulla dinamica delle esportazioni:

che infatti scesero da un tasso di crescita dall’8% (nel periodo 1970-1978) al 3.6% nel decennio successivo. Questo risultato i comunisti se lo aspettavano (con la notevole eccezione, forse, di quello che pareva stupirsi del fatto che in Germania gioissero), ma pensavano di poter compensare lo strozzamento di una fonte di domanda (le esportazioni) con l’incremento di un’altra fonte di domanda (gli investimenti pubblici). Questo è quanto era successo ad esempio nel 1975, dove a fronte di una recessione globale il deficit era stato spinto fino al 7.5% del Pil (come ricorderete, senza determinare un’esplosione del rapporto debito/Pil). Così, fra il 1978 e il 1981, il deficit primario si attestò su una media del 4.1%, superiore alla media storica post-bellica, che dal 1946 al 1978 era stata del 2.2%.

Ma evitare la recessione compensando il calo dell’export con spesa pubblica corrente e in investimenti divenne sostanzialmente impossibile dopo che i tassi di interesse reali, fra 1980 e 1982, erano aumentati di 10.2 punti! Questo non se l’aspettavano, loro. L’autore del divorzio fra Tesoro a Banca d’Italia, cioè del provvedimento che nel 1981 impedì de facto alla Banca d’Italia di finanziare a bassi tassi il Governo, invece se lo aspettava e come! Lo dice e lo rivendica nel suo noto articolo: “Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito pubblico rispetto al prodotto nazionale”. Naturalmente, e, aggiungo: deliberatamente! Vedete infatti come tutti i protagonisti di quel periodo avessero all’epoca una consapevolezza piena della posta in gioco e delle dinamiche oggettive in atto, con la possibile eccezione dei padri di quei figli che ancora oggi ce le raccontano come fossero una favoletta di Andersen?

E invece sono lotta di classe, una cosa con cui loro, gli intellò, non si sono mai sporcati le mani, e oggi non si sporcano più nemmeno la bocca.

Voi ovviamente capite: impedire al Governo di compensare senza costi finanziari eccessivi il calo della domanda estera, e quindi, in definitiva, reprimere la domanda interna prociclicamente, in un momento in cui si era repressa quella estera aderendo al Sistema monetario europeo, aveva il nobile scopo di ridurre l’inflazione, quella che il terzo Reichlin chiama “una patrimoniale occulta”. Sì, certo, l’imposta da inflazione, i professionisti lo sanno, è un trasferimento di ricchezza dai creditori ai debitori: una “patrimoniale” sui detentori del debito pubblico, che però, all’epoca, erano ancora operatori interni, i quali in fondo accettavano, consapevoli o meno, il patto sociale implicito in questo trasferimento, perché era un patto che consentiva alle ruote di girare. Il tentativo di restare in equilibrio su una bicicletta ferma è quello che ha portato all’esplosione del debito negli anni ’80 e anche in anni recenti. Perché, e qui è difficile non presumere la malafede del terzo Reichlin, non è vero che dal 2008 il debito sia cresciuto per la crisi economica e per la pandemia. La crisi Lehman l’ha portato dal 103% al 120% del Pil, ma poi Monti l’ha portato dal 120% al 136% del Pil. Il terzo Reichlin, nella migliore delle ipotesi, questi dati non li ha visti, ma a me sembra più probabile che non voglia vederli, perché se li vedesse dovrebbe fare i conti con una realtà che non quadra con il raccontino delle virtù salvifiche dei sacrifici, degli avanzi primari al 4% in un Paese in cui il rapporto debito/Pil è una frazione impropria e in cui spingere sul deficit in caso di crisi non ha mai causato un aumento folgorante del rapporto debito/Pil: non lo ha fatto nel 2021 come non lo ha fatto nel 1975.

Ci sarebbero altre sfumature da sottolineare, ma lo farete voi nei commenti, o lo farò io rispondendovi: ora sto arrivando a Perugia e devo lasciarvi. Qui il dato è uno solo: la loro narrazione si è sbriciolata contro i fatti, la nostra analisi è ogni giorno confermata dai fatti, e altrettanto lo è la linea politica che siamo riusciti a proporre ai nostri compagni di strada: più Italia! Insistere è servito, e ora dobbiamo imprimere un corso diverso agli eventi. So che lo sapete e che ci aiuterete a farlo. Ci vediamo a Perugia…

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“Il terzo Reichlin” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

I dettagli (2)

 (…per solutori più che abili…)

Che cosa notate in questa audizione?

(…sono proprio curioso di vedere chi se ne accorge…)

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“I dettagli (2)” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Nichilismo e pensioni

(…oggi ho spiegato su Facebook un paio di cose su come funziona “er monno”, a beneficio dei tanti amici – del PD – che ci soccorrono coi loro consigli disinteressati:


“Er monno de #aaaaabolidiga” funziona come tutti gli altri mondi, come tutte le altre esperienze di vita sociale: ci sono fasi, e ci sono ruoli. Quello che vedete “da fuori” è la declinazione di questa semplice verità, alla portata di tutti voi, perché ognuno di voi ha una vita sociale, che attraversa fasi, e in cui riveste ruoli, che mutano con le fasi. Ad esempio, in una fase come questa, in cui la principale emergenza è senz’altro quella democratica, è del tutto naturale che per conquistare consenso si coinvolga chi ha saputo porre questo tema all’attenzione di tutti con un libro che nei fatti è una difesa appassionata e lucida del diritto di esprimere il proprio pensiero. Quando l’emergenza era quella economica, cinque anni dopo che la mannaia dell’austerità era calata amputandoci la crescita, incombeva agli economisti il compito di esporsi al fronte, era quello il loro ruolo. Ora la fase è cambiata. I “mercati” (sarebbe meglio dire: i mercanti) non ci hanno ucciso, seguire i loro consigli ci ha debilitato, come ampiamente previsto qui, ma agli altri sta andando peggio e non siamo sotto attacco. La minaccia più imminente deriva oggi dal fatto che dopo il suo infame tradimento, quello con cui ha consegnato ai mercanti i suoi elettori, perché venissero stritolati da queste politiche:


(ricordo che le parole sono di Draghi) la sinistra ovviamente non trova spazi argomentativi al di fuori della delegittimazione e della tacitazione in qualsiasi modo e al costo di qualsiasi violenza dei suoi interlocutori. Tutte cose che qui abbiamo già visto e subito, come ricorderete. Ma la stessa perdita di freni inibitori che porta la sinistra a parlare liberamente di guerra (santa, va da sé) la porta a non distanziarsi da atti di squadrismo sempre più violenti: non dobbiamo farci illusioni, nessuno scenario va escluso, in nome del Leuropa o de Ilclima immagino che qualcuno possa senza troppe remore giustificare o propugnare perfino la lotta armata, se il buongiorno si vede dal mattino, e allora forse è opportuno che l’attenzione non dico passi, ma si allarghi anche a questi temi di libertà, che qui sono sempre stati centrali, ma trattati in una chiave volutamente elitaria (li grafichi, ‘e tabbelle, ricordate? Tutte quelle cose che gli amici – del PD, come poi s’è capito – mi dicevano di non mettere, altrimenti il mio discorso non sarebbe stato coinvolgente…).

Altro esempio: oggi, come dieci anni or sono, sarà Claudio il nostro candidato, e come dieci anni or sono oggi ripeterei e ripeterò la mia stessa identica dichiarazione di voto di dieci anni fa, che, al rileggerla, mi sembra non abbia poi perso freschezza. Certo: alcune cose sono cambiate, è sufficientemente ovvio. In particolare, sono ritornato sulla mia scelta di non impegnarmi in un ruolo politico, nonostante che sia ancora del tutto sottoscrivibile il fatto che in Italia ci sia, cioè ci sarebbe, bisogno di una voce autorevole, ma indipendente e terza. Alla terzietà ho rinunciato: ho barattato un po’ dell’autorevolezza che mi derivava dal non essere parte in causa con una quantità insospettata di conoscenza del funzionamento della macchina. Alla fine lo scambio è stato vantaggioso, e ora il mio ruolo non è più quello di alfiere, ma di uomo macchina, e a quel ruolo mi dedico, con disciplina e abnegazione, contro le previsioni di chi, imputandomi un narcisismo irredimibile, pronosticava una mia inguaribile incapacità di stare al posto mio. L’alfiere ancora oggi è Claudio, e la scelta di questo ruolo, che Claudio sta assolvendo con la consueta abnegazione e genialità (guardate ad esempio #ilComunepiùBorghidItalia:


scaturisce anch’essa dai ruoli che la squadra ci ha assegnato. Da Presidente di una bicamerale delicata era più opportuno che mantenessi un profilo “basso”, perché questo mi consente di intervenire in modo sufficientemente chiaro nelle sedi istituzionali senza che mi venga contestato il movente di una facile cattura del consenso:

e così al fronte la community schiera Claudio. Ognuno di noi si impegna in squadra nel ruolo – visibile o non visibile – che chi ci coordina ci attribuisce. La nostra forza è questa, e le accozzaglie di fetecchie narcisiste che si propongono come alternativa “pura e dura” semplicemente mancano di massa per essere una squadra e di capacità critica per agire come squadra. La soddisfazione di portare quello che ogni giorno porto alla causa mi compensa dalla frustrazione di non potermi intrattenere più a lungo con voi o di non poter girare a raccogliere applausi in giro per l’Italia – soddisfazione che peraltro con l’intento di sostenere i candidati mi sto comunque concedendo:

(con l’occasione vi segnalo la necessità di iscrivervi al canale dell’Insorto: Fausto è tornato, l’ho preso nella mia segreteria, perché le squadre funzionano così: no man left behind!m mi sta aiutando, e voi aiutatelo con sottoscrizione e campanellina…).

Il post che volevo scrivervi oggi riguarda proprio il mio ruolo in Commissione Enti Gestori, dove domani avremo il piacere di ricevere Assogestioni che ci parlerà di previdenza complementare. Ma per arrivare al punto devo partire da un po’ lontano…)

Un’amica cui tengo molto mi ha segnalato questo evento:

sollecitandomi in particolare ad ascoltare l’intervento di Giorgio Matteucci, che inizia attorno al minuto 40 del video. Le cose da dire sarebbero molte, e molte ne diremo nel prossimo evento che a/simmetrie sta organizzando per il 10 luglio (con De Martin, Frezza, Tafani, e appunto anche Matteucci). Il punto che mi ha colpito di più, del quale secondo me nemmeno l’autore ha colto pienamente la verità e la pregnanza, è quello in cui l’autore evidenzia come la perenne ansia impostaci dalla “governance” sovranazionale di inseguire un futuro che non c’è si traduca in un sostanziale nichilismo, nella negazione del valore del presente, che viene visto non nella sua attualità di momento in cui concretamente si realizza la nostra esistenza, ma solo nella sua potenzialità di momento preparatorio di un futuro “migliore”, che sarà il vero tempo in cui varrà la pena vivere, salvo scoprire, una volta arrivatici, che esso è un altro presente da negare in funzione di un ulteriore futuro.

Questa è la retorica del mondo dell’istruzione (“formare a professioni che non ci sono ancora…”), ma questa è, in generale, la retorica della sinistra, del progressismo, che, come vi dicevo ieri, è passato dalla negazione del passato in nome del “mai più” (come abbiamo imparato da Michéa), dalla proiezione verso il futuro visto come necessariamente, ontologicamente migliore del presente (il “progressismo” è innanzitutto questa visione rettilinea della storia), a una ulteriore radicalizzazione: non più la negazione del passato perché il futuro sarà migliore, ma la negazione del presente affinché il futuro sia migliore!

C’è una logica in questo: la visione rettilinea della storia non va più tanto di moda. Non tutti sono esperti di cointegrazione, ma sul fatto che rispetto ai “trenta gloriosi” abbiamo perso terreno chi c’era non ha dubbi! Il fallimento del nostro presente si ritorce contro chi in passato ce l’aveva indicato come un radioso futuro, illuminato dal sol dell’avvenire, e l’ovvia ritorsione qual è? Ovviamente quella di dire che se il futuro di ieri, cioè il presente di oggi, non ha mantenuto le promesse sinistre, la colpa è nostra: non ci siamo abbastanza sacrificati nel passato (cioè nel presente di ieri) e non ci stiamo sacrificando abbastanza oggi (cioè nel passato di domani) per poter aspirare a quello che non ci siamo meritati: un futuro di ieri, cioè un presente, decente, e che non ci meriteremo: un futuro di oggi, cioè un domani, migliore.

La sinistra sposa così non solo come tributo, come guidrigildo del pactum sceleris che la lega al grande capitale internazionale, ma come strumento dialettico che le apra uno spiraglio di sopravvivenza, la logica paternalista dei “sacrifici” che un tempo imputava all’odiato “neoliberismo”. Come si cambia, non “per non morire”, ma durante la putrefazione…

Ora, il problema di questa retorica futurologa, di questo nichilismo antiumano e antiumanistico (non solo perché nec minimum credula postero, ma anche perché le “professioni del futuro” sono ovviamente la dittatura delle STEM), è che non funziona. Il 10 luglio vedremo meglio perché non funziona nel campo dell’istruzione (nell’intervento di Matteucci c’è già molto), e qui mi limito a ricordare perché non funziona in ambito economico.

Pensare di risanare i conti di un Paese con l’austerità è esattamente come pensare di inventare un’ascensore mettendo i piedi dentro a un secchio e tirandone su il manico. Se si insiste non solo si resta dove si è, ma ci si fa del male. La distruzione di Pil, necessaria (come dice sopra Draghi) per recuperare competitività, è però nociva per il risanamento dei conti di qualsiasi operatore pubblico o privato. Lo abbiamo visto:

1) qui con riferimento al rapporto debito/Pil (aumentato);

2) qui con riferimento al primo pilastro previdenziale (messo in oggettiva difficoltà dal calo del gettito contributivo indotto dal mix di disoccupazione e taglio delle retribuzioni);

e oggi, lellero lellero, arriva Panorama a dirci quello che, in qualche modo, ci dirà domani anche Assogestioni (e che ieri pomeriggio mi avevano detto in un incontro privato ma non riservato i rappresentanti di AEPI e Ancot):

Ma tu guarda! Ci informa compunto Panorama che se un giovano ha un salario di ingresso di 1600 euro e vive a Milano gli risulta complesso accantonare almeno 160 euro al mese per costruirsi una seconda pensione integrativa. La dottoressa Grazia Arcazzo, economista di rango internazionale (insegna a Princeton) e massima esperta mondiale di sistemi pensionistici, saprebbe spiegarci con dovizia di dettagli tecnici le ragioni di questa difficoltà, per la quale qui mi affido alla vostra intuizione.

Aggiungerei che se un autonomo deve versare dei minimi contributivi attorno ai 4000 euro l’anno (e a salire) per assicurarsi la pensione obbligatoria, ci sta anche che non riesca ad accantonare per la facoltativa.

Ve la metto giù piatta: l’idea che per avere uno stipendio decente bisognasse averne due ce l’hanno fatta digerire presentandocela sotto le nobili vesti della lecita aspirazione di tutti all’indipendenza economica e all’emancipazione. Scopo nobile, che però avrebbe comportato, una volta raggiunto, che in famiglia si guadagnasse il doppio: invece, se va bene, il tenore di vita che si riesce a permettere lavorando in due è più o meno quello che si aveva quarant’anni fa con un solo stipendio, o almeno questa è la percezione (in termini di capacità di risparmio, di tempo libero disponibile, ecc.; qui ci sono anche tante variabili sociologiche da considerare, ma insomma accontentiamoci anche qui della percezione).

L’idea che per avere una pensione decente bisognasse averne due è stata invece condita con la retorica dei sacrifici e con una narrazione truffaldina di cosa fosse il “contributivo”: non un sistema (a capitalizzazione), ma un metodo di calcolo il cui scopo era quello di abbattere il tasso di sostituzione (il rapporto fra prima pensione e ultimo stipendio), rendendo così necessario ricorrere al “secondo pilastro”, da finanziare con quello che resta di uno stipendio sempre più striminzito (perché “we have pursued a deliberate strategy of trying to lower wage costs”) al netto di una contribuzione obbligatoria sempre più onerosa (perché il taglio dei salari ha ridotto l’ammontare dei contributi e quindi si devono innalzare le aliquote contributive nel tentativo di riportare il montante al livello precedente).

Un avvitamento senza fine verso un abisso di miseria e disperazione che nasce dall’ignoranza: l’ignoranza delle frazioni improprie, come spiegato qui.

Non solo l’austerità, distruggendo gli investimenti, ha distrutto la crescita. Non solo l’austerità, distruggendo la crescita, ha fatto aumentare il rapporto debito/Pil. Non solo l’austerità, abbattendo salari e pensioni, ha ridotto il gettito fiscale e contributivo compromettendo la sostenibilità delle pensioni obbligatorie future. Ma ha anche impedito lo sviluppo di quei fondi pensione, di quelle pensioni complementari a capitalizzazione, che nei sistemi finanziari progrediti cui in teoria certi “tecnici” aspirerebbero a traghettare il Paese, sono il motore di crescita dei mercati finanziari e quindi, secondo loro, dello sviluppo del Paese.

Il discorso di morte dei Draghi, dei Monti, del PD, è lugubremente contraddittorio: se volessero quello che dicono e dicevano di volere è del tutto ovvio, come lo era allora, che non avrebbero mai dovuto fare quello che allora ci dicevano fosse necessario, e oggi ci confessano essere stato dannoso.

Ma questi “errori” tecnici, che errori, come sapete, non sono, ma strategie deliberate di redistribuzione del reddito dai piccoli ai grandi, non sarebbero stati accettati, o almeno non sarebbero passati inosservati alle loro vittime, se non fossero stati sostenuti dalla macabra retorica nichilista della sinistra.

Questa è la responsabilità politica dei moderni collaborazionisti, e a questa responsabilità dovremo richiamarli a giugno.

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“Nichilismo e pensioni” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Il costo della democrazia

Parto da un presupposto, la comprensione del quale distingue l’uomo dal fascista (perché il fascismo è in primis et ante omnia antiparlamentarismo): la democrazia ha un costo.

Gli staff di tecnici che in Parlamento ci aiutano a seguire i provvedimenti (staff tanto più necessari in quanto l’esercizio della funzione legislativa è costantemente perturbato dalla gragnuola di provvedimenti di iniziativa governativa ed europea, sotto la quale orientarsi è veramente complesso), le ipotetiche sezioni in cui si potrebbe ipoteticamente svolgere quel dibattito “dal basso” che ipoteticamente potrebbe portare all’emergere di  candidature espressione del “bobolo”, la propaganda elettorale, col suo corredo di materiali, di eventi, di diffusione sui media, ma anche le attività divulgative, di diffusione di un messaggio e di sollecitazione di una consapevolezza (esclusa quella in cui vi trovate ora), hanno un costo finanziario. Ma senza la diffusione di un messaggio, senza un’organizzazione territoriale, senza una classe dirigente, non esistono i partiti e non esiste la democrazia rappresentativa. Si rimane quindi con la dittatura, o con la sua versione per gonzi: il mito della democrazia diretta, da esercitare magari su un registro distribuito mediante blockchain (e vi ci vedo proprio a votare il 24 dicembre i millesettecento emendamenti della legge finanziaria dal cellulare, invece di fare gli ultimi regali)!

Se la democrazia ha un costo, i casi quindi sono due: o si rinuncia ad essa, o la si finanzia.

Vengo quindi alla domanda che volevo porvi.

Quale sarà la ratio (aspetto il cretino che legga: rescio) legis dei complessi adempimenti in tema di trasparenza del finanziamento pubblico dei partiti, col loro corredo di timbri, firme, ceralacche, controlli da parte della Corte d’Appello, dichiarazioni congiunte (cioè a doppia firma del donante e del donatario) sopra una certa soglia, dichiarazioni semplici sotto una certa soglia, pubblicazione degli elenchi (autentiche liste di proscrizione!) sui siti dei partiti, ecc. ecc.?

Perdonatemi se sarò superficiale, non citandovi tutta la complessa normativa, non fornendovi i dossier e gli atti parlamentari che hanno condotto a proporla e adattarla infinite volte, insomma, non esercitando lo scrupolo documentale che è una delle cifre di questo blog, e che ha contribuito alla sua credibilità. Fatto si è che a me qui, oggi, non interessa un lavoro di ermeneutica legislativa né di tracciamento delle responsabilità o addirittura delle intenzionalità politiche che ci hanno condotto a tanto, e non mi interessa nemmeno una storicizzazione rigorosa di questi sviluppi, che ovviamente si collocano nell’alveo di quella “moralizzazione” che, come abbiamo ormai capito, nata con nobili intenzioni altro non è diventata che il volto presentabile dell’antipolitica, cioè del tentativo (riuscito) da parte del complesso militare-industriale-mediatico-giudiziario di indebolire ed esautorare i corpi elettorali.

A me interessa solo il fottuto Aristotele, il grande sconfitto della stagione politica scaturita dalla micidiale accoppiata Maastricht-Mani pulite.

Mi chiedo, e vi chiedo: tanta trasparenza serve forse alla magistratura, serve a coadiuvare il suo lodevole sforzo nel contrastare la corruttela, nell’evitare che il politico agisca contro l’interesse pubblico (di chi?) perché catturato da interessi particolari (di chi?)?

Mi sembra ovvio che la risposta a questa domanda non può essere che un netto e risonante: no.

Lo scandalo dei dossieraggi, una vicenda popolata da personaggi uno più sordido dell’altro, ci rende chiaro che siamo tutti ascoltati. Io, ad esempio, do per scontato di esserlo, e di esserlo illegalmente, va da sé. Basta saperlo per regolarsi di conseguenza: siccome sono una persona disonesta fino a prova contraria (essendo un parlamentare: questo è il lascito del grillismo…), con sprezzo del pericolo uso ancora il telefono! Se fossi un mafioso userei i pizzini (analogico batte digitale uno a zero). Scherzi a parte: la magistratura ha, e deve avere, tutti gli strumenti che le servono (e di cui non dovrebbe abusare, ma le cronache ci confermano che spesso abusa) per esercitare il suo controllo di legittimità. Se sospetta, o presume (magari, ipotizzo, per pregiudizio ideologico) l’esistenza di un reato, può disporre intercettazioni, accessi alle basi dati, ecc. Non ha certo bisogno di andare a consultare le liste dei finanziamenti leciti (lecitamente concessi, lecitamente accolti, lecitamente pubblicizzati) per fare il suo lavoro, che non dovrebbe essere un controllo di merito, ma sempre di più, sempre più smaccatamente, vuole esserlo.

