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ECCO COME IL FALLIMENTO DEL LIBERALISMO CREA I MARXISTI

di YORAM HAZONY

I. Il crollo del liberalismo istituzionale

Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, per un’intera generazione gran parte degli americani e degli europei ha considerato il marxismo un nemico che era stato sconfitto una volta per tutte. Ma non era così.

Solo 30 anni dopo, il marxismo è tornato, ed è riuscito incredibilmente bene ad assumere il controllo delle più importanti agenzie di stampa, delle università e delle scuole, delle multinazionali e delle organizzazioni filantropiche, addirittura dei tribunali, della burocrazia statale e di alcune chiese in America. Mentre le città americane affrontano disordini, incendi e saccheggi, sembra proprio che i custodi liberali di molte di queste istituzioni, dal New York Times all’Università di Princeton, stiano disperatamente cercando di riottenerne il controllo, adottando piuttosto una politica di accomodamento. In altre parole, tentano di ingraziarsi i dipendenti marxisti cedendo ad alcune loro richieste nella speranza di non essere completamente sopraffatti.

Non sappiamo cosa accadrà con certezza. Ma se consideriamo l’esperienza degli ultimi anni possiamo azzardare un’ipotesi. Al liberalismo istituzionale mancano le risorse per fare i conti con questa minaccia. Il liberalismo viene allontanato da quelli che erano i suoi capisaldi, e l’egemonia delle idee liberali, così come la conosciamo dagli anni Sessanta, finirà. I liberali anti-marxisti si ritroveranno nella stessa situazione che caratterizza da tempo l’esperienza conservatrice, nazionalista, e cristiana: si ritroveranno all’opposizione.

Questo significa che qualche ardito liberale dichiarerà presto guerra alle stesse istituzioni che finora sono state sotto il suo controllo. Cercherà di creare piattaforme di comunicazione e di formazione alternative, all’ombra di quelle istituzioni potenti, ricche e prestigiose delle quali non ha più il controllo. Nel frattempo qualche altro liberale continuerà a lavorare nei media di regime, nelle università, nelle società di tecnologia, nelle organizzazioni filantropiche, e nella burocrazia statale, imparando a tenersi per sé le sue idee liberali e facendo credere ai colleghi di essere marxista, proprio come molto tempo fa i conservatori avevano imparato a tenersi per sé le loro idee conservatrici e facendo credere ai colleghi di essere liberali.

Questa è la nuova realtà che sta emergendo. La politica si tinge di rosso e i neomarxisti non si accontenteranno delle loro recenti vittorie. In America sfrutteranno il loro vantaggio per tentare di impossessarsi del Partito Democratico. Tenteranno di ridurre il Partito Repubblicano a una flebile imitazione della loro nuova ideologia, o di vietarne del tutto l’esistenza in quanto organizzazione razzista. In altri paesi democratici cercheranno di imitare i successi raggiunti in America. Nessuna nazione libera sarà risparmiata. Perciò non facciamo finta di nulla, dicendoci che questa maledizione non si abbatterà su di noi. Perché lo farà.

Nel presente saggio vorrei introdurre alcune considerazioni sulle ultime vittorie dei marxisti in America, in merito a quanto è accaduto e a quanto probabilmente accadrà ancora.

II. Lo schema marxista

Nelle loro recenti battaglie per mantenere il controllo delle organizzazioni liberali, i liberali antimarxisti hanno dovuto affrontare numerosi svantaggi. Uno di questi è che spesso non se la sentono
di usare il termine “marxista” in buona fede per definire coloro i quali cercano di distruggerli. Ciò accade perché i loro carnefici non seguono l’esempio del Partito Comunista, dei Nazisti, e di vari altri movimenti politici che si contraddistinguevano usando un certo nome di partito e pubblicando un manifesto esplicito per definirlo. Piuttosto disorientano i loro oppositori servendosi di un vocabolario mutevole di termini come “la Sinistra”, “Progressismo”, “Giustizia Sociale”, “AntiRazzismo”, “Anti-Fascismo”, “Black Lives Matter”, “Teoria Critica della Razza”, “Politica dell’Identità”, “Politicamente Corretto”, “Non-Abbassate-La-Guardia”, tra gli altri, per fare
riferimento al loro credo politico. Quando i liberali tentano di usare questi termini vengono spesso criticati perché non li usano correttamente e questa diventa un’arma nelle mani di coloro i quali vogliono umiliarli e, in definitiva, annientarli.

Il modo migliore per sfuggire da questa trappola è riconoscere il movimento che attualmente sta tentando di distruggere il liberalismo per quello che è: una versione recente del marxismo. Non lo dico per screditare qualcuno. Lo dico perché è vero. E perché comprendere questa verità ci aiuterà a capire ciò che ci troviamo ad affrontare.

I neomarxisti non usano il gergo tecnico coniato dai Comunisti dell’Ottocento. Non parlano di borghesia, proletariato, lotta di classe, alienazione del lavoro, feticismo delle merci, e così via, al contrario hanno sviluppato un proprio gergo adatto all’attuale situazione in America, in Gran Bretagna e in altri paesi. Tuttavia le loro politiche si basano su uno schema marxista fatto apposta per criticare e annientare il liberalismo (quello che Marx definiva “l’ideologia della borghesia”). Possiamo descrivere lo schema politico di Marx nel modo seguente:

1. Oppressore e oppresso
Marx afferma che, a livello empirico, le persone tendono invariabilmente a costituirsi in gruppi coesi (quelle che lui chiama classi), ciascuno dei quali sfrutta un altro gruppo finché riesce a farlo. Un ordine politico liberale in questo non è diverso da qualunque altro e tende verso due classi, una delle quali possiede e controlla praticamente tutto (l’oppressore), mentre l’altra viene sfruttata ed espropriata del frutto del suo lavoro, tanto da non riuscire a progredire, al contrario resta per sempre schiava (l’oppresso).  Inoltre, Marx considera lo Stato stesso, con le sue leggi e i suoi meccanismi di coercizione, uno strumento del quale la classe dell’oppressore si serve
per mantenere il regime di oppressione e per aiutarla a portare avanti il suo piano.

2. Falsa coscienza
Marx capisce che gli imprenditori, i politici, i giuristi, e gli intellettuali liberali che tengono in vita questo sistema non sono consapevoli di essere gli oppressori e che quello che loro considerano progresso ha creato soltanto nuove condizioni di oppressione. In realtà nemmeno la classe lavoratrice può essere consapevole di
essere sfruttata e oppressa. Questo è vero in quanto pensano tutti in termini di categorie liberali (es., il diritto dell’individuo di vendere liberamente il proprio lavoro) che nascondono un’oppressione sistematica. Tale ignoranza del fatto che si è oppressori o oppressi è definita ideologia dominante (in seguito Engels la descrisse coniando l’espressione falsa coscienza) ed è possibile superarla soltanto quando si è coscienti di ciò che accade e si impara a riconoscere la realtà utilizzando le vere categorie.

3. Ricostruzione rivoluzionaria della società
Marx afferma che, storicamente, le classi oppresse hanno materialmente migliorato le proprie condizioni soltanto grazie a una ricostruzione rivoluzionaria della società nel suo insieme, ovvero attraverso la distruzione della classe dell’oppressore, nonché delle idee e delle norme sociali che tengono in vita il regime di oppressione sistematica. Specifica inoltre che i liberali forniranno agli oppressi gli strumenti necessari per rovesciarli. Ci sarà un periodo di “guerra civile più o meno velata, che infurierà all’interno della società esistente, fino al punto in cui la guerra scoppierà fino a sfociare nella rivoluzione aperta” e nel “rovesciamento violento” degli  oppressori liberali. A questo punto gli oppressi assumeranno il controllo dello stato.

4. Totale scomparsa degli antagonismi di classe
Marx promette che dopo che la classe proletaria oppressa avrà assunto il controllo dello stato, “si porrà fine” allo sfruttamento degli individui da parte di altri individui e l’antagonismo tra le classi di individui finalmente scomparirà. Il modo per fare tutto questo non è specificato.

Le teorie politiche marxiste sono state ulteriormente sviluppate ed elaborate nel corso di circa due
secoli. La storia di come il “neomarxismo” sia emerso dopo la Prima Guerra Mondiale negli scritti della Scuola di Francoforte e di Antonio Gramsci è stata raccontata più volte, e gli accademici avranno molto da fare per molti anni ancora a raccontare quanta influenza sia stata esercitata sui vari movimenti successivi da Michel Foucault, il post-modernismo, e altri.

Ma per i nostri fini non è necessario scendere così tanto nel dettaglio, perciò userò il termine “marxista” in senso lato per fare riferimento a qualsiasi movimento politico o intellettuale che si basi sullo schema generale di Marx così come lo ho descritto. Questo comprende il movimento “Progressista” o “Anti-Razzista” che attualmente avanza verso la conquista del liberalimo in America e in Gran Bretagna. Questo movimento utilizza categorie razziali quali bianchi e persone di colore per descrivere gli oppressori e gli oppressi di oggi. Ma è basato interamente sullo schema generale di Marx per la critica del liberalismo e per il piano d’azione contro l’ordine politico liberale. Si tratta semplicemente di una versione recente del marxismo.

III. Il fascino e la forza del marxismo

Nonostante molti liberali e conservatori affermino che il marxismo non è “nient’altro che una grande menzogna”, questo non è del tutto vero. Le società liberali si sono dimostrate più volte vulnerabili al marxismo e ora stiamo vedendo con i nostri occhi come le maggiori istituzioni liberali del mondo vengano cedute ai marxisti e ai loro alleati. Se è vero che il marxismo non è nient’altro che una grande menzogna, perché le società liberali sono così vulnerabili al marxismo?

Dobbiamo comprendere la sua forza e il suo perenne fascino. Non lo capiremo mai senza ammettere che il marxismo coglie certi aspetti della verità che mancano al liberalismo illuminista. Quali aspetti della verità?

La maggiore intuizione di Marx è aver capito che le categorie che i liberali utilizzano per costruire la loro teoria della realtà politica (libertà, uguaglianza, diritti e consenso) non sono sufficienti per comprendere la sfera politica. Non sono sufficienti in quanto lo schema liberale del mondo politico esclude due fenomeni che secondo Marx sono assolutamente centrali nell’esperienza politica umana: il fatto che le persone formino invariabilmente classi o gruppi politici coesi, e il fatto che queste classi o gruppi invariabilmente opprimano o sfruttino un’altra classe o gruppo, mentre lo stato funge da strumento nelle mani della classe degli oppressori.

I miei amici liberali tendono a credere che l’oppressione e lo sfruttamento esistano soltanto nelle società tradizionali o autoritarie, mentre la società liberale sarebbe libera (o quasi libera) da tutto questo. Ma questo non è vero. Marx ha ragione quando afferma che ogni società consiste di classi o gruppi coesi e che la vita politica, in ogni parte del mondo, riguarda soprattutto i rapporti di potere tra diversi gruppi. Ha ragione anche quando afferma che in un dato momento un gruppo (o una coalizione di gruppi) domina lo stato, e che le leggi e le politiche dello stato tendono a riflettere gli interessi e gli ideali del gruppo dominante.

Inoltre, Marx ha ragione quando afferma che il gruppo dominante tende a considerare le sue leggi e le sue politiche un riflesso della “ragione” o della “natura” e si impegna a diffondere il suo modo di vedere le cose in tutta la società, tanto che vari tipi di ingiustizia e di oppressione tendono a rimanere nascosti. Per esempio, malgrado decenni di sperimentazione con i voucher [soldi pubblici distribuiti alle famiglie per pagare scuole private] e le charter school [scuole gestite privatamente con denaro pubblico], la forma prevalente di liberalismo americano resta fortemente impegnata verso il sistema scolastico pubblico. In gran parte dei casi esiste un sistema monopolistico che stabilisce che i bambini e i ragazzi di ogni provenienza debbano ricevere quella che di fatto è un’istruzione atea spogliata di ogni riferimento a Dio e alla Bibbia.

