Crea sito

Poesia e perdita. Un’intervista di Gilda Policastro a Franco Buffoni

L’intervista-dialogo che segue nasce da un incontro di poesia, tenuto presso la scuola Molly Bloom nel 2017.

 

Poesia e perdita: quando abbiamo concordato il titolo di questo incontro ho pensato ai versi di Eliot, a Fleba il fenicio che dimentica il grido dei gabbiani, il gorgo profondo del mare e il guadagno e la perdita (the profit and the loss). Qual è stato il tuo impulso?

Dovendo tornare alla Molly Bloom, dove avevo già parlato di traduzione, ho ripensato al precedente incontro che avevo chiuso con le parole di Robert Frost: «What is poetry? What gets lost in translation». Un binomio micidiale, poesia e perdita. E non posso non pensare ad Amelia Rosselli, a quei terribili versi di Documento (1976) in cui l’albero sulla strada diventa rosso perché la base della lampada da tavolo si riflette nel vetro. Lampada per la quale l’io poetico non vuole ricordare il luogo e le circostanze dove fu acquistata, «perché anch’essi pesano». Già nella prima parte del componimento si parla di peso e perdita:

C’è come un dolore nella stanza, ed
è superato in parte: ma vince il peso
degli oggetti, il loro significare
peso e perdita.

La stanza invasa dal dolore e la finestra sono le stesse da cui vent’anni dopo Rosselli si sarebbe lasciata cadere, rendendo ancora più micidiale il binomio peso e perdita.
All’estremo opposto di Rosselli, Elizabeth Bishop, nella sua celebre L’arte di perdere tempera la disperazione per il suicidio di Lota de Macedo Soares, sua compagna per quindici anni, con l’ironia, prendendo il discorso alla lontana:

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

E via con un elenco comprendente le case, l’orologio della madre, le chiavi, il tempo, un continente, due fiumi. Per concludere:

Ho perso persino te: la voce scherzosa, un gesto che ho amato.
Questa è la prova, evidente, che l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero – scrivilo! – disastro.

Quindi la perdita primaria è quella della fiducia nella vita, nella possibilità di goderne come se fosse un perenne incanto, che è poi l’idea dominante che si ha della poesia. La poesia è invece il referto di una perdita?

Cerco di rispondere inquadrando il tema della perdita in un’ottica filosofica e filologica, partendo dalla distinzione di Wittgenstein tra «parole sane» e «parole malate»: parole che significano quello che c’è e parole che muoiono in quello che non c’è e che non è mai esistito. La distinzione dipende da ciò che le parole richiamano. Se richiamano troppo o non richiamano più nulla, esse si ammalano. Esemplifico con un passaggio dal mio dramma Personae appena pubblicato, in cui il personaggio Narzis ricorda come le parole nascano «traviate»:

concrete al tempo di gioghi e genitali,
muoiono in quello di coniugazioni e genitivi.

Ricordo anche agli allievi quanto sia concreto – contadino, terragno – il giogo, lo strumento di legno che “aggioga” due buoi, da cui i “coniugi”, destinati e restare per il resto dei loro giorni sotto lo stesso giogo. E come si proceda verso l’astrazione coniugando i verbi e definendo genitivo un caso.

Dunque le parole stesse, anziché consistere in un guadagno, marcano una perdita?