La pubblicità dei finanziamenti leciti ha evidentemente un’unica “rescio”, che non è quella di permettere alla magistratura di esercitare il proprio giudizio di legittimità (l’ordinamento le attribuisce ben altri e più pervasivi mezzi per farlo), ma quella di permettere agli elettori di esercitare il proprio giudizio di merito. L’elettore, che non ha i poteri della polizia giudiziaria, ha un unico modo per formarsi un libero convincimento su quanto la linea del partito che vorrebbe votare sia o meno influenzata da interessi più o meno loschi, ed è appunto quello di accedere alle liste dei finanziamenti pubblicate sui siti dei partiti, valutando chi sono i soggetti finanziatori, e riflettendo liberamente su quanto gli interessi di questi soggetti coincidano col proprio. Non potendoci intercettare tutti a vicenda (non fosse che per mancanza di tempo!), è in base a questi elenchi pubblici che possiamo formarci un giudizio (noi), ed esercitare (noi) il (nostro) giudizio di merito votando o non votando una determinata forza politica in base al fatto (cioè alla nostra percezione) che essa sia o non sia indipendente da interessi più o meno loschi.

In altri termini, in una democrazia sana la magistratura dovrebbe finire dove inizia la trasparenza, o, se volete, dovrebbe iniziare dove la trasparenza finisce, perché consentire alla magistratura di sindacare sul merito di un finanziamento lecitamente concesso e pubblicato significa attribuirle un potere di indirizzo politico che in una democrazia sana non dovrebbe avere, se non per la quota parte dell’esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo di ogni magistrato uti singulus.

Ma sappiamo tutti benissimo che non è così, lo abbiamo capito da un pezzo, lo abbiamo plasticamente visto in Senato, quando all’epoca dello scandalo Palamara nessuno fece un fiato, e in infinite occasioni precedenti e successive di personaggi silurati con processi cui sono conseguite assoluzioni ampiamente anticipate, ma che hanno lasciato nella vita delle persone interessate un buco del tutto analogo a quello che il Partito Dossieraggi ha lasciato nel Pil italiano (ve ne parlavo nel post precedente).

Ora, come sapete, a me non interessa il merito ma il metodo, e non mi interessano le dinamiche soggettive (l’eventuale mens rea delle parti in causa: quella è roba di cui si deve appunto occupare la magistratura) ma quelle oggettive.

Non sto quindi dicendo che la magistratura (presa così, a corpo) sia perversa. Ogni generalizzazione è ingiusta, e il modo peggiore di reagire a ingiustizie è praticarne. Non sto nemmeno dicendo che i magistrati, che alcuni magistrati, non facciano bene il loro lavoro. Credo lo facciano tutti molto bene, altrimenti sarebbero sanzionati dal loro organo di autogoverno, il CSM: nel caso, quindi, l’attenzione andrebbe spostata su questa istituzione e su cosa eventualmente le impedisse di funzionare bene. Voglio che sia chiaro che quello che qui si dice lo si prova a dire (da sempre) nell’interesse delle istituzioni, e in particolare della magistratura, perché da esponente del potere legislativo vivo male in un Paese in cui all’ennesimo titolo di giornale il mio riflesso non è quello di approfondire, ma di esclamare “Mo che è st’altra cazzata!?” e di girare pagina. Perché di amici persegui(ta)ti e poi assolti ormai ne ho un certo numero, stranamente superiore a quello degli amici perseguiti e condannati. Tutti questi falsi positivi un perché ce l’avranno, e potrebbe anche essere semplicemente quello che io gli amici li scelgo bene, ma in ogni caso il mio punto non è qui quello di delegittimare la magistratura o di invocare bavagli su di essa!

Il punto cui voglio arrivare è un altro, e ci arriveremo in ogni caso: secondo me, dopo un fatto traumatico che riconcili gli italiani con la democrazia (la morte in guerra di un figlio è una soluzione drastica e che non mi auguro, ma nel 1945 dimostrò di essere efficace, portando alla Costituzione del 1948); può anche darsi che ci si arrivi attraverso un processo ordinato e meno traumatico. Se i magistrati sono, o meglio, sembrano (perché ho appena detto che non lo sono e che sarebbe ingiusto etichettarli come tali), “compagni che sbagliano”, la soluzione è riportare le istituzioni in un alveo che non li induca in tentazione (per inciso: io morirò senza aver detto “non abbandonarci alla tentazione”. Mi assolvano tutti i vescovi e gli arcivescovi del mio collegio, alle cui preghiere costantemente e sinceramente mi raccomando).

Questo alveo era ben delineato quando la memoria del fascismo vero, quello che sopprime la libertà di parola, era ancora viva (siamo grati al PD che ogni tanto ce la rinfresca sguinzagliando i suoi squadristi, come farà fra poco a Livorno), ed era racchiuso da due argini: finanziamento pubblico dei partiti e immunità parlamentare.

Basterebbe ripristinare questi argini, ammalorati dal grillismo e dalla sua controparte istituzionale (il desiderio di alcuni di considerarsi legibus soluti), per veder tornare a scorrere le acque della democrazia, che ora si sversano e si intorbidano in una palude mefitica e inospitale, quella dell’antipolitica, dove il legame fra volontà popolare e indirizzo politico si corrompe e si imputridisce, lasciando il campo alla soft law della governance sovranazionale, agli indirizzi politici di chi piace alla gente che piace: un giro di corruzione (vera) così macroscopico da essere too big to prosecute (i silenzi delle magistrature su vicende recenti in cui erano evidentemente in ballo interessi economici giganteschi in effetti non depone tantissimo a loro favore, ma tant’è…).

Se non esistono più i presupposti culturali, di cultura giuridica e istituzionale, per gestire il finanziamento privato, si torni a quello pubblico: si stroncherà così in radice l’idea che la linea del partito possa essere corrotta da interessi criminosi o criminogeni, fatto salvo ovviamente il caso di reati, cioè, nel caso in specie, di mazzette, che però potranno essere individuati e perseguiti come tali, come lo sono sempre stati.

Se un’infinita serie di inchieste apparentemente a orologeria (ma la forma è sostanza!) seguita da assoluzioni non altrettanto puntuali ha ingenerato il sospetto diffuso di un esercizio strumentale dell’azione penale, si stronchi questo sospetto sul nascere reintroducendo l’immunità.

Il giudizio sui fatti e misfatti della politica deve essere restituito al cittadino. Chiarisco questa frase, che non è né l’invocazione di un tribunale del popolo, con tanto di tricoteuses, né l’appello a una depenalizzazione generalizzata di qualsiasi cosa fatta da chiunque sia titolare di un incarico elettivo. No. Io intendo dire un’altra cosa. Intendo dire che la panpenalizzazione dell’azione politica, il fatto che non ci sia più procedura, adempimento, genuflessione, timbro, salamelecco, ceralacca, che ti salvi dalla presunzione di consapevolezza in quanto politico, è innanzitutto uno sfacciato e vibrante insulto a quel popolo italiano nel cui nome si pretenderebbe di esercitare la giustizia. Pretendere di sostituirsi all’elettore nell’esercizio di una funzione di indirizzo politico (gli esempi non mancherebbero, ma non mi dilungo che sono già quasi a Milano) significa esternare una radicale sfiducia nella capacità di discernimento dell’elettore stesso, o peggio ancora una generalizzata e tombale presunzione di colpevolezza, tale per cui il politico scelto sarà comunque scarso, o perché l’elettore è stupido (ovviamente se non è di sinistra, come la sinistra amabilmente gli ricorda nel tentativo di catturarne le simpatie), o perché agisce in cambio di favori, in un’ottica quindi assimilata sic et simpliciter al voto di scambio.

Forse, nei salotti che contano, e in cui il lobbysmo scorre potente, bisognerebbe ricordare che non solo i ricchy, ma anche i povery, quando votano qualcuno, lo fanno perché da quel qualcuno si aspettano qualcosa, e che se questo meccanismo, che si chiama rappresentanza politica, va bene quando è agito dai ricchy, deve andare bene anche quando agito dai povery. Ma è sempre più evidente che l’azione della magistratura sta esondando dal giudizio sul “qualcosa” che gli elettori si aspettano, al fatto che essi si aspettino qualcosa. Nel mirino c’è l’essenza stessa del meccanismo di rappresentanza, che implica un mandato, e quindi un “fare qualcosa”.

Il finanziamento pubblico si rende tanto più necessario in quanto nella temperie culturale attuale quello privato è fonte di un duplice attacco alla democrazia: l’attacco da parte della magistratura, quando esonda volendo sottoporre a giudizio di merito (e quindi implicitamente di indirizzo politico) fatti assolutamente leciti, e l’attacco da parte dell’universo mondo piddino, fatto di istituzioni, datori di lavoro, direttori di banca, capi ufficio, insegnanti dei propri figli, ecc., che grazie alla pubblicazione delle liste (di proscrizione) dei tanti finanziatori della Lega sa verso chi esercitare la propria discriminazione, sa quale cliente, paziente, figlio, ecc., penalizzare per motivi di odio ideologico. Questa è l’esperienza di ognuno di noi: tanti ci sostengono idealmente e vorrebbero farlo anche concretamente, ma in questo baese libbero, demogradigo e andifascisda hanno il terrore di far sapere che sostengono Salveenee.

E questo terrore è purtroppo motivato, ve lo posso dire per esperienza personale.

Con l’immunità quo ante si stroncherebbe in radice il sospetto di strumentalità di certe indagini. Questo significa che il Parlamento diventerebbe la Caienna di una ciurma di sconclusionati gaglioffi? No, ovviamente no, perché gli elettori non lo consentirebbero, e quindi, ben prima di sottoporsi al loro giudizio, non lo consentirebbero i partiti, come non lo consentivano all’epoca in cui la memoria di cosa fosse il fascismo aveva suggerito di rendere inviolabili i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni politiche. Ma oggi chi fa il piagnisteo in memoria di certi uomini coraggiosi è il primo a tradirne il lascito, consegnandosi allo squadrismo di chi nei fatti ha trasformato quell’aula sorda e grigia in un bivacco di meetup.

Insomma: Dio è morto, Aristotele è morto, ma io sono in ottima forma, e non sono disposto ad arrendermi.

E voi?

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“Il costo della democrazia” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

La demografia come variabile indipendente?

(…prima l’ho scritto per voi, e poi l’ho letto a loro, con tanto di slides. Il risultato mi ha sorpreso. Si vede che qui, con voi, riesco a trovare una dimensione espressiva efficace. D’ora in avanti farò così…)

Nella sua Relazione Programmatica 2023-2025 il CIV (Consiglio di Indirizzo e Vigilanza) dell’INPS sottolineava l’esigenza di effettuare uno “Studio sull’incidenza della contribuzione previdenziale sui redditi da lavoro in Italia, comparata con gli altri Paesi europei”. La Relazione di Verifica di quest’anno riporta succintamente i primi risultati di questa inchiesta. Un elemento che il CIV (e chi vi scrive) reputa interessante si trova a pag. 87 della Relazione di Verifica:

Mi conforta constatare che persone più competenti di me in materia evidenzino il fenomeno che vi ho illustrato nei due post precedenti: il gettito contributivo ha subito una flessione, e questo in parte per un elemento che avevo trascurato (il ricorso alla fiscalità generale determinato dalle agevolazioni contributive: insomma, il famoso discorso delle “coperture” per il “taglio del cuneo”- così capite meglio di cosa stiamo parlando…), ma in parte per un calo del monte retributivo, quel calo che abbiamo documentato nel post sull’inverno macroeconomico:

cui si associa un calo del gettito contributivo:

Tuttavia, la lettura che di questo calo dà il CIV dell’INPS, attribuendolo sic et simpliciter alla “riduzione dell’occupazione”, non tiene conto di quello che a mio avviso è il fatto politico più rilevante di quest’anno, o forse dell’intero ventennio: il discorso di Draghi a La Hulpe il 16 aprile scorso:

Nel rivolgermi a un’istituzione che è un pilastro, il primo pilastro, del nostro modello di sicurezza sociale, mi è impossibile e sarebbe intellettualmente disonesto trascurare quanto un personaggio così autorevole afferma circa le ragioni che ne hanno determinato l’indebolimento a livello europeo.

Quello che Draghi, omettendo qualche passaggio, dice non è un’assoluta novità. Il passaggio omesso è l’adesione dell’Italia all’unione monetaria. Che questa adesione sia un elemento di disciplina dei salari è scritto nei libri di testo (ad esempio, a pag. 122 e 125 di La politica economica nell’era della globalizzazione, di Nicola Acocella: la politica del cambio forte serve a “contrastare politiche salariali o fiscali ritenute inflazionistiche”). Mi piace citare anche l’On. Fassina, che a suo tempo condensò questa verità macroeconomica in una frase icastica e veritiera: “non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro” (a Servizio Pubblico, il 31 gennaio del 2013, concetto poi ripreso e sviluppato su Italia Oggi del 26 settembre 2014). 

Ora, il dato su cui desidero portare la vostra attenzione è che, con dieci anni di ritardo rispetto all’On. Fassina, Mario Draghi dice la stessa cosa: la risposta europea a una crisi esterna che richiedeva recupero di competitività è stata il tagliare vicendevolmente i “costi” salariali, cioè quelli che visti dal lato del lavoratore sono un reddito, e visti dal lato dell’INPS sono un contributo, visto che il gettito contributivo, come ci ricorda il CIV, dipende dalla massa salariale.

La svalutazione del lavoro, appunto.

Questo fenomeno è nei dati. Vediamo che a partire dal 2012, anno in cui entrano in vigore le politiche di austerità dettate dalla lettera della BCE dell’agosto 2011 e eseguite a partire dal 16 novembre 2011 dal Governo Monti, il monte retributivo subisce uno scostamento al ribasso dalla propria tendenza storica di intensità e persistenza mai sperimentate. L’eccezionalità si comprende meglio “zoomando” fino al 1980:

Ma la piccola integrazione (non correzione) che mi sento di fare, che il presidente Draghi fa, alla Relazione di Verifica, è questa: a pag. 87, dove si parla della riduzione dell’incidenza della contribuzione previdenziale, dovremmo specificare che essa è stata una conseguenza della riduzione dell’occupazione e della deliberata riduzione dei salari (il termine “deliberata” è di Draghi: ci sarebbe da discutere su chi l’avrebbe abbia deliberata ma in questa sede mi limito a esporre fatti).

Il fenomeno, del resto, è visibile nei dati:

(il pallino rosso identifica il quarto trimestre 2011, cioè l’arrivo dell’austerità col Governo Monti: i salari nominali torneranno solo nel secondo trimestre del 2015 ai valori antecedenti alla “cura”).

Quando nell’agosto 2011 prefiguravo uno sviluppo simile sulle colonne niente di meno che del Manifesto (la vita è strana), quello che mi veniva risposto era: “Ma cosa dici! I lavoratori non accetteranno mai un taglio del salario nominale. Al più un’erosione del potere d’acquisto attraverso l’inflazione.” In realtà dal trimestre successivo (autunno 2011) abbiamo avuto l’una e l’altro.

Ora, va aggiunto un pezzettino a questo ragionamento.

Tagliare i costi, cioè i redditi, salariali, è un’operazione che non ha enorme agibilità politica. Per poterla realizzare, occorre creare un contesto in cui il potere d’acquisto dei lavoratori sia indebolito: un contesto recessivo. E anche qui ci soccorrono le parole del Presidente Draghi: le deliberate politiche di bilancio procicliche (cioè i tagli degli investimenti pubblici in circostanze recessive) hanno oggettivamente favorito quell’aumento della disoccupazione che, come gli economisti sanno, naturaliter determina un effetto di repressione salariale, l’effetto che si voleva conseguire per recuperare competitività di prezzo.

Anche questo è nei dati.

Se mettiamo in prospettiva l’evoluzione degli investimenti pubblici in Italia (dati OCSE a prezzi correnti) il quadro che emerge è tanto ignoto ai più quanto impressionante:

Negli ultimi quarant’anni non s’era mai vista una cosa del genere, nonostante le tante crisi che sicuramente molti fra i presenti ricordano. Non s’era vista, perché prima dell’adesione all’eurozona, che comportava il rispetto delle regole del Patto di Stabilità e di Crescita, il contesto istituzionale non imponeva una risposta così suicidaria a uno shock esterno.

Ovviamente un fenomeno così macroscopico si è riflesso sull’andamento del Pil italiano. Del resto, le retribuzioni sono un pezzo del Pil, qualora lo si consideri dal lato del reddito. Sotto la duplice morsa del taglio della domanda pubblica (taglio degli investimenti) e di quello della domanda privata (taglio dei salari) il Pil italiano si è spiaggiato e ancora stenta a tornare al livello precedente alla crisi (quello del 2007. Il fenomeno è impressionante, macroscopico, e dovrebbe essere al centro dell’attenzione di tutti i cittadini:

Un disastro simile non s’è mai visto in tutta la storia unitaria del nostro Paese:

dato che emerge ancor più nitido se si considera il flusso di investimenti fissi lordi, cioè di spesa in beni capitali produttivi da parte delle imprese:

e già questo basterebbe a motivare la necessità di portarlo al centro del dibattito pubblico. Sono numeri, sono statistiche, della Banca d’Italia, dell’ISTAT, dell’OCSE.

Il disastro causato dalle deliberate (e oggi tanto autorevolmente descritte, anzi confessate!) politiche di competizione al ribasso sui salari e sugli investimenti pubblici ci riguarda tutti, ma a me in questa sede piace mettere in evidenza due aspetti che ritengo possano essere di diretto interesse per questo pubblico, prima di formulare qualche ipotesi sulle direzioni da prendere per uscirne.

Prima di tutto, nel dibattito sulla sostenibilità del sistema pensionistico si fa costante riferimento al rapporto fra la spesa previdenziale e il Pil. Un indicatore il cui significato è limpido e la cui rilevanza non può essere negata. Poniamoci allora una domanda: quale sarebbe stata l’evoluzione di questo rapporto se in seguito alla crisi del 2009 non avessimo risposto con politiche contrarie alla crescita? Se la crescita nominale fosse stata in media analoga a quella anteriore alla crisi? Insomma, se le politiche deliberate di aggressione allo Stato sociale non ci avessero portato così visibilmente sotto le tendenze secolari del nostro sistema economico?

La risposta è in questo grafico:

Se il tasso di crescita nominale del Pil fosse rimasto prossimo alla sua media storica dall’entrata nell’euro (il 2.9%), dopo il balzo verso l’alto determinato dalla recessione del 2009 il rapporto fra spesa pensionistica e Pil sarebbe tornato gradualmente verso il valore storico prossimo al 14%. L’assassinio deliberato della crescita ha determinato un innalzamento persistente su valori oltre il 16%. Va da sé che simili controfattuali hanno un valore meramente descrittivo: essi aiutano però a inquadrare la dimensione dei fenomeni e in parte, a mio avviso, a cercare la soluzione nella direzione giusta, che non può essere quella di reprimere la crescita (i salari, gli investimenti).

Seconda osservazione. Ci fu una stagione in cui si parlava di salario come variabile indipendente. Una posizione politica lecita, un dibattito cui parteciparono persone così autorevoli che non mi sento degno neanche di menzionarle, ma anche, diciamocelo pure, un mantra. In meno di un anno di esperienza da Presidente della Enti Gestori, mi pare che oggi il mantra sia un altro: quello della demografia come variabile indipendente. Ma la demografia non è indipendente dall’economia. La geologia lo è: mette mari e monti dove le pare, e l’economia deve adattarsi. La demografia molto meno. Mi spiego con un grafico, quello delle nascite in Italia dal 1995 in qua (dati ISTAT, integrati dal 1995 al 1999 con dati OCSE):

Anche qui, una frattura è evidente. In questo caso non è senza precedenti: ci fu un tempo, storico, in cui in Italia nascevano oltre un milione di bambini all’anno. Le dinamiche demografiche sono lunghe, certo, ma appunto quello che qui impressiona è la rapidità dell’inversione di tendenza in un contesto che dalla metà degli anni ’90 era stato in ripresa sostanzialmente fino al 2010.

Senza voler stabilire un particolare nesso di causalità, viene però da accostare lo scostamento dei nati dal loro tendenziale a quello del Pil dal suo tendenziale:

Le due tendenza certamente si parlano: sostenere che siano esogene l’una all’altra sarebbe ardito, come lo sarebbe andare alla ricerca di un nesso di causalità diretto ed esclusivo. I fattori sono molti e la relazione viaggia nei due sensi: si può anche argomentare, ponendosi dal lato dell’offerta, che il calo della popolazione e quindi dei lavoratori causi un calo del prodotto. Non mancano tecniche sofisticate per sciogliere questi nodi e individuare la relazione del nesso causale. Certo è che la risposta a quale sia questa direzione è dentro ognuno di noi, soprattutto di chi ha avuto l’opportunità di vivere in un Paese diverso, più autonomo.

Mi avvio a concludere.

Oggi siamo tutti d’accordo (qualcuno con genuina e motivata convinzione, qualcuno obtorto collo) sul fatto che le politiche di austerità siano state un fallimento, ma documentare quanto, come e perché lo siano state temo non sia un esercizio inutile.

Siamo anche tutti d’accordo, lo ribadisco per rassicurare eventuali commentatori distratti o maliziosi, che l’unione monetaria sia irreversibile.

Tuttavia, onestà intellettuale vuole che si convenga anche sul fatto che con le regole date essa è insostenibile, per due motivi:

1) perché pone un trade-off fra competitività e sostenibilità finanziaria (del sistema pensionistico, ma più in generale di tutte le posizioni debitorie);

2) perché rende strutturalmente inutile l’adesione al mercato unico.

Che senso ha infatti aderire a un mercato unico se quando arriva una crisi globale, e quindi il mercato unico europeo servirebbe come sbocco per la produzione europea, l’unica risposta che si riesce a escogitare è un taglio dei salari e degli investimenti pubblici europei, cioè, di fatto, la sterilizzazione del potere d’acquisto di questo mercato, la sua obliterazione de facto come mercato di sbocco dell’Unione?

Come riportare sostenibilità nella costruzione europea?

Credo che la chiave sia nel ripercorrere all’indietro il percorso che abbiamo fatto fin qui. Se le minacce alla sostenibilità del primo pilastro (e di tante altre cose, fra cui tutte le posizioni debitorie pubbliche e soprattutto private) vengono dalla mancata crescita, a sua volta causata da tagli degli investimenti eseguiti in ossequio a regole di bilancio, bisogna ripartire dalle regole di bilancio, evitando che esse richiedano il taglio degli investimenti in condizioni di crisi. La riforma delle regole di bilancio attualmente in itinere va nella direzione giusta, ma dobbiamo anche dirci che, pur riconoscendo e apprezzando gli sforzi del Governo italiano, resta da compiere ancora uno sforzo perché la crescita torni al centro della politica europea.

Dobbiamo anche guardarci dall’atteggiamento di chi, per non assumersi la responsabilità di scelte i cui esiti sono quelli che vi ho illustrato, oggi strizza pericolosamente l’occhio al keynesismo bellico. Quello che serve al Paese sono opere di pace: investimenti in capitale fisico e in capitale umano. Sottolineo questo punto: non è logicamente coerente che un sistema che a parole attribuisce tanta importanza allo sviluppo del capitale umano penalizzi la spesa in capitale umano (istruzione, sanità…) considerandola spesa corrente. Senza una golden rule intelligentemente costruita, e quindi “inclusiva”, come oggi si usa dire, il futuro dell’Unione Europea è l’avvitamento su se stessa, è quel ruolo di buco nero della domanda mondiale cui la condanna la logica della svalutazione interna.

