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Erdogan assicura a Zelensky che la Turchia non riconoscerà “l’annessione della Crimea”

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha assicurato al suo omologo ucraino Vladimir Zelensky in occasione di un vertice bilaterale, che Ankara non riconoscerà “l’annessione della Crimea”.

“Sosteniamo l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina. Abbiamo ribadito la nostra decisione di principio di non riconoscere l’annessione della Crimea. Abbiamo affermato di sostenere l’iniziativa ucraina della Piattaforma della Crimea volta a consolidare la comunità internazionale attorno alla Crimea. Ci auguriamo che questa iniziativa produca risultati positivi per tutti. I popoli della Crimea, compresi i tartari della Crimea, e per l’Ucraina”, ha detto in una conferenza stampa trasmessa dalla tv turca TRT dopo il colloquio con Zelenskyj.

La Repubblica di Crimea e Sebastopoli, una città con uno status speciale nella penisola di Crimea, dove la maggior parte dei residenti sono russi, hanno rifiutato di riconoscere la legittimità delle autorità giunte al potere con il golpe in Ucraina nel febbraio 2014.

La Crimea e Sebastopoli hanno adottato le dichiarazioni di indipendenza l’11 marzo 2014. Hanno tenuto un referendum il 16 marzo 2014, in cui il 96,77% dei Crimeani e il 95,6% degli elettori di Sebastopoli hanno scelto di separarsi dall’Ucraina e aderire alla Federazione Russa. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato i trattati di riunificazione il 18 marzo 2014. I documenti sono stati ratificati dall’Assemblea federale russa, o parlamento bicamerale, il 21 marzo. L’Ucraina continua a rifiutare di riconoscere la Crimea come parte della Russia.

Riguardo all’escalation in Donbass provocata dalle crescenti provocazioni ucraine Erdogan ha dichiarato: “Ci auguriamo che la preoccupante escalation che abbiamo osservato sul campo nell’ultimo periodo finisca il prima possibile, il cessate il fuoco continuerà e il conflitto sarà risolto attraverso il dialogo sulla base dell’accordo di Minsk”. 

“La missione di osservazione speciale in Ucraina dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa continua e dovrebbe continuare l’azione che ha intrapreso per arrivare alla stabilità in condizioni difficili nella regione del Donbass e la continuazione del cessate il fuoco”. 

Le tensioni crescenti e la nuova aggressività statunitense che aizza l’Ucraina contro la Russia ha agitato anche le acque del Mar Nero, dove sono annunciate in arrivo navi da guerra USA. A tal proposito il presidente turco ha affermato: “Il nostro obiettivo principale è che il Mar Nero continui ad essere un mare di pace, tranquillità e cooperazione”.

America Latina e Venezuela: sanzioni, elezioni e balcanizzazioni

Piatto ricco di notizie, soprattutto perché domani, 11 aprile, è giorno di elezioni in Ecuador, Perù e Bolivia. E poi c’è la situazione in Venezuela, diventata incandescente nello Stato Apure, alla frontiera con la Colombia. Una frontiera lunga oltre 2.200 km, che delimita una zona di scambi e traffici e tentativi di infiltrazione da parte del narco-governo colombiano, dove gli omicidi di ex combattenti e leader sociali sono purtroppo quasi quotidiani, così come aumenta, nonostante la pandemia, il numero degli sfollati a causa delle violenze paramilitari coperte dallo Stato.

 In Colombia, questo 9 aprile, la sinistra colombiana ha ricordato l’omicidio del leader liberale Jorge Eliecer Gaitan, nel 1948. Un assassinio che ha chiuso la strada alla possibilità di costruire un cambiamento vero mediante la via istituzionale in un paese che è il principale alfiere degli Stati Uniti nella regione. La Colombia non solo ospita 9 basi militari, ma anche la Cia e corpi d’elite che accompagnano l’esercito colombiano nelle provocazioni costanti che compie alla frontiera nel tentativo di scatenare un conflitto armato con il Venezuela e fornire il pretesto agli USA per intervenire a livello militare.

Una richiesta, non dimentichiamolo, che i rappresentanti dei golpisti venezuelani all’estero, anche in Italia, dove vengono celebrati e ricevono premi in nome della “democrazia”, hanno rivolto pressantemente a Trump e che ora rivolgono a Biden. Lo schema è quello della balcanizzazione. S’infiltra e si occupa illegalmente un corridoio di frontiera, di solito ricco di risorse, e se ne prende il controllo: per staccarlo dal territorio nazionale, per usarlo come grimaldello destabilizzante e per chiedere alla cosiddetta comunità internazionale di inviare truppe con il pretesto di evitare che la zona diventi un pericolo per l’intera regione. Un modello che si è, per esempio, cercato di applicare in Bolivia nella cosiddetta mezzaluna fertile, dalle cui zone l’oligarchia di Santa Cruz ha fatto partire il golpe contro Morales nel 2019.

Nello stato Apure, un gruppo di narcotrafficanti, che in passato si era fatto passare per un settore dissidente della guerriglia Farc, è diventato la pedina della Cia e del governo colombiano per mettere in atto questo nuovo tentativo contro il governo bolivariano. Intanto, altre bande della grande malavita organizzata hanno organizzato uno show mediatico nei dintorni di Caracas, che è servito alla grancassa dell’opposizione golpista per diffondere la versione che il Venezuela sia un narco-stato, uno stato fallito, governato dal castro-madurismo, e che appoggia il “terrorismo”.

 Come si sa, questi due ritornelli sono quelli che servono per imporre sempre più misure coercitive unilaterali illegali: insieme alla retorica dei diritti umani usati come arma. E, infatti, sulla questione della sicurezza e di quella legalità borghese che nei paesi capitalisti è altamente feticizzata, il socialismo bolivariano viene messo sempre all’angolo: se non interviene contro le bande armate e i narco-trafficanti, è connivente, se lo fa è repressore.

E così sta avvenendo alla frontiera, dove la Forza armata nazionale bolivariana è intervenuta per cacciare questa banda al soldo della Cia insieme agli organismi del potere popolare, lasciando sul terreno alcuni soldati morti a causa delle mine anti-uomo che queste bande sono solite seminare in Colombia. Una pratica finora sconosciuta in Venezuela. Tanto che, il governo bolivariano ha chiesto all’ufficio preposto dell’Onu una specifica consulenza. Al riguardo, vi invitiamo a leggere sull’Antidiplomatico l’intervista a un rappresentante della Corriente rivoluzionaria Bolivar y Zamora.

Non è la prima volta che si cerca di balcanizzare il Venezuela infiltrando dei paramilitari alla frontiera. Nel 2004, l’opposizione golpista ha assoldato oltre 300 mercenari che si sono allenati in un’azienda agricola, poi scoperta, che dovevano farsi passare per soldati dell’esercito bolivariano. È stato uno dei numerosi tentativi di rovesciare il governo, che si sono succeduti dopo il golpe contro Chavez, dell’11 aprile 2002.