In un intervento che risale al 1967 Auden disse: «Siccome gli uomini sono sia individui sociali sia persone, necessitano di un codice e al tempo stesso di un linguaggio, l’uno e l’altro fatti di parole. Ma tra l’uso delle parole come segnali e l’uso delle parole come linguaggio personale c’è un abisso insormontabile». Poiché sono convinto che se non si prende coscienza di questo fatto, non si può capire il perché dell’esistenza di un’arte letteraria come la poesia – e soprattutto non se ne può comprendere la funzione – non mi resta che riflettere sull’opera del poeta che più di tutti ha coniugato il binomio poesia e perdita. Premesso che non c’è bisogno di essere linguisti per sapere che la congiunzione è un elemento fondamentale, forse addirittura l’elemento fondamentale della costruzione linguistica, come definire la scrittura di Emily Dickinson, dove le parti connettive nel migliore dei casi sono abbreviate e più frequentemente espunte?  La “e”, congiunzione principe – ancora più pesante e significativa nell’and inglese – in Dickinson non compare. Al suo posto appaiono barre, separazioni, intervalli. È la stessa cosa? No, non è la stessa cosa, non può essere la stessa cosa. Perché così barrato, intervallato, separato, il dettato dickinsoniano giunge al lettore in modo nervoso, isterico. Immediatamente si coglie un dato: quella poesia comunicherà sempre asprezza, ansietà, disagio.

C’è dunque un circolo che porta dal concreto della scrittura alla reazione emotiva, solitamente empatica del lettore. La perdita della congiunzione e dei nessi cos’altro implica sul piano dei significati relazionali? La nostra perdita riguarda solo chi scrive o anche chi legge, in qualche modo?

La lingua di Emily Dickinson è compressa, contratta, lacunare, perché procede from blank to blank. Proprio il procedimento da spazio bianco a spazio bianco la rende evanescente e infinitamente interpretabile, la rende unica. In pratica, con Dickinson, ci si trova quasi sempre ad avere a che fare con una mancanza “centrale”: una perdita. Da qui la necessità di ridurre le parole al minimo, di lasciare parlare gli spazi bianchi: appunto, i famosi blank, e le barre.  Un procedimento sintetizzabile in due aggettivi tipicamente dickinsoniani: scant e slant. Il primo significa “secco”, “aspro”, il secondo “obliquo”: «Tell all the truth, but tell it slant», scriveva Emily, cerca di raccontare la verità, di dirla fino in fondo, ma dilla in modo obliquo, dilla “obliqua”. Se la dici chiaramente puoi offendere o uccidere. Come il sole a mezzogiorno, troppa luce può accecare, piuttosto che illuminare. In una notte di luna si vede meglio che non con il sole allo zenit. Ecco allora la necessità vitale dello slant, che potrebbe essere tradotto con la necessità di modulare il grido. Un’impresa ingaggiata da Emily con la forza della disperazione nei confronti della “parola”. Da qui la sua costante necessità di stordimento, di “estasi”. E di ricorso a un linguaggio ellittico. Dire la verità intera non si può, se non attraverso la narrazione di una serie di “estasi”. Emily Dickinson definisce questa serie di estasi “bollettini dell’immortalità”.

Perdita e distanza hanno a che fare solo con le persone, o con il compito stesso del poeta, ammesso che ce ne sia uno?

«My business is circumference»: ciò che mi concerne è la circonferenza, scrive Dickinson. Che cosa significa? Significa che io – poeta – miro al centro, bramo il centro, lo voglio raggiungere, colpire, trafiggere; il mio business è colmare questa distanza. Ma non posso farlo in altro modo se non continuando a spostarmi, scivolando sulla circonferenza, e da lì scagliando i miei dardi, i miei “strali”, verso il centro. Questi dardi, questi strali sono le millesettecento poesie che ci ha lasciato. Così, in questa poesia dickinsoniana della perdita, avviene che la particella più infinitesima («l’atomo opaco del male», scriveva Pascoli, che – se ci riflettiamo – è la vera Dickinson italiana), il punto infinitamente più piccolo, diventi un mito, un universo senza confini, tanto prossimo da poterlo toccare. E, per contro, può accadere che ciò che ci stava accanto, l’oggetto consueto, persino la persona cara, vengano proiettati a enorme distanza, tanto da non poterli più vedere né sfiorare. Dickinson è perfettamente consapevole dei limiti, delle insufficienze, della parola in genere e della parola poetica in particolare. E ne soffre perché la parola resta l’unico mezzo che ha a disposizione per mirare al centro. Certo, esiste la musica; magari – come scriveva John Keats – una «tuneless music», una musica senza suono, oppure la musica della natura, il ronzio dell’ape che – se estaticamente ascoltato – diviene più alto e armonioso della più complessa sinfonia. Ma Emily non è un musicista; Emily solo con le parole può “trattare”, quello è il suo business. E sempre nel timore per il Tempo che ci sfugge e ci impedisce di raggiungere il Centro da quella circonferenza su cui continuiamo a scivolare. Il Tempo irrimediabilmente passa, sulla Circonferenza si continua a scivolare. Ma forse non è il tempo che passa: siamo solo noi che passiamo; e forse siamo già al centro mentre crediamo di stare sulla circonferenza.