Sebbene i liberali siano sinceramente convinti che tale politica sia giustificata dalla teoria della “separazione tra stato e chiesa”, o dalla tesi secondo la quale la società necessita di scuole “per tutti”, rimane il fatto che queste teorie giustificano in realtà un sistema che mira a inculcare il liberalismo illuminista. Tutto ciò, visto da una prospettiva conservatrice, corrisponde a una tacita persecuzione delle famiglie religiose. Analogamente, il settore della pornografia non sarebbe nient’altro che un’orribile strumento per sfruttare le donne povere, benché sia giustificato dalle élite liberali per ragioni di “libertà di espressione” e altre libertà riservate agli “adulti consenzienti”. Sulla stessa linea, la delocalizzazione indiscriminata della capacità produttiva è considerata espressione dei diritti di proprietà da parte delle élite liberali che traggono vantaggio dalla manodopera cinese a basso costo a discapito della classe lavoratrice dei paesi vicini.

No, la teoria politica marxista non è soltanto una grande menzogna. Analizzando la società in termini di rapporti di potere tra classi o gruppi, è possibile far emergere importanti fenomeni politici nei confronti dei quali le teorie liberali illuministe (teorie che tendono a ridurre la politica all’individuo e alle sue libertà private) sono sistematicamente cieche.

Questo è il motivo principale per il quale le idee marxiste esercitano un tale fascino. In tutte le società ci saranno sempre tante persone che hanno ragione di credere di essere state oppresse o sfruttate. Ad alcune di queste affermazioni è possibile porre rimedio, ad altre meno. Ma quasi tutte sono suscettibili di interpretazioni marxiste, il che dimostra quanto esse siano il risultato di un’oppressione sistematica da parte delle classi dominanti e giustifica una risposta carica di indignazione e violenza. Chi è tormentato da tale oppressione apparente si ritroverà spesso a militare tra le fila marxiste.

Certamente i liberali non sono rimasti fermi di fronte alle critiche basate sulla realtà dei rapporti di potere tra i gruppi. Tra le iniziative, la Legge sui Diritti Civili del 1964 proibiva esplicitamente pratiche discriminatorie nei confronti di varie classi o gruppi; i successivi programmi di “Affirmative Action” miravano a rafforzare la posizione delle classi svantaggiate attraverso quote, obiettivi di assunzione, e altri metodi. Tuttavia questi tentativi non hanno fatto nulla per creare una società libera dai rapporti di potere tra classi o gruppi. Anzi, la sensazione che “il sistema sia marcio” in quanto favorisce certe classi o gruppi piuttosto che altre si è soltanto accentuata.

Nonostante abbia avuto a disposizione più di 150 anni per lavorarci, il liberalismo non ha ancora trovato il modo per affrontare in maniera convincente il problema posto dal pensiero di Marx.

IV. Gli errori che rendono fatale il marxismo

Abbiamo analizzato gli aspetti veritieri della teoria politica marxista e il motivo per il quale è una dottrina così potente. Ma lo schema marxista presenta anche molti problemi, alcuni dei quali sono fatali.

Il primo è che proponendo un’analisi critica dei rapporti di potere tra classi o gruppi, il marxismo parte dal semplice presupposto che laddove si scopra un rapporto tra un gruppo più forte e uno più debole, si tratterà di un rapporto tra un oppressore e un oppresso. Ciò farebbe pensare che tutti i rapporti gerarchici siano soltanto un’altra versione del terribile sfruttamento degli schiavi neri da parte dei proprietari di piantagioni in Virginia prima della Guerra Civile. Ma nella maggior parte dei casi i rapporti gerarchici non sono sinonimo di schiavitù.

Se è vero che i re sono generalmente stati più potenti dei sudditi, i datori di lavoro più potenti dei lavoratori, e i genitori più potenti dei figli, in questi casi non si è trattato di rapporti diretti tra oppressori e oppressi. Di gran lunga più comuni sono i rapporti misti, nei quali sia la parte forte che la parte debole ottengono certi vantaggi, e nei quali entrambe le parti si fanno carico delle difficoltà per poter mantenere il rapporto.

Il fatto che lo schema marxista presupponga un rapporto tra oppressore e oppresso ci conduce alla
seconda grande difficoltà, che è l’assunto secondo il quale tutte le società sono talmente sfruttatrici da tendere verso il sovvertimento della classe o gruppo dominante. Ma se è possibile che i gruppi più deboli traggano vantaggio dalla loro posizione, e non siano soltanto oppressi, siamo allora giunti alla possibilità di una società conservatrice: una società nella quale esiste una classe dominante o un gruppo (o una coalizione di gruppi) fidelizzato che cerca di trovare un equilibrio tra i benefici e gli oneri dell’ordine esistente, in maniera tale da evitare un’oppressione effettiva. In tal caso, il sovvertimento e la distruzione del gruppo dominante potrebbero non essere necessari. Anzi, dovendo considerare le probabili conseguenze di una ricostruzione rivoluzionaria della società (che spesso non comprende soltanto la guerra civile, ma anche l’invasione straniera in caso di crollo
dell’ordine politico), la maggior parte dei gruppi in una società conservatrice potrebbe preferire mantenere l’ordine esistente, o mantenerlo in larga parte, piuttosto che sopportare l’alternativa di Marx.

Questo ci porta al terzo fallimento dello schema di Marx. Qui manca notoriamente una visione chiara in merito a quello che la classe svantaggiata, dopo aver sovvertito gli oppressori ed essersi impadronita dello stato, dovrebbe fare con il potere neoassunto. Marx afferma con enfasi che una volta preso il controllo dello stato, le classi oppresse saranno in grado di porre fine all’oppressione. Ma queste affermazioni sembrano essere infondate. Dopotutto, abbiamo detto che la forza dello schema marxista sta nella sua volontà di riconoscere che i rapporti di potere esistono tra le classi e i gruppi in ogni società, e che questi possono essere oppressivi e sfruttatori in ogni società. E se questo è un fatto empirico (come infatti sembra essere) allora in che modo i marxisti che hanno sovvertito l’ordine liberale saranno in grado di ottenere la totale abolizione degli antagonismi di classe? A questo punto l’approccio empirico di Marx sfuma e il suo schema diventa del tutto utopistico. Quando i liberali e i conservatori definiscono il marxismo come “nient’altro che una grande menzogna”, si riferiscono a questo.

L’obiettivo marxista di impadronirsi dello stato e di usarlo per eliminare tutta l’oppressione è una vacua promessa. Marx non sapeva in che modo lo stato sarebbe riuscito a realizzare tutto questo e non lo sanno nemmeno i suoi seguaci. In realtà oggi abbiamo molti esempi storici nei quali i marxisti si sono impadroniti dello stato: in Russia e nell’Europa dell’Est, Cina, Corea del Nord e Cambogia, Cuba e Venezuela. Ma in tutti questi paesi il tentativo dei marxisti di una “ricostruzione rivoluzionaria della società” da parte dello stato ha portato soltanto a un lungo corteo di atrocità. In ogni caso, i marxisti stessi formano una nuova classe o gruppo, usando il potere dello stato per sfruttare e opprimere le altre classi nei modi più estremi,
fino a fare continuo ricorso all’uccisione di milioni di persone. Ma per tutte queste persone, l’utopia non arriva mai e l’oppressione non finisce mai.

La società marxista, come tutte le altre società, consiste di classi e gruppi organizzati in ordine gerarchico. Ma l’obiettivo di ricostruzione della società e l’affermazione che lo stato è responsabile della riuscita dell’impresa rende lo stato marxista molto più aggressivo e propenso a ricorrere alla coercizione e allo spargimento di sangue di quanto non faccia il regime liberale che esso cerca di soppiantare.

V. La danza del liberalismo e del marxismo

Spesso si dice che il liberalismo e il marxismo siano “opposti”, il liberalismo impegnato a liberare l’individuo dalla coercizione dello stato e il marxismo che supporta una coercizione illimitata alla ricerca di una società ricostruita. Se fosse invece che il liberalismo abbia avuto la tendenza a cedere e trasferire potere ai marxisti nel corso di pochi decenni? Lungi dall’essere l’estremo opposto del marxismo, il liberalismo sarebbe soltanto una strada verso il marxismo.

Un’interessante analisi delle analogie strutturali tra il liberalismo illuminista e il marxismo è stata
pubblicata dal teorico politico polacco Ryszard Legutko in un libro dal titolo The Demon in Democracy: Totalitarian Temptations in Free Societies (2016). Un libro successivo di Christopher Caldwell, The Age of Entitlement (2020), ha documentato in maniera analoga il modo in cui la rivoluzione costituzionale americana degli anni Sessanta, il cui scopo era stabilire il dominio del liberalismo, abbia in realtà condotto a una rapida transizione verso una politica “progressista” che è, come ho detto, una versione del marxismo.

In considerazione delle mie riflessioni, vorrei proporre un modo per comprendere il rapporto centrale che lega il liberalismo e il marxismo e li rende tutt’altro che “opposti”.

Il liberalismo illuminista è un sistema razionalista costruito sulla premessa che gli esseri umani
sono, per natura, liberi e uguali. Inoltre afferma che questa verità è “ovvia”, ovvero che tutti noi possiamo riconoscerla attraverso il mero esercizio della ragione, senza alcun riferimento alle tradizioni nazionali o religiose particolari della nostra epoca e del nostro paese.

Tuttavia ci sono delle difficoltà insite nel sistema. Una di queste è che, come accade, a termini estremamente astratti come libertà, uguaglianza e giustizia non è possibile attribuire un significato stabile con il solo mezzo della ragione. Per capire cosa intendo, considerate i seguenti problemi:

  • 1. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile che non tutti
    coloro i quali desiderano stabilire la residenza negli Stati Uniti lo facciano?
    Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti gli uomini sono liberi e
    uguali, essi dovrebbero essere ugualmente liberi di stabilire la residenza negli
    Stati Uniti. Questo appare ovvio e un’eventuale argomentazione contraria dovrà
    dipendere da concetti tradizionali come nazione, stato, territorio, confine,
    cittadinanza, e così via, nessuno dei quali sarebbe ovvio o comprensibile con la
    sola ragione.
  • 2. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile che non tutti
    coloro i quali desiderano iscriversi ai corsi all’Università di Princeton lo
    facciano?
    Secondo ragione, si potrebbe ritenere che se tutti gli uomini sono liberi e uguali,
    essi dovrebbero essere ugualmente liberi di iscriversi ai corsi all’Università di
    Princeton in base all’ordine di arrivo, fino a esaurimento. Anche questo appare
    ovvio. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà dipendere da concetti
    tradizionali come proprietà privata, corporazione, libertà di associazione,
    istruzione, corso di studi, merito, e così via. E, anche in questo caso, nessuno di
    questi concetti sarebbe ovvio.
  • 3. Se tutti gli uomini sono liberi e uguali, come è possibile giustificare il
    fatto di impedire a un uomo che si sente donna di competere nella squadra
    di atletica femminile della scuola pubblica?
  • Secondo ragione, si potrebbe ritenere che poiché tutti sono liberi e uguali, un
  • uomo che si sente donna dovrebbe essere ugualmente libero di competere in una
    squadra di atletica femminile. Un’eventuale argomentazione contraria dovrà
    dipendere da concetti tradizionali come uomo, donna, diritti delle donne, gara
    di atletica, categoria di gara, imparzialità, e così via, ma nessuno di questi
    concetti sarebbe accessibile alla sola ragione.

Questi esempi potrebbero essere ripetuti all’infinito. La verità è che la ragione da sola non ci porta quasi da nessuna parte se tentiamo di porre fine alla questione relativa ai concetti di libertà e uguaglianza. Dunque da dove viene il significato di questi termini?