Quel golpe durato solo due giorni perché il popolo ha riportato a Miraflores il suo presidente, è un punto di svolta su cui tornare a riflettere per varie ragioni: intanto per i soggetti che lo hanno organizzato, sempre con il viatico degli Stati Uniti e la partecipazione della Cia. Allora sono andati a braccetto i vertici delle burocrazie sindacali, insieme all’equivalente di Confindustria, alle gerarchie ecclesiastiche e ai media privati. Perché?

Per impedire le nazionalizzazioni, la riforma agraria, la ripresa di sovranità sulle risorse ittiche attraverso una legge che impedisse le scorribande delle multinazionali, e lo sviluppo della democrazia diretta prevista dalla costituzione. Un esempio di quel che potrebbe capitare qui se si riuscisse a costruire un blocco sociale anticapitalista in grado di vincere e realizzare riforme strutturali, e se poi non si volesse capitolare come la Grecia.

Insieme a Cuba, il Venezuela è stato ed è al centro di un modello di integrazione regionale che guarda a sud e non al consenso di Washington, è un paese ricchissimo di risorse e per questo è nel mirino di ogni genere di attacco. Attacchi che violano il diritto internazionale, come si vede con le cosiddette sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa in modo extraterritoriale e senza il consenso dell’Onu, unico organismo preposto a stabilirle in caso di provata violazione dei diritti umani.

Invece, imprese, persone e istituzioni vengono perseguitate in ogni paese dal gendarme del mondo se si azzardano a intrattenere relazioni con il Venezuela. Non so se avete letto, sia sull’Antidiplomatico che sui quotidiani del proprietario di un ristorante italiano, che la politica di sinistra non sapeva neanche dove stesse di casa, a cui il ministero del Tesoro statunitense ha bloccato conti e carte di credito italiane per un caso di omonimia con un imprenditore svizzero che, udite, udite, stava cercando di commerciare con una filiale dell’impresa petrolifera di stato venezuelano.

Il malcapitato ha detto di aver dovuto cavarsela da solo perché le istituzioni italiane, come si sa, non sono competenti in fatto di sovranità nazionale. Che poi quel medesimo malcapitato ne abbia tratto come unica lezione il desiderio di ricevere in cambio una green card dagli Stati Uniti, fa ulteriormente riflettere.

Intanto, si continua a censurare il Venezuela anche rispetto all’efficacia delle cure contro il coronavirus. Nonostante la “variante Bolsonaro”, proveniente dal Brasile, che sta provocando un aumento dei contagi, il Venezuela ha un numero di morti relativamente basso, di appena superiore ai 1700 e un tasso di guarigione di oltre il 90%, grazie a una politica sanitaria analoga a quella cubana. E, infatti, insieme a Cuba, sta producendo anche un proprio vaccino, l’Abdala, arrivato alla fase di sperimentazione conclusiva. Però di questo il governo bolivariano non può parlare, perché Facebook blocca gli account del presidente e di chiunque si azzardi a mettere un like.

La demonizzazione del Venezuela e il tema del posizionamento dei vari paesi latinoamericani nel quadro internazionale è al centro del dibattito elettorale anche in Perù, in Ecuador, in Bolivia. E non è un caso che la diplomazia militare statunitense, dopo essere passata dal Messico, stia ora passando per l’Argentina, due paesi governati da presidenti progressisti, e per l’Uruguay, tornato a destra nelle ultime elezioni.

Il controllo delle basi militari nordamericane, di cui pullulano i paesi come Colombia, Honduras, e il controllo geopolitico del territorio per contrastare la presenza cinese, sono al centro delle preoccupazioni di Washington e della Nato, che non per niente si è già riunita con i membri della Unione europea per rinnovarne il vassallaggio.

La situazione del Perù, che domenica va alle elezioni presidenziali e parlamentari, è a suo modo un condensato esemplificativo del fallimento degli stati capitalisti al soldo di Washington, e della crisi della democrazia borghese, messa alla prova della guerra di classe negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

Il 6 aprile 1992, a due anni dalla sua elezione, l’allora presidente Alberto Fujimori sospese la Costituzione e sciolse il Parlamento, dando vita ad un governo detto di emergenza e di ricostruzione nazionale. Il “golpe bianco” di Fujimori ebbe il sostegno delle Forze armate che occuparono il Parlamento (dove il partito del presidente era in minoranza), il palazzo di Giustizia, i ministeri e la sede della radiotelevisione. Fujimori accusò il Parlamento di aver ostacolato la politica di riforme ultra-liberiste da lui promossa.

La campagna di sterilizzazione forzata è stata solo la punta dell’iceberg di un’involuzione autoritaria che ha lasciato una impronta pesante nelle istituzioni peruviane. Tra il 1995 e il 2001, furono sterilizzate a forza, in base al Programma nazionale di pianificazione famigliare di Fujimori, 346.219 donne, in maggioranza indigene e contadine.

Cifre fornite dal rapporto realizzato nel 2002 da una commissione parlamentare indipendente. Ora Fujimori è agli arresti domiciliari per motivi di salute e sua figlia Keiko, che si presenta per la terza volta, adesso come candidata del partito di destra, Fuerza Popular, ha in programma di renderlo definitivamente libero. Al contrario, la permanenza del cosiddetto Diritto penale del nemico, analogo alla legislazione d’emergenza in Italia, consente la criminalizzazione della protesta e mantiene in carcere i prigionieri politici del passato conflitto, benché abbiano ormai quasi novant’anni.

In carcere per la cosiddetta Operazione Olimpo vi sono artisti, militanti delle organizzazioni popolari e avvocati. Nessuno dei 5 candidati, né di destra né di centrosinistra, che potrebbero passare al secondo turno, giacché non vi è un aspirante presidente che abbia possibilità di vincere al primo turno, mette nel suo programma la fine dell’emergenza e l’amnistia per i prigionieri politici.

L’unico partito di sinistra radicale, che si dichiara marxista-leninista e che ha una posizione internazionalista chiara, Perù Libre, esiste dal 2012 e non risulta rappresentativo. L’altra candidata che propone un programma di centro-sinistra, ma con molte ambiguità rispetto per esempio alla posizione sul socialismo bolivariano, è Verónika Mendoza, candidata per Juntos por el Peru.