Un futuro triste, ma meno tragico di quello verso cui ci conduce chi oggi, in un Paese in molte sue parti privo di strade percorribili, con un’edilizia scolastica da qualificare, con una sanità pubblica che comincia ora a riprendersi dalla stagione dei tagli, vede nella costruzioni di armi l’unica legittimazione dell’intervento pubblico nell’economia. Esercitiamo la massima cautela nei riguardi di queste tesi, che, se non contrastate, possono condurre alla più catastrofica delle previsioni autorealizzanti.

Concludo su una nota positiva: i risultati conseguiti dall’INPS in termini di tenuta dei conti, in particolare del sistema pensionistico, sono buoni. Se valutati alla luce di quello che abbiamo fatto alla nostra economia, sono miracolosi. Sopravvivere a una simile distruzione di valore, come quella causata dalla svalutazione interna, non è cosa banale. Se ne riconosca il merito a chi ha guidato e indirizzato, nei vari ruoli, il lavoro di questa importante istituzione.

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“La demografia come variabile indipendente?” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

L’inverno macroeconomico in prospettiva

Domani proverò a illustrare i semplici concetti enunciati nel post precedente a un pubblico che in linea di principio dovrebbe essere interessato all’argomento, ma di cui non posso dare per scontata la benevola attenzione né la disponibilità a mettere in gioco le proprie certezze: questo.

Nel frattempo, aderendo alla linea editoriale di questo blog, e anche alla mia specifica competenza professionale, che è quella di analista delle serie storiche di lungo periodo, sono andato a ripescare i dati  allungando fino al 1980 la serie storica dei contributi sociali (e anche di tutto il resto, a dire il vero: ma il resto lo vedrà domani chi verrà, anche se suggerisco di seguire l’evento in diretta streaming, nel caso interessi, perché non so se per Palazzo Wedekind occorrano accrediti e ho la vaga idea di sì; io parlerò intorno alle 16).

Ho preso una vecchia CN (contabilità nazionale) trimestrale dell’ISTAT del quarto trimestre del 1996 (ovviamente in lire, ovviamente non più disponibile, anzi, forse mai resa disponibile sul sito, dove la versione più antica mi pare essere quella del 2011), l’ho convertita in dato annuale sommando i quattro dati trimestrali, l’ho riportata da miliardi di lire a milioni di euro dividendola per 1.93627, e il risultato è questo qui (i dati dal 1995 in poi vengono da qui, come forse non vi avevo detto):

La sostanza non cambia, né si vede perché dovrebbe cambiare.

Prima della rincorsa al ribasso dei salari, prima delle politiche che per essere beggar-thy-neighbour sono diventata beggar-thy-worker, cioè beggar-thyself, nessun evento, nemmeno quelli ricordati (o millantati) dalla stampa come catastrofici, ad esempio la mitologica crisi del 1992, avevano prodotto scostamenti al ribasso del gettito contributivo analoghi per intensità e persistenza.

E per forza!

Prima dell’ingresso nell’euro shock esterni venivano ammortizzati dal tasso di cambio e quindi non si riflettevano necessariamente e inesorabilmente sui salari (e da lì sul gettito contributivo). Il Paese strutturalmente in surplus rivalutava, come abbiamo spiegato ad esempio qui, e la convivenza, che in Europa non sarà mai piacevole, era però sostenibile. Con l’ingresso nell’eurozona, al primo shock rilevante (la crisi finanziaria globale) si è dovuto rispondere con la svalutazione interna, quella del nostro lavoro, delle nostre vite, attivando una spirale deflattiva dalla quale a malapena riusciamo a districarci ora, dodici anni dopo, e solo perché grazie al COVID le regole sono state sospese!

Questo piccolo addendum vale quindi a smentire i cretini (di cui non v’è mai difetto) che eventualmente dovessero imputare i risultati del post precedente alla particolare selezione del campione (sono partito dal 1995 semplicemente perché l’ISTAT, nel suo costante anelito di perfezione, continuamente rivede le serie e toglie quelle meno che perfette dal sito: ma per analizzare le tendenze di lungo periodo non occorre perfezione, occorre trasparenza).

D’altra parte, voi qui che cosa sia il Pil dovreste saperlo. Dovreste sapere che lo stesso numero può essere calcolato e letto lato produzione (come somma dei valori aggiunti settoriali: agricoltura, industria, ecc.), lato domanda (come somma delle spese dei vari operatori economici: consumi delle famiglie, investimenti fissi lordi delle imprese, ecc.), e lato reddito (come somma delle retribuzioni percepite dal lavoro, dal capitale-impresa, ecc.).

Ne abbiamo parlato in dettaglio nello spiegare il miracolo lettone, e molte altre volte.

Ne consegue che se il Pil misurato dal lato della domanda fa la cosa che abbiamo visto qui:

è piuttosto ovvio che farà la stessa cosa anche se lo misuriamo dal lato dei redditi (il Pil questo è: il valore della produzione non può differire né dalla spesa effettuata per acquistarla né dai redditi distribuiti a chi l’ha realizzata!). Ecco perché anche da quel lato lì (cioè nelle retribuzioni) riscontriamo la frattura su cui negli ultimi tempi ci stiamo interpellando (almeno dal 2016, in realtà).

Non che non sapessimo quale ne fosse la causa: l’avevamo individuata già nel 2011. Ma certo ora avere la confessione dei carnefici aiuta, o almeno dovrebbe aiutare.

Vi saprò dire domani.

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“L’inverno macroeconomico in prospettiva” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

L’inverno macroeconomico

Da quando sono Presidente di una Commissione che controlla le gestioni pensionistiche è tutto un fiorire di inviti a convegni e presentazioni di rapporti. Aleggia su tutte queste iniziative, nessuna esclusa, il gelo del cosiddetto inverno demografico: così come sui media generalisti di altro non si parla che del riscaldamento del globo, in questi convegni specialistici di altro non si parla che del raffreddamento della demografia, che poi sarebbe il fatto che “le donne non fanno più figli” (non so se sia politicamente corretto metterla così: biologicamente lo è), un fatto di cui anche qui parlammo a suo tempo (lo ricordavo nell’ultimo post).

Ora, quando esisteva più libertà di espressione del pensiero di oggi, un poeta, Francesco Maria Piave, poté scrivere “la donna è mobile, qual piuma al vento”, e un musicista, Giuseppe Verdi, si arrischiò a mettere queste parole in musica:

Oggi non potrebbero, ma non è di questo che volevo parlarvi. Volevo invece esprimere il mio scetticismo verso le analisi più o meno raffinate che individuano in una pretesa “volubilità” femminile la causa del crollo delle nascite, e anche, se posso, esternare il mio fastidio per chi vede nella demografia, presa come dato esogeno, l’unico elemento di rischio per il sistema pensionistico. Mi soffermo su questo secondo punto. Se fino a due settimane fa era possibile ignorare il dato macroeconomico senza apparire troppo ipocriti, dopo questo discorso, e in particolare dopo il suo noto esordio:

vedo arduo pretermettere un fatto: la sostenibilità del nostro sistema pensionistico (che è un sottoinsieme del nostro modello sociale) è stata compromessa dalle strategie deliberate di repressione salariale, cioè dall’abbattimento dei costi salariali necessario per recuperare competitività all’interno di un’unione monetaria.

Sul perché una unione monetaria imponga la repressione salariale come unico strumento per recuperare competitività ci siamo soffermati per anni, quindi non mi dilungo oltre (salvo richieste specifiche). Sul perché questo comprometta la sostenibilità del sistema pensionistico basteranno poche parole. Come ci siamo detti, il metodo di calcolo contributivo non implica che il sistema sia a capitalizzazione: rimane a ripartizione. Questo vuol dire che le pensioni di oggi non sono pagate sui proventi dei contributi di ieri, ma sui contributi di oggi. A loro volta, i contributi sono calcolati applicando un’aliquota alla retribuzione lorda (i dettagli sono qui). Questo significa che se si applica una strategia deliberata di repressione delle retribuzioni lorde, cioè una cosa di questo tipo:

ovviamente il risultato sarà una proporzionale depressione del gettito contributivo, cioè una cosa di questo tipo:

e ovviamente a valle della repressione dei salari l’equilibrio del sistema pensionistico potrà essere garantito solo con una repressione delle pensioni, cioè con un progressivo abbattimento del tasso di sostituzione, che consenta al sistema di reggere nonostante si sia prosciugata la sua fonte di finanziamento (i contributi). Queste considerazioni sono avvalorate dal fatto, a voi (ma non a tutti) chiaro, che siccome un abbassamento dei salari può essere forzato solo attraverso un incremento della disoccupazione, nel bilancio complessivo del sistema le spese di tipo assistenziale aumentano per effetto della povertà indotta.

A me pare strabiliante che di queste cose, che sono così evidenti nei dati e così radicate nella elementare logica macroeconomica, nessuno parli e nessuno voglia parlare. Sto cercando di capirne le ragioni, che credo siano da ricercare in uguale misura nella contiguità politica di chi dovrebbe notarle con chi ha messo in atto le politiche di austerità (il PD), nel fatto che certe categorie, ad esempio le varie professioni, sono state, o si sono credute, al riparo da certe politiche di aggressione ai lavoratori dipendenti (ignorando il dato che fra questi ultimi molti sono – o erano, finché potevano permetterselo – loro clienti), e poi dalla santa ignoranza dell’economia e della logica elementare, che mi sembra malattia molto diffusa e molto contagiosa (i giornali sono il principale veicolo del contagio).

Mi pongo anche il problema di quanto valga la pena, nelle varie occasioni ufficiali, richiamare l’attenzione dei presenti su questi dati di realtà. L’inverno macroeconomico, indotto deliberatamente, ha pesato sulla sostenibilità del sistema previdenziale più dell’inverno demografico, di cui è stato verosimilmente la principale causa (perché se molte famiglie che vorrebbero avere figli non possono la colpa non è certo della donna che è mobile, ma del lavoro, che muta ogni giorno d’accento e di pensier, nel mondo della precarietà integrale predicata da Draghi e attuata dal PD).

Ma naturalmente:

e quindi assisto compunto e sconsolato a queste liturgie, con un’occhio all’appunto preparato per la circostanza e l’altro all’orologio. D’altra parte, mette conto combattere questa battaglia di consapevolezza? Oggi, come sapete, i cavalli di razza della politica italiana, cioè gli artefici del disastro documentato qua sopra, non si pongono più il problema di come incentivare le nascite: sono apertamente passati a chiedersi come incentivare le morti:

atteso che il problema del perché è risolto: per fare una vera Unione Europea, ovviamente senza chiedere agli interessati se il progetto piaccia o meno (per chi se la fosse persa, questa è l’intervista di Cazzullo a Monti sul Corriere del 4 maggio scorso).

Quindi che cosa volete che vi dica? Più che essere cortese e cercare di risparmiare tempo non mi rimane, e quel poco tempo che riesco a racimolare lo dedico a voi che avete dimostrato, negli anni, di voler capire che cosa stesse succedendo.

Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet; si autem mortuum fuerit, multum fructum affert.

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“L’inverno macroeconomico” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Questa piana…

…che vedete dolcemente madida del sole della primavera, già più volte nei tempi andati arrestò col suo distaccato rigore il francese, come vi narrai qui. Ma ora, si sa, c’è il claimatceing (ogni tanto), e comunque a giugno non sarebbe assennato contare sul suo aiuto. Ne consegue che dal  petitz boutz d’homme voulentiers cholericque (per le note ragioni) questa volta a difendervi tocca a voi, con la matita.

Non è un obbligo, ma una facoltà.

Se non lo farete, poi recriminerete.

Io, dall’alto del Calvario, girerò le spalle e ad ombrìa vedrò, ancora per qualche decina di migliaia di anni, l’Adriatico, attraverso la Forchetta, giù per la valle dell’Aventino:

che non è quella cosa politica di cui ogni tanto v’è capitato di vaneggiare a voi, nel vostro tormentato delirio ossessionato dal miraggio grottesco di governi fatti cadere… sottraendogli l’opposizione!, ma quello che sgorga a Capo di Fiume dopo essersi ingrottato al Quarto di Santa Chiara, proprio lì, dietro la spalla del Pizzalto.

Poi dicono che evaporerà, il mare, ma se dovessi scommetterci un euro che non potrei riscuotere, direi che sia più facile che geli.

Questa, però, rientra nelle tante cose di cui io non ho contezza, che poi spesso coincidono con quelle su cui voi vi estenuate in goffe ordalie nella cloaca nera.

(…ed è il desiderio di sottrarmi ai suoi miasmi che mi spinge a cercare l’aria dell’altitudine…)

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“Questa piana…” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Le regole in tre diapositive

(… mi avete tolto la voglia di scrivere. Vedo il lato positivo: un soft landing nell’aldilà prevede un fisiologico attutimento dei desideri e delle ragioni dell’aldiqua. Altro lato positivo: voi non volete vincere, e io non voglio perdere, quindi non siamo esattamente fatti l’uno per gli altri – né io l’ho mai sostenuto, a differenza dei tanti che “ah ma che bel commento!” o “ah ma che bella la mia community!”. La favola del bobolo giusto è santo è semplicemente l’antipolitica in disguise. Io so quello che vi ho dato, so quello che mi avete tolto, so a cosa è servito e so quello che ci aspetta. Io so. Quindi non scrivo, né scriverò, più per voi: scriverò per me, sicut erat in principio…)

Nello scorrere il comunicato stampa dell’ISTAT riferito alle ultime stime preliminari del Pil mi è balzata all’occhio una cosa, questa:

Il discorso per me potrebbe chiudersi qui. Aggiungo però una chiosa a beneficio dei lettori futuri (dei presenti sinceramente faccio a meno). 

Quello che dovrebbe essere evidente al lettore che non c’è (ma forse un giorno, fra dieci anni, ci sarà) è questo:

Dopo lo shock COVID, che situo dove è storicamente situato, cioè nel primo trimestre del 2020, ci sono voluti solo sette trimestri per tornare abbastanza vicini alla tendenza “storica” (calcolata sui cinque anni antecedenti allo shock), e dieci trimestri per tornarci sostanzialmente sopra.

Chi è qui da un po’ dovrebbe sapere che cosa è successo, invece, dopo lo shock GFC (Great Financial Crisis), che situo dov’è storicamente situato, cioè nell’ultimo trimestre del 2008 (il crollo Lehman avvenne alla fine del trimestre precedente). Accadde questo:

Notate che per rendere i grafici a prova di coglione ho usato esattamente la stessa scala verticale, e già questo dovrebbe contenere una lezione importante, che affido ai commenti di un ipotetico lettore futuro.

Qual è la differenza fra la reazione allo shock COVID e la non-reazione allo shock GFC? Semplice! Questa:

Lo shock GFC (2008 e seguenti) è stato gestito applicando le regole, lo shock COVID è stato gestito sospendendo le regole, applicando la general escape clause che esisteva nel 2009 come nel 2020, ma che nel 2009 non si volle applicare perché c’erano dei conti da regolare, come abbiamo visto infinite volte. La differenza fra gestione dello shock con le regole o senza le regole possiamo vederla anche in una singola diapositiva, questa:

Chiaro, no? Se non è chiaro, siamo qui per delucidare. Ma c’è ancora bisogno di delucidazioni, ora che quello che noi sapevamo e avevamo denunciato con tanta forza è stato confessato dal suo principale ispiratore?

Come vi ho sempre detto, l’austerità è stata un’aggressione deliberata (lo dice LVI) al nostro Paese, ai vostri risparmi, al nostro stile di vita. I motivi di quella aggressione sono chiari e vi furono spiegati. Ora non ci voglio perdere altro tempo. Si dovrebbe parlare solo di questo, e se non lo si fa di un’unica cosa sono certo: che la colpa non è mia, perché io non solo l’avevo detto tredici anni prima:

(se interessa, l’articolo è ancora qui, e suggerirei di stamparlo), ma l’ho anche ripetuto in aula, nell’indifferenza generale:

Non c’è salvezza per un “bobolo” che si lascia fare impunemente una cosa simile. Questa cosa gli era stata spiegata prima, con tutta la lucidità e la forza della disperazione, sormontando tutti gli ostacoli che oggi diventano, in altri, ridicoli contesti, casi nazionali (le aule universitarie negate, il libro rifiutato dal Salone di Torino, la censura nei dibattiti a sinistra: tutte cose condivise a suo tempo qui facendoci una bella risata sopra). Ma non mi deludono i coglioni di sinistra: ci siamo soffermati per più di un decennio, ormai, sulla loro antropologia minore, costruita sulla falsa pretesa antisocratica di “sapere di sapere” e sulla sicumera di essere “dalla parte giusta della Storia” (o almeno, della storia di cui hanno il monopolio), quella che li porta a negare, col fascismo che gli è congenito, la parola agli altri, legittimando questo fascismo autentico in nome di un antifascismo posticcio (altra grande scoperta di questi giorni, pare: eppure sono tredici anni che qui ci combattiamo)!

Sono pecore che temono il lupo, chiamandolo “ordoliberismo”, “neoliberismo”, “neoqualcosismo”), e vengono, come da copione, portate al macello dal loro pastore: il PD. Disprezzarle sarebbe dar troppa importanza a queste fetecchie, ma compatirle sarebbe certamente inappropriato…

Mi deludete voi, per diversi motivi, di fatto riconducibili a uno: il vostro consenso, i vostri complimenti, il vostro encomio era servo perché era falso. In verità, nel vostro cuore albergava e tuttora alberga la convinzione superba e sciocca di saperne più di chi vi ha aperto gli occhi (e continua a farlo) ed è a contatto con le cose (che a voi giungono solo dai giornali), e la sua gemella scema, la fuuuuuuuuuuuurbizia, quella forma particolare di narcisismo autolesionistico consistente nel non affidarsi a chi in tanti anni ha dimostrato non solo preveggenza (rileggetevelo, il mio articolo sul Manifesto: c’era tutto!), ma anche spirito di servizio (pensate che i convegni si organizzino da soli? Potreste essere riavvicinati alla durezza del vivere…), disinteresse (lo stesso col quale vi sto mandando affanculo, ad esempio), e soprattutto aderenza alla logica elementare.

Ai puri e duri (de coccia), a chi si abbandona alla tentazione della desinenza in “-etta”, ripeto qui quello che ho detto su Facebook. Siamo in democrazia, e questo implica due cose: primo, che esista un dibattito; secondo, che le decisioni si prendano a maggioranza. 

Declino qui alcuni corollari.

Il primo è che, anche aderendo alla versione oleografico-complottista del nostro dibattito interno, quella che voi (che vi credete fuuuuuuuuuuuuuurbi) vi bevete a garganella da giornali che sono vostri nemici, che vi odiano, che hanno sponsorizzato l’aggressione deliberata al nostro Stato sociale, anche aderendo alla leggenda nera di Giorgetti (su cui avrei molto da dire: partirei dal dato banale che chi descrive il nostro partito come spaccato in due ha interesse a spaccare in due il partito), anche dando per buone le cazzate che vi lasciate propinare, presumere che io non sappia che cosa succede nel mio partito equivale a darmi del coglione! Serendippo può tranquillamente dire che io non conto un cazzo, esattamente come diceva che non sarei stato ricandidato (perché Giorgetti ecc.). Fatto sta che il claim della nostra campagna elettorale l’ho creato io sette anni fa (quando non era nel partito) e se viene ripreso ora questo qualcosa vorrà dire, no? Ma senza che ve ne rendiate conto, dentro molti frinisce un piccolo Serendippo.

Il secondo corollario parte da qui: nel momento in cui vedete che nel partito, pur con un dibattito interno che esiste ovunque (ma perché non mi parlate un po’ del PD, anziché di Giancarlo?), la linea presa è quella nella quale avete creduto e avete dato consenso, e che proprio perché potrebbe non essere l’unica linea andrebbe sostenuta col vostro consenso, che cosa fate? “Ah, no, io non ti voto perché tu non conti niente e poi il partito va da un’altra parte perché la punturina, il green pass, la rava e la fava…”.

Ma siete veramente così cretini, o vi piace solo sembrarlo?

Lo avete capito sì o no che ci sono temi minoritari, perché sono temi che non interessano o sui quali non si è costruito, e che quindi tatticamente vanno gestiti in altro modo, per evitare quello che sta succedendo col tweet di Claudio sull’OMS, che non è esattamente un enorme successo, nonostante le aspettative dei semomijoni, almeno se lo confrontiamo con quello sul MES, che invece è stato un successo perché non toccava un tema minoritario e perché c’erano anni di consapevolezza costruita qui!

Ma a che serve creare consapevolezza, se quando ci dovete essere la vostra grillanza, di cui siete tutti fradici, come io sono fradicio della bava dei complimenti di persone che mi elogiavano prendendomi in cuor loro per un cojone, vi porta a essere altrove?

Prima su Twitter qualcuno ha detto “ah, sì, a Vergate sul Membro ci vengo perché mi torna comodo!” Ecco: a me non torna comodo, e avrei anche altro da fare, anzi: l’ho sempre avuto. Ma voi all’impegno preferito il divano e alla logica Serendippo.

Che cosa può andare storto?

Avete trentasette giorni per dimostrare di aver capito, per restituire a chi ve l’ha fatto quello che vi è stato fatto, di cui sopra avete una diapositiva, per assestare una bella mazzata al PD ed evitare che torni sul suo trend storico. Perché il PD da due cose trae alimento: dalla gestione del potere (e dalla greppia delle lottizzazioni lo abbiamo staccato, e se non foste quello che ahimè avete dimostrato di essere dovreste godere e rafforzarvi nelle vostre convinzioni ascoltando le sue querimonie) e dall’UE.

E ora avete la possibilità di dare una raddrizzata anche all’UE.

Lo farete?

Sapete che c’è?

Ma anche chi se ne frega! Purtroppo, e sottolineo purtroppo, questi quattordici anni di impegno, a partire dai primi articoli su sbilanciamoci, sono stati una grande lezione sul rapporto fra individuo e storia, sulla logica della rappresentanza e della democrazia. Torno su quello che ho capito nei tanti anni di studio e di esperienza. Ricorderete i cretini che “la fine delle unioni monetarie porta alla guerra”. I fatti e la logica indicano che è il contrario, ovviamente: le sconfitte determinano la fine delle unioni monetarie (basta pensare agli effetti sull’impero austroungarico della sconfitta nella Prima guerra mondiale). Per questo motivo, e per altri di cui abbiamo parlato tante volte, fra non molti anni (non credo che ne abbiamo altri tredici davanti, come quelli che ci separano dall’articolo sul manifesto) le nostre decisioni, le nostre aspirazioni, le nostre convinzioni, e anche le nostre istituzioni, si sgretoleranno contro qualcosa di tanto tremendo quanto inevitabile. Io so che continuerò a combattere fino a quel momento, perché questa è la mia natura: non c’è pace per chi vuole pace!