Come ho detto, tutte le società consistono di classi o gruppi. Questi si relazionano tra di loro in termini di rapporti di potere diversi, che trovano espressione nelle tradizioni politiche, giuridiche, religiose, e morali, che vengono tramandate dalle classi o gruppi più forti. Soltanto nel contesto di queste tradizioni siamo giunti a credere che parole come libertà e uguaglianza hanno un significato piuttosto che un altro, e a sviluppare una “logica comune” sul modo di bilanciare tra di loro gli interessi e i dubbi relativamente ai casi specifici. Ma cosa accade se rinunciamo a quelle tradizioni? Questo sarebbe, in fin dei conti, ciò che tenta di fare il liberalismo illuminista. I liberali illuministi osservano che le tradizioni ereditate sono sempre sbagliate o ingiuste in qualche misura e per questa ragione si sentono giustificati nel mettere da parte la tradizione ereditata appellandosi direttamente a principi astratti come la libertà e l’uguaglianza.

Il problema è che non esiste una società nella quale tutti siano liberi e uguali sotto ogni aspetto. Anche in una società liberale ci saranno sempre mille modi in cui una certa classe o gruppo possa non essere libera o uguale rispetto alle altre. E poiché questo è vero, i marxisti potranno sempre dire che alcuni o tutti questi casi di non libertà e non uguaglianza sono esempi di oppressione. Ed ecco la danza del liberalismo e del marxismo, che fa così:

  • 1. I liberali dichiarano che d’ora in poi tutti saranno liberi e uguali, sottolineando
    che sarà la ragione (non la tradizione) a determinare quali saranno i diritti di
    ciascuno.
    2. I marxisti, esercitando la ragione, evidenziano molti esempi concreti di non
    libertà e non uguaglianza nella società, condannandoli come esempi di
    oppressione e chiedendo nuovi diritti.
    3. I liberali, seccati dalla presenza di casi di non libertà e non uguaglianza dopo
    aver dichiarato che tutti sarebbero stati liberi e uguali, adottano alcune delle
    richieste dei marxisti di nuovi diritti.
    4. Tornare al punto 1 e ripetere.

Ovviamente non tutti i liberali cedono alle richieste dei marxisti e sicuramente non sempre. Ciò
nonostante, la danza continua. Come visione generale di quello che accade nel corso del tempo, questo schema è accurato, come abbiamo potuto vedere in tutto il mondo democratico negli ultimi 70 anni.

I liberali adottano progressivamente le teorie critiche dei marxisti nel corso del tempo, che si tratti di Dio e religione, di uomo e donna, di onore e dovere, di famiglia, di nazione, o di qualsiasi altra istanza.

Ora qualche osservazione sulla danza del liberalismo e del marxismo: Innanzitutto notiamo che questa danza è un sottoprodotto del liberalismo. Esiste perché il liberalismo illuminista stabilisce la libertà e l’uguaglianza come standard in base ai quali il governo deve essere giudicato e considera soltanto la forza della ragione individuale, indipendente dalla tradizione, come lo strumento tramite il quale formulare questo giudizio.

In questo modo il liberalismo crea marxisti. Come fosse un apprendista stregone, dà continuamente vita a individui che esercitano la ragione, identificano istanze di non libertà e non uguaglianza nella società, e giungono alla conclusione che loro (o gli altri) sono oppressi e che una ricostruzione rivoluzionaria della società è necessaria per eliminare l’oppressione.

Questa dinamica era già palese durante la Rivoluzione Francese e nei regimi radicali della Pennsylvania e di altri stati durante la Rivoluzione Americana. Una sorta di proto-marxismo era stato creato dal liberalismo illuminista anche prima che Marx proponesse una struttura formale per descriverlo qualche decennio dopo.

In secondo luogo, la danza segue solo una direzione. In una società liberale, la critica marxista spinge molti liberali ad abbandonare progressivamente le loro idee iniziali di libertà e uguaglianza, adottandone nuove proposte dai marxisti. Ma il movimento inverso, quello dei marxisti verso il liberalismo, sembra terribilmente debole al confronto. Come è possibile? Se il liberalismo illuminista è vero e se le sue premesse sono così “ovvie” o un “prodotto della ragione”, allora in certe condizioni di libertà gli individui dovrebbero esercitare la ragione giungendo a conclusioni liberali. Perché allora le società liberali fanno un rapido movimento verso le idee marxiste e non hanno una fiducia più forte nel liberalismo?

La chiave per capire questa dinamica è questa: sebbene i liberali siano convinti che le loro idee sono “ovvie” o il “prodotto della ragione”, di fatto spesso si affidano a idee ereditate sul significato di libertà e uguaglianza, nonché a norme ereditate sul modo in cui applicare questi concetti a casi reali. In altre parole, il conflitto tra il liberalismo e i suoi critici marxisti è in realtà uno scontro tra una classe o gruppo dominante che vuole conservare le tradizioni (i liberali) e un gruppo rivoluzionario (i marxisti) che combina il ragionamento critico con la volontà di disfarsi di tutti i vincoli ereditati per sovvertire queste tradizioni.

Ma mentre i marxisti sono ben consapevoli che il loro obiettivo è distruggere le tradizioni intellettuali e culturali alla base dell’esistenza del liberalismo, i loro oppositori liberali si rifiutano perlopiù di impegnarsi in un genere di conservatorismo che sarebbe necessario per difendere le loro tradizioni e per rafforzarle.

Infatti i liberali disprezzano spesso la tradizione e dicono ai figli e agli studenti che è sufficiente ragionare liberamente e “trarre ciascuno le proprie conclusioni”. Il risultato è un radicale squilibrio tra i marxisti, che si impegnano consapevolmente per realizzare una rivoluzione concettuale, e i liberali, la cui insistenza sulla “libertà dalla tradizione ereditata” fornisce una difesa scarsa o inesistente, anzi apre le porte alle stesse identiche argomentazioni e tattiche che i marxisti usano contro di loro. Questo squilibrio implica che la danza seguirà solo una direzione e che le idee liberali tenderanno a crollare di fronte alla critica marxista nel giro di qualche decennio.

VI. La mossa finale dei marxisti e la fine della democrazia

Non molto tempo fa, molti di coloro che vivevano nelle società libere sapevano che il marxismo non era compatibile con la democrazia. Ma da quando le istituzioni liberali sono state invase dai “progressisti” e dagli “anti-razzisti”, molte cose che una volta erano ovvie riguardo al marxismo e molte cose che una volta erano ovvie riguardo alla democrazia sono cadute nel dimenticatoio.

È giunto il momento di riconsiderare alcune di queste verità che un tempo erano ovvie. Con il governo democratico lo scontro violento tra classi e gruppi in competizione non esiste più ed è sostituito dalla rivalità non violenta tra i partiti politici. Questo non significa porre fine ai rapporti di potere tra gruppi. Non significa porre fine all’ingiustizia e all’oppressione. Significa soltanto che, invece di risolvere i disaccordi con uno spargimento di sangue, i vari gruppi che costituiscono una data società formano dei partiti politici che cercano di spodestarsi a vicenda nel corso di elezioni periodiche.

Con un sistema di questo tipo un partito governa per un termine stabilito, ma i suoi rivali sanno che a loro volta governeranno se riusciranno a vincere le elezioni successive. È proprio questa possibilità di riuscire a prendere il potere e governare il paese senza uccisioni e distruzione diffusi a spingere le parti a deporre le armi e ad aderire invece a una politica elettorale. L’aspetto più basilare di un regime democratico che dobbiamo conoscere è dunque questo: ci devono essere almeno due partiti politici legittimi affinché la democrazia funzioni. Per partito politico legittimo intendo un partito del quale i rivali riconoscano il diritto a governare in caso di vittoria alle elezioni.

Per esempio, un partito liberale può garantire legittimità a un partito conservatore e in cambio questo partito conservatore può garantire legittimità a un partito liberale (sebbene non vadano molto d’accordo). È proprio così che sono state governate molte nazioni democratiche. Ma la legittimità è uno di quei concetti politici tradizionali che la critica marxista è sul punto di distruggere. Dalla prospettiva marxista, il nostro concetto ereditato di legittimità non è nient’altro che uno strumento utilizzato dalle classi dominanti per perpetrare ingiustizia e oppressione.

La parola legittimità assume il suo vero significato solo se si riferisce a classi o gruppi oppressi che i marxisti vedono come soli legittimi governatori della nazione. In altre parole, la teoria politica marxista conferisce legittimità a un unico partito politico, il partito dell’oppresso, il cui obiettivo è la
ricostruzione rivoluzionaria della società.

Questo significa che lo schema politico marxista non può coesistere con un governo democratico. Infatti il fine ultimo del governo democratico, con la sua pluralità di partiti legittimi, è evitare la ricostruzione violenta della società, che invece la teoria politica marxista considera come unico obiettivo sensato della politica.

In parole povere, lo schema marxista e la teoria politica democratica si oppongono nella sostanza. Un marxista non può garantire legittimità a punti di vista liberali o conservatori senza rinunciare agli aspetti fondamentali della teoria marxista, che afferma che questi punti di vista sono inestricabilmente legati all’ingiustizia sistematica e devono essere eliminati, se necessario anche con la violenza. Questo è il motivo per il quale l’idea stessa che un’opinione contraria (un’opinione che non sia “progressista” o “anti-razzista”) possa essere considerata legittima è scomparsa dalle istituzioni liberali dal momento in cui i marxisti hanno ottenuto il potere.

In primo luogo i liberali hanno ceduto alla richiesta dei colleghi marxisti che i punti di vista conservatori vengano considerati illegittimi (perché i conservatori sono “autoritari” o “fascisti”). È stata questa la dinamica che ha condotto all’eliminazione dei conservatori dalla maggior parte delle principali università e degli organi di stampa americani. Ma per l’estate del 2020 questo accordo aveva fatto il suo corso. Negli Stati Uniti i marxisti erano
ormai abbastanza forti da chiedere ai liberali di allinearsi a qualsiasi questione che loro considerassero urgente da attuare.

Anche in quelle che fino a poco tempo fa erano istituzioni liberali il punto di vista liberale non è più legittimo. Questo è il motivo dell’espulsione dei giornalisti liberali dal New York Times e da altre testate giornalistiche. Questo è il motivo per il quale il nome di Woodrow Wilson è stato rimosso dagli edifici dell’Università di Princeton, e il motivo di atti simili in altre università e scuole. Queste espulsioni e ri-denominazioni sono l’equivalente di  innalzare una bandiera marxista sul tetto delle università, delle agenzie di stampa, e di conseguenza
delle multinazionali, in quanto la legittimità del vecchio liberalismo è stata cancellata.

Fino al 2016 l’America aveva ancora due partiti politici legittimi. Ma quando Donald Trump è stato
eletto presidente, termini come “autoritario” o “fascista” sono stati usati per screditare il punto di vista liberale tradizionale, in base al quale a un presidente legittimamente eletto, il candidato scelto dalla metà degli elettori attraverso una procedura costituzionale, va accordata la legittimità. Piuttosto è stata dichiarata una  resistenza”, con lo scopo di delegittimare il presidente, chi ha lavorato con lui, e chi lo ha votato.

So che molti liberali credono che questo rifiuto della legittimità di Trump sia diretto soltanto a lui
personalmente. Sono convinti, come ultimamente mi ha scritto un amico liberale, che quando questo presidente in particolare sarà rimosso dalla carica, l’America potrà tornare alla normalità. Ma nulla del genere accadrà. I marxisti che hanno assunto il controllo dei mezzi di produzione e di diffusione delle idee in America non potranno, se non tradendo la loro causa, conferire legittimità a nessun governo conservatore. E non potranno garantire legittimità a nessuna forma di liberalismo che non si pieghi davanti alle loro idee. Questo significa che a prescindere dalla sorte elettorale del presidente Trump, la “resistenza” non finirà.