Veniamo infine all’altro tema su cui ti abbiamo sollecitato: la traduzione, di cui sei uno dei massimi esperti in Italia, non solo come traduttore (ad esempio dei Poeti romantici inglesi) e direttore della rivista “Testo a fronte”, ma anche come teorico. Cosa si perde nella traduzione?

Se siamo partiti dalla definizione di poesia di Robert Frost, possiamo citare ora quella di Josif Brodskij: «Poesia è traduzione. Traduzione di verità metafisiche in linguaggio terrestre». Esemplifico con una mia traduzione da un altro testo fondamentale di Dickinson, “To tell the Beauty would decrease”:

Raccontare la bellezza significa svilirla,
Definire l’incantesimo intaccarlo;
C’è un mare senza sillabe
Di cui bellezza e incanto sono segno.

Con la volontà mi sforzo invano
Di ricreare la parola giusta,
Ma sempre poi me la rapiscono
Miniere di pensieri introspettivi…

Il mare senza sillabe è come la musica senza suono di Keats che citavi prima? I poeti romantici che hai tradotto nell’antologia uscita per Bompiani nel ’97 e poi ripubblicata negli Oscar nel 2005, come si confrontano col tema della perdita?

Riprendo proprio dalla citazione tratta dall’ Ode on a Grecian Urn di John Keats: «Heard melodies are sweet, but those unheard /Are sweeter»: se dolce è la melodia che s’ode, ancora più dolce è quella senza suono. I flauti sono incisi nel marmo: suoneranno per sempre la musica più dolce, così come i due amanti staranno per sempre sul punto di baciarsi e i rami degli alberi saranno per sempre fioriti. Aggiungo un riferimento all’altro grande romantico della seconda generazione, P.B. Shelley, che sintetizzò il concetto di perdita nell’imperativo Lift not the Painted Veil:

Non sollevare il velo dipinto:
Quelli che vivono lo chiamano vita,
Anche se mostra immagini irreali
E simula ciò che vorremmo credere
Con i colori sparsi a capriccio.
Dietro stanno in agguato i destini gemelli
Della Paura e della Speranza, a tessere
Le loro ombre sull’orrido mostruoso (…).

Gli allievi a questo punto vorranno sicuramente sapere come la perdita si sia fatta tema nella tua opera. Puoi leggerci qualche testo?

Posso citare un passaggio da Guerra – il libro è uscito nel 2005 – ricordando «le voci dei bambini / Separati dai padri / all’ingresso dei campi»:

[…] si può dire ciò che è bello
E ciò che è brutto
Si può dire anche ciò che è molto bello.
È il troppo brutto
Che non si riesce a dire
Perché esistono tutte le parole
Ma sono lunghe e finisce
Che assorbono
Dei pezzi di dolore.

Nei miei libri più recenti la perdita è l’indicibilità che rimane «lì sotto» (così in Jucci, del 2014); oppure ancora una volta storica, come «lo strappo sintattico» che restituisce «l’intraducibile» nella poesia tratta da La linea del cielo (Garzanti 2018), dedicata a Christine Koschel, poetessa e traduttrice nata a Breslavia nel 1936, attualmente a Roma.