Per chi vuole divano, invece, c’è divano, e per chi vuole sentirsi furbo c’è l’egemonia del PD, inevitabile se il proprio narcisismo cretino porta a non sostenere l’unico partito che contende questa egemonia perché ha trovato qui una visione alternativa del mondo cui attingere, la visione di cui ora perfino Draghi, perfino LVI, confessa cinicamente la fondatezza.

Ma sto facendo quello che non volevo fare: parlare a delle piante grasse nel deserto.

Vado a San Macuto, che è meglio.

(…la lista dei miei appuntamenti in campagna elettorale verrà data forse sui social…)

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“Le regole in tre diapositive” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

“Ma lei è Totti?”

Ieri ero di turno al TG per annunciare la lieta novella del DEF. Solito circo di fronte a Montecitorio, sotto all’obelisco, selva di microfoni, telecamere, e telecamerine.

Un’apoteosi di spontaneità, in 20 secondi.

Pronti via, faccio la mia dichiarazione, ma… un microfono non parlava con la sua telecamera. L’operatore ferma tutto, si riparte.

Pronti via, mi impapero (strano ma vero, può capitare anche a me).

Ri-pronti ri-via, dico quello che devo dire (anche se in modo meno liberatorio di quanto avrei a quel punto desiderato), mi congedo con un sorriso, faccio due chiacchiere con la cortese ed efficiente accompagnatrice dell’ufficio stampa (loro sono convinti che in loro assenza i giornalisti mi mangerebbero e io apprezzo la loro premura – e anche se loro non lo sanno, la apprezzano anche i giornalisti!), e mi allontano verso nuove avventure (leggere noiosi paper sulle criptovalute per farvi divertire un po’ sabato prossimo).

Mentre dribblo vari gruppetti e gruppuscoli di turisti e astanti vari, impedimento abbastanza gravoso a chi deve rimbalzare da un palazzo all’altro, sento uno: “Scusi, ma lei è Totti?”

Un giovine (molto giovine) con due amiche era di passaggio di fronte a Montecitorio, e suppongo fosse colpito da tanto interesse delle televisioni (addirittura!) per uno che non sapeva assolutamente chi fosse, con lo spirito disincantato e ironico del romano probabilmente voleva capirne di più.

Io mi avvicino, mostro la suola delle mie francesine d’ordinanza, e con un sorriso accogliente replico: “Sì, sono io, vedi i tacchetti? Ora scusa che vado ad allenarmi…”.

(…mi aveva punto vaghezza di spiegargli un po’ meglio la situazione, ma dovevo dedicare il mio tempo a voi, e quindi è andata così. Di una cosa sono certo: lui, il TG, non l’avrà visto. E voi? E vi ricordate di quanto: “Non andrai mai in televisione perché il potere sono cattivi e tu non hai dietro nessuno!11!1!” Beh, io avevo dietro la mia libreria, o voi, a seconda delle interpretazioni, e il problema della televisione ora non è andarci, ma evitare la seccatura, nonostante che a volte mi riservi dei faticosi momenti di ilarità, come questa mattina:

Il tempo passa, i problemi restano, le soluzioni cambiano, ma nemmeno tanto…)


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““Ma lei è Totti?”” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Il MES e l’OMS

Un paio di giorni fa, affacciandomi alla cloaca nera, mi sono imbattuto casualmente in questo tweet degli amici di RadioRadio, fra i pochi con cui parlo volentieri perché mi hanno dato voce quando non erano costretti a farlo:

Mi è venuto spontaneo commentarlo:

citando un episodio di cui ero stato protagonista, verosimilmente dimenticato da molti dei pochi che lo conobbero all’epoca. Non da tutti, però, tant’è che Sherpa810 mi rispondeva così:

facendomi trasalire: quello che vedevo era un tweet di una mia chat! Com’era possibile?

Era possibile perché il 3 dicembre 2019 Claudio era andato a Omnibus a raccontare, appunto, quello che mi era capitato il 12 giugno di quell’anno, e lo aveva fatto con dovizia di particolari, al punto da fornire alla regia un mio Whatsapp, su mia autorizzazione conferitagli alle 19:13 del giorno prima (come risulta dagli archivi), che ovviamente mi ero dimenticato di avergli dato, e che sarebbe comunque stata superflua. Dell’intuito di Claudio mi fido abbastanza!

La gravità dell’evento però non sconvolse nessuno: i migliori amici dell’uomo (che si vuole informare) non fecero titoloni né allora né dopo per evidenziare che il testo di un Trattato così importante era stato scrupolosamente sottratto al vaglio parlamentare, prima di approvarlo in sede europea, facendo strame di quanto l’ordinamento prevede sulla partecipazione del parlamentari nazionali al processo legislativo europeo, disciplinata dalla cosiddetta “Legge Moavero”, e in particolare dal suo articolo 5:

“Il Governo informa tempestivamente” non si traduce con “il Governo ti rinchiude in una stanza con un giovane e brillante consigliere parlamentare degradato al ruolo di bidello durante il tema di italiano delle scuole medie”…

Perfino i giornaletti de l’asinistra, quelli che tanto si erano commossi per le vicende del memorandum greco (approvato come poi qui è stato approvato il PNNR), o del TTIP (sottratto allo scrutinio parlamentare in modalità analoghe a quelle qui applicate alla riforma del MES), non avevano fatto nemmeno “pio” di fronte a cotanta enormità, del tutto ingiustificata. In effetti, quando Alessandro Rivera, un altro dei protagonisti di questa vicenda, in un incontro a margine di una delle mie tante visite al MEF, il primo aprile del 2019, mi aveva opposto l’obbligo di segreto professionale stabilito dall’art. 34 del Trattato, io ancora non sapevo, perché ancora non me lo aveva detto Alessandro Mangia, che me lo avrebbe detto il 7 gennaio del 2020, che per esplicita clausola della dichiarazione interpretativa stipulata in sede di ratifica:

a un parlamentare il segreto non poteva essere opposto!

Che questa cosa non la sapessi io era abbastanza grave: evidentemente non avevo studiato abbastanza. Che non la sapesse Rivera, però, era un po’ difficile, o forse no, considerando i tanti “successi” collezionati nella sua carriera di civil servant.

Ma questo è il passato.

Una legge non assistita da sanzioni tranne quelle di tipo politico e reputazionale non è, nei fatti, una legge (non se ne dispiaccia l’ottimo Prof. Moavero Milanesi): praticamente tutti i rapporti fra il nostro Parlamento e il Parlamento europeo avvengono in violazione o disapplicazione di quella legge, senza che si sappia a che santo rivolgersi (alla Corte Costituzionale?… Lasciamo stare…), e quindi possiamo dire che la prassi regna sovrana (e va bene così). La sanzione politica di questa scorrettezza abominevole c’è stata: il voto del 21 dicembre scorso contro la ratifica. Questo conta, e il resto lo lasciamo alle nostre memorie.

Fatto sta che io il passaggio televisivo del 3 dicembre 2019, che peraltro faceva seguito anche a un passaggio parlamentare in cui Claudio, sempre consultandosi con me, mi aveva chiesto (il 29 novembre) di citare l’episodio, me lo ero perso, e questo mi ha dato spunto per rivedere e mettere in sicurezza un po’ di cosette.

Ad esempio, la chat in cui quel Whatsapp era stato diffuso. 

Trattasi di uno dei 64 gruppi in comune con Claudio, cui se ne aggiungono almeno altri 37 cui Claudio non partecipa (come lui ne avrà cui non partecipo io), tutti creati per il coordinamento delle attività parlamentari a vario livello (con membri di Governo, senza membri di Governo, con gli alleati, senza gli alleati, circoscritte o non circoscritte agli uffici di Presidenza, circoscritte o non circoscritte a un ramo del Parlamento, congiunte con più Commissioni, dedicate a un particolare provvedimento – ad esempio la legge di bilancio – o a una particolare area tematica, ecc.). E qui sto parlando, ovviamente, della legislatura precedente, dalla quale non tutti i gruppi sono stati ereditati (alcuni sono stati rifatti tenendo conto dei nuovi ruoli e della nuova composizione dei gruppi, altri sono caduti in desuetudine, ecc.). Per dire, e per far capire che cosa fa un “capo dipartimento economia”, dei 64 gruppi in comune con Claudio 35 li ho messi su io, 3 lui, e 26 sono stati tirati su da una ventina di altri soggetti vari (otto sono stati creati da membri di Governo, quattro da collaboratori, altri da colleghi parlamentari…). Quando qualcuno rimarca che c’è tanto lavoro che non si vede, ha ragione! E la parte più ingrata ma essenziale del lavoro è coordinare il lavoro degli altri, cosa che si fa prevalentemente per messaggio: il modo più pratico di tenere tutti allineati, di commentare la rassegna stampa, di condividere bozze di documenti, di darsi appuntamenti volanti nei ritagli del tempo di aula, ecc. Sono le tre ore al giorno che passo su Whatsapp di media, a “giocare” col telefonino (secondo i fascisti delle statistiche), spesso per alzare le palle che altri schiacciano: l’uomo macchina vive nell’ombra, e va bene così. Questo, del resto, è uno dei tanti motivi per cui la retorica del “proporzionale puro” con cui “erbobolobuonogiustoesando” eleggerebbe “erijorerappresentanteviscinoarderidorio” non mi convince particolarmente. Un simile meccanismo crea un sistema di incentivi che spinge a fare casino inutile (per avere visibilità sul “deridorio”), non lavoro utile.

Ma di questo parleremo in altre occasioni.

Ho così ripercorso la storia di quel gruppo ristrettissimo (quello che era finito sullo schermo di Omnibus):

scoprendo una cosa che avevo dimenticato: quel gruppo lì, che è ancora oggi il più attivo, era stato creato nel pomeriggio del 12 giugno 2019 in risposta a una condizione di emergenza: sapevamo che Conte si accingeva a approvare una riforma di cui non conoscevamo i contenuti e dovevamo gestire questa situazione incresciosa. Ricordo l’angoscia di quei giorni, la rabbia con cui sperimentavamo l’impossibilità di indirizzare il “nostro” Governo, di assicurare la fedeltà di Conte nelle sedi europee (difficoltà ampiamente esemplificata da questo episodio), l’imbarazzo dei funzionari, lo sforzo per mantenere freddezza di fronte a un dissimulatore pericoloso…

Ecco, nel pensare a quei momenti, alle riunioni nel salottino giallo di Chigi, ai sussurri scambiati in anticamera, allo sconcerto degli alleati, a tante concitate emozioni, al fatto che su quella roba lì, cinque anni fa, avevamo fatto cadere Conte (perché quello che i coglioni chiamano il Papeete in realtà era stato il discorso di Pescara, e dietro quel discorso c’era anche questo episodio, che aveva convinto alla fine, buoni ultimi, anche me e Claudio che si dovesse passare con gli “staccaspinisti”, che erano la stragrandissima maggioranza, e direi la totalità dei membri di Governo…), nel pensare a tutto questo mi veniva da fare qualche riflessione sul tempo, sui frutti che porta, e sull’usura che procura.

Partiamo da qui.

Quando, il 21 dicembre dell’anno scorso, intervenni in aula:

restituendo a tanti piccoli Efialte quanto gli dovevo, quando schiacciai la testa del serpente premendo il tasto rosso, non provai quella gioia, quel sentimento di liberazione, che cinque anni prima, se mi fossi potuto immaginare quel momento, avrei pensato di provare. La sensazione era quella nota a chi legge Proust:

Mais tandis que, une heure après son réveil, il donnait des indications au coiffeur pour que sa brosse ne se dérangeât pas en wagon, il repensa à son rêve, il revit, comme il les avait sentis tout près de lui, le teint pâle d’Odette, les joues trop maigres, les traits tirés, les yeux battus, tout ce que – au cours des tendresses successives qui avaient fait de son durable amour pour Odette un long oubli de l’image première qu’il avait reçue d’elle – il avait cessé de remarquer depuis les premiers temps de leur liaison dans lesquels sans doute, pendant qu’il dormait, sa mémoire en avait été chercher la sensation exacte. Et avec cette muflerie intermittente qui reparaissait chez lui dès qu’il n’était plus malheureux et que baissait du même coup le niveau de sa moralité, il s’écria en lui-même : « Dire que j’ai gâché des années de ma vie, que j’ai voulu mourir, que j’ai eu mon plus grand amour, pour une femme qui ne me plaisait pas, qui n’était pas mon genre ! »

Sì, va bene, avevo, avevamo vinto, ma poi? Tante passioni, tanti sforzi, a quale pro?

Nei 1653 giorni passati da quel 12 giugno 2019 avevamo lasciato per strada tanti amici che avrebbero voluto assistere a quel momento: da Antonio a Emanuele (e Marco ce l’ha fatta per un soffio), ma oltre a questi assenti giustificati avevamo perso per strada tanti… non so come definirli: grillini? Imbecilli? Vigliacchi? Sicuramente tanti deboli (di intelletto e di tempra) incapaci di capire che per schiacciare quel tasto il 21 dicembre, al 21 dicembre bisognava arrivarci, e che tante scelte da loro non capite una sola logica avevano: quella di resistere, di tenere la posizione.

Sì, per schiantare il MES (e Draghi) bisognava cuccarsi Draghi: un altro percorso non c’era, e se chi non lo capiva ex ante era giustificato, perché ex ante anche noi abbiamo avuto tanti dubbi e tante esitazioni, chi non vuole capirlo ex post è solo uno spregevole elminto. E la tristezza, in questo caso, non è tanto nell’aver perso per strada una simile viscida zavorra, quanto nel non essersi accorti di averla caricata a bordo, nell’essersi illusi di aver aggregato, parlando con razionalità e sincerità fin da quando avevo tutto da perdere nel farlo, persone ugualmente razionali e sincere. Non era così. Le contumelie degli sciocchi una certa usura l’avevano provocata. Era, più che altro, il dispiacere di non poter condividere il raggiungimento di un obiettivo anche con chi apparentemente lo aveva condiviso, ma non era arrivato, con la sua testa, a condividere i mezzi per conseguirlo. Questi mezzi non li avevamo scelti noi! Con una Lega al 40% le cose sarebbero andate in modo diverso, ovviamente. Questi mezzi li avevate largamente scelti voi, e c’era qualcosa di ingiusto, e anche di logorante, nel fatto che veniste a rinfacciarceli. Tanto per essere chiari, se avessimo lasciato libera di operare in Italia la maggioranza Ursula, anche la riforma del MES sarebbe passata subito in carrozza.

Usura, quindi, e incapacità di godersi, sia pure per un attimo, a livello emotivo, l’obiettivo raggiunto.

Certo.

Ma intento l’obiettivo era raggiunto, e questo ci diceva che 1653 giorni dopo non eravamo nella stessa condizione di 1653 giorni prima: avevamo portato a casa, scegliendo l’unico percorso che la SStoria ci aveva reso praticabile, un obiettivo che voi ci avevate chiesto di portare a casa. Vi avevamo dimostrato che votare, e aspettare, serve. Anche perché, per dirla tutta, quella storia non era iniziata il 12 giugno del 2019, ma molto prima. La storia della riforma del MES per noi era iniziata con questo scambio di messaggi in un’altra chat di coordinamento con Bruxelles:

(ovviamente messa su dal solito noto), ma la nostra attenzione era molto risalente, risaliva a quella telefonata dal 2012 (“Professòòòòòòre!”), e insomma un po’ di lavoro fatto lo trovate qui.

Dodici anni di lavoro per una vittoria di cui non ho potuto gioire quanto avrei immaginato, ma che indica pur sempre un progresso, il che, detto fra noi, mi rende incomprensibile l’atteggiamento di molti che vogliono negare che delle vittorie siano state conseguite, e che si abbandonano allo sconforto e al disfattismo.

Mi veniva anche da fare un’altra riflessione.

Il famoso tweet di Claudio sul MES, pubblicato il 28 giugno del 2023, il 19 luglio, cioè 21 giorni dopo, aveva fatto un milione di visualizzazioni. Il tweet sull’OMS, pubblicato l’11 febbraio di quest’anno, è ancora a un milione oggi, cioè 56 giorni dopo (nella giornata mondiale della salute, peraltro). Insomma, il tema OMS viaggia a metà della velocità. Eppure, ad affacciarsi nella cloaca nera, per un po’ sembrava che a nulla teneste più che a difendervi dall’OMS e dalla sua gestione della sanità globale!

Anche da qui, secondo me, ci sono un paio di lezioni da trarre, e sono contrastanti.

La prima è che non bisogna darvi retta: gli strepitanti sono una minoranza, per lo più nella stragrande maggioranza dei casi animata dall’unico desiderio di sottrarci voti, non di risolvere problemi, e quindi meglio non curarsene e non darle guazza. Tanto, se i numeri non ci sono, poi non si vedono: esattamente come non si stanno vedendo sotto al tweet dell’OMS (per carità, un milione è un milione, ma se hai molti follower e tieni fissato un post prima o poi ci arrivi:

Il punto è in quanto tempo ci arrivi: se ci sono numeri ci arrivi in fretta, come nel caso del MES, se invece i numeri sembra che ci siano, ma non ci sono, perché gli strepitanti sono i soliti quattro gatti per di più nemici, non ci arrivi in fretta).

La seconda è che bisogna darvi retta, bisogna dedicarvi tempo. La riforma MES riguarda il vostro portafogli, ed è una cosa abbastanza esoterica (single limb CACS, maggioranze qualificate, capitale sottoscritto e versato, SRF backstop: siete sicuri di sapere tutti di che cosa stiamo parlando?). L’OMS riguarda la vostra pelle ed è una cosa abbastanza esplicita: “al prossimo starnuto vi chiudiamo in casa e buttiamo la chiave” (banalizzo, ma insomma ci siamo capiti: lockdown è parola più intelligibile di backstop). Ci siamo spesso chiesti perché la riforma del MES catalizzasse tanta attenzione. Non ci siamo ancora chiesti, forse lo faremo domani dopo aver letto questo post, perché l’OMS, che in fondo è un pericolo più grave ma anche più arginabile (dato che non riscontra a livello mondiale l’unanimità che il MES aveva riscontrato a livello europeo) non riesce a mobilitare altrettanta attenzione, per di più in un pubblico che dovrebbe essere galvanizzato dal fatto di aver appena conseguito una vittoria importante, quella sul MES (ma galvanizzato non è: lo dimostrano i numeri del #midterm e quelli del tweet OMS). Credo che la risposta sia, appunto, che bisogna darvi retta, che bisogna dedicarvi tempo. Dietro al tweet sul MES c’erano oltre dieci anni di lavoro, fatto in particolare qui, in tante discussioni, poi in tutti gli incontri organizzati da a/simmetrie, in infiniti nostri incontri pubblici in giro per l’Italia. Il tema OMS nasce su Twitter, un Goofynomics sanitario non c’è (ci sono tanti bravi ragazzi, ma…), il lavoro sottostante in termini divulgativi è quindi relativamente inferiore, al di là degli strepiti di qualche Erinni strepitante spesso sul nulla… sul nulla e dal nulla nasce il nulla, o almeno il poco. E questa forse è un’altra spiegazione del perché certi temi appassionino più di altri: perché hanno radici più lunghe.

Ma forse ce n’è un’altra ancora: quello che ci ha riuniti qui è stata la coscienza di quanto fossero pericolose, oltre che odiose, le istituzioni europee, e il MES appartiene al loro infausto novero. Non è stato semplice, ahimè, forse perché ci si è investito poco (io ci ho scritto un libro e qualche post, ma evidentemente il core business era un altro) trasmettere la consapevolezza che il problema è un pochino più ampio, che le istituzioni che esercitano un potere invasivo sulle nostre vite, tanto più difficilmente arginabile quanto più indiretto e sottile, sono tutte quelle della globalizzazione, e quindi l’OMS, ma anche l’OCSE (che tanto ha da dire e consigliare ad esempio sui nostri figli o sulle nostre pensioni), l’IEA (che tanto ha da dire sul nuovo feticcio della sinistra, il clima), ecc.

Per ritornare a essere arbitri del nostro destino è tanto necessario liberarsi dal cappio europeo quanto dalla rete di questo soft power. Senz’altro un vaste programme, non lo discuto. Ma se siamo riusciti a liberarci del MES, potremmo anche liberarci dall’OMS. Le condizioni sono due: crederci, ed essere presenti.

Per questo motivo, chi ancora non l’ha fatto vada a sostenere il tweet di Claudio, e si ricordi che al #midterm c’è ancora posto: sta a voi dare il segnale, e il primo errore da non fare è pensare che “tanto lo darà un altro”.

___________

“Il MES e l’OMS” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Chi di sussidio ferisce, di sussidio perisce

Cominciamo da un disegnino, questo:

Tutto questo rosso, il colore del sangue e degli ipocriti, trasferisce una certa inquietudine, vero? Non diminuirà quando vi avrò spiegato che cosa significa.

LOLE è Loss Of Load Expectation, definita come numero atteso di ore all’anno in cui una quota parte della domanda attesa di energia elettrica non è coperta dal sistema, per vincoli dal lato della produzione o del trasporto (la rete elettrica).

Lo standard di affidabilità (reliability standard) del sistema, fissato dal DM 28/10/2021, è definito come LOLE<3:

ovvero la rete viene considerata affidabile se il numero atteso di ore in cui non tutta la domanda viene soddisfatta resta inferiore alle tre ore in un anno.

La figura è riferita all’anno 2028 e indica che in tutte le regioni italiane si avranno valori di LOLE superiori a 100, cioè che nel 2028 la rete sarà pericolosamente inaffidabile, con elevato rischio di black out. Attenzione: è uno scenario, e dopo vi dirò quali siano le ipotesi e chi ne sia l’autore. Prima però permettetemi una considerazione. L’ultimo black out serio in Italia lo ricordiamo tutti: Uga aveva un mese esatto! Ventuno anni dopo la nostra vita dipende molto più intensamente da una fornitura stabile di energia elettrica, e questo perché siamo diventati tutti “digitali”. Una quantità di funzioni di estrema rilevanza pratica, come comunicare, effettuare pagamenti, entrare in casa (o uscirne), utilizzare elettrodomestici ecc., dall’analogico sono state trasferite al digitale, il che ci rende enormemente vulnerabili a un distacco di corrente.

La figura qua sopra è tratta dal Rapporto Adeguatezza Italia 2023 di Terna, uscito a dicembre e ampiamente commentato sulla stampa specializzata. Vi consiglio di leggere l’originale, perché i commentatori, ovviamente, ne hanno colto i messaggi che i paraocchi dello Zeitgeist consentivano, o imponevano, loro di cogliere. Così, ad esempio, per Energia Italia il rapporto dice (e in effetti lo dice) che il sistema elettrico italiano “risulta essere a oggi ‘adeguato’” (oggi sì!), e poi sottolinea la “necessità di una più forte crescita delle rinnovabili in un momento in cui il cambiamento climatico pone davanti delle sfide importanti da affrontare”. Quindi: ci vogliono più rinnovabili! Per Energia Oltre il sistema elettrico italiano è “adeguato, ma attenzione alle temperature estreme” (il colpevole è quindi il global warming, e in effetti il rapporto descrive molto bene i problemi che le temperature estreme creano: scarsa disponibilità di acqua, superamento delle soglie di temperatura ammissibili per l’immissione in natura delle acque di raffreddamento, ecc.). Uno sguardo un po’ più libero lo offre la rivista più autorevole del settore, Staffetta Quotidiana, secondo cui “Terna conferma rischi da caldo/siccità e dismissione impianti a gas”.