È solo l’inizio. Con la conquista marxista delle istituzioni liberali siamo entrati in una nuova fase della storia americana (e, di conseguenza, della storia di tutte le nazioni democratiche). Siamo entrati nella fase in cui i marxisti, avendo conquistato le università, i media, e le multinazionali (guerra di posizione vinta, ndr), cercheranno di applicare questo modello alla conquista di tutto lo scacchiere politico (guerra di movimento, violenza, ndr).
In che modo lo faranno? Così come hanno fatto nelle università e nei media, sfrutteranno la loro presenza all’interno delle istituzioni liberali per costringere i liberali stessi a spezzare i legami di legittimità reciproca che li legano ai conservatori e di conseguenza al sistema democratico bipartitico. Non chiederanno soltanto la delegittimazione del presidente Trump, ma di tutti i conservatori.

Lo abbiamo già visto quando hanno tentato di delegittimare le idee dei senatori Josh Hawley, Tom Cotton, e Tim Scott, nonché della figura mediatica di Tucker Carlson e altri. In seguito delegittimeranno liberali come James Bennet, Bari Weiss, e Andrew Sullivan, i quali considerano legittime le idee conservatrici. Così come è successo nelle università e nei media, molti liberali asseconderanno queste tattiche marxiste credendo che delegittimando i conservatori potranno ingraziarsi i marxisti e trasformarli in alleati strategici. Ma i marxisti non si accontenteranno, perché quello che cercano è la conquista del liberalismo stesso, cosa che sta già accadendo nel momento in cui persuadono i liberali ad abbandonare la concezione tradizionale di legittimità politica del sistema bipartitico e con essa il loro impegno nei confronti di un regime democratico.

Il crollo dei legami di legittimità reciproca che hanno unito i liberali ai conservatori in un sistema di governo democratico non trasformeranno ancora i liberali in questione in marxisti. Ma li faranno diventare umili leccapiedi dei marxisti, privi della forza di resistere a qualsiasi cosa i “progressisti” e gli “anti-razzisti” considerino importante. E questo li farà abituare al prossimo regime monopartitico, nel quale i liberali avranno uno splendido ruolo da ricoprire, sempre che abbiano rinunciato al loro liberalismo.

So che molti liberali sono confusi e che pensano ancora di avere di fronte varie alternative. Ma non è così. A questo punto, gran parte delle alternative che esistevano qualche anno fa ora non esistono più. I liberali dovranno scegliere tra due sole alternative: o arrendersi ai marxisti e aiutarli a porre fine alla democrazia in America. O stabilire un’alleanza a favore della democrazia con i conservatori. Non avranno altra scelta.

ARTICOLO ORIGINALE – TRADUZIONE DI ALESSANDRA CHECCARELLI

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Joe Biden riuscirà a controllare gli eccessi di Wall Street?

Gestire il crescente potere di mercato delle Big Tech e gli eccessi dell’innovazione finanziaria o limitarsi a selettivi aumenti di imposte? I temi economici di una eventuale presidenza Biden

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SOROS E LA PROPOSTA DEI “TITOLI EUROPEI IRREDIMIBILI”

di MATTEO CORSINI

Dopo una lunga carriera da gestore di un suo fondo hedge, Goerge Soros, ormai novantenne, da anni è una figura che utilizza la filantropia per promuovere una sua visione del mondo che egli identifica come società aperta, ma che, quando realizzata, finisce inevitabilmente con il comprimere, in modo più o meno consistente, la proprietà di chi dovrebbe “aprirsi”. Una cosa che fanno già gli Stati i quali, per quanto mi riguarda, non hanno bisogno di concorrenza in questo tipo di attività.

Di recente, Soros ha proposto l’emissione di titoli irredimibili da parte dell’Unione europea, per finanziare gli interventi di contrasto agli effetti economici del Covid-19.

  • “Ho proposto l’emissione di bond perpetui da parte dell’Ue, anche se ora penso che andrebbero chiamati consols (titoli consolidati) perché è con questo nome che le obbligazioni perpetue sono state utilizzate con successo dalla Gran Bretagna a partire dal 1751 e dagli Stati Uniti dagli anni settanta del 1800. I bond perpetui sono stati confusi con i “coronabond”, che il Consiglio europeo ha respinto – e a ragion veduta poiché implicano una mutualizzazione del debito accumulato che gli stati membri non sono disposti ad accettare. Tale confusione ha avvelenato il dibattito. Ritengo che la situazione attuale rafforzi la mia proposta relativa ai titoli consolidati.”

Come farebbero a eliminare l’avvelenamento del dibattito questi titoli irredimibili?

  • “I bond da me proposti aggirerebbero questo problema poiché verrebbero emessi dall’Ue come entità complessiva, sarebbero automaticamente proporzionali e tali resterebbero. Gli stati membri sarebbero tenuti soltanto a corrispondere gli interessi annuali, che sono talmente minimi – intorno allo 0,5% – che i bond potrebbero essere sottoscritti dagli stati membri sia all’unanimità che da una coalizione dei volenterosi.”

Secondo Soros, l’emissione di titoli irredimibili per 1.000 miliardi di euro risolverebbe il problema, con un costo di (soli) 5 miliardi annui di interessi.

Si noti che, trattandosi di titoli irredimibili, il loro valore di mercato avrebbe forti oscillazioni al variare dei tassi di interesse. Se si ritiene che la BCE sarà in grado di raggiungere il suo obiettivo di “stabilità” dei prezzi, con una crescita dei prezzi al consumo attorno al 2% annuo, questi titoli finirebbero per avere un rendimento reale negativo di 1.5% annuo. Di fatto, i sottoscrittori di questi titoli subirebbero una imposta patrimoniale dello stesso ammontare annuo. E il valore di mercato dei titoli, per offrire almeno un rendimento reale nullo, dovrebbe scendere al 25% del valore nominale.

Probabilmente il grosso di questi titoli si suppone verrebbe acquistato dalla BCE, che così monetizzerebbe tutto quanto, facendo finta di avere un’attività in bilancio del valore di 1.000 miliardi. Magie della contabilità.

Come per molte altre supposte soluzioni, anche in questo caso siamo davanti all’illusione che la monetizzazione sia in grado di generare ricchezza reale. Non è così, per quanto le cupe prospettive del dopo Covid-19 spingano molti a voler credere che le illusioni diventino realtà.

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Sondaggio Tecnè (21 settembre 2020)

Sondaggio Tecnè (21 settembre 2020)

Durante la puntata del 21 settembre 2020 di Quarta Repubblica (Rete 4) sono stati pubblicati un’analisi sul voto referendario e le nuove intenzioni di voto realizzati da Tecnè.

Le intenzioni di voto

Tecnè ha pubblicato un nuovo sondaggio la sera dello spoglio delle recenti elezioni regionali.

Rispetto ad agosto la Lega recupera più di un punto e mezzo. Questo aumento di consensi vanno a compensare il calo degli alleati del centrodestra.

Similmente, nel centrosinistra guadagnano terreno Partito Democratico e Italia Viva, mentre le altre forze minori d’area risultano in calo.

Il Movimento 5 Stelle risulta in calo di più di mezzo punto, calando al di sotto del 16%.

Sondaggio Tecnè (21 settembre 2020)

La serie storica

Di seguito, proponiamo il grafico con l’andamento dei partiti politici nelle intenzioni di voto pubblicate da Tecnè a partire dalle Elezioni Europee 2019.

Per consultare l’elenco dei sondaggi Tecnè ripubblicati su Scenaripolitici.com potete andare nella sezione “Gli altri istituti”, oppure cliccare qui.

Nella seconda pagina potrete consultare l’analisi del voto referendario.

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“Sondaggio Tecnè (21 settembre 2020)” è stato scritto da Watcher e pubblicato su Scenaripolitici.com.

Sondaggio Ipsos (26 settembre 2020)

Sondaggio Ipsos (26 settembre 2020)

Il Corriere della Sera ha pubblicato nell’edizione del 26 settembre 2020 un nuovo sondaggio realizzato da Ipsos contenente le intenzioni di voto.

Le intenzioni di voto

Nel nuovo sondaggio Ipsos la Lega riesce a tornare al 24%. Questo recupero non riesce a compensare il calo degli alleati del centrodestra, in particolare Fratelli d’Italia.

Nel centrosinistra Partito Democratico, Liberi e Uguali ed Europa Verde risultano in calo, mentre recuperano qualche decimo Italia Viva, Azione e +Europa.

Anche il Movimento 5 Stelle perde leggermente terreno, calando al 18.6%.

Sondaggio Ipsos (26 settembre 2020)

In base alle intenzioni di voto, in tutti gli scenari considerati da Ipsos (“Rosatellum” con e senza alleanza tra centrosinistra e M5S, “Germanicum” con soglia di sbarramento al 5 e 3%) il centrodestra otterrebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera.

Sondaggio Ipsos (26 settembre 2020)

La serie storica

Di seguito, proponiamo il grafico con l’andamento dei partiti politici nelle intenzioni di voto pubblicate da Ipsos a partire dalle Elezioni Europee 2019.

Per consultare l’elenco dei sondaggi Ipsos ripubblicati su Scenaripolitici.com potete andare nella sezione “Gli altri istituti”, oppure qui.

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“Sondaggio Ipsos (26 settembre 2020)” è stato scritto da Watcher e pubblicato su Scenaripolitici.com.

Sussidio che vince (voti), non si cambia

Arrivano alla scadenza dei diciotto mesi i primi redditi di cittadinanza erogati. Tra proteste per la ripresentazione della domanda e misure non gradite, pensare di rivedere la misura è una chimera.

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LA GUERRA AD ASSANGE È UNA GUERRA ALLA VERITÀ. E I GIORNALISTI TACCIONO

di RON PAUL È pericoloso rivelare la verità sulle cose illegali e immorali che il nostro governo fa con i nostri soldi e in nostro nome, e la guerra ai giornalisti che osano rivelare tali verità è un affare assolutamente bipartisan. Basta chiedere al fondatore di Wikileaks, Julian Assange, che è stato perseguito senza sosta prima dall’amministrazione Obama e ora dall’amministrazione Trump per il “crimine” di aver riferito i crimini perpetrati dal governo degli Stati Uniti. Per aggirare la garanzia di libertà di stampa del Primo Emendamento, i tormentatori di Assange affermano semplicemente che non è un giornalista. L’allora direttore della CIA, Mike Pompeo, ha dichiarato che Wikileaks era un “servizio di intelligence ostile” aiutato dalla Russia. Ironia della sorte, questo è più o meno lo stesso che anche i democratici dicono di Assange. All’inizio di questo mese, un giudice della corte d’appello federale degli Stati Uniti ha stabilito che la raccolta in massa dei tabulati telefonici degli americani da parte della NSA era illegale….