L’autobus dei bambini morti
È quello che Christine Koschel
Vide a Berlino nel quarantacinque,
Alcuni ancora vivi, molti infanti
Tutti assolutamente soli
Abbandonati in una fuga dal nulla al nulla
Durante l’avanzata dei sovietici.
Da qui gli occhi per sempre
Che l’orrore hanno visto
Di Christine
Intraducibile se non
Nello strappo sintattico.

Le parole non esistono, dicevi prima, ma se mi consenti un gioco facile, da poeta sei addirittura diventato “paroliere”, di recente. Com’è successo?

Tutto parte da un testo che s’intitola “Perché so delle cose che so” (dalla raccolta I tre desideri, del 1984) e dice:

Perché so delle cose che so
E non ti posso spiegare
Perché non esistono tutte le parole
Ci sono solo le distanze e il tempo
Tra quello che io so
E tu dovrai

Si tratta di un testo (e un libro) che si chiudono così, senza punto o puntini di sospensione. Proprio a significare dickinsonianamente la perdita: recentemente la poesia è stata musicata e incisa dal cantautore romano Riccardo Sinigallia. Curiosa la storia: quando scrissi quella poesia, all’inizio degli anni Ottanta, la lessero due amici, Milo De Angelis e un giovanissimo Aldo Nove. Milo mi suggerì di togliere il «non», trasformando il terzo verso in «Perché esistono tutte le parole». Non lo feci, ma vent’anni dopo, nel testo di Guerra che ho citato poco fa, evidentemente recuperai il consiglio, se al quart’ultimo verso scrivo: «Perché esistono tutte le parole». Antonello (come si chiamava allora Aldo Nove) imparò a memoria quei versi, inventandosi una variante e con quella variante li citò trent’anni dopo a Riccardo Sinigallia, che se ne innamorò e volle musicarli. Così va il mondo, con la poesia e i suoi abitanti.

Testo tratto da: Franco Buffoni, Il triangolo immaginario (Secop Edizioni, 2021)


___________

“Poesia e perdita. Un’intervista di Gilda Policastro a Franco Buffoni” è stato scritto da francesca matteoni e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 2

di R. Umamaheshwari 

R. Umamaheshwari è una storica e giornalista che vive in India. Ha pubblicato When Godavari Comes: People’s History of a River (Journeys in the Zone of the Dispossessed), Aakar Books, New Delhi, 2014; Reading History with the Tamil Jainas: A Study on Identity, Memory and Marginalisation, Springer, 2017 e From Possession to Freedom: The Journey of Nili-Nilakeci, Zubaan, New Delhi 2018. Un anno fa ha cominciato a scrivere un diario della pandemia dall’Himachal Pradesh che pubblichiamo a puntate. Qui la prima. Quella che segue è la seconda.

18 marzo, un morso di cane, il vaccino antirabbico e qualche consapevolezza.

Quella sera, in un villaggio particolarmente bello, dentro una casa nei pressi di un ruscello gorgogliante, il cane addomesticato della famiglia mi morse il dito del pollice all’improvviso. Il tranquillo villaggio dell’Himachal Pradesh ha bellezze in abbondanza, ma in situazioni di emergenza, non c’è nessun medico, ad eccezione di un RMP, ovverosia un Registered medical practitioner, iscritto all’albo dei medici, che gestisce anche una farmacia, a sei chilometri di distanza. Anche lui non aveva il vaccino antirabbico. Mi informò che il vaccino scarseggiava da mesi. Beninteso, tutti i centri sanitari pubblici dovrebbero tenere scorte di questo vaccino, specialmente in uno Stato famoso per i molti casi di morsi di scimmia (e anche di cane, una volta ogni tanto…). Persino il più vicino ospedale governativo (Theog), qualche chilometro più lontano, non aveva scorte.