Durante una conferenza stampa virtuale con media argentini, ha sostenuto di guardare al progressismo dell’Argentina, di non essere d’accordo con il bloqueo a Cuba e di volersi affidare alle relazioni sud-sud impostate dal progressismo moderato. Un altro tema forte di campagna elettorale, è stato quello di un’assemblea nazionale costituente, declinato sia da destra che da sinistra, e avanzato nelle recenti proteste popolari. Il Perù ha cambiato 12 costituzioni nella sua vita repubblicana. 200 anni fa, Bolivar voleva farne uno dei cardini della Patria Grande, un avanzato progetto federativo che non ebbe fortuna.

In quello spirito, si è messa in moto l’assemblea nazionale costituente che, in Venezuela, ha portato alla democrazia partecipata e protagonista a cui guardano i movimenti popolari di tutta l’America Latina, osteggiata invece dai moderati in stile europeo, o dai reazionari affezionati alla democrazia borghese. Su questo tema, trovate in rete tutte le risposte fornite dai candidati, sollecitati sul punto in tutte le interviste. Mendoza si dice d’accordo per un nuovo patto sociale che privilegi il bene comune e non il profitto, che garantisca pieni diritti e ridia allo Stato un ruolo regolativo.

Un altro tema, è quello di genere, relativo sia alla violenza contro le donne, sia all’accesso ai diritti sociali e politici. Mendoza è appoggiata dai movimenti femministi e Lgbtq. L’ultimo censimento realizzato dall’istituto di statistica, nel 2017, dice che le donne peruviane costituiscono il 50,8% della popolazione, però secondo l’Indice delle disuguaglianze di genere, realizzato dal Foro economico mondiale nel 2020, il Perù si situa al 66mo posto su una lista di 153 nazioni.

Inoltre, con il dilagare della pandemia – che ha messo in evidenza le carenze del sistema sanitario, i guasti della gestione politica neoliberista e la corruzione dilagante, che ha portato alle dimissioni o alla messa sotto accusa di vari presidenti -, è aumentata a dismisura la violenza contro le donne e le bambine. Nonostante la quarantena, durante il 2020 sono state denunciate 5.500 sparizioni di donne, bambine e adolescenti.

Anche su questo tema, l’unico che fa un discorso strutturale sulla violenza patriarcale e sul maschilismo è il piccolo partito Perù Libre, ma anche Mendoza propone riforme che vanno nel senso della parità come quella della pensione alle casalinghe, contando gli anni del lavoro di cura effettuati.

E anche su questo tema si misura la distanza esistente tra la situazione delle donne in Venezuela ottenuta in questi 22 anni di rivoluzione bolivariana e il resto dell’America Latina, eccezion fatta per Cuba. Numerose organizzazioni popolari, come quelle dei famigliari dei detenuti, invitano al boicottaggio delle elezioni in Perù. Secondo i sondaggi, il voto nullo rappresenta il 30% degli interpellati nelle inchieste elettorali, su un totale di 25 milioni di aventi diritto.

Tuttavia, nonostante la pandemia e la drammatica crisi sanitaria, le inchieste dicono anche che la maggioranza vorrebbe recarsi alle urne. L’indecisione sulle intenzioni di voto, invece è evidentissima, tanto che nessuno dei cinque candidati che risulterebbero più votati, su 18 formazioni in lista, ottiene, nei sondaggi, più del 10%. Il secondo turno si svolgerà il 6 giugno e l’assunzione d’incarico il 28 luglio.

In Ecuador, invece, si volgerà il secondo turno delle presidenziali dopo le elezioni del 7 febbraio che hanno visto ai primi due posti l’economista di sinistra, Andrés Arauz, sostenuto dalla coalizione UNES, con il 32,72% dei voti, e l’uomo d’affari conservatore, Guillermo Lasso, di Creo, secondo con il 19,74% dei consensi.

Arauz, che ha 38 anni ed è stato proposto dall’ex presidente Rafael Correa, sostiene di voler cambiare il modello neoliberale introdotto da Moreno per tornare ad uno Stato sociale che ponga al primo posto salute, istruzione e rilancio del settore produttivo. Anche in questo caso, le alleanze sud-sud, che Arauz vuole rimettere al centro mentre Lasso intende continuare con la subalternità agli Stati Uniti, sono state al cuore della campagna elettorale.

Il terzo classificato, con una differenza di 300.000 voti da Lasso, il controverso candidato per l’organizzazione indigena Pachakutik, Yaku Pérez ha invitato a votare scheda bianca. Nelle precedenti elezioni, però, i suoi voti sono andati alla destra. Nelle organizzazioni indigene, intanto, c’è forte scontro fra chi intende convogliare i voti sulla destra, com’è spesso avvenuto, e chi invece, come i dirigenti della CONAIE invita a votare Arauz. Questi ha rinnovato l’intenzione di costituire un ampio blocco di alleati che raccolga anche le istanze dei partiti socialdemocratici e le sollecitazioni delle organizzazioni indigene.

Un voto segnato sia dalla crisi sanitaria che ha già portato alla sostituzione di 5 ministri, sia dalle denunce di brogli da parte dalla sinistra, che dall’ombra minacciosa degli Usa. Per gli Stati Uniti è di fondamentale importanza che il paese venga definitivamente ricondotto nella loro orbita, nella quale è ritornato con il tradimento di Lenin Moreno, eletto presidente con i voti del Movimento di Rafael Correa.

Un cambiamento politico in Ecuador, seguito a quello in Bolivia e ai due grandi paesi, Messico e Argentina, tornati al progressismo, modificherebbe gli equilibri regionali, rimettendo in moto un ciclo virtuoso per le classi popolari di tutto il continente in questo Bicentenario dall’indipendenza. Con Moreno, il FMI è già tornato a rimettere le mani in Ecuador, ma Arauz ha dichiarato che intende rinegoziare i finanziamenti ad altre condizioni, oppure rompere gli accordi.

Una decisione che ha già preso il governo di Luis Arce in Bolivia, rifiutando il prestito chiesto al Fondo Monetario Internazionale dal precedente governo golpista. Un tema al centro del conflitto con l’oligarchia boliviana, che già vedeva le risorse nazionali, a cominciare dal litio, tornare sotto il controllo degli Usa, e dunque anche nelle proprie capienti tasche.

Una questione che, insieme a quella dei vaccini, si riverbera nel ballottaggio che avrà luogo l’11 in 4 dipartimenti boliviani. La Bolivia ha presentato alla Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac) e in altre istanze internazionali una denuncia contro l’accaparramento del 96% dei vaccini da parte di soli10 paesi. Insieme al Venezuela e a Cuba, il governo boliviano sta portando avanti una battaglia per la distribuzione di vaccini gratuiti e per tutti, ritenendo, con ragione, che la lotta alla pandemia sia un problema mondiale e non dei singoli stati, e come tale vada affrontato.