Ecco, qui ci avviciniamo al punto. La “dismissione della generazione economicamente non sostenibile” di cui parla la didascalia della Figura 17 qua sopra…

Perché in effetti qualcuno (tipicamente il mio nuovo amico Il Comico) potrebbe chiedersi: “ma perché mai, visto che stiamo procedendo a vele spiegate sul glorioso percorso delle rinnovabili, visto che le ingentirisorsedelpienneerreerre  finanziano la transizione ecologica, e che quindi nel 2028 si stima che la potenza rinnovabile raddoppi a 71 Gw dai 35 Gw e spicci attuali, perché mai dovremmo trovarci in simili difficoltà, con oltre 100 ore all’anno di fabbisogno elettrico non coperto dalla “bodenza di vuogo” rinnovabile installata?”

In effetti, lo scenario tecnico al 2028, rappresentato nella Figura 13, dice che non ci troveremo in difficoltà:

e ci restituisce l’immagine di un mondo in verde, con LOLE ovunque sotto soglia. Ma allora il catastrofico scenario della Figura 17 da dove salta fuori?

Salta fuori da questo:

All’aumentare delle FRNP (fonti rinnovabili non programmabili), in teoria aumenta la capacità installata complessiva, ma in pratica la capacità programmabile, cioè quella da fonti fossili, viene messa fuori mercato. Le centrali termiche dovranno essere dismesse perché quando operano a regimi ridotti e intermittenti il loro esercizio diventa antieconomico, non consentendo la copertura dei costi fissi. Nel medio periodo (al 2028) si stima che circa 15 Gw di capacità termoelettrica dovrebbero andare in decommissioning, il che, considerando che la CDP (capacità disponibile in probabilità) da rinnovabili all’epoca sarà intorno 10,6 Gw (Figura 8 del rapporto), spiega facilmente perché lo scenario tecnico-economico al 2028 ci dice che il LOLE esploderà. Fra chiusure già previste e chiusure prevedibili la capacità termica scenderà da circa 60 Gw a circa 40 Gw, quindi dismetteremo o dovremo dismettere più generazione termica di quanta generazione rinnovabile potremo installare, e buona notte ai suonatori!

Naturalmente ogni problema ha una soluzione.

Se sei un europeista, la soluzione ovviamente è aggravare il problema in base al noto schema “ci vuole più…”: ci vogliono più rinnovabili, o bisogna disporne più in fretta (congestionando i mercati e aggravando i costi), o roba del genere (in effetti il Fit for 55 obbedisce a una logica simile)…

Tuttavia, se il problema è economico, è facile che la soluzione, nella mente di alcuni, prenda spontaneamente la forma di un sussidio.

La scelta, così, non sarà più fra pace o condizionatori, ma fra sussidiare la generazione termica o boccheggiare dal caldo.

E quindi sussidieremo l’inquinante generazione termica!

Del resto (e sotto ve ne do una testimonianza diretta) mica crederete che gli Usa abbiano investito tanto nel gas per non venderlo? E meno male! Dovendo scegliere fra due imperialismi, per restare a galla meglio non lasciare la via vecchia per la gialla…

Spero apprezziate l’ironia del paradosso: dopo aver sussidiato, per lo più a vostra insaputa, le rinnovabili attraverso il meccanismo degli oneri di sistema, una volta raggiunto il paradiso degli ingenui, quel mondo tutto rinnovabile dove in teoria sole e vento ci liberano dal Male e ci consegnano al Paradiso dell’energia gratuita, in pratica continuerete a sussidiare. Solo che questa volta invece del rinnovabile “pulito” dovrete sussidiare il termico, che è sì “sporco”, ma senza la cui stabilità e programmabilità la rete elettrica diventerebbe pericolosamente inadeguata. Dovremo farlo perché il “ci vogliono più rinnovabili”, nella totale assenza di un ragionamento complessivo sulla gestione delle reti, nel frattempo avrà messo fuori mercato un elemento essenziale per la stabilità delle reti stesse.

Potremmo insomma concludere che mentre un investimento genera un rendimento, un sussidio genera un altro sussidio, magari di segno opposto, perché ogni distorsione della razionalità economica, e qui ne abbiamo viste tante, è sempre foriera di squilibri e di sventure.

Le retorica del green, che per affermare se stessa ha usato l’arma del sussidio, verrà maciullata dalla stessa arma, che non potrà che rivolgersi contro di lei. Triste destino per i tanti “verdi” che imperversano nei parterres televisivi essere costretti a finanziare in bolletta l’odiato fossile!

Il merito immediato di tutto questo, ovviamente, è della geniale von der Leyen, eletta grazie ai voti grillini, e destinata all’oblio a una velocità ancora superiore a quella della sua mentore Merkel. Un’anatra (o altro volatile) zoppa che verrà tenuta ancora un po’ sulla graticola aspettando che bruci (destino inevitabile delle candidature precoci, come ben sa chi si occupa di nomine).

Ma il problema non è circoscritto a noi, non dipende solo dalla pessima qualità della nostra leaderhip, ha anche una dimensione più ampia, e coinvolge una nostra vecchia amica, la governance sovranazionale. Guardate ad esempio che letteraccia si è visto arrivare il direttore dell’International Energy Agency (l’OMS dell’energia) Faith Birol da due di passaggio:

“Perché fai propaganda, invece di fare il tuo lavoro?”, gli chiede il presidente della Commissione Energia e Commercio, Cathy McMorris Rodgers. Saremo curiosi di vedere la risposta, e credo che in ogni caso convenga leggersi bene le domande poste da questa parlamentare statunitense (anche perché, come vi annunciavo sopra, spiegano molto bene perché lu grin s’ha mort, cioè perché non è nelle cose che noi si rinunci ex abrupto al fossile: non lo è per motivi fisici, e non lo è per motivi geopolitici).

Di questo e di altre cose parleremo al midterm, di cui è uscito il programma.

(…ecco: quando vi chiedevo qualche grafico significativo da commentare in effetti pensavo più a roba così. Ma evidentemente non riesco più a farmi capire…)

(…a poche settimane dalle elezioni europee a/simmetrie propone, a Roma, un incontro sui vari eurodisastri, e la risposta, devo dirvelo, è fiacca. Credo sia la prima volta che non andiamo subito in sold out. Sono sorpreso? Forse no. Il precedente del 28 luglio 2021 era stato, a modo suo, eloquente. Quando avevamo chiesto sostegno, non l’avevamo avuto, e se non l’avevamo avuto, verosimilmente, è perché non c’era, e che non ci fosse in quel caso potevamo aspettarcelo, ascoltando i colleghi più esperti che ci ammonivano su come certe battaglie fossero “minoritarie”. In effetti, i numeri e l’evidenza di tutti i giorni, all’epoca, mostravano una schiacciante maggioranza di persone che correvano a fare (salvo poi pentirsene) quello che una minoranza non voleva fare. Non entro nel merito delle scelte: la mia battaglia, condivisa con pochi altri che conoscete e molti che non conoscete, era per tutelare la libertà di tutti, ma era, in tutta evidenza, una battaglia persa, perché era innanzitutto una battaglia di ragionevolezza in un mondo di persone possedute da una simmetrica e simmetricamente irrazionale paura. In tanta simmetria, purtroppo, erano i numeri a essere asimmetrici. La nobile difesa del nobile principio era quindi destinata a schiantarsi. Ovviamente si combatte perché ci si crede. Se fossi della razza di quelli che combattono solo per vincere non avrei mai aperto questo blog: ex post mi ha portato in Parlamento, ma ex ante poteva solo stroncarmi la carriera accademica! Quindi il punto non è tanto, per me, che la battaglia fosse “minoritaria” o maggioritaria. Le mie riflessioni erano concentrate su altri punti. Ad esempio: com’è possibile, mi chiedevo, che la nostra, di noi insider, e la vostra percezione di quale fosse un momento decisivo per manifestare, per manifestarsi, fossero così disallineate? Certo, voi non vedevate tutto quello che vedevamo noi, non potevate cogliere nelle sfumature del dibattito interno l’incrinarsi di certe certezze, non potevate vedere le crepe del dubbio, e quindi non potevate intuire che quello fosse il momento per insinuarvisi. Le nostre informazioni erano asimmetriche. Ma il punto era un altro: se non rispondevate alla nostra chiamata era perché evidentemente non vi fidavate di noi. Non ho difficoltà né a capirlo, né ad accettarlo. Non mi offendo di certo, anche perché ormai sapete che nemmeno io mi fido di voi: la prima forma di rispetto è la reciprocità! Del resto, stiamo appunto discutendo di quanto i fatti mi diano ragione… E poi c’è il tempo, che è un fattore importante, non solo nella sua dimensione puntuale (è sufficientemente ovvio che per segnalare l’importanza del tema europeo il momento giusto sono le elezioni europee: se il segnale non lo si dà probabilmente è perché non lo si vuole dare, e ci sta), ma anche nella sua dimensione estensiva. Passano gli anni e immagino che aumenti la stanchezza. E anche qui c’è reciprocità: sono stanco io, capisco benissimo che possiate essere stanchi voi! Forse potrebbe aiutarci a resistere la constatazione dei progressi che pure ci sono stati. La loro comprensione, tuttavia, è offuscata da tanti elementi oggettivi, inclusa la stessa durata del percorso, il tempo, appunto. Dato per assodato l’obiettivo, che è quello di liberarci, alcuni progressi, come il fatto che persone di cui pensavate che mai vi avrebbero avuto accesso ora sono all’interno delle istituzioni, per chi non ha vissuto quella fase, ma anche per chi l’ha vissuta, può sembrare un progresso meramente personale (er senatore d’a a Lega voleva a portrona), non politico (stiamo creando classe dirigente con esperienza di legislativo e magari anche di esecutivo). Questo, ovviamente, perché se non si sa come funzionano le istituzioni (ma per spiegarvelo abbiamo fatto tanto) non si può apprezzare l’importanza di avere con sé persone che sanno come funzionano e che hanno una reputazione all’interno di esse. Eppure, i risultati si vedono, o almeno che volesse vederli potrebbe facilmente farlo. Ad esempio, fra questo e questo:


sono passati 1611 giorni, 38664 ore, che non sono state facili per voi come non lo sono state per noi, ma che hanno portato dove volevamo che si arrivasse. Lo vedete o no il progresso fra queste due posizioni? Intuite o no che dietro c’è stato tanto lavoro paziente, tanta prudenza, ma tanta tenacia, per non perdere di vista l’obiettivo, e per ricordarlo al momento giusto a chi di dovere? Ricordate, o no, quando tutti davano il nostro migliore amico per Presidente della Repubblica? Capite, o no, che quella sarebbe stata una pietra tombale sul nostro anelito di libertà? Ecco, qui si situa una particolare insidia, che mina alla radice il meccanismo di rappresentanza: l’incapacità di ragionare per scenari alternativi, assistita dalla scarsa memoria storica, che porta regolarmente a dimenticare quale fosse lo scenario
ex ante più probabile, soprattutto in chi più ha strepitato per scongiurarlo. Difficile accontentare i professionisti dello strepito! Nel momento in cui scongiuri quello per cui strepitavano, fatalmente essi dimenticano cosa fosse… D’altra parte, pericolo scampato? Non ancora. Obiettivo raggiunto? Sì. Prezzo? Altissimo, per voi, lo so. Ma le nostre divisioni erano quelle schierate a Piazza del Popolo il 28 luglio del 2021, non altre, e con quelle abbiamo fatto quanto potevamo in questa che è e resta una guerra di logoramento. In un combattimento di questo tipo la nostra unica speranza, per influire sui rapporti interni ed esterni, era aspettare che il tempo ci desse ragione. E, mi spiace dirlo, con tutta la compassione che provavo per voi, purtroppo in termini politici se eravate troppo pochi, o vi palesavate – come state facendo – in pochi, la colpa non era degli altri, era vostra! A noi non restava altra tattica che quella del logoramento, l’alternativa essendo quella di diventare una meteora come un Pancho Pardi o una Sara Cunial qualsiasi! Massimo rispetto umano, ma la battaglia politica si combatte non abbandonando la posizione. Certo, questo esigeva tanta persistenza, e in tutti questi anni, dal 2011 a oggi, è nella vostra presenza, nella vostra vicinanza che ho trovato la forza e la motivazione di continuare a combattere, anche nei momenti più bui – che non sono stati quelli della mia vita parlamentare. Ve ne ringrazio. Di converso, immagino che anche voi abbiate trovato forza e motivazione nella mia presenza, che ora non potete più avere, perché se al momento buono vorrete contare su qualcuno che sappia come comportarsi e a chi rivolgersi, dovete dargli il tempo di fare l’uomo macchina, di entrare negli ingranaggi, possibilmente senza restarne schiacciato, e il tempo richiesto è tanto, tantissimo, e così per voi ne resta poco, pochissimo. Soffro nel non poter sempre ricambiare, restituendovi la motivazione che avete dato a me. Il dibattito fra noi si sfilaccia e si degrada, lo si vede dalla qualità dei commenti, che è direttamente proporzionale al tempo che vi dedico. Ma la soglia di tempo necessaria per attivare un dibattito che sia fruttuoso, che aiuti voi a capire, che mi arricchisca con le vostre segnalazioni, è sempre più inattingibile. In questo preciso momento dovrei fare altro, purtroppo. Recupererò domattina. Ma più di una vita non riesco a vivere, e forse questa esperienza, che tanto mi ha dato e nella quale ho cercato di darvi il massimo, è anche giusto che giunga, come sta fatalmente e fisiologicamente giungendo, a un termine. Da questa esperienza esco trasformato in un modo che mai avrei potuto sospettare: per il fatto di essermi così a lungo confrontato con voi, di aver dovuto gestire le vostre paure e le vostre rabbie, di essere stato partecipe delle vostre gioie, dei vostri dolori, delle vostre vicende familiari (dei vostri matrimoni, dei vostri battesimi,…), ne esco trasformato in animale sociale. Ma ora la comunità che riesco a seguire, cui riesco a dedicarmi, cui è giusto che mi dedichi, perché è mio dovere istituzionale, con cui mi sento più in contatto, e in un contatto più vero, progressivamente non siete voi, ma sono i miei elettori, i miei sindaci, i giovani del mio partito. Persone che spesso ignorano chi io sia – c’è anche qualcuno che guarda la televisione meno di me, vivaddio! – persone con cui ho condiviso infinitamente meno di quanto ho condiviso qui con voi, ma anche persone per cui posso fare qualcosa, qualcosa di concreto, nel mio nuovo ruolo, e farlo in tempi umani, e alle quali, in mancanza, spesso, di una comune visione ideologica, mi lega qualcosa di meno identitario ma più forte: la comune appartenenza all’umanità. Forse, è un’ipotesi, in questa fase della mia vita mi appaga di più bermi un bicchiere di vino con un pastore o un operaio che di me non sa niente (non sa chi sono, che lavoro faccio, e se lo sapesse non saprebbe in che cosa consista…) che estenuarmi per tenere unita, per alimentare una fiammella di speranza in voi, che invece, a sentirvi, sapete tutto, di me e del mondo, e venite a spiegarmelo. Non vi offendete, vero, se però a me interessa più quello che non so (ad esempio, quando e come si seminano le patate in montagna) di quello che già so e accanitamente tornate a insegnarmi (o anche di quello che mi accanisco a spiegarvi e risolutamente non volete comprendere)! Non posso affermarlo con certezza, ma ho qualche dubbio sul fatto che chi ha firmato la Pace di Vestfalia abbia anche dichiarato la Guerra dei Trent’anni (lo svedese senz’altro no, aveva sette anni quando è iniziata!). Forse una conseguenza talmente ovvia da sfuggire all’attenzione delle guerre lunghe è che difficilmente chi le dichiara può vederne la fine. Anche questo, che vale per voi come per me, è un dato da tenere in considerazione. Insomma, anche per l’energia politica c’è un problema di programmabilità – o, se volete, di intermittenza – e di costi! Certo, a fronte di risposte così scarse, non credo sia più ergonomico per me né di qualche beneficio per voi che io mi sbatta tanto per escogitare eventi di qualità, per portare avanti una battaglia culturale. L’esperimento che mi tentava, perché abbiamo visto che funziona, era quello di mostrare a una certa classe dirigente che cosa interessa “ar popolo”, e quello di mostrare “ar popolo” che cosa sa la classe dirigente. In autunno era riuscito, sono certo che la strada sarebbe utile e feconda, ma se non volete percorrerla io non voglio costringervi. Ai miei amici, a quelli con cui condivido il cruccio per il nostro Paese conculcato, né più né meno di sempre, da potenze fisiologicamente ostili, dico sempre che non possiamo rimproverarci di non aver avuto successo dove Keynes aveva fallito! “Le conseguenze economiche di Mr. Churchill” restano la migliore descrizione della nostra situazione, ma non servirono, appunto, a evitare le conseguenze economiche di Mr. Churchill, così come non sono servite, oggi, ad aprire tante menti. Capisco quindi il vostro disamoramento e non vi chiedo di forzare la vostra natura. Almeno questo, a sessantadue anni, cioè quando sono stato costretto, l’ho capito: la natura va assecondata. D’altra parte, però, se riunirvi come community non vi interessa più, se a/simmetrie o questo blog non riescono più a motivarvi e a coinvolgervi, non posso che conformarmi a quel principio di realtà cui auspico che si conformino i miei avversari politici! Ne prenderò atto, e mi risparmierò tanto lavoro inutile. Volevo riscrivere ad Ashoka Mody per il Goofy13, ma prima volevo sentire il segretario della Farnesina per sapere la data del G20 dello sviluppo (che si terrà a Pescara), ecc. Dietro ogni evento c’è lavoro, e quel lavoro non si vede. Organizzare cose per un po’ mi è piaciuto. Ma se non c’è risposta, posso fare altro: ricominciare a suonare, ricominciare a leggere, fare una passeggiata… Mi tocca perfino organizzare gli eventi che organizzate voi! Non più tardi di un paio d’ore fa Claudio mi ha detto di non sapere nulla di uno dei nostri prossimi incontri, forse perché quello di voi che mi aveva coinvolto mi vedeva più come suo segretario che come relatore! Succede anche questo, e succedono tante altre cose: possiamo anche prenderci un sabbatico. Succede anche che è tardi, e me ne vado a dormire. Questo post, per la parte in tondo, stampatelo: è il nuovo “I salvataggi che non ci salveranno”. Potremmo chiamarlo “L’energia pulita che ci inquinerà”. Tenetelo da parte, perché non ce ne saranno più molti. Lavorerò perché il midterm abbia la qualità di sempre, e poi passerò ad altro, come state facendo voi…)

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“Chi di sussidio ferisce, di sussidio perisce” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Un altro problema della sinistra (i salari)

I commenti sotto al post precedente rivelano un esilarante eccesso di beatitudine in questa eletta schiera di happy few: vedo molto “tu fai trionfalismo perché sei un politico de #aaaaalega e quindi siccome sei #aaaaacasta nun te ne frega ggnente che li salari nun aumenteno e ssi li salari nun aumenteno è normale che o’ccupazzione cresce…”, ecc.

Ora, se, come ricorda Céline, pour que dans le cerveau d’un couillon, la pensée fasse un tour, il faut qu’il lui arrive beaucoup de choses et de bien cruelles, la mia umanità profondamente vissuta e sofferta dovrebbe spingermi ad augurarvi di non capire mai perché una simile reazione è fuori luogo. D’altra parte, i tours della vostra pensée (se c’è) non dipendono né da me né da voi, ma dalla logica dei fatti, ed è da quando sono qui che ogni giorno sfido la prima legge della termodidattica:

nel generoso, ma spesso vano, sforzo di farvi capire le cose prima che siano i fatti a farvele capire.

Mi rendo conto che per gli ultimi (ma anche per molti fra i primi) arrivati questo oggettivamente non sia più il blog di un economista “controcorrente” (cioè allineato alla letteratura scientifica e non al liquame fognario che popola i nostri studi televisivi e la nostra saggistica), ma il blog di un “politico” (sarebbe: di un parlamentare, per la precisione, ma la categoria di #aaaaabolidiga ha fritto l’encefalo un po’ a tutti, è tardi e non voglio entrare in infinite precisazioni). Aggiungo che è oggettivamente difficile realizzare che mentre questo blog è rimasto fermo, il mondo gli è girato intorno, per cui le critiche che ora faccio da #aaaaabolidigo di destra sono e restano quelle che facevo da economista di sinistra, per il semplice motivo che i problemi sono gli stessi e le soluzioni sarebbero le stesse. Il riflesso pavloviano di chi arriva qui pensando di essere di sinistra, o che io sia di destra, posso immaginarmelo. Tuttavia, vi assicuro, nonostante che io abbia e voglia continuare ad avere un buon rapporto verso chi ha avuto parole cortesi per me, che la mia intenzione di mantenere buoni rapporti non potrebbe mai tradursi in “trionfalismo” (mah…)! A me non interessa il vostro consenso (non mi interessava quando eravate lettori, tantomeno ora che siete elettori: liberi voi di crederlo o meno…), come non mi interessa fare propaganda qui, nel blog che non c’è. Se dico che l’incremento del tasso di occupazione è una (positiva) anomalia statistica lo dico per il semplice fatto che esso lo è. Non faccio del trionfalismo perché io non so da oggi che laggente stanno male: lo so dal 2011, quando ho cominciato a sgolarmi perché a sinistra qualcuno capisse questo:

Quindi, come dire, esprimetevi, sentitevi liberi, qui siamo in un gigantesco e diffuso confessionale laico, dove voi, protetti non da una grata, ma dall’anonimato digitale, potete aprirvi, e quindi apritevi e chiaritemi: cosa diamine pensate di poter insegnare sulla deflazione salariale a uno che ve l’ha descritta tredici anni fa?

Il discorso, tuttavia, non si esaurisce qui, naturalmente, come sa chi il percorso l’ha fatto. E allora, se volete inveire contro er #aaaaabolidigo accomodatevi pure. Se invece volete capire che cosa sta succedendo, cominciate dal

Glossario

Retribuzione lorda: salari, stipendi e competenze accessorie, in denaro e in natura, al lordo delle trattenute erariali e previdenziali, corrisposti ai lavoratori dipendenti direttamente e con carattere di periodicità, secondo quanto stabilito dai contratti, dagli accordi aziendali e dalle norme di legge in vigore.

Occupati: vedi il post precedente.

Retribuzione lorda pro capite: retribuzione lorda divisa per il numero di occupati dipendenti.

Deflatore dei consumi: rapporto tra consumi nominali, cioè espressi ai prezzi correnti, e consumi reali, cioè espressi ai prezzi di un anno assunto come base.

Retribuzione lorda pro capite in termini reali (“potere d’acquisto dei salari”): rapporto fra retribuzione lorda pro capite e deflatore dei consumi.