Frattanto si cominciava a riferire di uno o due casi sospetti di Coronavirus a Himachal, negli ultimi giorni. Il coronavirus era ancora un evento lontano. Eppure lo Stato aveva allestito due reparti di isolamento per i malati affetti da Coronavirus, a Shimla (presso l’ospedale IGMC) e a Tanda. Ho fatto un’antitetanica dal farmacista, e dopo cena la famiglia mi ha accompagnato fino a Shimla, all’IGMC, a oltre due ore di macchina.

Anche quando arrivammo, alle dieci e mezza di sera, l’ospedale era affollato, e ci è voluto un bel po’ prima che il molto loquace dottore, un medico dell’esercito in pensione, che ora, ci disse, lavorava part-time qui, prescrivesse le iniezioni; la registrazione e l’iniezione sono state gratuite. E finalmente alle 23.30 la vaccinazione era giunta a termine.

Mi sono resa conto di cosa significhi per le persone che provengono da villaggi lontani venire a Shimla (con i mezzi pubblici, o, in situazioni di emergenza, in mancanza di ambulanze, noleggiando mezzi privati) e cosa significava per il personale sanitario qui presente gestire (molto bene) quel numero esorbitante di malati e feriti che arrivano in continuazione, cosicché alcuni devono aspettare nei lunghi corridoi fino a quando non è possibile predisporre alla bell’e meglio, con risorse e spazio limitati, un letto per il paziente. Una sezione separata di isolamento era stata rapidamente preparata in questo ospedale (lontano dai reparti destinati agli infortuni, dagli ambulatori e dal Pronto Soccorso), ma la gente sembrava ansiosa, e alcuni indossavano delle mascherine. Anche a me questo ha fatto paura.

Ma anche in mezzo a tutto quel caos, a notte fonda, trovai l’infermiera più gentile che avessi incontrato da molto tempo; una donna che si premurò di scusarsi con me per il dolore straziante che mi aveva provocato, facendomi piangere, quando aveva iniettato il siero nella ferita. Avrei completato le restanti iniezioni in un altro ospedale governativo, nei successivi cinque giorni. Gratis. Questo è l’ospedale pubblico, dove la maggioranza della gente riceve un trattamento gratuito o comunque sovvenzionato, ma che è trattato come un cugino povero degli ospedali privati super specialistici dell’India.

Prima di poter trovare una casa in cui vivere, l’isolamento è sceso sulla nazione. A volte sono grata a quel cane, Tukki, perché adesso ho l’occasione di vedere e osservare il mondo da questo mio punto di vista, relativamente vulnerabile, che altrimenti non sarebbe esistito per me, benché ancora mi rammarichi della punizione piuttosto dura che gli fu inferta per la sua bravata. Invano quella notte avevo chiesto che lo perdonassero. Ma in futuro, in tempi “normali”, spero di incontrare di nuovo il suo un po’ più calmo…

22 marzo 2020. Prime riflessioni su un virus.

Un profondo silenzio mi avvolge qui a Shimla. Le orde invasate dei soliti chiassosi turisti – alla ricerca del consumo a tutti i costi di ciò che deve essere consumato, secondo le indicazioni delle guide turistiche o dei blog di viaggio – non sono più la “normalità”, in quest’inizio della bella stagione. Alcune delle nazioni che vantavano una storia di successo fondata sull’economia di mercato, la privatizzazione dell’assistenza medica e il “turismo sanitario”, sembrano ora fare un passo indietro, e dichiarano, pur con scarsi risultati, di voler mettere in atto un piano di intervento medico statale. Un presidente come Donald Trump parla del sussidio di disoccupazione, e ad alcuni questo fa venire in mente le imminenti elezioni negli Stati Uniti alla fine di quest’anno.