La seconda volta in quelle che si chiamano le elezioni sub-nazionali, si determina per quei candidati che non hanno raggiunto il 51% dei voti o almeno il 40% e un vantaggio di 10 punti percentuali rispetto al secondo classificato. Una seconda volta segnata dalle tensioni per l’arresto dell’ex autoproclamata Janine Añez, difesa dalle istituzioni internazionali subalterne a Washington come l’Organizzazione degli Stati Americani. Il 7 marzo, le elezioni nei 9 dipartimenti di cui è composto il paese, hanno laureato al primo turno 5 governatori, tre dei quali appartenenti al MAS, il partito di governo, che ha ottenuto anche 240 municipi, che però non si situano nelle principali città.

 Questo secondo turno è quindi importante per il Mas per ottenere il controllo della maggioranza delle governazioni e offrire un maggior sostegno politico a Arce, considerando anche le roventi polemiche interne ad alcune strutture del partito. Un confronto complicato dal fatto che in tre dipartimenti il Mas dovrà vedersela con dei candidati usciti dalle proprie fila. È accaduto già a El Alto, tradizionale bastione del Mas, che a imporsi sia stata Eva Copa, con il movimento Jallalla che ha deciso di candidarsi fuori dal partito, che non l’aveva proposta. Per il secondo turno, questo confronto si ripete anche per la governazione di La Paz, dove la competizione è tra il candidato del Mas, Franklin Flores, e Santos Quispe, di Jallalla.

Video. Palestinese di 13 anni perde un occhio per sparo soldati israeliani

 

Uno sparo da parte delle forze di occupazione israeliane in Cisgiordania ha causato la perdita di un occhio ad un adolescente  di 13 anni, riferiscono i media locali.

al-Batsh ha perso l’occhio destro, ieri, quando i soldati israeliani gli hanno sparato con proiettili di gomma mentre si trovava da un fruttivendolo nella zona di Bab al-Zawiya, nel centro di Hebron, a sud-ovest della Cisgiordania. lo ha riferito ieri l’agenzia di stampa WAFA.

Secondo il rapporto, diversi giovani palestinesi sono scesi in piazza per protestare contro gli insediamenti illegali del regime usurpatore in Cisgiordania, hanno lanciato pietre e si sono scontrati con le forze israeliane nell’area di Bab al-Zawiya.

Durante gli scontri, i soldati israeliani hanno usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e bombe sonore per disperdere i palestinesi.

 

Su Cina e Russia Biden come Trump. Chiesti 750 miliardi di dollari per il Pentagono

 

L’amministrazione di Joe Biden ha chiesto un aumento di 715 miliardi di dollari nel bilancio del Pentagono, affermando che parte di esso sarà per contenere Cina e Russia.

“La richiesta discrezionale del presidente per il 2022 include 715 miliardi di dollari per il Dipartimento della Difesa (il Pentagono) per scoraggiare la Cina. La richiesta discrezionale dà la priorità alla necessità di contrastare la minaccia proveniente dalla Cina come la principale sfida del Dipartimento” , indica la Casa Bianca nella sua richiesta iniziale di budget per le spese discrezionali, inviata ieri al Congresso degli Stati Uniti, come riporta il portale Bloomberg .

Il documento aggiunge anche che il Pentagono “cercherà anche di scoraggiare il comportamento destabilizzante della Russia”, così come la modernizzazione del programma nucleare del paese, tra gli altri.

Secondo il rapporto, il piano del Pentagono per contrastare Russia e Cina include l’avanzamento di armi ipersoniche e il rafforzamento della Marina degli Stati Uniti con sottomarini con missili balistici e navi senza pilota.

Inoltre, nel testo della richiesta dell’amministrazione Biden si ricorda che il Pentagono, approfittando dell’iniziativa Pacific Deterrence e collaborando con i suoi alleati nella NATO, garantirà che il Paese nordamericano “sviluppi i concetti , abilità e postura necessarie per affrontare queste sfide “.

Le già tese relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina si stanno deteriorando, poiché la Casa Bianca mette in discussione questioni tra cui il commercio, la sicurezza informatica, la tecnologia, la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong e le controversie territoriali nel Mar della Cina meridionale.

Tuttavia, ci si aspettava che Washington, a seguito del cambiamento nell’amministrazione statunitense nel gennaio 2021, avrebbe assunto una posizione meno bellicosa rispetto al precedente team installato alla Casa Bianca e, invece, sarebbe stato più coerente e costruttivo nel migliorare i suoi rapporti con Pechino.

D’altra parte, gli Stati Uniti ei loro alleati occidentali stanno cercando di affrontare il graduale sviluppo del potere geopolitico della Russia, che sta prendendo forma in tutto il mondo, sotto la guida del presidente russo Vladimir Putin.

In effetti, le misure militari e politiche recentemente adottate da Washington, dimostrano che Biden continuerà nella stessa linea di molestie promossa dal suo predecessore, Donald Trump.

La Russia esorta gli USA a dare spiegazioni sull’attività biologica militare nei laboratori ai suoi confini

La Russia ribadisce che gli Stati Uniti devono fare chiarezza sulle attività che vengono svolte nei laboratori biologici in patria e all’estero. Con particolare riferimento ai questi laboratori ubicati ai confini di Russia e Cina. 

Mosca, inoltre, invita gli Stati membri della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche ad accettare la sua iniziativa di impegnarsi a condividere informazioni sull’attività biologica militare, come dichiarato dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, secondo quanto riporta l’agenzia TASS. 

“La parte russa esprime la sua seria preoccupazione, e lo fa ancora di una volta, per l’attività biologica militare di Washington sia sul territorio degli Stati Uniti che fuori”, ha sottolineato la diplomatica.

“A causa dell’assenza di un meccanismo di verifica in questa Convenzione sulle armi biologiche e tossiche, la cui attività Washington ha già bloccato negli anni, non vi è alcuna possibilità legale di obbligare gli Stati Uniti a condividere le informazioni sulle ricerche in corso nei laboratori”, ha detto Zakharova. 

“Al fine di rimuovere le rivendicazioni relative all’adempimento delle disposizioni della Convenzione, ci battiamo costantemente per intensificare gli sforzi per migliorare il regime della Convenzione, in particolare, adottando un protocollo legalmente vincolante con un meccanismo di verifica efficace. Ciò sarebbe facilitato anche dall’iniziativa russa per migliorare le misure di rafforzamento della fiducia nel quadro della Convenzione che prevede che gli Stati membri condividano le informazioni sull’attività biologica militare al di fuori del territorio nazionale”, ha detto la portavoce.

La Russia ritiene inoltre possibile coinvolgere il meccanismo dell’articolo 5 della Convenzione, che prevede che gli Stati membri si consultino tra loro sulla risoluzione delle questioni relative alla Convenzione, ha sottolineato la dirigente di Mosca.