Nota: si potrebbe anche usare un diverso indice dei prezzi al consumo (e magari se interessa vi faccio vedere che cosa cambia), ma preferisco usare queste definizioni di contabilità nazionale perché così, se interessa, possiamo tornare indietro fino al 1970 con dati più o meno coerenti in termini statistici.

I fatti

Indubbiamente gli ultimi anni hanno visto un tracollo del potere d’acquisto, ma:

1) non è la prima volta che succede;

2) in almeno un’altra occasione precedente questo tracollo è stato accompagnato da una diminuzione, non da un aumento del tasso di occupazione;

3) gli ultimi trimestri (quelli del Governo attuale) hanno visto un’inversione di tendenza.

Aggiungo subito che siamo molto lontani dall’aver recuperato il livello dell’ultimo tracollo (quindi ancor più lontani dall’aver recuperato il penultimo) e che la strada sarà lunga e dolorosa, ma passa per la crescita, non per il salario massimo (quello che gli altri chiamano “minimo” perché non sanno come funziona il mercato del lavoro) né per il reddito della gleba.

E ora vediamo i dati.

Il monte salari (retribuzioni lorde totali) in termini nominali (a prezzi correnti) è qui:

Credo vediate bene in quali occasioni (tre) le retribuzioni complessivamente erogate sono scese e di quanto, e che sappiate tutti intuirne il perché (crisi Lehman, austerità, pandemia, con la diminuzione più prolungata causata dall’austerità e la diminuzione più visibile causata dalla pandemia.

Vedete anche che dopo la pandemia, alla fine (cioè a destra) del grafico la crescita dei salari nominali è particolarmente rapida, ma… in quel periodo era molto rapida anche l’inflazione! Se dividiamo per gli occupati dipendenti e poi ancora per il deflatore dei consumi (vedete sopra il glossario) otteniamo questo profilo delle retribuzioni pro capite in termini reali:

e qui è ben evidente che l’austerità aveva riportato le retribuzioni lorde in termini reali di fine 2012 al livello di quelle di inizio 1996, con un tracollo di circa 411 euro pro capite a trimestre (137 euro pro capite al mese), mentre l’inflazione post-pandemia (quella di cui parlavamo qui, se ricordate…), ha falcidiato ben 449 euro pro capite a trimestre (circa 150 euro al mese), fra il terzo trimestre del 2021 e il primo del 2023, portandoci ancora più indietro nel tempo. Dal primo trimestre 2023, cioè dall’entrata in vigore della prima legge di bilancio di questo governo, la situazione sta migliorando, sempre troppo lentamente (il recupero, in quattro trimestri, è stato di 72 euro al trimestre), ma meno lentamente dell’ultima volta (il recupero nei quattro trimestri successivi all’ultimo tracollo era stato di 6 euro pro capite a trimestre (cioè due euro pro capite al mese) nel periodo dal terzo trimestre 2013 al terzo trimestre 2014. Per un recupero percettibile bisogna aspettare gli effetti del “bonus Renzi”, introdotto nel secondo trimestre del 2014.

Però…

Non avevate detto che il tasso di occupazione aumenta perché i salari sono diminuiti?

E allora come me lo spiegate questo?

I salari reali, il potere d’acquisto trasferito alle famiglie, sono diminuiti quasi altrettanto con l’austerità, ma allora il tasso di occupazione era anche lui in caduta libera. La correlazione fra tasso di occupazione e livello salariale è stata praticamente sempre positiva: al crescere dell’occupazione cresceva il livello salariale. Fra il 1996 e il 2021 la correlazione è di 0.34. Non è un risultato così strano: se al crescere della disoccupazione i salari diminuiscono, è normale che al crescere dell’occupazione i salari aumentino! Fra il 2022 e il 2023, invece, la correlazione diventa fortemente negativa: -0.66. Questa anomalia in realtà si concentra nel periodo di discesa del salario reale, fra il terzo trimestre 2021 e il quarto 2022 (correlazione: -0.77). Dall’inizio del 2023 la correlazione ridiventa positiva, cioè le retribuzioni ricominciano a obbedire alla legge della domanda e dell’offerta (correlazione: 0.89).

Perché al tempo dell’austerità il calo dell’occupazione (aumento della disoccupazione) portava con sé un calo dei salari (come in effetti dovrebbe essere), mentre al tempo della crisi energetica un uguale calo dei salari è stato associato a un aumento dell’occupazione (diminuzione della disoccupazione)? Perché al tempo della crisi energetica la curva di Phillips non ha funzionato? Un pezzo di questa spiegazione va cercato, probabilmente, nel fatto che al tempo dell’austerità quella che si muoveva era la curva di domanda aggregata, mentre al tempo della crisi energetica si è mossa senz’altro la curva di offerta di breve periodo. Il modello standard, però, quello che vi spiegai qui, non dà pienamente conto di questa dinamica, perché in quel modello una fiammata di inflazione fa diminuire, non aumentare, il Pil e l’occupazione. In termini tecnici la spiegazione va cercata probabilmente tenendo conto della dinamica degli scambi commerciali, ma insomma ora sono veramente cotto e non voglio rivoluzionare la scienza economica (accetto vostre proposte).

A me per ora basta aver portato a casa due punti:

1) se dico che una cosa è anomala, che non si è mai verificata, lo dico a ragion veduta, e infatti un aumento del tasso di occupazione in presenza di un crollo delle retribuzioni reali come quello visto fra 2021 e 2022 prima non si era mai visto;

2) se dico che la sinistra ha un problema, la sinistra ce l’ha, perché una ripresa delle retribuzioni, per quanto insufficiente, rapida come quella verificatasi sotto il Governo di destra sotto la sinistra non si era mai vista.

E questa non è propaganda: è un fatto, e non sto dicendo che il merito sia del Governo: sto dicendo che è così.

Accetto vostre interpretazioni, ma basate sui fatti, non sulla vostra presunzione che chi vi parla voglia convincervi di qualcosa: il mondo in cui vivo è già sufficientemente complesso perché io voglia aggiungervi questo ulteriore livello di complessità…

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“Un altro problema della sinistra (i salari)” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

ll problema della sinistra

 (…uno dei tanti, forse neanche il più importante da quando ha smesso di occuparsi di certe cose. Cominciamo con un breve:)

Glossario

Disoccupati (o “in cerca di occupazione”): Le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana a cui le informazioni sono riferite e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive; oppure inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana a cui le informazioni sono riferite e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.

Forze di lavoro: Persone di 15 anni e più, occupate e disoccupate.

Inattivi: Persone che non fanno parte delle forze di lavoro, cioè quelle non classificate come occupate o in cerca di occupazione (disoccupate). Rientrano nella categoria coloro che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane e non sono disponibili a lavorare entro due settimane dall’intervista (cioè, in buona sostanza, gli scoraggiati), chi non è disponibile a iniziare un lavoro nelle due settimane successive, e altre frattaglie.

Occupati: Persone tra 15 e 89 anni che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro a fini di retribuzione o di profitto, compresi i coadiuvanti familiari non retribuiti (ci rientra anche chi è in malattia, in congedo parentale, in assenza per periodo inferiore a tre mesi e altre frattaglie).

Tasso di disoccupazione: Rapporto percentuale tra i disoccupati in una determinata classe d’età (in genere 15 anni e più) e l’insieme di occupati e disoccupati (forze di lavoro) della stessa classe d’età.

Tasso di inattività: Rapporto percentuale tra le persone non appartenenti alle forze di lavoro (inattivi) in una determinata classe di età (in genere 15-64 anni) e la corrispondente popolazione residente totale della stessa classe d’età.

Tasso di occupazione: Rapporto percentuale tra gli occupati di una determinata classe d’età (in genere 15-64 anni) e la popolazione residente totale della stessa classe d’età.

(fonte: ISTAT).

Esempio

(…così sappiamo di che cosa stiamo parlando…)

La situazione

Oggi sono usciti gli ultimi dati e la situazione è questa:

occupati sempre più su,

disoccupazione sempre più giù.

La relazione allegata al comunicato stampa rappresenta graficamente solo gli ultimi cinque anni, ma il comunicato rinvia a un foglio Excel con gli ultimi venti anni, quindi si riesce a capire un po’ meglio com’è andata:

l’occupazione ha sofferto della crisi finanziaria globale (e al governo c’era la destra) e poi dell’austerità (e al governo c’era la sinistra). Oggi è oltre il massimo storico.

La disoccupazione aveva ovviamente risentito della crisi globale, ma è stata portata in doppia cifra dall’austerità per i motivi mille volte ripetuti (necessità di comprimere i livelli salariali al fine di recuperare competitività di prezzo rispetto ai partner commerciali europei) ed è comunque ora vicina ai minimi storici, pur non avendoli raggiunti, come abbiamo ricordato qui.

I posti di lavoro creati sono per lo più a tempo indeterminato, quindi non precari, come si vede qui:

Attenzione: gli occupati permanenti (a tempo indeterminato) sono misurati sulla scala di destra (che va da 11 a 18 milioni), e quindi il grafico non vi dice che ci sono tanti lavoratori permanenti quanti indipendenti (cioè tanti dipendenti a tempo indeterminato quanti autonomi), perché i primi vanno per i 16 milioni (scala di destra) e i secondi per i 5 (scala di sinistra). La scala di destra però è solo slittata e non compressa (quella di sinistra va da zero a sette milioni e 7-0 = 18-11 = 7), il che significa che le variazioni delle serie sono confrontabili. I contratti a tempo indeterminato stanno aumentando rapidamente, quelli a tempo determinato diminuendo lentamente, gli autonomi sono stati falcidiati dalla crisi pandemica ma ora sono stabili o in impercettibile ripresa.

Ovviamente non va tutto bene. Ad esempio, la disoccupazione femminile, purtroppo, resta sempre più alta di quella maschile. Lo scarto fra le due, però, che era di cinque punti nel 2004, ora è a due punti, livello al quale si è attestato fra 2016 e 2017.

La disoccupazione giovanile resta un serio problema, ed è anche quella su cui ha “morso” proporzionalmente molto di più l’austerità. Va notato però che anche il ritorno ai livelli pre-crisi (nel senso di crises) è più rapido che per le altre classi di età.

Ma il dato più outstanding, proprio nel senso che “sta fuori” dal range dei valori storici, è quello del tasso di occupazione, proprio lui, proprio quello che fin dall’inizio di questo blog gli espertoni citavano (non senza buoni motivi) quale indicatore più significativo rispetto al tasso di disoccupazione. I dati sono questi:

e qui si nota un progresso strutturale del dato riferito alla popolazione femminile:

che è sì più basso della media, ma è significativamente aumentato dal 45% a circa il 53%, mentre quello maschile è semplicemente tornato al 70% dove era all’inizio del periodo.

Per chiarire che non abbiamo a che fare con un dato in qualche modo transitorio, possiamo utilizzare le serie trimestrali, che ci riportano ai favolosi anni ’70:

Le serie sono due: quella ricostruita dall’ISTAT indietro fino al 1977, e quella attuale, calcolata con nuovi criteri che però, come vedete, non differisce sostanzialmente nel livello, e tantomeno nell’andamento, da quella storica. Vedete quindi che il tasso di occupazione non solo non è mai mai mai stato così alto in Italia (quindi si stava peggio quando si stava meglio…), ma anche che non è mai mai mai cresciuto così in fretta!

E questo, quand’anche non fosse un merito di chi è ora al governo, è oggettivamente un bel problema per la sinistra.

Spiaze.

Ma solo per lei…

(…dichiaro aperta la discussione generale…)

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“ll problema della sinistra” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Creazione di moneta ed eutanasia del contribuente

Contravvenendo ai miei saggi propositi, anche questa mattina, al risveglio, mi sono affacciato alla cloaca nera, imbattendomi in questa peerla:

Il più autorevole economista monetario europeo, nel senso di: studioso dell’unione monetaria europea (con tanto di manuale di riferimento giunto alla quattordicesima edizione), dice una cosa che capisco (ma non condivido del tutto), e una che non capisco (ma, come vedrete, il limite è certamente mio).

La cosa che capisco è quella che dice per prima: quando i tassi di interesse salgono, normalmente le banche incorrono in perdite, perché le loro passività (cioè i nostri depositi) sono a breve, mentre le loro attività (cioè i nostri mutui) sono a lungo. In astratto, quindi, al crescere dei tassi praticati dalla Banca centrale dovrebbe corrispondere una crescita dei tassi sui depositi (che significa maggior esborso di interessi per le banche), mentre i tassi sui mutui, essendo stipulati in contratti a lungo termine, dovrebbero adattarsi più lentamente (che significa uguale incasso di interessi per le banche), con danni per il loro conto economico.

La lista di elementi che questo ponzoso (il giavazzometro esplode!) ragionamento trascura è breve ma significativa.

Intanto, si trascura che i mutui, oggi come ieri, vengono proposti prevalentemente a tasso variabile, che è il motivo per cui qui qualcuno mi ringrazia per avergli detto prima di altri che l’inflazione avrebbe morso, e con lei i tassi: mi ringrazia perché combattendo una dura battaglia col proprio istituto è riuscito a farsi dare un tasso fisso, che all’epoca era più costoso, e pressoché subito dopo ha cominciato a fargli risparmiare un sacco di soldi. Ma questo lo hanno fatto gli happy few: i piddini, quorum nomen est legio, hanno ovviamente fatto tasso variabile, e quindi il ragionamento del ponzoso ponzatore non tiene tantissimo: per verificarlo, basta guardare i dati (cosa che i ponzosi ponzatori non fanno, noi sì):

In Banca d’Italia ragionano un po’ a modo loro, questo ormai lo sappiamo, quindi la tavola (che è qui) va letta come fosse arabo: da destra (2020) verso sinistra (2022): nel 2020 gli interessi attivi (quelli percepiti sui mutui) erano 42 miliardi, nel 2022 dieci miliardi in più (effetto del tasso variabile), mentre gli interessi passivi (quelli pagati sui depositi), che nel 2020 erano 11 miliardi, nel 2022 erano 14 miliardi (solo tre miliardi in più).

Le cose quindi sono andate un po’ al contrario di come il ponzoso ponzatore ponzava, e se vi ho spiegato come mai sono andate così dal lato degli interessi attivi (i mutui sono prevalentemente a tasso variabile), non devo spiegarvi perché sono andate così dal lato degli interessi passivi, cioè di quelli che percepiamo sui nostri depositi! Il motivo è semplice: il mercato bancario non è concorrenziale. Da un lato siamo tutti obbligati a detenere un deposito bancario, a pena di morte civile. Dall’altro, però, ormai in Italia le banche significative si contano sulle dita di una mano e fanno evidentemente cartello: la saggia regola del “cane non morde cane” impedisce che si facciano politiche commerciali “aggressive” (innalzando il tasso di interesse) per sottrarsi clientela offrendole un tasso più alto, considerando che poi, finita la manna dei tassi di interessi (attivi) alti, il correntista ridiventerebbe, per la banca, quello che a Roma si dice “un accollo”, cioè un peso, una perdita, una zavorra!

Ma non c’era un Commisariu alla Concorrenzu?

Ma certo che c’era: la signora Vestager, condannata in primo e secondo grado dai tribunali dell’Unione per aver attivato con una decisione che ora tutti possono tranquillamente definire illecita (noi lo avevamo fatto anche ex ante), quella sulla banca Tercas, la catena di eventi che portò alla tragedia delle quattro cosiddette “popolari” (solo una lo era), la vendita delle due venete, ecc. Ma chissà se i GenZ o i punturini, chissà se le varie neoplasie del Dibattito, si ricordano, nel loro delirio livoroso e autocentrato, di questi fatti non irrilevanti? Verosimilmente no. Viceversa, chi invece c’era, e ci stava con la testa, avrà capito che la “concorrenza” per l’UE è solo la continuazione di una politica di aggressione al nostro sistema economico con altri mezzi: cioè con la complicità del PD. PD che, non a caso, è l’espressione e il braccio secolare di quegli interessi che da sempre in Italia fomentano il conflitto intergenerazionale diffondendo la balla del futuro negato ai giovani dalla prodigalità dei padri (mentre gli è stato negato dalla innecessaria austerità del PD).

Ora, se non c’è concorrenza (fatto salvo il caso in cui invocarla a razzo serve a metterci in difficoltà), c’è cartello, e per questo motivo i rendimenti dei depositi sono rimasti al palo e il margine di interesse (percepito dal sistema bancario) è aumentato di circa sei miliardi.

Sinceramente, i 140 miliardi che la Banca centrale avrebbe trasferito al sistema bancario secondo De Grauwe non so che cosa siano né come entrino in questo ragionamento. Vuole forse dire che le banche hanno potuto tenere bassi i tassi passivi, quelli che pagano sulla raccolta, perché la banca centrale le ha massicciamente rifinanziate a tassi più bassi? Sarà… Comunque i tassi praticati dalla Bce sono aumentati, quelli sulle operazioni di rifinanziamento al sistema bancario sono oltre il 4% da un bel po’, mentre i tassi sui depositi sono ancora ampiamente al disotto:

e quindi non vedo (io) come il rifinanziamento della Bce, che avviene a tassi più alti, avrebbe contribuito a tenere bassi i tassi sui depositi. Ma evidentemente qui c’è qualcosa che non capisco io, o forse lo capisco: bisogna dire che #hastatolaBCE perché non si può dire che #hastatolUE.

E va bene così.

La cosa che però veramente non capisco è un’altra: cazzocentra il contribuente? L’affermazione secondo cui in questo modo (cioè rifinanziando un sistema bancario che secondo lui avrebbe dovuto essere in perdita, mentre secondo la concreta evidenza dei fatti era in profitto) la Bce avrebbe spostato le perdite dal settore bancario al contribuente sinceramente non la capisco!

I livelli di possibile lettura di questa affermazione sono due, secondo me (se ce ne sono altri, sentitevi liberi di aggiungerli).

Primo: si può immaginare che De Grauwe voglia dire che favorendo coi suoi trasferimenti il mantenimento di tassi passivi bassi la Bce avrebbe consentito l’abnorme ampiamento del margine di interesse. Sì, d’accordo: ma in questo caso avrebbe senso dire che le perdite sono state trasferite al cliente, via aumento dei tassi attivi non compensato da un aumento dei tassi passivi (strano come un profitto bancario visto dal lato del cliente somigli a una fregatura!). Ora, il cliente è anche un contribuente (quasi sempre), ma in questo ragionamento entra in quanto cliente, perché i soldi di cui si parla (quelli entrati nelle casse delle banche) non vengono dalle sue tasse. Parlare di “taxpayer” in questo caso ha tanto senso quanto ne avrebbe dire che venendo giù l’American Airlines 587 ha posto fine alla vita di 260 contribuenti.

Cazzocentra?

Secondo: visto che parla di contribuenti, mi sorge l’orrido sospetto che De Grauwe voglia suggerirci, o magari addirittura creda, che l’emissione di moneta, e in particolare dei 300 miliardi secondo lui dati dalla Bce alle banche, sia direttamente o indirettamente finanziata dal gettito fiscale. Questo sarebbe particolarmente grave, e per voi non è difficile rendervene conto.

Le parole più dirompenti pronunciate nella legislatura precedente non sono infatti queste:

(come probabilmente avranno pensato punturini e altre neoplasie), ma queste:

“Tutto qua!” I soldi della Bce non vengono dalla raccolta fiscale, sono moneta emessa dalla Banca centrale, la Banca centrale crea moneta, tutto qua!

Perché è così dirompente questo concetto, tanto eversivo da essere riportato in ogni manuale di macro? Semplicemente perché ci ricorda un dato ovvio: il bilancio dello Stato potrebbe essere finanziato con emissione di moneta. Del finanziamento con base monetaria (par. 11.3.3 del manuale di Acocella):

abbiamo parlato in lungo e in largo per oltre dieci anni (qui un post dedicato). Nessuno pretende che sia la panacea, ma oggi la communis opinio dei giornal-oni è che sia una iattura, anche se poi, al momento del bisogno, è inevitabile ricorrere ad esso in forme travisate e per ciò stesso inefficienti. Pensate al quantitative easing: per non finanziare poche decine di miliardi di investimenti pubblici con creazione di moneta, si sono riversate parecchie centinaia di miliardi di finanziamenti sul sistema bancario che li ha allocati in nome dei fatti propri, per lo più facendo carry trading o altre operazioni sostanzialmente neutrali per l’economia reale!

Chest’è!

Su questo semplice dato tecnico (la Banca centrale crea moneta) dovremmo articolare un minimo di riflessione politica. Perché punturini, ggiovani, e simili sono tossici? Perché sono egoticamente confinati in una dimensione epifenomenica della realtà: io non trovo lavoro, mio padre ce l’aveva, quindi mio padre ha rubato il lavoro a me; io vengo soggetto a un obbligo, quindi ora c’è un problema, prima tutto andava bene! La parola metodologicamente sbagliata, quella che genera uno scollamento temporale (il lavoro del padre si è svolto al tempo del padre e non era quindi, a meno di avere la DeLorean in garage, in concorrenza con quello del figlio; il problema c’era anche prima, e svegliarsi prima forse avrebbe contribuito a evitare che al Governo ci andasse chi lo aveva causato), è, naturalmente, io, che prima di essere un raglio è, come sanno le persone colte, il più lurido dei pronomi.

Tutto, incluso i problemi percepiti dagli egotisti tossici, nasce da una decisione che non è italiana, ma globale, perché riflette il rovesciamento a livello globale dei rapporti di forza fra capitale e lavoro: il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia (qui trovate tutti i post dedicati all’argomento, se suggerirei di ripassarli). L’esplosione del debito pubblico italiano è strettamente connessa a quella decisione, come sappiamo. Per chi si fosse messo in ascolto solo ora, ricordo che la decisione della Banca centrale di non intervenire a sostegno delle emissioni di titoli del debito pubblico (cioè la decisione di mettere questo finanziamento esclusivamente in mano a risparmiatori e mercati) costrinse il Tesoro a praticare tassi di interesse più alti, e in definitiva a indebitarsi per pagare gli interessi sul debito, che così raddoppiò in un decennio, andando (a spanne) dal 60% al 120% del Pil nel corso degli anni ’80. La prodigalità delle generazioni passate c’entra il giusto: queste generazioni sono anche quelle che poi avevano riportato il rapporto al 100% prima della crisi, per dire. Il dato determinante è la sconfitta del lavoro e la vittoria della rendita finanziaria: il capitale finanziario, “i mercati”, resi arbitri del destino dello Stato, contitolari (con la magistratura) della funzione di indirizzo politico, da decenni si pappano l’avanzo primario dello Stato, un avanzo che va, appunto, a remunerare l’abnorme crescita del debito determinata da quella lontana decisione.