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IL SINDACO “DEM” DI NASHVILLE ACCUSATO DI AVER GONFIATO I CASI DI COVID-19

di FRANCO CAGLIANI L’ufficio del sindaco democratico (aha socialista) in quel di Nashville è stato accusato di aver falsificato i dati sul tasso di infezione del virus del PCC (chiamato anche COVID-19) in un apparente tentativo di incolpare bar e ristoranti mentre imponeva chiusure paralizzanti, secondo quanto riportato da ha rivelato le e-mail trapelate. Le e-mail tra i consiglieri del sindaco John Cooper e il dipartimento della salute di Nashville rivelano conversazioni preoccupanti sul mantenere nascosti al pubblico i numeri effettivi dei casi di coronavirus. Le e-mail, ottenute dal canale di notizie locale WZTV, sembrano mostrare il consigliere senior del sindaco Cooper e i funzionari del Dipartimento della salute dell’area metropolitana di Nashville (MNHD) che discutono di quante informazioni dovrebbero evitare di diffondere mentre sostengono l’ordine di chiusura della città ai residenti. In almeno due casi, a giugno e luglio, i funzionari hanno scelto di non rilasciare dati specifici che dimostrano che relativamente pochi casi erano stati relativi a bar e ristoranti. Nel frattempo, però,…

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ADESSO I VENETI LA SMETTERANNO DI PRENDERSELA CON LA PADANIA

di AMILCARE ALDRICH

Da circa due decenni mi sento dire che il progetto Padania Indipendente ha frenato, ostacolato, quando non addirittura impedito, l’indipendenza del Veneto. Ognuno è libero di dire ciò che vuole, poi esistono i fatti e i fatti raccontano un’altra storia, che oggi è sotto gli occhi di tutti e viene confermata dai recenti risultati elettorali.

Da più di 5 anni Salvini e la Lega hanno prima messo nel cassetto il progetto Padania e poi lo hanno seppellito del tutto sotto un mare di patriottismo italiano. Per contro a questo giro i litigiosissimi veneti erano persino riusciti nella meritoria impresa di accordarsi e di presentare un solo partito che raccogliesse tutte le anime del mondo “indipendentista”. C’erano quindi tutti i presupposti per far bene, invece il risultato è stato molto molto deludente.

Qualcuno borbotterà che il problema è sempre la Lega, che è sempre lì e non libera lo spazio: è una scusa che non regge più alla prova dei fatti. Non è più la Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, è la Lega Salvini Premier, non è più la Lega che almeno a parole faceva la voce grossa con Roma, adesso è una Lega che apertamente ama Roma, non è più la Lega che all’art.1 dello statuto parla di indipendenza della Padania: eppure i Veneti l’hanno votata in massa.

Non raccontatemi neppure che il successo non è della Lega, ma di Zaia, perchè Zaia è un uomo Lega Salvini Premier, perchè Zaia in questi 5 anni non ha mai preso le distanze dalla linea italianista di Salvini. Neppure una volta. Punto.

La morale della storia è che il problema dei Veneti non è e non è mai stato il progetto Padania Indipendente, ma gli uomini che hanno strumentalizzato questo progetto e che oggi sono ammantati di tricolore. Il problema del Veneto sono i Veneti che danno credito da anni a questi signori e ai loro cloni (come in Lombardia e nel resto della Padania). Il problema del Veneto sono gli indipendentisti veneti che come novelli Don Chisciotte si sono lanciati contro il mulino a vento Padania, contro immaginari nemici, come i vicini lombardi, quasi versassero le loro tasse a Milano e non a Roma, indipendentisti veneti convinti che la popolazione veneta, svaporato il miraggio padano, li avrebbe seguiti in massa, bastava solo sostituire l’aggettivo padano con l’aggettivo serenissimo e schioccare le dita. Non è andata così.

L’idea di una Padania indipendente era e resta un’ottima idea, una prospettiva tradita da chi l’ha promossa e ingiustamente accusata da chi non l’ha capita o da chi cercava una scusa per i propri sbagli.

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Podcast: la settimana phastidiosa – 26 settembre 2020

Cosa avreste potuto serenamente perdervi nella settimana successiva al Giorno del Giudizio che non lo era

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TRUMP NON DEVE VINCERE! TERRORISTI NEOMARXISTI PRONTI A SCATENARE L’INFERNO

di ARTURO DOILO Con la scusa della difesa della democrazia, una fallacia senza eguali, un’enorme rete di attivisti e picchiatori di sinistra, insieme a gruppi progressisti ben finanziati, sta addestrando, organizzando e pianificando una mobilitazione imponente nel caso in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse vincere o avanzasse qualche supposizione di broglio elettorale, per via del voto postale. Più di 80 gruppi e organizzazioni di difesa si sono uniti in una coalizione chiamata “Protct the results” ( Proteggi i risultati ), che proclama: “Non possiamo ignorare la minaccia che Trump pone alla nostra democrazia e per una transizione pacifica del potere”.  Questa coalizione di fanatici marxisti è un progetto congiunto di Indivisible e Stand Up America, due gruppi di sinistra fondati in risposta all’elezione del presidente Trump nel 2016 e i cui obiettivi sono “organizzare e resistere al pericoloso programma di Trump” e “sconfiggere Trump ei suoi promotori”. Milioni di membri (di area Dem) chiedono a questa coalizione “un’azione coordinata” e “prepararsi a una…

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MANCA L’IMPRENDITORIALITÀ NELL’EDUCAZIONE ECONOMICA

di RUSSELL S. SOBEL La microeconomia neoclassica tradizionale presenta una analisi lunga e rigorosa delle imprese che operano in mercati con diversi livelli di concorrenza. I professori di economia mettono alla prova le conoscenze dei loro studenti su questo argomento per lo più con equazioni, grafici e condizioni matematiche. Sebbene questi modelli siano ordinati e puliti, ignorano in larga misura la vera forza trainante del mercato: l’imprenditorialità. Questo è un peccato. Gli imprenditori sono quelli che creano effettivamente questi mercati. Sono gli individui che operano e intraprendono le azioni all’interno dei mercati per avvicinarli all’efficienza e che prendono le decisioni sull’uso delle risorse aziendali. Siamo orgogliosi di essere una disciplina che impiega l’individualismo metodologico, eppure ci dimentichiamo di farlo quando si tratta del comportamento delle “imprese” nei mercati. Le imprese non si comportano, gli imprenditori sì! La maggior parte dei libri di testo sui Principi Economici non ha nemmeno la parola imprenditorialità nell’indice. Riuscite a crederci? Esatto, quattro o cinque capitoli del vostro libro di…

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VENETO: LA SCONFITTA ELETTORALE E LA COMPLESSITÀ DEL MONDO INDIPENDENTISTA

di ALESSANDRO MORANDINI

Questo articolo, che segue un primo nel quale sono state riepilogate alcune cause della sconfitta del Partito dei Veneti, cause che erano già state ripetutamente elencate nel corso di quel breve periodo di tempo intercorso tra la costituzione del suddetto partito ed il suo disastroso fallimento elettorale; questo articolo, si diceva, propone una fotografia del complicato, interessante e appassionate mondo dell’indipendentismo veneto. Un’istantanea, certamente incompleta, scattata subito dopo l’esito delle elezioni, che vuole illustrare, in seguito al piccolo terremoto PDV, le macerie, i piccoli danni, le eterne risorse e le incrollabili strutture che compongono, adesso, il territorio nel quale è da tempo maturata e già dà i suoi frutti l’idea dell’indipendenza del Veneto. Nel prossimo ed ultimo articolo di questa serie ci si concentrerà, più di quanto non si faccia in parte già qui, sulle riflessioni per il futuro.

Il Leone di San Marco

Se c’è un oggetto che può cantare vittoria in queste elezioni regionali venete, questo è la bandiera del Leone di San Marco. Si è rivelato una specie di passepartout (uso questa parola ricordando l’indimenticabile Philippe Daverio, che le radici regionali d’Europa frequentava quotidianamente in quanto studioso, soprattutto, d’arte pittorica) capace di aprire le porte che in Veneto bisogna superare per poter partecipare alla competizione elettorale con la speranza di essere ascoltati.

Il Leone di San Marco è stato sventolato praticamente da tutti i contendenti, da tutti i partiti, soprattutto da Luca Zaia. I candidati ed i seguaci dei leader del PDV hanno reagito con stizza a questa esibizione d’identità, sentendosi spodestati di una proprietà, di una icona che solo a loro spettava di usare. Il ragionamento, banalissimo, è stato: la Lega e Zaia non sono degli autentici rappresentanti del popolo veneto, della sua storia, dei suoi interessi: se sventolano la bandiera veneta ingannano la gente.

Invece non funziona così. La bandiera non può essere, e mai potrà diventare, lo strumento di una parte politica che non sia quella rappresentata in effige: il Veneto, la sua storia, la sua identità. Per questo motivo tutti la possono esibire. La bandiera sovrasta il partito, tende a disciplinare candidati, elettori e attività; la bandiera, con la sua forza secolare, nel momento in cui viene adottata trasforma il cuore di un partito indicando uno scopo supremo. Poi, ovviamente, intorno a quello scopo il partito, tutti i partiti, giocheranno le loro battaglie elettorali.

La sovraesposizione, in questa campagna elettorale, del Leone di San Marco può essere accolta, nel mondo indipendentista, come la conferma di quanto si sta dicendo da tempo: nell’animo dei Veneti cova, più o meno silente, il desiderio di indipendenza. Desiderio che attende le circostanze migliori per determinare le scelte, individuali, dalle quali dipendono le azioni collettive che possono condurre all’indipendenza del Veneto. Tra queste, forse, anche un partito, purché sia benfatto e resti umile costola dell’indispensabile movimento indipendentista.

Le organizzazioni dell’indipendentismo veneto ed altri aspetti strutturali

Le diverse organizzazioni che animano l’indipendentismo veneto sono l’elemento strutturale che supera indenne l’insuccesso elettorale del PDV. Sono composte spesso da poche persone, che lavorano appassionatamente per sostenere l’idea di un Veneto che si fa stato, o di un popolo che si libera dall’oppressione coloniale italiana, o di un territorio che, avendone la forza, impone al resto d’Italia e perfino al resto del continente un’agenda di ristrutturazione dell’architettura istituzionale. Le loro attività variano, le loro strade talvolta divergono talvolta si intrecciano; tra capi, gregari e collaboratori, all’interno di ogni singola organizzazione, si intrattengono rapporti di reciproca fiducia e spesso di amicizia. Non di rado crescono invidie e gelosie inter-organizzative e inter-personali. Questa fitta rete di organizzazioni, dove ognuno conosce gli altri, costituisce l’indispensabile collante, indispensabile quanto l’evento fondativo ed epico della storia contemporanea dell’indipendentismo veneto: l’occupazione del Campanile di San Marco.

La logica del tempo protegge per sempre tutti gli eroi, i Serenissimi, i martiri, gli eventi capitali, le date importanti dalla insidiosa irruzione dell’imprevedibile, ed è perciò che su ognuno di questi aspetti strutturali ci si può contare: non tradiscono, non sbagliano, non svaniscono, confermano negli anni la possibilità dell’indipendenza del Veneto, con una forza che non può neanche lontanamente essere paragonata alla fugace irruzione di una sbagliatissima avventura partitica. Costituiscono, per restare nella metafora dell’immagine scattata dopo la fastidiosa parentesi PDV, l’azzurro del cielo, il verde del prato, l’ocra della terra, laddove la sconfitta della compagine di Guadagnini, Chiavegato, Sumzki e Morosin (e di tutti coloro che hanno lavorato per realizzare questa sciagurata impresa) appare come la smorfia inaspettata del personaggio in primo piano, che rovina l’istantanea.

I leader ed il partito

I leader restano, i leader cambiano. L’indipendentismo veneto non possiede, tutt’ora, un’efficace esperienza di formazione, selezione, conferma e ricambio di leader. Ciò dipende anche da quanto si diceva delle organizzazioni: piccole, spesso ancorate ad un cantone, ad una provincia, quasi sempre poco democratiche, ricalcanti reti sociali forti (amicali, famigliari, claniche). Se per alcune attività queste caratteristiche possono rappresentare una risorsa, per altre rappresentano un limite.

Nell’istantanea non si riescono a scorgere, se si parla di fondazione di un partito indipendentista, molte altre persone oltre a quelle indicate sopra (attualmente più in vista perché protagoniste dell’errore PDV). Ci sono leader di altre organizzazioni meno visibili e in qualche caso più attive (per esempio Roberto Agirmo). Ci sono leader che hanno goduto di una certa popolarità nel passato che non si possono, ingiustamente, nominare. E infine, appunto, ci sono leader di organizzazioni che non sono intenzionati a costituire partiti indipendentisti.