“La preoccupazione non significa solo parole, ma implica tutta una serie di passi concreti che stiamo compiendo: interazione con i nostri vicini, negoziati su questi temi e formulazione dell’agenda per le organizzazioni internazionali”, ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo.

La questione non è certo nuova. L’anno passato l’ex presidente russo Dmitry Medvedev aveva espresso simili preoccupazioni. Parlando durante un incontro sulla cooperazione internazionale per contrastare l’infezione da COVID-19 e altre epidemie, Medvedev aveva osservato che la Russia sostiene la cooperazione internazionale ma che “sfortunatamente non tutti sostengono questa posizione. Questo non è il caso di molti dei nostri colleghi, e intendo la posizione che assumono gli Stati Uniti quando lavorano in laboratori dislocati in alcuni paesi che confinano con noi o sono anche membri dell’Unione Economica Euroasiatica”. 

“In ogni caso, una tale attività può anche essere vantaggiosa, ma non deve destare sospetti”, diceva Medvedev. “Sfortunatamente, tali sospetti sorgono nel mondo moderno”.

L’anno passato, così come oggi, Mosca esprimeva preoccupazione per i laboratori biologici statunitensi in Georgia e Ucraina. Il Rappresentante permanente russo presso l’OSCE Alexander Lukashevich evidenziava la mancanza di trasparenza in questi siti, sui quali le stesse autorità ucraine e georgiane hanno solo un controllo limitato. 

Il diplomatico poi evidenziava che con il pretesto di combattere le malattie infettive, gli USA conducono esperimenti classificati con agenti patogeni altamente pericolosi capaci di provocare peste e febbri emorragiche.

Vaccini, rabbia psicologi: “Umiliati e offesi. Draghi mal consigliato”

 

Come sempre avviane nel Belpaese si deve trovare il capo espiatorio di tutti i mali del momento. Da ieri sera, grazie al Presidente del Consiglio Mario Draghi i nuovi mostri sono gli psicologi, in quanto “senza coscienza”, “saltafila” hanno tolto i vaccini alle categorie più fragili.

La replica a Draghi è arrivata da David Lazzari, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop) che, all’AdnKronos ha spiegato: “Credo che purtroppo il presidente Draghi sia stato mal consigliato, per il semplice motivo che gli psicologi, in quanto operatori sanitari, sono stati obbligati dal Governo stesso a fare il vaccino. Quindi non c’è stato salto di fila né richiesta da parte nostra, è stato il Governo che ha stabilito che, per proteggere i pazienti, tutti gli operatori sanitari dovessero essere vaccinati. Addirittura l’ultimo decreto prevede che, se non c’è vaccinazione, gli psicologici possano essere sospesi dall’attività professionale: c’è una contraddizione clamorosa, è evidente che un capo del Governo non possa sapere tutto ma i suoi consiglieri avrebbero dovuto conoscere questi fondamentali dettagli tecnici”. 

“L’altro aspetto è che chi evidentemente ha consigliato il presidente Draghi – continua Lazzari – non sa quello che fanno gli psicologi, la maggior parte dei quali sul campo, opera all’interno non solo delle strutture sanitarie ma in tantissime realtà con bambini, con soggetti disabili, con anziani nelle Rsa, nei consultori familiari, nelle comunità terapeutiche, siamo in mezzo alla gente e a contatto con le persone che aiutiamo e la ratio della norma era di non contagiarle, considerato che non tutto e non sempre si può fare online. Siamo offesi e anche umiliati, ma non me la prendo tanto con Draghi quanto con chi lo ha consigliato, probabilmente rimasto a molti decenni fa, con una visione antica dello psicologo e della psicologia”.

La nuova Tecnologia Sperimentale di Google: il passato tornerà come un incubo

Il 30 Marzo Google ha varato una nuova Tecnologia Sperimentale di Controllo, la Federated Learning of Cohorts (aka FloC), attiva, a loro insaputa (o quasi), per un milione di utenti Chrome, distribuiti in Australia, Brasile, Canada, India, Indonesia, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Filippine e Stati Uniti. L’annuncio è stato dato da Marshall Vale, Product Manager di Privacy Sandbox Google (blog.google). I poveri malcapitati, scelti casualmente, potranno inibire FloC solo disabilitando i cookie di terze parti.

Secondo l’Electronic Frontier Foundation (EFF), un’organizzazione di avvocati attiva sin dagli anni Novanta per la tutela dei diritti digitali, FloC è Terribile, invasiva sino al punto da far rimpiangere il sistema dei Cookie di terze parti che vorrebbe sostituire.

Per più di due decenni, dicono a EFF, il sistema dei Cookie di terze parti (C3P) è stato il fulcro di un settore oscuro, squallido e multimiliardario di sorveglianza pubblicitaria sul Web.

I C3P, lo riassumo alla buona, sono il cuore di quel sistema che permette nel web la tenuta dello stato. Lo stato è la nostra impronta digitale, mantiene identica la nostra identità durante la navigazione sullo stesso sito e, sopratutto, su siti diversi. È quel sistema che crea quell’effetto di déjà-vu partendo da nostre briciole di informazioni lasciate cadere per caso, anche in WhatsApp. È quel sistema che, interprete dei nostri desideri, produce quella minestra riscaldata fatta di annunci, meme e informazioni che spuntano nella casella della posta, nelle app di gioco, nei siti web, sulle pagine dei social network. L’effetto si riproduce sia su Facebook, dove si creano bolle identitarie, con un perpetuo ritorno degli stessi contenuti, sia su Google, dove l’indirizzamento verso contenuti – la lettura – è sempre sorvegliato: leggiamo quello che ci vogliono far leggere. Il resto non è censurato, è seppellito sotto Terabyte di dati, e non è né il fantomatico Dark Web né una Waste Land.

L’identità digitale non ha nulla a che fare con l’identità dello stato civile.

Dunque non serve a nulla usare nomi falsi o nomi di altri. Alla sorveglianza C3P non interessa il tuo stato civile – chi sei – e non gli interessa nemmeno ciò in cui credi – che cosa sei -, gli interessa sapere dove stai andando, gli interessa orientare il tuo cammino, deviarlo, pilotarlo, all’occorrenza, interromperlo. Quando nel web hai un effetto di déjà-vu vuol dire che ti stanno tracciando.

Apple e Firefox si sono rotti di assecondare questo sistema di controllo e sorveglianza e hanno deciso di bloccare i C3P. Ma non è servito a niente. Il sistema di sorveglianza si è evoluto, introducendo una tecnica di fingerprint (impronta digitale) che approfitta delle specifiche tecniche del dispositivo dell’utente (tipo e larghezza del display, colori e font, tipo di gestore internet, tipo di browser, marca del dispositivo, etc) per identificarlo e produrre lo stato. Ancora una volta, non frega a nessuno chi sei e che idee hai, gli frega sapere dove vai, e dove vai glielo dicono le tue impronte.