Come vi spiegai tanto tempo fa, qui il problema non è nemmeno Leuropa. Certo, il Trattato di Maastricht ha consolidato in una norma di livello (secondo alcuni) sovracostituzionale quello che finora era un semplice gentlemen [si fa per dire] agreement o poco più, iscrivendolo in quello che alla fine è diventato il comma 1 dell’art. 123 del TFUE (prima era l’art. 101 del Trattato di Maastricht). Ma in questo senso Leuropa, come nella sua migliore tradizione, semplicemente eseguiva gli ordini, recependo nell’ordinamento eurounitario la Grundnorm, unica e totalizzante, della Terza globalizzazione: l’egemonia dei mercati sugli Stati, realizzata attribuendo ai mercati (per un supposto interesse superiore, quello della “stabilità” e della lotta alla corruzione) il ruolo di finanziatori unici degli Stati, che venivano così privati di una delle loro ragioni costitutive, quella di battere moneta. Certo, al disopra di questa decisione, come antecedente logico e politico, c’è l’affermazione di un mondo unipolare, la “sconfitta del comunismo”, che già all’inizio degli anni ’80 arrancava visibilmente. Il punto che però ai newcomers sfugge è che una cosa che loro danno per scontata, cioè che lo Stato debba rivolgersi al mercato per “avere i soldi” che “non ci sono”, tanto scontata non è: è una decisione politica ed è uno snodo determinante, lo snodo da loro non percepito da cui derivano i problemi che loro riescono a percepire!

Se il ggiovane deve fare una vita di merda è perché allora, nel 1981, non i suoi genitori, ma Ciampi e Andreatta, decisero di mettersi al vento e di far esplodere il costo del finanziamento del debito pubblico. Quindi “Ciampi e Andreatta brutti cacca pupù!”, come si legge in tanti blog di altre neoplasie (gli zerovirgolisti tutti imparaticci e distintivo)? Ma, insomma, sarei più attenuato: il fenomeno è stato globale, come di dati a voi noti mostrano:

ed è difficile valutare se sarebbe stato possibile all’epoca fare altrimenti. Il GenZino potrebbe dire: “Sì, però papà ha votato per Ciampi e Andreatta!” (per Ciampi no, ma lasciamo stare). Beh, anche questo ragionamento non tiene semplicemente perché la decisione, imposta dalla violenza dei fatti, è comunque stata presa al difuori di un circuito democratico. Certo, se la decisione fosse stata esplicita, fosse stata dibattuta in Parlamento, si sarebbe potuto fare un discorso di onestà: “Cari lavoratori, avete perso, quindi ora o tiriamo i remi in barca, o ne pagheremo le conseguenze nei lunghi anni a venire!” Sì, è ovvio che nessun politico potrebbe mai fare un discorso del genere, ma ci siamo capiti: una serie di cose che si sono dovute fare dopo si sarebbero potute fare prima (tenendo per un momento da parte l’allettante ipotesi di fare la guerra “ar monno”, tanto cara ai Rodomonti da sei preferenze…).

Resta però il fatto che se oggi il povero GenZino non ha un futuro, non è perché suo padre ha una pensione (la gestione INPS è squilibrata dal lato dell’assistenza, quindi, ad esempio, del reddito di divananza o reddito della gleba, non dal lato pensionistico, come potrete apprendere qui se non lo sapete), ma perché lo Stato ha dovuto tagliare gli investimenti pubblici per pagare quegli interessi sul debito la cui abnorme esplosione è stata concausata da una decisione che con la pensione dei genitori non ha nulla a che fare. Anzi! I GenZini sono vittime, porelli, di una decisione presa per togliere ai genitori quel poco di pensione che avrebbero potuto avere, per costringerli a rivolgersi al circuito finanziario (secondo pilastro and all that) onde assicurarsi un minimo di reddito dopo l’attività lavorativa. Il nemico dei GenZini non sono i loro genitori: è il nemico dei loro genitori, quello che ha voluto un mondo dove occorressero due stipendi (quello del genitore 1 e quello del genitore 2) per farne uno, e due pensioni (la pubblica e l’integrativa) per farne una (incidentalmente, qui vedete come una certa retorica dell’emancipazione e una certa retorica del conflitto generazionale sono entrambe funzionali al discorso del capitale finanziario: il che non significa che la realtà dell’emancipazione e del conflitto generazionale non siano positive, ma che a retoriche loro stanno messi molto meglio di noi!).

Se mai gli arriverà in testa, ai GenZini, questa cosa ci metterà molto tempo, perché abbiamo capito che per arrivarci non passerà dal meato uditivo esterno ma dal retto: dieci metri e oltre più lunghi e più dolorosi da percorrere di due centimetri e mezzo.

Spiaze tantissimo, anche perché di tempo non ne abbiamo molto, ma tant’è…

Analogamente, il punturino che ci racconta quello che sapevamo, cioè che in Svezia la gestione è stata più efficiente, magari dovrebbe porsi una domanda: non sarà mica che la Svezia è meno ricattabile?

Ma capisco che non si può chiedere agli altri uno sforzo di astrazione, di faticosa risalita della catena causale: gli altri vogliono soluzioni, possibilmente prescindendo dalla conoscenza del problema. Il problema, per come lo pongono nelle loro rivendicazioni, è quello che sento IO: e tanto basti!

Peccato che chi ragiona così sia, appunto, un pezzo del problema…

Concludo tornando al ponzante ponzatore: da De Grauwe può nascere un utile ripasso. Spero che vi sia stato utile, e vi lascio con una domanda. La Banca centrale può condizionare l’attività economica regolando direttamente o indirettamente l’offerta di moneta (cioè la concessione di credito) attraverso il tasso di interesse. Se il tasso di interesse praticato dalla Bce sale, salgono quelli praticati dalle banche per concedere credito, la domanda di mutui scende, l’economia rallenta, ecc. In questo modo si manda in recessione l’economia, che è l’unico modo che la Banca centrale abbia per controllare l’inflazione, visto che essa non dipende dalla moneta ma dalla domanda (altra ammissione epocale passata inosservata ai più).

Bene.

Questo però presuppone che di moneta, e di annesso circuito del credito, ce ne sia una: credo in unum eurum (ma anche in unam liram: per quello che voglio dirvi non cambierebbe molto).

Bene.

Tuttavia la transizione digitale porta con sé una transizione monetaria, che ha generato, via Fintech e altre innovazioni, un florilegio di varie monete, e quindi di ulteriori canali di raccolta ed erogazione del credito. Che impatto ha l’esistenza di queste alternative sulla capacità della Banca centrale di condizionare l’attività economica, di mandarla in recessione quando occorre, cioè, in termini più asettici, sul “meccanismo di trasmissione” della politica monetaria?

Su questa domanda che, mi rendo conto, sembra molto “tecnica” (dormite tranquilli!) ci confronteremo al #midterm.

Per tutti gli altri, ovviamente, ci sono i mutui a tasso variabile…

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“Creazione di moneta ed eutanasia del contribuente” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Unione o transizione? La radice del fallimento europeo.

Dieci anni fa tentammo per la prima volta l’esperimento del #midterm, e ci radunammo a Roma per parlare di Un’Europa senza euro. Dieci anni, e due elezioni europee, dopo, ci ritroveremo a Roma il 13 aprile prossimo per parlare di Un’Europa senza Euro 6.

I tempi cambiano, ma, come vedrete, non cambiano i temi. Semplicemente, la loro lista si allunga perché ad essa si aggiungono ulteriori declinazioni di un tema, quello della transizione, che è il tema fondante e cruciale del progetto europeo.

Su questo vorrei condividere qualche riflessione con voi, anche per raccogliere vostri stimoli e suggerimenti.

Giandomenico Maione, che abbiamo avuto ospite nove anni fa,  nel suo libro del 2014, Rethinking the Union of Europe post crisis, fa un’osservazione determinante, che deve essere compresa bene, nelle sue implicazioni, se si vuole capire in che razza di vicolo cieco ci siamo cacciati. Osserva Maione che la costruzione europea si caratterizza, più esattamente che i Trattati la caratterizzano, come un processo di transizione perenne verso una “unione sempre più stretta” (ever closer union, art. 1 secondo comma del Trattato sull’Unione Europea). Non è però chiaro quando questa unione potrà essere considerata abbastanza stretta da sancire il compimento di questo processo, di questa transizione, né, correlativamente, che forma dovrebbe prendere un’unione per essere considerata abbastanza stretta.

Basta un collier o occorre proprio una garrota?

Questo essere un processo di eterno avvicinamento asintotico ad un asintoto che non c’è, o non si vede, è un elemento particolarmente tossico per la conduzione di un ordinato dibattito democratico sulla costruzione europea. L’inesistenza di un chiaro obiettivo, che, se ci fosse, andrebbe iscritto nella Costituzione che non c’è (quella europea), genera vari livelli di problemi di delega e in particolare di moral hazard, quella forma di comportamento opportunistico del delegato (il politico) che sorge, appunto, quando il delegante (l’elettore) è nell’impossibilità di accertare la negligenza, o addirittura il dolo, del delegato nel definire il suo compito. Se questo compito è indefinito, è definito come una transizione, non come un obiettivo, accertare l’impegno di chi dovrebbe realizzarlo, accertare se e quanto si sia avvicinato al risultato, diventa intrinsecamente impossibile.

Il problema è duplice. Da un lato, evidentemente, il non sapere verso dove, verso cosa, si stia andando, rende impossibile giudicare se ci si stia andando. Di conseguenza, la concettualizzazione del progetto come eterna transizione rende logicamente impossibile valutare la qualità della leadership europea, e quindi la deresponsabilizza. Qualsiasi cosa essa faccia è sottratta alla critica, pour la simple et bonne raison che se si ignora l’obiettivo se ne ignorano distanza e direzione, e quindi resta impossibile valutare se chi è in quel momento al governo abbia compiuto passi nella direzione di guida e con la giusta velocità. Si aggiunga che questa radicale indeterminatezza apre alla possibilità  che la definizione dell’obiettivo finale sia dettata da umori estemporanei, come quelli determinati dallo stato di eccezione implicitamente causato da eventi eccezionali (non a caso, secondo Jean Monnet, l’Unione Europea sarebbe stata “la somma delle soluzioni trovate alle crisi”: perché queste soluzioni, dettate dalla violenza dei fatti, avrebbero imposto la concretezza di un obiettivo definito: risolvere, appunto, la crisi. Inutile dire, e lo si sta vedendo ora col PNRR, che una panoplia di strumenti creati in condizioni di emergenza non necessariamente costituisce l’ossatura di una Costituzione in grado di assicurare i necessari pesi e contrappesi in condizioni di normalità). L’obiettivo volta a volta perseguito, o presentato come perseguendo, poi, è anche alla mercé di rapporti di forze altrettanto estemporanei e transitori fra i singoli Stati membri, rapporti soggetti all’alea dei singoli processi politici nazionali.

Si trova forse scritto da qualche parte che l’obiettivo sia l’elezione diretta del Presidente degli Stati Uniti d’Europa? No. Però se ne sente parlare come di un obiettivo legittimo, lo si dà per assodato e pacifico, ignorando che un simile obiettivo non è stato né sottoposto a un vaglio democratico né, quindi, tantomeno iscritto in un Grundgesetz condiviso.

D’altra parte, il fatto che non si sappia e non si voglia, in fondo, sapere, che cosa l’Unione Europea debba essere, il fatto che non si sappia a che cosa debba condurre questa transizione, rende non solo impossibile valutare se ci si stia avvicinando all’obiettivo finale (e su questo ci siamo intrattenuti fin qui), ma anche se questo obiettivo sia sensato. Se non sai dove stai andando, ovviamente non puoi sapere se ci vuoi andare. Nel dibattito hanno corso solo le valutazioni implicite e scombiccherate di natura comparativa, riferite a esperienze federali sul cui successo ci si potrebbe interrogare da diversi punti di vista (come più volte ricordato, nella creazione degli Stati Uniti d’Europa a noi sarebbe riservata la sorte non brillante dei nativi) e il cui percorso storico è comunque stato totalmente diverso dal nostro, procedendo, per lo più, da una operazione di tabula rasa delle popolazioni o comunque delle culture autoctone che qui in Europa non c’è stata, nemmeno con tutto il male che ci siamo inflitti, e difficilmente ci potrebbe essere. Questa indeterminatezza del punto di arrivo apre allo sgradevole fenomeno per cui, nel momento in cui i cittadini si accorgono che le cose non stanno funzionando come promesso, che la transizione verso una Unione sempre più stretta non sta “deliverando”, come dicono quelli bravi, basta dirgli che se il processo non funziona è solo perché non è ancora compiuto, cioè che ci vuole più Europa. Naturalmente ciò che rende possibile argomentare impunemente il progetto non sia ancora compiuto è il semplice motivo che nessuno sa quale dovrebbe esserne il compimento! In altre parole, la natura di eterna transizione verso l’ignoto del progetto europeo è esattamente ciò che fornisce un fondamento logico all’argomento che altrimenti apparirebbe fallace, ma che tante volte sentiamo ripetere con apoditticamente: quello che attribuisce i fallimenti dell’Europa al fatto che ce ne vorrebbe di più!

Incidentalmente, questo schema logico, lo schema del “ci vuole più”, nato e messo in campo nel dibattito sull’Unione europea, è poi stato applicato anche ad altre situazioni di transizione verso l’ignoto. Pensate ad esempio alla gestione della pandemia! Quando era assolutamente acclarato che un certo approccio terapeutico non aveva le proprietà che gli erano state date attribuite, cioè quelle di immunizzare e sterilizzare i pazienti (nel senso di: renderli incapaci di contagio), la risposta, come ricorderete, è stata che ce ne voleva di più (“ci vogliono più dosi” era la declinazione sanitaria del “ci vuole più Europa”).

Essendo l’Unione Europea ontologicamente una transizione, non stupisce che la transizione sia la cifra della sua azione politica. Nei fatti, quello che l’Europa ci propone oggi è un florilegio di transizioni: la transizione ecologica (o ambientale, o energetica, che si voglia); la transizione digitale; il sostegno a una serie di altre transizioni di cui l’Unione si fa paladina, nella dimensione che ha assunto di stato etico, e che riguardano la sfera più intima di ogni singolo individuo. L’importante è il processo, la fluidità, e non il punto di arrivo, l’identità. Questo, se ci pensate, è il motivo per cui identità e democrazia sono logicamente connesse. Naturalmente un pezzo di questa storia è che è il processo, e non il punto di arrivo, a giustificare l’esistenza di un clero sterminato e opaco di burocrati, il cui compito è appunto quello di farci transitare, di farci transumare. Sono loro i Pastori di questa eterna e indefinita transumanza, e come tutti i Pastori essi rivendicano un ruolo di guida e pretendono un rispetto sacrale.

Restano da mettere a fuoco alcune visibili asimmetrie, o incoerenze che dir si voglia.

Ad esempio, perché per ogni singola transizione al dettaglio (ecologica, ambientale…) la governance europea ci propone obiettivi quantitativi e tempi specifici, veri e propri benchmark in base ai quali si riserva il diritto di dichiarare il successo o l’insuccesso dei suoi singoli Stati, mentre per la sua propria transizione, quella verso unione sempre più stretta, l’Unione Europea non si propone né un obiettivo definito né dei tempi precisi, sottraendosi quindi alla possibilità di vaglio democratico degli elettori? I politici, e i burocrati, europei non possono sbagliare, non sono accountable, non tanto perché sono loro a fissare a se stessi l’asticella, quanto perché questa asticella è evanescente, non c’è! Sì, certo, Ursula, che sia stata o meno corrotta dai cinesi, con il “grande balzo green” ci ha mandato a sbattere, esattamente come 65 anni fa il compagno Mao mandò a sbattere la Cina, e questo lo pagherà, gli elettori avranno voce in capitolo. Un errore simile, però, alla fine è meno disastroso del non sapere dove si stia andando e in quanto ci si debba arrivare. Alla fine, aldilà di tutti i fronzoli e gli accidenti o incidenti di percorso (come quelli che hanno colto impreparati i poveri punturini, ma non che, come noi, li aveva visti arrivare), al di là quindi di epifenomeni come la censura, il controllo manu militari dei social, lo sforzo profuso per condizionare l’opinione pubblica, ecc., più di tutto questo (che è comunque “tanta roba”), la natura antidemocratica, anzi direi ademocratica del progetto europeo risiede in questo: nel suo essere un processo ontologicamente refrattario alla valutazione da parte di un qualsiasi circuito democratico per il semplice fatto di essere un processo verso l’ignoto, verso un obiettivo non specificato se non come work perennemente in progress.

Questo in qualche modo è anche l’aspetto più nuovo e più inquietante. La censura è sempre esistita, il potere ha sempre ristretto con violenza più o meno esplicita il diritto di critica (e qui ne sappiamo qualcosa: ricordate quando ci negavano le aule a Tor Vergata, per dirne una (l’incontro annunciato qui non si è svolto, e non perché io avessi judo)? Ricordate come è nato questo blog?). Il controllo sociale è sempre esistito anche quando non veniva esercitato in forma digitale: può piacere o dispiacere come considerazione, ma si può ragionevolmente argomentare che alcuni aspetti del fenomeno religioso siano stati agiti con funzioni di controllo sociale, un controllo forse più pregnante di quello esercitato dall’Unione europea ma, attenzione, basato sostanzialmente sugli stessi meccanismi simbolici e archetipici. Vogliamo parlare, ad esempio, del tema della colpa, agilmente sostituito da quello del debito pubblico, o della redenzione, che nella religione europea conserva la “r”, quella di “riforme”? La mistica dell’espiazione, della purificazione, del percorso verso la redenzione, insomma: di quella transitio Crucis che sono “le riforme” (altro concetto indefinito, peraltro…), permea tutto il discorso politico europeo, per il semplice motivo che chi lo gestisce ha avuto la scaltrezza di fare proprio un armamentario archetipico che in tutti noi, atei compresi, tocca corde profonde. Censura, controllo sociale, compressione del dibattito, linguaggio sacrale, però sono sempre esistiti: fanno un po’ tenerezza i punturini che se ne accorgono oggi, e che forse, per accorgersene prima, invece di leggere per finta Orwell, avrebbero dovuto leggere sul serio Balzac. Il dato radicalmente nuovo, e quindi difficilmente gestibile, del momento storico in cui viviamo è che oggi essi vengono esercitati in nome di un’autorità che non si sa cosa sia, e quindi che cosa possa garantire in cambio (a parte il ciarpame propagandistico sui decenni di pace e di prosperità). Chi ci restringe non è “lo imperatore”, non è un monarca vestfaliano, non è una Repubblica liberale borghese: è un po’ di tutte queste cose, senza essere in realtà nessuna di esse.

Ed è appunto questo l’elemento che dovrebbe allarmarci.

Oggi le miserevoli vicende della rivoluzione “green” lo hanno fatto capire ad una certa fascia di pubblico, quello particolarmente attaccato al proprio autoveicolo: a Bruxelles ti dicono di andare da una parte prima di aver capito, e senza avere la volontà di capire, da che parte ti stanno dicendo di andare.  Al #midterm ne parleremo con Riccardo Ruggeri, un altro amico che ci ha accompagnato nel nostro percorso (lo ricorderete al #goofy9 parlarci di CEO capitalism). Purtroppo, se l’automobile è un concetto concreto, tangibile, esattamente come lo era il dischetto di metallo chiamato euro, la libertà, la democrazia, l’ordinamento giuridico, la legge fondante di uno Stato o di una comunità, peggio ancora la necessità che una comunità si aggreghi attorno a una norma fondante, sono concetti molto più impalpabili ed evanescenti, appartengono a quella categoria di concetti che nella mente del grande pubblico possono essere definiti solo per negazione. Ci sono infatti cose che, per qualche strano meccanismo di psicologia delle masse (materia a me totalmente ignota), i popoli tendono a rimpiangere quando li hanno persi, molto più che a difenderli quando li hanno ancora. Questo significa che la battaglia che qui da tempo stiamo compiendo per destare a razionalità il maggior numero di interlocutori possibili è oggettivamente una battaglia ardua.

Alle difficoltà appena enunciate se ne aggiunge una fondamentale, di metodo, consistente nel fatto che dobbiamo tutti chiederci quanto il fare il bene degli altri contro la volontà degli altri non coincida poi esattamente col ributtante paternalismo dei Padoa Schioppa, dei Ciampi, e via discendendo.

Bisognerebbe insomma chiedersi che senso abbia lottare per la libertà e l’autodeterminazione di persone che forse preferirebbero restare schiave! Non è un tema secondario, tutt’altro. Il fatto che in Italia esista ancora uno zoccolo duro, apparentemente inscalfibile, di persone che si riferiscono al partito che ha fatto un investimento politico massiccio su questo progetto di “depowerment” e di “unaccountability“, cioè il PD, ci deve incutere non solo e non tanto scoraggiamento, quanto rispetto. Non è escluso, e comunque non va escluso, che siamo noi dalla parte del torto e che invece le magnifiche sorti e progressive di questo processo storico rettilineo verso lo stringersi sempre di più intorno a una cosa che non si sa cosa sia, possa essere effettivamente l’uovo di Colombo, quello che ci mancava e ci manca per ottenere pace e prosperità (e quindi che ce ne voglia “di più”). Certo, la posta in gioco è elevatissima, e quindi ognuno di noi ha il diritto di portare avanti una visione alternativa rispetto a quello che scarnificato dai cascami di una propaganda lezza e putrida ci appare come un’ossatura logicamente incoerente. In questa, come in tante altre cose, si potrebbe argomentare che la gravità delle conseguenze sia tale da determinare una sorta di stato di eccezione, ma qui si entra in una circolarità che è etica prima ancora di essere logica: non possiamo combattere quelli che legittimano se stessi affermando di essere migliori di noi, affermando a nostra volta di essere migliori di loro. Questo modo di fare si attaglia a un un asilo infantile, ma se applicato al mondo degli adulti è, come infiniti esempi anche recenti dimostrano, il germe di sanguinosi e sterili conflitti.

Nel nostro appuntamento di metà anno ci occuperemo quindi non tanto della transizione dell’Unione, del suo punto di arrivo (Stati Uniti d’Europa? Confederazione?… per citare due degli slogan che in modo ricorrente vengono riproposti a vanvera nel dibattito), quanto delle transizioni che l’Unione ci propone, e in particolari di due di esse: quella digitale, di cui la transizione monetaria è un sottoprodotto, e quella ecologica. Due transizioni, si badi bene, che oltre ad avere delle rilevanti contraddizioni interne, tant’è che la transizione ecologica si sta già accartocciando su se stessa, sono anche contraddizione reciproca. La transizione digitale infatti, come del resto la stessa transizione ecologica, richiede una enorme quantità di energia e di materie prime, che non possono essere estratte dalle viscere della terra senza causare un impatto ambientale. Esiste quindi un trade off piuttosto evidente fra digitale e green, e la narrazione che dice di voler portare avanti in parallelo queste due rivoluzioni è un’altra narrazione intrinsecamente truffaldina. Oggi, per fare un esempio, il Bitcoin è uno stato grande quanto la Malesia, e una singola transazione in Bitcoin impiega tanta acqua da riempire una piscina da giardino. L’energia necessaria per alimentare la tecnologia a registri distribuiti sottostante al Bitcoin assorbe una quantità di energia stimata attorno ai 159 TWh (a mezza strada fra i consumi elettrici dell’Egitto e della Malesia: l’Italia è a circa 296 TWh). Non tutte le tecnologie digitali sono così impattanti, naturalmente. Ma l’idea che il “digital” sia amico dell’ambiente perché sostituirebbe la carta che è cattiva perché uccide i nostri amici alberi è totalmente infondata e caricaturale! Non è certo per merito del “diggital” che la superficie dei boschi italiani è in aumento. Un’idea che appartiene appunto a quell’argomentario demagogico, emotivo, basato su sollecitazioni archetipiche, cui ricorre sapientemente il clero europeo per giustificare le proprie decisioni, concepite astrattamente nelle stanze di Bruxelles, tanto impermeabili alla democrazia quanto permeabili dalle lobby. Questo è tanto più vero in un paese in cui, come ben sa chiunque faccia qualcosa, qualsiasi cosa, e da questa eletta schiera tiriamo ovviamente fuori i commentatori televisivi e i giornaloni, in un paese in cui ogni processo amministrativo digitale deve essere replicato in cartaceo perché tale è la volontà della pubblica amministrazione.