La questione della leadership di un partito indipendentista rischia, quindi, di risolversi nell’ennesimo scontro tra nani. Il nanismo dei leader del mondo indipendentista non risulta da difetti genetici delle persone in questione, che anzi hanno il merito, tutte indistintamente, di occuparsi, pur nell’errore, nei tentennamenti o per convenienza, di un’idea alta e nobile. Risulta da quella scarsità di cultura democratica che patisce un po’ tutto il mondo indipendentista. Ma se nelle organizzazioni politiche e non partitiche, che rifiutano in toto le istituzioni italiane, il difetto di democrazia è una questione, per così dire, interna; nel caso di un partito indipendentista che abbia come scopo la competizione elettorale, sia essa amministrativa o politica, l’assenza di democrazia è forse il problema più urgente, perché dalla sua soluzione dipende la possibilità di rilancio di questo discutibile settore dell’indipendentismo veneto.

Una operazione di accorpamento di sigle diverse (magari, addirittura, che includesse quelle autonomiste), laddove queste rimanessero indistinguibili dai clan, consegnerebbe il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto alla definitiva irrilevanza. L’insistenza con le sigle dell’un per cento, contando e sommando voti ed immaginando opportunità e pesi elettorali dove non ci sono (scimmiottando i protagonisti dei grandi contenitori di voti) rivelerebbe all’indipendentismo veneto ed ai desideranti l’indipendenza del Veneto che i leader non sono tali. Anzi, per molte persone questa rivelazione è già avvenuta e quest’ultima esperienza ha il merito di renderla ancora più chiara. Bisogna prendere sul serio l’ipotesi che chi ha beneficiato per anni di una significativa fiducia all’interno di un clan, non possieda gli strumenti culturali per fare altrettanto bene all’interno di un partito attrezzato di tutti gli strumenti democratici che lo rendono più efficiente in quanto partito. E tuttavia anche questa non può che restare, fino a prova contraria, una ipotesi: nessuno ha il diritto, in un grande partito indipendentista, di escludere a priori qualcuno.

La logica del se c’è lui io non ci sto, non può che radere al suolo il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto. E’ possibile in effetti che il PDV sia l’esito finale di un processo inficiato da quasi un decennio da questa logica. Per dirla in modo feroce e scottante, si deve finalmente riconoscere che nessuno ha il diritto di escludere da un grande partito indipendentista neppure un nome antipatico come quello di Antonio Guadagnini (fino a quando non si macchia di reati), perché l’unico recinto che può proteggere un partito da incursioni distruttive è quello che tutti gli associati contribuiscono a costruire quando esplicitamente si impegnano a realizzare l’indipendenza del Veneto.

Se quindi il “dipartimento elezioni italiane” vuole promettere qualcosa di buono all’indipendentismo veneto, dovrà farlo partendo da zero, ovvero partendo da un obiettivo indiscutibile e manifesto, l’indipendenza del Veneto, considerando le procedure democratiche quali ingranaggi indispensabili al funzionamento e aprendo con ciò a tutti gli interessati la possibilità di assumere i ruoli che un partito contempla, mediante democratica competizione. E’ probabile che, visto il contesto dal quale si nasce, un vero partito dell’indipendentismo veneto si divida al suo interno in correnti (si ricordi qui, incidentalmente e senza scandalo, che le correnti sono contenitori di idee dove, però, anche il carisma delle persone conta); questo fatto sarebbe da salutare come segno di pronta vitalità, nonché di maturo funzionamento.

Una Assemblea Veneta

Una delle cose più interessanti, almeno nelle intenzioni, emerse nel corso degli ultimi due anni è stata Asemblea Veneta. Un’organizzazione che poteva, ed aveva il dovere di, riunire tutto l’indipendentismo veneto in una associazione con evidenti scopi politici ma non partitici. L’Asemblea non ha prodotto molto. Qualche seminario, una o al massimo due iniziative importanti, poca comunicazione, pochissima capacità di aggregazione dei diversi gruppi costituenti l’indipendentismo veneto. Nel corso delle prime riunioni si è subito distinta, in negativo, quando ha esaminato la possibilità di organizzarsi nel modo tipico di qualsiasi organizzazione partitica. Tuttavia l’idea di un’Assemblea Veneta è troppo interessante ed importante, in seno all’indipendentismo veneto, per non essere approfondita, elaborata, perfezionata: una istituzione capace di rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti.

Ecco cosa può voler dire rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti in un’unica istituzione:

  • Aggregare le diverse organizzazioni, partitiche e non, realizzando momenti di semplice incontro, di partecipazione, meeting indipendentisti simili alla festa che si svolge annualmente a Cittadella ma più frequenti e concentrati sull’esposizione delle iniziative, sulle proposte, sulle discussioni intorno ai problemi che l’indipendentismo deve affrontare.
  • Ascoltare, raccogliere e tradurre in informazione le voci, le iniziative, le esperienze, le azioni individuali e collettive che hanno come motivazione il desiderio di indipendenza del Veneto.
  • Produrre una documentazione costante, capace di raggiungere, in vario modo, quanti più Veneti possibile; documentazione che abbia come contenuto esclusivo l’indipendentismo veneto nelle sue molteplici espressioni e, perciò, il desiderio di indipendenza del Veneto quale suo motore immobile.
  • Dividere il lavoro predisponendo commissioni ad hoc

Ecco cosa non si deve fare se si vuole rappresentare il desiderio di indipendenza dei Veneti:

  • Proporsi ed organizzarsi in modo da funzionare come camera di compensazione o di conciliazione tra le varie anime e le varie organizzazioni dell’indipendentismo veneto.
  • Organizzarsi sul territorio alla stregua di un partito politico, dividendo il territorio in circoscrizioni e tentando di avere almeno un rappresentante per ogni circoscrizione; dividere gli interessi dell’Assemblea Veneta per settori (es. industria, commercio, turismo, agricoltura). Divisioni di questo tipo implicano una sovrapposizione di ruoli tra il partito indipendentista (qualora il “dipartimento elezioni italiane” dell’indipendentismo veneto riuscisse a metterlo al mondo), che necessariamente si devono occupare di queste cose, e l’Assemblea; possono addirittura ridurre l’Assemblea a costola di qualche partito, e quindi il destino dell’Assemblea alle performance del partito.
  • Promuovere seminari, momenti formativi o più in generale iniziative culturali volte a far conoscere ai Veneti la storia del Veneto o la possibilità dell’indipendenza. Questo tipo di scopo tradisce la convinzione che sia indispensabile, rispetto al tema “indipendenza dall’Italia”, indottrinare i Veneti. E’ una idea che non tiene in conto la storia italiana degli ultimi trent’anni, la profondità e la concreta presenza nel popolo veneto di una identità comune, il modo attraverso il quale un popolo esprime la comune identità. E’ una idea sulla quale sembra pesare una scarsa conoscenza di cosa è un popolo, sicuramente una scarsa frequentazione dello stesso, nonché la volontà di istruirlo (compito nobile per soddisfare il quale sono preferibili agenzie formative libere e dedicate, che già ci sono e che istruiscono persone, non popoli).

Azioni collettive e individuali.

Nel primo di questa serie di articoli pubblicato su Miglioverde.eu si faceva notare come, in seguito all’esito elettorale, gli indipendentisti abbiano avuto l’occasione di toccare con mano una realtà che sembrano in molti casi ancora ignorare: il peso elettorale che essi possiedono è, in ogni caso, ininfluente. Dalle discussioni intorno al giusto candidato, all’opportunità o meno di votare il PDV, alle preferenze per questa o quest’altra lista; da queste discussioni appassionate, vivaci, in qualche caso persino inferocite, si evinceva una certa qual sopravvalutazione dell’importanza delle stesse. Ora, a conti fatti, forse gli indipendentisti sono venuti a sapere, quelli che già non lo sapevano, che la loro consistenza numerica nel campo di battaglia elettorale è quasi invisibile.

Si tratti di ventimila voti, di quarantamila o di sessantamila non cambia nulla. I lunghi dibattiti pre-elettorali su Guadagnini si o Guadagnini no, su indipendenza si o indipendenza no, producono spostamenti percentuali e migrazioni di votanti che il più sensibile dei sismografi sociali non riesce a misurare, cambiamenti inversamente proporzionali alla passione che molti indipendentisti dimostrano di avere per le elezioni italiane. Nell’immaginario dei Veneti esiste, sicuramente, l’indipendenza del Veneto, ma finora in quell’immaginario non ha trovato spazio un partito indipendentista, e certamente la responsabilità non è da cercare nel popolo.

L’indipendenza del Veneto dall’Italia non può che richiamare alla mente uno scenario di lotta che i Veneti non riescono, da anni, a trovare. Lotta costante e faticosa, determinata e senza sconti contro lo stato italiano. Lotta fatta di singole battaglie, di ferite e di sconfitte, di vittorie e di conquiste. L’indipendentismo veneto, laddove metta in scena un’epica con allegate immagini e racconti di eroici episodi, risulta coerente con la propria missione di radicale rottura: la disintegrazione dello stato italiano. Martiri ed eroi come Ermes Mattielli, Walter Onichini, Bepin Segato, Graziano Stacchio, ed ovviamente i Serenessimi, esaltano il desiderio di indipendenza e lo estraggono dalle profondità dell’animo dei Veneti: infatti vengono ricordati con una certa qual simpatia. Le azioni collettive e le azioni individuali sono una degli aspetti più importanti nel rapporto tra indipendentismo veneto e popolo veneto.

Prendendo a prestito il linguaggio matematico, si può pensare ogni impresa partitica come immagine delle imprese collettive e individuali extra-partitiche e non elettorali: la funzione che lega il dominio delle azioni al codominio costituito dall’insieme di tutti i partiti animati dai protagonisti dell’indipendentismo veneto è data dal conflitto tra due scopi: l’indipendenza del Veneto e la sovranità dello stato italiano. L’uso qui sicuramente inadeguato di una operazione matematica ha una sua utilità: serve per ricordare che nella coscienza dei Veneti, laddove all’impresa partitica non corrispondano iniziative di conflitto diretto e visibile con lo stato italiano, apparirà un’incongruenza, un’irregolarità che provocherà lo stesso effetto che produce, in una funzione, un errore di calcolo.

L’indipendentismo veneto ha bisogno di azioni collettive, di eroi, di azioni individuali che testimoniano la contraddizione tra indipendenza del Veneto e sovranità dello stato italiano; non può privarsi di questo segno di coerenza tra mezzo e fine. Non ci si deve chiedere se un costante e determinato attivismo spaventi o meno i Veneti, ma ci si deve chiedere se il desiderio di indipendenza che cova nell’animo di milioni di Veneti possa emergere ed essere intensificato, portato alla piena coscienza di ogni Veneto grazie all’eroismo degli indipendentisti.

Purtroppo le competizioni elettorali, si è notato, riducono, al contrario di ciò ci si aspetterebbe, la disposizione di molte persone all’ideazione ed alla partecipazione a questo genere di iniziative. Molti indipendentisti appaiono distratti dal miraggio di una rappresentanza in consiglio regionale: non si occupano di ciò che è indispensabile accecati dall’utilità di uno strumento che attualmente non possono possedere e che, anche quando funzionasse a dovere, si rivelerebbe nulla di più che un accessorio.

Se si può, per terminare la descrizione dello stato dell’arte, dire che la sconfitta elettorale del PDV e di tutte le liste autonomiste non ha intaccato le strutture più importanti dell’indipendentismo veneto e, ovviamente, neanche il desiderio di indipendenza tra i Veneti, bisogna ammettere che ulteriori errori potrebbero inceppare per molti anni a venire il nostro motore immobile ed annebbiare il nostro sguardo, rendendolo cieco alle opportunità che la storia offre a chi ha il coraggio di cavalcarla.