Chissenefrega dove sono stato! E invece no. Perché le pratiche computazionali si nutrono del passato per produrre il futuro, e l’unico futuro che riescono a produrre è l’incubo del dejà-vu.

Tutto ciò che il fringerprint produce è un mondo all’altezza dei ricordi, all’altezza di ciò che è stato. Un mondo zeppo di nostalgia e tremendamente reazionario, dove non si vuole che ci sia posto per ciò che non si è mai visto – non il diverso, che è un modo alternativo di ritorno del passato.

Attenzione!, il tuo fringeprint, che oggi non vale nulla, il giorno della resa dei conti servirà per implementare il tuo futuro.

La tecnologia FloC, pensata per sostituire il C3P e il Fingerprint, integra i profili comportamentali del Fingerprint, ma produce una identità collettiva, un nome collettivo. Il FloC, dicono a EFF, è progettato per produrre il targeting comportamentale senza cookie di terze parti. Un browser con FLoC raccoglierebbe informazioni sulle abitudini di navigazione dell’utente, quindi utilizzerebbe tali informazioni per assegnare all’utente una “coorte” o gruppo. Data una definizione standard di assimilazione, gli utenti con abitudini di navigazione simili, verrebbero raggruppati nella stessa coorte.

Tu non sarai più il Tizio che ha un Samsung con dislpay 6.1 pollici, una connessione Vodafone, Brawser Firefox, sistema operativo Android 10, etc, e a cui interessano Meteo.it la mattina, Wikipedia e Treccani alle 10, Lantipiplomatico all’una, Giallozafferano alle 18, PornHub la sera. Il sistema FloC indirizzerà le persone su basi identitarie collettive, tutte da costruire, e che non necessariamente corrisponderanno ai classici raggruppamenti per sesso, religione, età e abitudini sessuali o capacità economica.

In ogni caso, una volta assegnati a una coorte, il sistema proporrà ostinatamente contenuti abbinati a quella stessa coorte. Se ti interessa GialloZafferano o HuffPost o Gazzetta vedrai dappertutto cibo o o politica o calcio. Come un re Mida vivrai l’incubo di essere indirizzato solo verso ciò che hai desiderato – il tuo passato sarà il tuo incubo.

Lo ammette anche il NYT: “Il capo dell’ISIS collaborava con l’esercito USA”

“In un report di interrogatorio riservato, il detenuto iracheno M060108-01 è presentato come un prigioniero modello, ‘collaborativo’ con i suoi carcerieri americani e insolitamente loquace. A volte sembrava che facesse di tutto per rendersi utile, soprattutto quando gli veniva offerta la possibilità di dare informazioni sui suoi rivali interni dell’organizzazione, allora nota come Stato islamico dell’Iraq”.

“Il detenuto sembra essere più collaborativo ad ogni sessione”, riferisce un rapporto del 2008 riguardante questa figura, il cui vero nome è Amir Muhammad Sa’id Abd-al-Rahman al-Mawla. “Il detenuto sta fornendo molte informazioni sui membri dell’Isis”, aggiunge un altro report”.

“Come documentato nei 53 report parzialmente resi pubblici, la collaborazione di Mawla con le forze americane comprendeva la collaborazione con il personale specializzato nel riprodurre gli identikit dei più importanti ricercati per sospetto terrorismo, ma egli è arrivato perfino a indicare i ristoranti e i caffè preferiti dai suoi ex compagni”.

L’uccello canterino del Terrore

“Al-Mawla era un uccello canterino di talento e abilità unici”, ha scritto Daniel Milton, professore associato presso il Combating Terrorism Center, uno dei ricercatori che hanno esaminato i documenti, in un saggio pubblicato sul blog Lawfare, specializzato in sicurezza nazionale. ‘Questi [rapporti di interrogatorio] sono pieni zeppi di tali dettagli’”.

“Nel corso di diversi interrogatori tenuti nel 2008, il detenuto ha fornito indicazioni precise su come trovare il quartier generale segreto dell’ala mediatica del gruppo ribelle, dettagliando  perfino il colore della porta principale [della sede] e le ore del giorno in cui l’ufficio sarebbe stato occupato”.

“Sembra che Al-Mawla sia stato catturato alla fine del 2007 o all’inizio del 2008, ed è stato sottoposto a dozzine di interrogatori dai militari statunitensi. Non è nota la data precisa del suo rilascio, ma i rapporti degli interrogatori si interrompono nel luglio 2008”.

Amir Muhammad Sa’id Abd-al-Rahman al-Mawla è ora noto come Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, l’uomo che, dopo l’uccisione Abu Bakr al-Baghdad, per anni leader indiscusso dell’Isis, ne ha preso il posto. Così dal 2019 è il Califfo dello Stato islamico, noto anche come Isis.

A riportare i documenti del Pentagono è il New York Times, che li pubblica senza alcun imbarazzo per quello che si può definire, per usare un cauto eufemismo, un evidente errore di valutazione della Sicurezza americana.

Nulla si sa del modo con cui l’ex collaboratore dell’Us. Army sia diventato Califfo dell’Isis. Tale carica non si ottiene tramite un’elezione generale interna all’organizzazione, né ci si può nominare da soli.

Sul punto mancano informazioni dettagliate, ma si può arguire che essa sia appannaggio di una cerchia interna di iniziati. Come abbia fatto l’ex uccello canterino della Sicurezza Usa a convincere tali iniziati è un chiuso mistero.

Ma evidentemente le prigioni americane portano fortuna ai profeti del Terrore. Anche al Baghdadi, secondo documenti del Pentagono, fu catturato e rinchiuso in una prigione gestita dai soldati dell’Us. Army, Camp Bucca.

Ne uscì 11 mesi dopo, rilasciato (così si presume, dato che se fosse evaso ne sarebbe rimasta traccia documentale), e diede inizia alla sua missione satanica. Chissà se anche lui era stato altrettanto collaborativo con i suoi carcerieri, per meritarsi una prigionia soft di qualche mese.  Non ci sono documenti al riguardo.

Chesterton e Camp Bucca

Gli interna corporis delle Agenzie del Terrore riservano sorprese. Tornano alla mente, ci si consenta una divagazione letteraria-poetica, le peripezie di Gabriel Syme, protagonista dell’Uomo che fu Giovedì di Chesterton, che Scotland Yard riesce a infiltrare nel movimento anarchico, nel quale farà una brillante carriera, fino a diventare membro del Consiglio supremo del movimento anarchico internazionale, il Consiglio dei giorni, composto da sette membri, identificati con i giorni della settimana.