Del fondamento, della natura, e delle contraddizioni di queste rivoluzioni parleremo con due esperti che avete conosciuto all’ultimo goofy, dove hanno avuto uno spazio troppo ristretto: Gianluca Alimonti e Michele Governatori. A commentare il loro confronto, e questa è una novità metodologica che sottopongo alla vostra sagace attenzione, avremo un panel di amministratori di società del settore, cioè di uomini pratici, quelli di cui Keynes un po’ diffidava, ma senza i quali, vi garantisco, non sarebbe possibile mandare avanti la baracca. Sarà utile per voi capire se e quanta consapevolezza dei limiti di certe retoriche esista nelle classe dirigente, come sarà utile per la classe dirigente capire quanto interesse esiste per certi temi, e quanta attenzione le ordinary uninstructed persons pongono al loro lavoro.

E questi sono solo alcuni dei temi che tratteremo. Per gli altri (euro incluso), ci leggiamo domani (cioè oggi), o forse dopodomani, cioè a Pasquetta. Il link per la registrazione è qui.

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“Unione o transizione? La radice del fallimento europeo.” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Una precisazione e una richiesta

 (…una delle tante fatte nel corso dei decenni…)

(…all’ombra…)

Non è che perché gli altri propongono soluzioni assurde (per motivazioni ideologiche, per deficit intellettuale, per corruzione, non importa), che noi dobbiamo dire che il problema non c’è.

Il problema mi pare ci sia.

Ricordo a tutti, prima che si apra il dibattito, che il modo migliore per valutare una soluzione è vedere se è coerente con la narrazione del problema, che gli anni si vivono uno alla volta, e quindi tre  o quattro “eccezioni” di fila diventerebbero comunque difficili da gestire, sotto ogni profilo, considerato che i nostri tempi non sono quelli geologici, ma quelli della nostra effimera biologia.

Quanto detto vale per l’una e per l’altra parte: per chi è sicuro che le emissioni non c’entrino nulla, e per chi è talmente sicuro che c’entrino che per combatterle è disposto perfino… a farne di più!

(…al #midterm parleremo anche di questo, e a questo proposito ho una richiesta da farvi: quali sono, a vostro avviso, i grafici più iconici, più usati, o più abusati, per sostenere i meriti dell’una o dell’altra parte, per intenderci, degli elettricisti e dei gasati? Nella vostra frequentazione quotidiana del liquame social, quali argomenti – possibilmente riassumibili in grafici – vedete utilizzare? Io ormai non vedo neanche più, il mio filtro fa passare solo la banda dei segnali deboli, ma suppongo che ci siano grafici che dimostrano che stiamo bollendo, grafici che dimostrano che non sta succedendo nulla, grafici che pesano l’anidride carbonica, grafici che pesano i ghiacci negli oceani, ecc. Probabilmente Critica climatica è una buona fonte di immondizia – peccato che a sua volta non ne citi la fonte, rendendosi ahimè poco utile – e un motivo ci sarà! Se ne aveste e poteste suggerirli mi facilitereste di molto il lavoro e ve ne saremmo grati in due…)

Post scriptum del 31/3/2024, ore 11: cari amici, vedo che non riesco a farmi capire. A me non interessa aprire un dibattito sulle cause del riscaldamento globale! Mi interessa aprire un dibattito sulle soluzioni proposte. Voi direte: ma se non appuri la causa, come puoi trovare una soluzione? Giusto! Ma le dinamiche del dibattituccio che si è aperto su questo tema ci mostrano chiaramente che qui siamo a livello identitario e religioso. La sinistra ha fatto di questo tema la nuova lotta di classe (peccato che sia al contrario) e per convincere i suoi adepti della loro superiorità morale ha abusato, nelle forme che le sono consuete, del principio di autoritarietà. Non ha senso contestare i dogmi, a mio avviso, tanto più quando sono sostenuti da una pioggia di miliardi (nostri) spesi in propaganda. L’operazione che mi interessa è diversa: non riflettere sui cicli di Milankovic (ringrazio comunque Fabio per i suoi contributi sempre utili), ma ragionare su quanta energia servirebbe se tutto fosse elettrificato, quanto rame occorrerebbe per metter su tutte le colonnine di ricarica, come risolvere il problema dell’intermittenza, come si incrocia lo sviluppo dell’offerta rinnovabile con quello della domanda “diggital end grin”, ecc. Io credo a tutto, quindi credo anche alla cioddue, all’austerità che fa crescere, ecc. Però se guardo i dati nel secondo caso, vorrei guardarli, e farli discutere, anche nel primo. Claro?

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“Una precisazione e una richiesta” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

Addendum al dizionario

(…il processo di enshittification di Twitter procede a passi spediti. Nonostante qualcuno pensi, e dato le alternative si possa anche credibilmente sostenere che, Elon sia uuuuuuuuuno di nooooooooooi!, la realtà della mia user experience, e a quanto vedo oggi anche della vostra, è che la situazione si stia degradando in un letame dal quale non può nascere che un fiore, quello maleodorante del vaffanculo. Fra Imbecilli Autentici e Intelligenze Artificiali, è inevitabile che tenda asintoticamente a zero l’interesse per un luogo in cui il rapporto troll/interlocutori tende esponenzialmente all’infinito, tanto che sto pensando di tirarmene fuori, almeno per un po’, considerando che il tempo che nevroticamente finisco per dedicare a quel buco nero e maleodorante è, in fondo, tutto tempo che sottraggo a voi e quindi a un confronto più civile e argomentato. E anche se voi, lì, date spesso il meglio, con interventi incisivi e satirici che mi strappano di quando in quando un sorriso, alleviando la fatica del vivere quotidiano, anche se dal liquame putrido ogni tanto aggalla una notizia, la trasformazione in piattaforma di “microblogging” – si dice così? – con tweet o thread lunghissimi in cui invece di cercare la sintesi ci si abbandona alla lurida tentazione di spiegare agli altri come va “er monno”, cercando l’applauso di chi la pensa come noi, o pensa di pensarla come noi, o pensa di pensare, mi sta irreversibilmente disamorando, ricopre di una cappa di plumbeo disinteresse un mezzo che una volta, almeno, aveva il richiamo di costringere a una ricerca espressiva, ed era, non fosse che per questo, destinato agli happy few. Pochi possono esprimersi con poche parole, con molte parole possono ambire a farlo in molti… Le guerre esplicite, poi, e prima ancora la pandemia, hanno trasformato la piattaforma in un lugubre corteo di pretenziosi saccenti con la verità in tasca, tutti smaniosi di propinarvela e di imporvela ricorrendo alla ributtante pornografia de “i bambeeneeh”, che, non si sa bene perché – cioè si sa benissimo! – sono sempre i propri, e mai gli altrui. Ogni volta che un cialtrone in utroque posta su Twitter una foto di “bambeeneeh” un romanzo di Dostoevskij va in autocombustione: il nostro secolo è quello del male della banalità, della banalità che è incapace di riflettere sul male. D’altra parte, nessuna riflessione sul male ha mai arginato il male, anche se da queste riflessioni emerge nitida una allarmante regolarità: il male è causato da chiunque voglia imporre il bene… E così, mentre si annulla lo spazio logico per un confronto razionale e argomentato, dall’altro si annega nello spazio tipografico l’icastica concisione che il luogo prima imponeva, rendendolo, se non meno tossico, più fruibile. Non che fosse, questo, un esito inatteso! Da un lato è piuttosto ovvio che fra noi e uno degli uomini più ricchi del pianeta non possano esserci tantissimi punti di contatto, a parte quelli dati dalla comune appartenenza all’umanità e dal fatto che l’uomo è spiritoso e spesso strappa un sorriso. Io gli sarò per sempre grato di averci sciacquato da torno “er Barbetta”, ma in termini di dinamiche oggettive, ripeto, differenze significative non ne vedo. D’altra parte, un po’ come sarebbe complicato argomentare che un coltello possa essere usato per suturare, vedo arduo immaginare che una infrastruttura messa su non per liberarci, ma per controllarci e condizionarci – perché i social questo sono – possa, salvo casi felici, costituire un grande momento di presa di coscienza democratica e di empowerment – che non ho mai capito come si traduca – dei proletari digitali di tutto il mondo! L’appello alla libertà di pensiero fatto da chi ha i mezzi per imporre senza troppe difficoltà il proprio pensiero suona vagamente ipocrita, nei fatti non pare sia molto più che un elemento di marketing utile ad attrarre un pubblico in crescita – e l’intelligenza dell’uomo sta nell’averlo capito: il pubblico di quelli che non vogliono che altri dicano loro come pensare. Ci sono però forti probabilità che la musica non cambi, cambi solo il suonatore. Fra le conseguenze ancillari – ma non tanto – di questa enshittification ce n’è una da cui vi avevo messo in guardia per tempo: un luogo costruito per reprimere il dissenso non può che essere disseminato di trappole per chi dissente! A parte l’ovvio fatto che chi dissente, se lo fa in un regime a democrazia impoverita, dovrebbe avere tutto l’interesse a non farsi tracciare – e non mi fiderei troppo dell’anonimato, amici miei, perché ove le cose si mettessero male i vostri indirizzi IP, e una pletora di altri dati di localizzazione, potrebbero facilmente essere usati contro di voi – resta il dato, vecchio come il mondo, che qualsiasi corpo sociale – che sia una manifestazione, una riunione di partito, o un social – può essere infiltrato da agents provocateurs allo scopo di causare incidenti, e uno dei più evitabili, ma anche inevitabili, in quell’ambiente sommamente infiltrabile che è Twitter è la querela! Non è un caso se qui l’esigenza di non cadere vittime di rappresaglie da parte delle “luride carogne perbeniste della gauche caviar” è stata evidenziata ben undici anni fa, originando il nostro Dizionario, del quale vi propongo oggi tre rapide integrazioni…)

Invece di dire:
Prova a dire:
Non me ne frega un cazzo!
Lo leggerò con interesse.
L’AD e il presidente si stanno scannando.
L’AD e il presidente sono sinergici.
Non capisce un cazzo!
È un gran lavoratore.
(…proseguite voi…)

(…e sì, lo avrete capito: con il progressivo ampliarsi delle mie frequentazioni si sono moltiplicate le occasioni per praticare il mio sport estremo preferito: l’eufemismo. D’altra parte, se la lezione di questo post è che viviamo in una gigantesca bolla di ipocrisia, nell’attesa che qualcuno, o meglio qualcosa, ci fornisca lo spillo per bucarla, l’unica via percorribile è, come sempre, quella di sfruttare la forza dell’avversario. E siccome parte integrante di questa forza è il metodo, facciamolo nostro e usiamolo a nostro vantaggio. Vedete altre possibilità? Immagino che Valeriuccio ne veda: lui, a cavallo di un triciclo e con lo scolapasta in testa, muove mestolo in resta guerra ar monno in nome della purezza e durezza – de coccia – d’antan. Ma oggi il problema è un altro, è quello adombrato nel post precedente. Faccio i miei migliori auguri a chi pensa di essere più bravo di me: la cosa mi rassicura, perché certamente beneficerò dei risultati del suo lavoro! Nell’attesa, scusatemi, ma preferisco prenderla a ridere per non piangere…)

(…il che non toglie che ogni tanto vi beccherete un post come il precedente…)

(…con l’occasione vi ricordo che fra due settimane saremo a Roma per il midterm. La prima legge della termodidattica mi solleva dal peso di spiegarvi perché la vostra presenza oggi, oltre a essere sempre gradita, è anche particolarmente utile. L’esperienza fatta il 28 luglio del 2021 è eloquente, per chi l’ha saputa capire. Ora mi muovo verso Ovest, e più tardi vi racconto di che cosa parleremo il 13 aprile. Datevi una mossa perché la sala è quella dell’altra volta, e oltre a voi adorabili sciroccati avremo anche “classe dirigente” fra il pubblico: non è detto che coinvolgerla sia determinante – nulla lo è – ma senz’altro non coinvolgerla non ci ha aiutato, finora…)



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“Addendum al dizionario” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.

“Il Signore ti dia altri cento anni!”

Fabrice, ayant l’air de marcher au hasard, s’avança dans la nef droite de l’église, jusqu’au lieu où ses cierges étaient allumés ; ses yeux se fixèrent sur la madone de Cimabué, puis il dit à Pépé en s’agenouillant : Il faut que je rende grâces un instant ; Pépé l’imita. Au sortir de l’église, Pépé remarqua que Fabrice donnait une pièce de vingt francs au premier pauvre qui lui demanda l’aumône ; ce mendiant jeta des cris de reconnaissance qui attirèrent sur les pas de l’être charitable les nuées de pauvres de tout genre qui ornent d’ordinaire la place de Saint-Pétrone. Tous voulaient avoir leur part du napoléon. Les femmes, désespérant de pénétrer dans la mêlée qui l’entourait, fondirent sur Fabrice, lui criant s’il n’était pas vrai qu’il avait voulu donner son napoléon pour être divisé parmi tous les pauvres du bon Dieu. Pépé, brandissant sa canne à pomme d’or, leur ordonna de laisser son excellence tranquille.

(…sempre più spesso “mon excellence” si imbatte in mendicanti, cioè in quelle persone che ci offrono l’opportunità di aiutare in concreto quell’umanità per la quale tutti siamo disposti a spenderci in astratto, quelle persone che pongono, a chi voglia porsele, due domande impegnative: “come ha fatto a ridursi così?” e “io, al suo posto, cosa farei?”. Ogni volta, inevitabilmente penso al giovane Del Dongo, travolto sul sagrato di San Petronio dalle conseguenze non imprevedibili della sua trasognata e impulsiva generosità. La reazione istintiva di molti, spesso anche la mia, è quella di ignorare questa presenza più perturbante che importuna. Non è facile sostenere lo sguardo di chi, abdicando alla propria dignità, si affida alla solidarietà altrui. Non lo è, perché non è facile chiedere, non è facile confessare  in pubblico la propria fragilità, e di converso non è facile essere scossi nella propria certezza di essere al sicuro. Perché come è capitato a lui, così potrebbe capitare a te. Certo, anche in questo, come in altri casi, bisogna diffidare dei professionisti! Tuttavia, da un lato, non so a voi, ma a me capita sempre più di sorprendere a tendere la mano persone “come noi”, persone visibilmente istruite ed educate, aggrappate disperatamente a quel minimo sindacale di decoro che le condizioni gli consentono, persone che si avvicinano sussurrando, che in tutta evidenza ancora non si rassegnano, non vogliono ammettere di essere costrette a tanto per tirare avanti. Persone, per semplificare, che vorrebbero lavorare, che un lavoro magari ce l’hanno avuto, o una pensione. Dall’altro, quand’anche fossero dei lazzaroni, resterebbe il fatto che sono uomini, e certo, se da un lato sussidiare il lazzarone è un incentivo – questo è l’argomento abituale di chi si sottrae – d’altra parte soprattutto se sei o pensi di essere cristiano ti sarà capitato di leggere “te autem faciente eleemosynam, nesciat sinistra tua quid faciat dextera tua, ut sit eleemosyna tua in abscondito, et Pater tuus, qui videt in abscondito, reddet tibi.” Le opere di misericordia, insomma, per noi non dovrebbero essere un optional, e vi do una brutta notizia: nel pacchetto non è compresa solo la misericordia corporale dell’euretto abbandonato frettolosamente in mano altrui, ma dovrebbe essere anche compresa la misericordia spirituale della sopportazione e della consolazione, insomma: dell’ascolto, o, se volete, di quello che oggettivamente non possiamo dare, perché noi per primi, ahimè, non l’abbiamo: il tempo.

Del resto, potremmo anche dirci che uno Stato sociale esiste, e che dovrebbe pensarci lui. La teoria è qui, e qui. Sarebbe utile capire, caso per caso, se e quanto sovvenga ai singoli casi particolari, ma, appunto, ci vorrebbe del tempo, quel tempo che forse dovrei prendermi per questa, come per altre cose – incluso il dialogo con voi – ma che viene sacrificato in nome di esigenze più pressanti (a volerne, se ne trovano sempre).

Ieri “mon excellence” usciva da uno dei palazzi del potere vero, dove si era intrattenuto in questioni più o meno rilevanti con un detentore del potere vero, e a un angolo di via del Corso si è imbattuto in una signora anziana, non troppo trasandata. Ho tirato dritto, poi non so perché mi sono fermato, mi sono frugato le tasche, sono tornato indietro, e le ho affidato un pezzetto di carta non troppo stropicciato. Apparentemente quello che non cambiava la vita a me la cambiava a lei: si chiama utilità marginale! Sorpresa e confusa la signora si profondeva in ringraziamenti. E io, preoccupato da un possibile “effetto San Petronio”, a dirle che non doveva, che era il minimo che potessi fare (ma evidentemente era molto oltre il massimo di quanto gli altri facevano), che le auguravo una buona giornata e che mi dispiaceva di non potermi trattenere.

E lei: “Sei una buona persona, il Signore ti dia altri cento anni!”

E io: “Grazie, ma me ne bastano molti di meno!”…)

(…ma è veramente così?…)

(…avrete constatato una certa mia fatica nel proseguire qui il nostro percorso. Non riesco più a star dietro a questa come a tante altre cose, comprese quelle che ho sacrificato a questa. Il tempo che posso dedicarvi si è compresso, la mia ora è una vita di incontri, incontri da organizzare, incontri cui partecipare, e di pratiche da istruire. La solitudine è diventata una risorsa scarsa, la lettura un paradiso perduto, inclusa quella dei vostri commenti, cui altresì non ho più tempo di rispondere, e così il dialogo fra di noi si sfilaccia…






















































[pausa]















































[qui in mezzo ci sono state tre telefonate e infiniti messaggi Whatsapp per una bega riguardante una cosa successa in una regione]





















….si sfilaccia lentamente, inesorabilmente. Sento che vi perdo e ci perdiamo mentre il momento richiederebbe che fossimo più saldi che mai, perché il nemico è in affanno, e questo lo rende particolarmente insidioso, e perché avete dimostrato, con la vostra presenza, di essere in grado di aiutarci a definire una linea più razionale (fra FinDay e voto sul MES c’è un chiaro rapporto di causa-effetto). D’altra parte, in queste pause forzate si accumulano così tanti temi, sono così tante le cose su cui vorrei confrontarmi con voi (pressoché ogni giorno si apre con una conferma degli scenari che abbiamo delineato lungo gli anni, a partire da quelli determinati dalle prevedibili difficoltà di Francia e Germania), che da un lato il motore della narrazione si ingolfa per eccesso di alimentazione, e dall’altro, però, i tempi ridotti per elaborare tutte queste conferme rischiano di confinare il blog a una stucchevole, notarile, autocompiaciuta enumerazione di cose che ci eravamo detti, perché mancano il tempo, il dialogo, il confronto necessari per capire insieme dove queste cose ci portano.

Ma siamo sicuri di non averlo capito, siamo sicuri di volerlo capire, e siamo sicuri di non essercelo già detto?

Alla fine, andremo dove era inevitabile che si sarebbe andati. Quando nel 2011 vi dissi che la Germania avrebbe segato il ramo su cui era seduta mi era piuttosto chiaro, e, ne sono certo, era chiaro anche a voi, che noi eravamo seduti su un ramo più basso. Siamo in quel ricorrente momento della storia in cui il capitalismo deve rianimare il ciclo dell’accumulazione. Qui ormai non può esserci ripresa senza ricostruzione, e per esserci ricostruzione, come vi dicevo in una delle ultime dirette Facebook, di quei lacerti di tempo che riesco a dedicarvi, deve esserci distruzione. As simple as that. Anche il “green” a modo suo era una ricostruzione, la ricostruzione di un mondo (quello green) che non c’era mai stato. Apparentemente questo ci esentava dallo spiacevole compito di distruggerlo, ma in realtà “lu grin” era ugualmente distruttivo e disgregante per il nostro tessuto industriale e per la nostra vita quotidiana, era un’autostrada verso la definitiva e totale subalternità dei nostri Paesi, e quindi non sta funzionando (s’ha mort) perché i cittadini, giustamente, non lo vogliono. C’è un’altra cosa che nessuno vuole, in astratto, ma che poi in concreto si ripresenta, e si andrà su quella lì, sui grandi classici: se debito deve essere – e non può non essere, dati gli squilibri interni all’area, squilibri autoinflitti, ma non per questo meno reali – allora debito sia, ma almeno debito di guerra, debito fatto per una “buona” ragione: la produzione e l’acquisto di armi. Siamo sicuri di non essercelo mai detto? Io sono quasi sicuro di avervi scritto più volte che le tensioni generate dalle nostre assurde regole fatalmente avrebbero condotto a una simile valvola di sfogo. L’abbattimento dei freni inibitori, se da un lato ci libera della mielosa ipocrisia che per anni ci ha presentato i conflitti coloniali come “missioni di pace”, dall’altro è un elemento di ovvia inquietudine.

Alla fine, la mia lassitudine, il mio disamoramento, vengono anche dal fatto che tutto vorrei tranne che scrivere il QED definitivo, anche perché di questi tempi non si sa se qualora esso si palesi ci sarebbe il tempo o il modo di scriverlo, né a beneficio di chi esso verrebbe scritto.

Ma insomma, forse sono troppo pessimista: sarà il tempo, saranno gli anni che passano, sarà la frustrazione di non potervi sempre restituire il molto che mi avete dato né prendere il molto che avete ancora da darmi, ma anche questa curiosità non possiamo scioglierla: dicono i giornali che io sono coinvolto nell’elaborazione del programma per le europee, che a mio avviso sarebbe molto semplice da scrivere: meno Europa!, e in quello che i giornali dicono ci deve essere qualcosa di vero, perché fra un po’ ho una call…)

(…e quindi, pensandoci meglio, in effetti altri 100 anni farebbero comodo, soprattutto se fosse possibile riceverli in due o tre tranche da vivere contemporaneamente, perché da solo è veramente complicata! Ci vediamo presto che devo parlarvi del #midterm…)

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“”Il Signore ti dia altri cento anni!”” è stato scritto da Alberto Bagnai e pubblicato su Goofynomics.