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“VENETO: LA SCONFITTA ELETTORALE E LA COMPLESSITÀ DEL MONDO INDIPENDENTISTA” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su MiglioVerde.

La pandemia degli altri: Regno Unito, separare i vivi dagli zombie

Il Regno Unito cambia lo schema sulla cassa integrazione pandemica, cercando di separare le aziende vitali da quelle che non lo sono più. L’Italia osservi e prenda nota, potrebbe servire

Il post La pandemia degli altri: Regno Unito, separare i vivi dagli zombie è stato pubblicato in originale su Phastidio.net

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“La pandemia degli altri: Regno Unito, separare i vivi dagli zombie” è stato scritto da The Editor e pubblicato su Phastidio.net.

NUOVO RAPPORTO USA: “CINA E OMS COMPLICI DELLA DIFFUSIONE DEL VIRUS”

di STEVE WATSON Un nuovo rapporto dei membri del GOP della commissione per gli affari esteri della Camera ha concluso che la Cina ha coperto la pandemia di coronavirus e non è riuscita a seguire le linee guida sanitarie internazionali che avrebbero probabilmente prevenuto la pandemia globale. Il rapporto , pubblicato lunedì scorso, conclude che “è molto probabile che la pandemia in corso avrebbe potuto essere prevenuta” se la Cina fosse stata trasparente dopo l’inizio dell’epidemia a Wuhan. “Non c’è dubbio che il [Partito Comunista Cinese] si sia attivamente impegnato in un insabbiamento progettato per offuscare dati, nascondere informazioni rilevanti sulla salute pubblica e sopprimere medici e giornalisti che hanno tentato di mettere in guardia il mondo”, osserva il rapporto. “La ricerca mostra che il PCC avrebbe potuto ridurre il numero di casi in Cina fino al 95% se avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto internazionale e avesse risposto all’epidemia in modo coerente con le migliori pratiche”. aggiunge. La cifra del 95% deriva dalla  ricerca…

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“NUOVO RAPPORTO USA: “CINA E OMS COMPLICI DELLA DIFFUSIONE DEL VIRUS”” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su MiglioVerde.

L’UMANESIMO, LA CIVILTÀ COMUNALE, L’ODIERNA DEMOCRAZIA DIRETTA

di ENZO TRENTIN

L’umanesimo nacque nel XIII-XV secolo per portare la ragione ad elevarsi al di sopra dell’ipse dixit che rispecchiava l’immobilismo culturale e sociale di un medioevo in larga parte dominato dalla chiesa, che voleva l’uomo sottomesso e povero, perché sulla povertà poteva sempre contare per vendergli la favola di una vita ultraterrena migliore di quella da miseria reale che gli imponeva. Gli autori classici greci e romani venivano studiati dagli umanisti per riscoprire il reale significato di quanto avevano voluto comunicare, mettendo da parte quel contenuto allegorico che la cultura clericale aveva appiccicato loro per mille anni. Da ciò nacque la filologia e la riscoperta del senso più autentico del testo e della verità che conteneva, spirito che poi sarà ripreso dal Rinascimento e più tardi spronerà l’Illuminismo.

I professori Quentin Skinner di Cambridge, John Hicks di Oxford, Robert Putnam di Harvard, Maurizio Viroli di Princeton, senza alcun tentennamento fanno risalire proprio a quel periodo, ossia all’Umanesimo fiorito nelle università delle libere città-stato del nord Italia, l’inizio del pensiero politico occidentale (che è tutto concentrato sulla democrazia), ossia, sic et simpliciter, a quel periodo fanno risalire l’Occidente in cui noi viviamo.

Una caratteristica fondamentale dell’assetto istituzionale delle città-stato del basso Medioevo italiano, caratteristica che, vista l’epoca, potremmo già definire “democratica”, fu:

  • La larga partecipazione alle assemblee legislative: il Consiglio generale contava normalmente intorno ai 300 individui, con punte che, a seconda dell’importanza del tema trattato, potevano arrivare fino a 800. Per esempio, la Basilica Palladiana a Vicenza è un edificio pubblico che si affaccia su Piazza dei Signori. Il suo nome è indissolubilmente legato all’architetto rinascimentale Andrea Palladio. Il suo piano superiore è interamente occupato dal salone del Consiglio dei Quattrocento.
  • La breve scadenza della carica a consigliere: un anno con la esclusione della immediata rielezione se non dopo anni.
  • L’espulsione da ogni altra carica pubblica detenuta da familiari del neo-eletto consigliere.

Ci sarebbero altre cose da dire, come per esempio sull’organo di governo a Siena. I consiglieri erano in carica solo per 60 giorni, ed erano chiusi a chiave nel Palazzo Pubblico con la possibilità, per l’intero periodo, di avere solo contatti pubblici e la proibizione assoluta di contatti con privati, moglie compresa.

Verso il 1150 il regime dei consoli si era imposto in tutte le città dell’Italia centrosettentrionale, con le rilevanti eccezioni di Roma e Venezia. Nell’Urbe i cittadini acquisirono molto lentamente una significativa autonomia dal potere papale e solo nel 1143, in seguito a un’azione di forza da parte dell’aristocrazia cittadina, fu istituito un senato con funzioni simili a quelle dei collegi consolari. A questa data anche nella città lagunare esistevano istituzioni comunali, ma il vertice del governo era costituito da un magistrato unico, il doge (dux), in un primo momento eletto da un’assemblea di cittadini (concio) e in seguito scelto dal consiglio dei saggi.

Oppure si potrebbe parlare delle decine di arti, gilde, corporazioni, contrade, sestieri, compagnie laicali, religiose o militari etc., a cui ogni civis era associato, e attraverso le quali partecipava indirettamente anche alla gestione della cosa pubblica. Per cui poteva essere difficile trovare un cittadino che nell’arco della sua vita non avesse avuto almeno un incarico pubblico e/o politico. Insomma democrazia = potere al popolo (demos kratos). La democrazia rappresentativa è una sottospecie degenerata di quella democrazia che per definizione dovrebbe essere definita diretta.

Non manca ovviamente chi ancora oggi critichi e perfino ridicolizzi la complessità e la macchinosità di una simile architettura istituzionale. Ma c’è la “prova del nove” a smentirli: da quel “regime complicato” discende direttamente il periodo storicamente più luminoso di ogni altro che la Penisola abbia mai vissuto (l’Umanesimo/Rinascimento) e che sta alla base dello stesso moderno pensiero politico occidentale.

Quel periodo, ritenuto politicamente così complicato, è stato invece così felicemente prolifico di eccellenza che ancora oggi in molte città d’arte una buona parte della popolazione vive direttamente o indirettamente (e abbastanza bene!) di ciò che fu fatto allora. Erano esagerati? No! Sapevano che quanti più fossero quelli che decidevano, ossia quanto più vasta fosse la rappresentanza popolare, tanto più equa e giusta sarebbe stata la legiferazione. È una cosa che oggi noi dovremmo sapere bene: quanti più sono quelli che decidono tanto più ampi sono i livelli di democrazia applicati e tanto più evidenti sono i benefici che ne derivano. Benefici che non sono solo di carattere etico, ossia libertà, indipendenza, giustizia, uguaglianza, cooperazione etc., ma anche e soprattutto di carattere materiale: prosperità diffusa, cultura, arti e scienze etc. In una parola: civiltà.

All’epoca si sapeva quali rischi comportassero gli abboccamenti tra politici e privati cittadini. Oggi non più, o peggio quegli abboccamenti sono valutati positivamente. I politici ne menano un gran vanto, e spesso questo “paga”. Si veda il “governatore” Luca Zaia che deambula indefessamente su e giù per la Regione Veneto a farsi riprendere in pubblico invece di lavorare a Venezia, e viene premiato dal 76,8% degli elettori.

Da qualche parte si può anche leggere che allora chi avesse votato a favore della guerra doveva obbligatoriamente armarsi e partire con l’esercito. Si capisce al volo che se si adottasse oggi una simile legge, la stragrande maggioranza delle guerre oggi sarebbero finite prima di cominciare. E comunque vale la pena di ricordare qui che le ultime due guerre a cui (violando l’art. della Costituzione) l’Italia ha partecipato sono quelle contro la Serbia nel 1999 e contro l’Iraq nel 2003. Mezzo mondo contro due piccole nazioni, con lutti e danni incalcolabili a carico della popolazione civile dei due paesi. Non risulta che i due Capi del Governo di allora, due autentici “democratici”: Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi, abbiano consultato il Parlamento e meno che mai il popolo. Ma, e questo è certo, “consultarono” e si affiancarono, vergognosamente agli USA.

È poi necessario prendere atto che i partiti non sono più spazi dove si sviluppano le idee politiche e si procede alla loro materializzazione. Basta osservare come in tutti i simboli elettorali campeggi oramai il nome dei rispettivi leader o pseudo tali. Le parti”, invece, devono essere luoghi in cui il dibattito di idee nasce dalle proposte e dallo scambio di opinioni, altrimenti siamo di fronte a organizzazioni gerarchiche che rispondono ad un unico comando.

La democrazia è un diritto umano.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel 2007, ha indicato il 15 settembre quale giornata della democrazia. Questo alto consesso ricorda così quanto è scritto nell’art. 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948:

Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.”

e aggiunge al paragrafo 3:

“La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.”

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in merito a questa giornata celebrativa sottolinea che “la democrazia è un processo con un obiettivo chiaro: la realizzazione di questo diritto.” E pone in rilievo che l’ideale della democrazia può essere realizzato e divenire un beneficio per tutti soltanto se viene perseguito da tutti: dalla comunità internazionale, dalle istituzioni nazionali, dalla società civile e da ogni singola persona.

Democrazia quindi già durante il suo formarsi non significa delega, ma partecipazione di tutti. É  richiesto l’impegno di tutti!

A Bolzano da circa un quarto di secolo opera Initiative für mehr Demokratie, (omologa della sua progenitrice germanica) che insieme a molte organizzazioni della società civile e soprattutto decine di migliaia di cittadini della provincia, dimostrano che i partiti politici non sono indispensabili. Ricordiamo qui soltanto i 114.884 cittadini che nella votazione referendaria del 2009 hanno votato a favore di un loro proposta per una democrazia diretta (per la Provincia autonoma) completa e ben praticabile.

Del resto l’Articolo 49 della Costituzione italiana recita: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Venti striminzite parole solo per dire che i cittadini “hanno diritto”, ovvero non è un obbligo. E i partiti “concorrono” a determinare la politica. E chi sono allora gli altri “concorrenti” se non i cittadini in prima persona attraverso gli strumenti della democrazia diretta: istanze, petizioni, iniziativa popolare, referendum (non i ridicoli «consultivi»), recall etc.?

Contro l’opera di Initiative für mehr Demokratie, ovvero l’iniziativa popolare, si schiera la forte riluttanza della maggioranza governativa (principalmente la Südtiroler Volkspartei – SVP) a partecipare a questo processo e allo sviluppo della democrazia in quel territorio. Chi governa non soltanto non si impegna di propria iniziativa per un continuo miglioramento della democrazia, ma nemmeno dà seguito alla richiesta da parte della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite di eliminare limitazioni e ostacoli eccessivi all’esercizio dei diritti politici di partecipazione. Sia lo Stato italiano sia la Provincia autonoma di Bolzano hanno disatteso il termine posto dalla Commissione.

Per questo è necessario che i cittadini facciano un ulteriore passo. Un gesto di natura del tutto nuova, delegando il meno possibile ai partiti politici. E tramite il diritto conquistato di poter decidere essi stessi, così come sta scritto nella Carta dei Diritti Umani, i bolzanini il 14 settembre, hanno presentato alla Presidenza del Consiglio Provinciale due richieste referendarie. Si tratta di due disegni di legge sui quali dovranno decidere i cittadini della provincia il prossimo anno in una votazione referendaria. Beninteso se 15.000 donne e uomini altoatesini lo richiederanno con la propria firma.