Giovedì, questo il giorno assegnato a Smyne, scoprirà presto che anche gli altri membri del Consiglio sono infiltrati come lui, e lo stesso capo supremo in realtà è parte dei buoni.

Fantasie letterarie, ovviamente, ma a volte la realtà supera la fantasia, come appunto in questo caso, data l’inspiegabile, fulminante, carriera nella multinazionale del Terrore dell’uccello canterino prediletto dall’intelligence Usa. Ci sarebbe da scrivere un libro anche su questo, ma purtroppo non ci sono più i Chesterton di una volta.

Oggi abbiamo il New York Times, che pure va lodato per aver dato tanto spazio a questa documentazione (chissà chi l’ha fatta uscire…), un giornale che, più che interrogarsi sui fatti, rende noto che la fuga di notizie sul leader dell’Isis ha creato qualche malumore all’interno della Macelleria califfale.

Qualcuno chiederebbe addirittura un cambio di guardia, che non possono mica macellare a comando di un uccello canterino. Non c’è problema: tolto un Califfo se ne fa un altro. Tanto di islamisti già detenuti nelle prigioni americane ce ne son legioni.

Al di là della facile ironia, la vicenda fa sorgere qualche domanda anche su questi campi di detenzione. Servono a eliminare pericoli pubblici e, se si ha fortuna, a restituire alcuni di essi alla vita civile. In realtà sembrano produrre l’esatto contrario, alimentando la Macelleria internazionale. Ma questo, le Agenzie del Contro-Terrore lo sanno meglio di noi.

Donbass, Occidente senza anima

 

Di Marinella Mondaini

 

Occidente senz’anima. Oggi come non mai vediamo in faccia l’abominevole cinismo dei politici europei, a partire dalla Merkel, Macron, Usa e Gran Bretagna. Nel Donbass l’ennesimo omicidio di bambini da parte degli ucraini che continuano a bombardare da 7 anni quelle martoriate due repubbliche autoproclamatesi indipendenti.

Il 3 aprile un drone ucraino ha sganciato una bomba su una casa d’abitazione, uccidendo sul colpo un bimbo di neanche 5 anni che giocava nel giardino e ferendo la nonna. E’ chiaro che chi lo manovrava vedeva benissimo che non stava colpendo un “terrorista – separatista” del Donbass! Il corpo del bimbo è stato ridotto in brandelli, una gambina non è stata nemmeno ritrovata, perciò, contrariamente all’usanza ortodossa, il funerale si è tenuto con la bara chiusa.

Nessuno ha condannato questo orrendo, ma ordinario atto di massacro della popolazione del Donbass.

Nessuna reazione. In Italia idem, i mass media non hanno scritto un solo rigo sulla notizia del bimbo dilaniato. La Rada, il parlamento ucraino, ha rifiutato ogni responsabilità e anzi, i deputati hanno esortato a non credere alla morte del bambino, perché “si tratta dell’ennesima propaganda del Cremlino”.

I funzionari dell’OSCE, di servizio nel Donbass per il monitoraggio, chiamati il giorno della disgrazia hanno rifiutato di recarsi sul posto, solo dopo qualche giorno sono stati costretti ad andare a casa della nonna per verificare l’accaduto e hanno confermato la morte del piccolo. Nel Donbass si sono sempre lamentati per il lavoro scadente dell’Osce, dicono che stanno dalla parte di Kiev.

In Russia il Comitato Investigativo ha aperto un procedimento penale per questo barbaro delitto, mentre il portavoce della Duma, Vjaceslav Volodin ha esortato ad escludere l’Ucraina dal Consiglio d’Europa. Ma nonostante il rumore, Bruxelles tace.

 “Bruxelles e Washington vogliono questa guerra!” – ha dichiarato Leonid Sluzkij, capo del Comitato per gli Affari Esteri della Duma.

Due giorni fa il Donbass ha pianto la morte di un’altra giovane vita spezzata, si tratta di un ragazzino di 16 anni che insieme a un amico passeggiava lungo il fiume, nella repubblica di Lugansk. E’ saltato sulle mine rimaste inesplose nei campi, l’amico è rimasto ferito. Durante questa guerra secondo l’Onu sarebbero morti 150 bambini, ma oltre a tenere il conto e scrivere le cifre, cosa ha fatto?

L’Occidente ignora da 7 anni i crimini di Kiev e mantiene le sanzioni alla Russia per l'”aggressione militare al Donbass”, 

Il presidente ucraino Zelenskij non solo non ha terminato la guerra, come aveva promesso, ma l’ha inasprita. Guarda la coincidenza, con la vittoria dei Democratici negli Stati Uniti, il governo ucraino, ringalluzzito, dichiara di voler mettere fine alle due repubbliche con una guerra in grande stile, sognando di vincere il nemico: la Russia, che secondo la narrazione ufficiale farebbe la guerra nel Donbass. Perciò da parecchi giorni sta mandando interi treni di armamenti pesanti e centinaia di soldati, continuando ad aumentare i bombardamenti sulla linea di demarcazione, per fare solo un esempio, ieri sera su Vesjoloe, sono piovute 15 mine da 120 mm. di calibro. 

La Russia, come da calendario, ha dato inizio alle esercitazioni militari, a nord come a sud, ma vedere fila di camion militari vicino alle frontiere di Crimea e Donbass ha allarmato Europa e Stati Uniti, i quali accusano la Russia di provocare l’Ucraina e vogliono spiegazioni! La Russia ha risposto che in casa propria sposta i suoi soldati dove meglio crede, strano che per lo spostamento di armi e soldati sul confine delle due repubbliche del Donbass Unione Europea e Stati Uniti tacciano!

“Il Donbass non vuole la guerra, la gente è stanca, vorremmo risolvere il conflitto pacificamente, – ha dichiarato Pushilin, capo della repubblica di Donezk, ma l’Ucraina continua a bombardare e i miliziani, oramai regolare esercito, non possono non rispondere”. 

Ora il nocciolo della questione è che gli Stati Uniti vogliono fermare ad ogni costo il gasdotto “North Stream 2” e per mezzo del loro strumento Zelenskij – cercano di coinvolgere la Russia nella guerra spingendo l’Ucraina a iniziare grandi combattimenti nel Donbass. Ma la Russia non ha intenzione di parteciparvi, oggi il segretario del Consiglio di Sicurezza della Fed. Russa, Nikolaj Patrushev, ha dichiarato che la Russia non vuole intromettersi nel conflitto interno dell’Ucraina, tuttavia segue attentamente l’andamento della situazione e prenderà misure concrete a seconda degli sviluppi.

Ricordo la promessa fatta tempo fa da Vladimir Putin: “se Kiev farà del Donbass una nuova Srebrenica, l’Ucraina perderà la propria statalità”. Nelle due repubbliche di Donezk e Lugansk oggi oltre 600.000 persone hanno ottenuto la cittadinanza della Federazione Russa e quindi la Russia sarà costretta a intervenire per difendere i propri cittadini.

L’altro ieri il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov aveva dichiarato che Kiev non rispetta gli Accordi di Minsk e aveva chiesto a Macron e Merkel di darsi da fare per “far rinsavire i politici di Kiev finché non è tardi”. Dichiarazioni inusualmente severe che rispecchiano la gravità del momento. 

 

*Scrittrice, giornalista, traduttrice. Vive e lavora a Mosca

 

La lotta al riscaldamento globale come arma nella nuova Guerra Fredda contro Russia e Cina

Usare il riscaldamento globale come arma nella nuova guerra fredda. Gli USA pensano alla mossa ambientalista nel tentativo di fermare i propri competitori geopolitici come Russia, Cina e Iran. Forse è questo il motivo principale per cui l’amministrazione Biden pare andare in senso totalmente opposto al repubblicano Trump che invece aveva scelto finanche di uscire dall’Accordo di Parigi sul clima. 

Il tema viene efficacemente affrontato da Guido Salerno Aletta in un illuminante editoriale apparso su Teleborsa. Il cambiamento di fronte dell’amministrazione Biden, spiega l’editorialista, segna infatti «una svolta decisiva nella strategia americana volta a mantenere la sua sempre più insidiata egemonia.

La Russia per un verso e la Cina per l’altro, assai più vigorosamente dell’Unione europea, rivendicano infatti da tempo un ruolo alla pari in un sistema delle relazioni internazionali non più fondato sull’eccezionalismo statunitense, unica superpotenza globale dopo la dissoluzione dell’URSS, ma multipolare».

Quindi il democratico avrebbe deciso questo cambio di strategia, in senso ambientalista, non per una volontà di sincera attenzione dell’ambiente, ma più prosaicamente per raggiungere quegli stessi obiettivi di riequilibrio dal punto di vista del commercio internazionale che già agognava Trump. Pur se battendo altre strade.

«Rispetto alla volontà americana – spiega Salerno Aletta – di mantenere il proprio ruolo egemone a livello globale, la Russia, l’Iran e la Cina costituiscono, anche se per motivi diversi, un insieme di antagonisti che possono essere fortemente indeboliti usando come leva la lotta al cambiamento climatico e soprattutto la decarbonizzazione dell’economia.

Il ragionamento è questo: i cambiamenti climatici, caratterizzati da fenomeni metereologici sempre più estremi, dalla progressiva desertificazione di intere aree del pianeta e dalla siccità prolungata che comporta la perdita delle colture ed i conseguenti fenomeni migratori incontrollabili, sono tutti conseguenza del riscaldamento globale. Questo riscaldamento deriva dalla immissione nell’atmosfera del CO2 prodotto dall’uso delle fonti energetiche fossili.

Se si riuscisse a decidere a livello globale una progressiva limitazione dell’uso delle fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e gas), l’America avrebbe tutto da guadagnare: innanzitutto perché si ridurrebbero fortemente i proventi delle esportazioni di Russia ed Iran. Per altro verso, la Cina dovrebbe effettuare massicci investimenti per sostituire innanzitutto le diffusissime centrali a carbone e poi per dotarsi di fonti energetiche da fonti rinnovabili. La competitività delle merci cinesi si abbatterebbe violentemente per via dei maggiori costi di produzione che deriverebbero dai nuovi investimenti, e soprattutto degli oneri finanziari straordinari implicati dal mancato ammortamento degli impianti di produzione di energia che sono stati realizzati tutti in tempi assai recenti.

Con un’unica mossa, gli USA metterebbero al tappeto i suoi avversari».   

I piccoli muoiono e le multinazionali portano il 40% degli utili nei paradisi fiscali (Repubblica)

 

Il Ministro degli Interni Luciana Lamorgese ha definito inaccettabile la violenza dei manifestanti ieri davanti a Montecitorio. Come se fossero dei facinorosi nullafacenti quelli che manifestavano, non persone messe in ginocchio delle chiusure fallimentari per contenere la pandemia e per uan discutibile politica dei ristori dei quali molti non hanno visto neanche l’ombra.

Bisognerebbe precisare che ieri le tensioni, fortunatamente, sono durate qualche minuto, un solo ferito fra le forze dell’ordine.

Violenze ben peggiori devastanti in paesi dove i governi che non hanno il favore dell’occidente i manifestanti sono definiti pro-democrazia, qui sono “fassisti”, “bottegai”, “incappuciati”, “evasori fiscali.”

La vergogna assoluta, anzi, per restare in tema inacettabile è la notizia data oggi, una beffa, una presa in giro per milioni di cittadini onesti.

Secondo quanto riporta Repubblica oggi “il 40% dei profitti delle grandi multinazionali mondiali è parcheggiato nei paradisi fiscali dove le tasse sono low-cost. Pratica che solo all’Italia costa 26 miliardi di mancati incassi all’anno”, citando uno studio dell’Università di Berkeley, di quella di Copenhagen e del National Bureau for economic research. Inoltre, si aggiunge che ” ben 23 miliardi sono emigrati verso altri paesi Ue molto più accoglienti sul fronte fiscale, in primis Irlanda, Olanda e Lussemburgo”

La banda Google, Amazon, Facebook, Uber, Airbnb e Apple nei suoi bilanci lo mette nero su bianco. Ci prendono in giro e ce lo dicono in faccia: pagano 42 milioni di euro di tasse a fronte di miliardi di fatturato che fanno in Italia.

Il governo dei “migliori” siamo certi che non metterà mai fine a questa vergogna, perché sottomessi come siamo agli StatiUniti d’America, potremmo scatenare le ire dei padrone, ciò che aveva minacciato Trump lo potrà realizzare Biden con le relative sanzioni. E Joe e democratico e tutto gli è permesso.

Una cifra come questa, 26 miliardi all’anno, altro che Recovery fund, è considerevole per Istruzione, Sanità, Ricerca, per lo Stato Sociale e non prevede che ci sia chi reclami la restituzione o che già ci sia la tassazione alla fonte.

Discorso simile va fatto per chi ieri, alcuni partiti di sinistra e forze antagoniste che hanno pensato a vedere il pedigree rivoluzionario di chi ieri stava in piazza.

Fare un battaglia politica affinché le multinazionali paghino le tasse in Italia potrebbe raccogliere consensi e mobilitare tate persone stanche per anni di ingiustizie, precarietà.

Stanche per aver pagato la crisi in questi anni.

C’è il modo, quindi, per non affidare le proteste a Casa Pound, Fratelli di Italia e affini.

Inutile, invece, perdere tempo a vedere quale braccio sollevavano i manifestanti o quale bandiere sventolano in piazza.

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