Va rimarcato che la Commissione per i Diritti Umani dell’ONU ha chiesto all’Italia di rendere più agevole l’utilizzo del diritto politico di partecipazione:

  • Tramite una cerchia più ampia di persone che possono esercitare il diritto di autenticazione delle firme, cerchia che in Alto Adige rischia di essere ristretta ulteriormente.
  • Tramite l’introduzione della raccolta firme on-line (l’UE lo consente già – https://europa.eu/citizens-initiative/online-collection-system_it ), che in tempi di Covid-19 dovrebbe essere resa possibile senza indugio, e che invece è stata esplicitamente respinta dalla maggioranza del Consiglio regionale.
  • Con un’informazione istituzionale sulle richieste referendarie presentate, cosa ovvia anch’essa, e l’abbassamento del numero delle firme da raccogliere per i diversi strumenti di democrazia diretta.

Similmente a quanto è avvenuto per millenni, i sud tirolesi intendono promuovere anche un Consiglio formato da cittadini estratti a sorte, e formato in modo che rispecchi la composizione della società. Questi Consigli sono già attivi in molti paesi del mondo (vedasi: town meeting, Landsgemeinden, e altre iniziative affini) per discutere, in modo indipendente dai governi, delle questioni più difficili.

L’ostilità nei confronti dei partiti.

Torniamo alla Venezia della fine del Duecento. Si assisté a un processo di «irrigidimento sociale» che finì per restringere i criteri della partecipazione al governo cittadino. La celebre «serrata» del 1297, infatti, riservava l’accesso al Maggior consiglio ai membri delle famiglie che avevano fatto parte di tale assemblea nei quattro anni precedenti alla riforma. Sebbene gli storici siano oggi inclini a sfumare l’idea che questa legge abbia determinato una vera e propria «chiusura», sottolineando come in quegli stessi anni il numero globale dei consiglieri fosse decisamente aumentato, resta il fatto che il provvedimento tendeva a definire in modo più rigido un nuovo gruppo dirigente in cui il ceto dei cittadini che si erano arricchiti con il capitale mobile era in via di progressiva assimilazione con la più antica aristocrazia.

Il giurista Bartolo da Sassoferrato [VEDI QUI] lodava la buona riuscita del regime aristocratico veneziano, considerava questa ampiezza essenziale. Quello di Venezia, diceva, è un regime che va sotto il titolo di Governo dei Pochi; ma, proseguiva, «sebbene siano pochi a paragone dell’intera popolazione cittadina, essi sono molti a paragone di coloro che dominano in altre città, e poiché sono molti il popolo accetta di buon animo di esserne governato. Anche, essendo molti, è più difficile che siano divisi fra loro; e inoltre un buon numero di essi sono uomini di modesta ricchezza, che in una città sono sempre un fattore di stabilità».

Tuttavia una congiura intesa a uccidere il doge e a impadronirsi del potere fu promossa nel 1310 da Marco Querini, che indusse il genero, Baiamonte Tiepolo, a capeggiare la rivolta. Soppresso il pericolo costituito da Baiamonte Tiepolo e dai suoi seguaci, ogni avvio di partiti organizzati, anche se promossi da coloro che erano al potere, sarebbe stato giudicato una corruzione dello spirito pubblico. Tant’è che allo scopo di reprimere nuove congiure fu istituita in quello stesso anno una magistratura speciale di dieci membri, la quale si rivelò cosi utile che il Consiglio dei Dieci diventò un elemento permanente e preminente del sistema veneziano di consigli interdipendenti.

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“L’UMANESIMO, LA CIVILTÀ COMUNALE, L’ODIERNA DEMOCRAZIA DIRETTA” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su MiglioVerde.

TAIWAN, SOMALILAND APRE IL SUO UFFICIO DI RAPPRESENTANZA

di REDAZIONE “Tre due uno!” Il rappresentante del Somaliland a Taiwan Mohamed Hagi e il ministro degli esteri di Taiwan Joseph Wu hanno scoperto la targa per l’ufficio di rappresentanza del Somaliland a Taiwan, mostrano i filmati di AP . Questa mossa del 9 settembre scorso, ha segnato il completamento dello scambio dell’ufficio di rappresentanza tra i due paesi con l’ufficio di Taiwan in Somaliland aperto ufficialmente il 17 agosto. Thomas Walls, ministro degli affari esteri di Liberland, ha dichiarato a Liberland Press: “Liberland si congratula con Somaliland e Taiwan per aver aperto uffici di rappresentanza nel paese dell’altro. È molto incoraggiante per Liberland vedere i nostri amici in entrambi i paesi rafforzare le loro relazioni bilaterali. Entrambe le nazioni sono impegnate per la pace e la prosperità e, estendendo i reciproci rapporti diplomatici e commerciali, esercitano in pratica la loro sovranità. Liberland gode di un rapporto molto cordiale con il Somaliland e non vediamo l’ora di avere lo stesso con Taiwan”.  Hagi ha descritto il terreno comune tra il suo paese e la…

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ECCO LE RAGIONI DEL FALLIMENTO DEL PARTITO DEI VENETI

di ALESSANDRO MORANDINI Come ampiamente previsto dai più attenti osservatori dell’indipendentismo veneto, la performance del Partito dei Veneti si è rivelata catastrofica, al di sotto delle più nere aspettative. Delle cause il sottoscritto ha ampiamente argomentato fin dalla nascita del partito; e fin da quella data ha descritto, entrando nel particolare dei meccanismi sociali che potevano interessare l’impresa PDV, la misura della sicura sconfitta. Qui di seguito propongo un sommario di quanto già precedente argomentato, aggiornato dalle constatazioni che si possono fare in seguito al risultato elettorale. In un prossimo articolo una fotografia dello stato dell’indipendentismo veneto. In uno successivo alcuni spunti di riflessione per il futuro. Una considerazione metodologica Mi si permetta un breve preambolo relativo al metodo usato nei precedenti scritti ed anche in questo articolo. Non mi sono mai interessate le polemiche sui nomi, nello specifico sul nome di Antonio Guadagnini, per un motivo preciso: occuparsi di come funziona la società significa occuparsi, principalmente, di interazioni tra individui e di azioni collettive;…

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DIFFIDATE DA CHI VI PARLA DI “DEBITO PUBBLICO BUONO”

di MATTEO CORSINI

Di tanto in tanto Paolo Savona esprime la sua opinione sul debito pubblico italiano. In un breve articolo ospitato contemporaneamente sul Sole 24 Ore e MF, Savona esordisce così:

  • “La gran parte degli economisti italiani, dopo aver assecondato la crescita del debito pubblico italiano a cominciare dalla crisi petrolifera di inizio anni 1970, concordano ora che aumentare l’indebitamento in una situazione come quella che viviamo è pericoloso, ma anche necessario per evitare il peggio e non solo per il debito già in circolazione.”

Quando afferma che la gran parte degli economisti italiani ha assecondato la crescita del debito pubblico, credo che Savona abbia ragione. Quello prevalente in Italia è infatti una forma di keynesismo perfino più discutibile dell’originale. Prosegue Savona:

  • “Ciò che non convince di questa tardiva conversione è la motivazione: dicono infatti che il debito va rimborsato. La storia economica insegna che questa preoccupazione non ha fondamento perché, come ci hanno insegnato illustri maestri, i debiti pubblici non vengono mai rimborsati, ma rinnovati sopportando gli oneri relativi. Se fossero considerati eccessivi, si dovrebbe dichiarare il default, ossia di non volerlo rimborsare. Due altri modi per alleggerire il peso del debito è deprezzarlo con l’inflazione o rinegoziarlo con i creditori per concordare un importo inferiore.”

Effettivamente i debiti pubblici generalmente non sono storicamente stati rimborsati per intero, bensì rinnovati (se non ripudiati). Ai livelli attuali credo anche che un loro rimborso sarebbe teoricamente possibile solo nominalmente in un contesto di monete fortemente inflazionate, comportando, quindi una pesante svalutazione in termini reali. Sarebbe un default sotto altro nome. Ed ecco quello che ritengo il passaggio chiave:

  • “L’idea del rimborso tentò di affermarsi a Maastricht, ma Guido Carli, ben conscio degli effetti, se non proprio dell’impossibilità di farlo, concordò di fare convergere il debito pubblico verso il 60% del PIL; Carlo Azeglio Ciampi cadenzò con uno specifico accordo i tempi della convergenza. Anche questa riduzione relativa non si realizzò, nonostante alcuni piccoli progressi ottenuti prima della crisi del 2008, pagati con una perdita di efficacia della politica fiscale e una riduzione strutturale del nostro saggio di crescita reale.”

In sostanza, secondo Savona le politiche relativamente meno spenderecce (ma pur sempre in deficit) poste in essere a partire dalla metà degli anni Novanta per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil tolsero benzina al motore della crescita italiana.

Se questo ragionamento avesse un fondamento logico, si dovrebbe riscontrare nei dati che i Paesi che hanno sempre avuto un basso indebitamento pubblico se la sono passata storicamente peggio dell’Italia. I dati dimostrano che non è così, tanto in Europa, quanto nel resto del mondo. Purtroppo, però, il keynesismo, nella variante subalpina, continua a ritenere una verità auto evidente che nella spesa in deficit vi sia la via allo sviluppo economico. Ovviamente purché i soldi presi a prestito siano ben spesi (come ha di recente dichiarato colui che è considerato dal mainstream il salvatore dell’euro, quello che serve è “debito buono”).

Questo pare essere anche il punto di vista di Savona.

  • “Nella disputa in corso sull’uso dell’indebitamento pubblico va tenuto presente che, se la sua destinazione sono gli investimenti, si aumenta il capitale che si lascia ai figli e ai nipoti, consegnando loro un bilancio dove attivo e passivo si equivalgono e, se la crescita reale aumenta, anche qualcosa in più. Se, invece, è destinato all’assistenza, per giunta con un’insufficiente spinta alla crescita del PIL, come sembra stia accadendo, le spese devono essere finanziate con tasse, contributi europei a fondo perduto o emissione di titoli irredimibili. Se il dibattito politico in corso non esamina in questo modo il quadro intricato da affrontare e continuerà a pendere da una parte o dall’altra, il Paese non potrà tornare sulla strada dello sviluppo.”

Posto che, quando c’è di mezzo la politica, la definizione di investimento rischia di essere dilatata fino a ricomprendere vera e propria spesa corrente, a me pare un po’ semplicistico concludere che se il debito è utilizzato per finanziare investimenti si possano dormire sonni tranquilli. E’ infatti necessario che il rendimento degli investimenti sia superiore al costo del debito, altrimenti quegli stessi investimenti creano le basi per aggravare il debito e il carico fiscale.

Per di più, nel mondo reale, ogni bene che incrementa l’attivo di stato patrimoniale necessita di manutenzione e successivi investimenti, il che significa che il problema non è risolto facendo “debito buono” all’inizio.

Last, but not least, si tratta pur sempre di porre l’onere del debito (per quanto “buono”) a carico di soggetti che non hanno avuto alcuna voce in capitolo nel determinare le scelte di investimento, a maggior ragione se appartenenti alla categoria “figli e nipoti”. Per i quali è prevedibile che l’effetto moltiplicatore non sarà favorevole, al pari di quello che può dirsi per i loro genitori, soprattutto quando appartenenti al gruppo dei pagatori netti di tasse.

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“DIFFIDATE DA CHI VI PARLA DI “DEBITO PUBBLICO BUONO”” è stato scritto da Leonardo e pubblicato su MiglioVerde.