Il mondo oggi sembra comprendere che un’equa assistenza sanitaria statale è una necessità inevitabile. Il mondo, o la maggior parte di esso, sta combattendo una guerra senza armi di distruzione, ma al contrario con strumenti che salvano vite umane. In un contesto di rigida religiosità e di religioni strutturate, che in tutto il mondo ha avuto una tradizione storica secolare, oggi troviamo quasi tutti i luoghi di culto chiusi e i rituali comunitari abbandonati, in un consenso mondiale senza precedenti. Chiusi anche i supermercati e i centri commerciali, per la maggior parte del tempo. Invece delle folli corse per raggiungere qualche posto o ritornarne, ventiquattr’ore su ventiquattro, con la polvere e la sporcizia che hanno avviluppato le nostre città metropolitane, ora sperimentiamo i silenzi e il minimalismo e la qualità di un’aria più pulita. Per molti oggi lo spazio più sicuro sembra essere ‘casa’: non importa quanti non possano ancora assaporare ciò che la ‘casa’ veramente è o dovrebbe significare, o che ‘casa’ dovrebbe significare qualcosa di diverso dalle immagini stereotipate di ‘famiglia’ (quasi sempre sorridente, felice) dentro mura di mattoni, isolata dal resto delle cose che ci circondano. In alcuni casi, come è stato più volte rilevato, le case non sono davvero quegli spazi sicuri e felici per donne, anziani e bambini.

Il “distanziamento sociale” – non uno dei momenti più gravi della storia indiana, a paragone del concetto di casta (ma si potrebbe dire lo stesso per il concetto di razza, e per altri tipi di discriminazione) – è diventato un comportamento “normale” e virtuoso: la cosa da fare, anzi.

Le proteste e il dissenso si sono quasi fermati: un vantaggio per tutti i governi del mondo, che in passato hanno dovuto affrontarli, affrontare le proteste divampate contro l’ingiustizia e l’oppressione, nei rispettivi Paesi, fino a questo momento storico. Per la prima volta dopo tanto tempo, le zone di crisi non sono la Siria o il Libano o la Palestina, o qualsiasi altra area di frizione geopolitica, ma territori usurpati da un virus. Di ritorno a casa, non sentiamo più parlare del CAA (Citizenship Amendment Act), di questioni di casta o di genere, di discorsi sulle migrazioni; persino i problemi economici non sembrano al momento così gravi o visibili. Gli Stati liberi stanno cercando di mantenere il controllo in molti modi. Si può dire che questo ha posto fine ai nazionalismi insulari a favore di un’alleanza globale, che combatte unita una malattia che colpisce la “specie” umana? Oppure l’epidemia ha aumentato gli ultranazionalismi, come se ad ognuno andasse bene anche che solo la propria nazione fosse risparmiata dalla malattia? E questo anche se i viaggi internazionali sono stati parte integrante del nostro mondo, e l’economia è multinazionale e globale, e non soltanto locale?

 

Un virus, la cui origine opinabile e discutibile si presta a disquisizioni di geopolitica e multinazionalismo, e a illazioni sulla guerra biologica; un virus che ha fatto di tutto: ha mosso nazioni grandi e piccole, simultaneamente. Eppure…

 

Il nazionalismo culturale e il razzismo non sono scomparsi, anzi, sono apparsi più frequentemente sui social media, come mai prima d’ora. Questo virus ha avuto il potere di costruire cameratismo e abbattere muri di rigidi nazionalismi, ma lo ha fatto davvero? Questo virus ha avuto il potere di ribadire i principi basilari del concetto di “specie” (in senso puramente scientifico), invitandoci a ripensare l’uomo come Homo sapiens, al di fuori del paradigma Stato-nazione. E ha ribadito come questa specie, in conseguenza della sua stessa intelligenza o del suo agire, continua a rendersi di tempo in tempo vulnerabile agli agenti patogeni. In un senso sociologico, il virus ci fa considerare la possibilità di guardare alle società umane nel loro insieme (naturalmente, in contesti culturali diversi, eppure, all’interno di quei contesti culturali molto diversi, con un’uguale insicurezza di fronte al virus, forse?), e di metterle a confronto nel loro complesso con altre società non umane. Eppure, sarà importante guardare al contesto sociale, culturale e politico in rapporto a questo virus: chiedersi chi è più vulnerabile, perché, e chi soccombe. O forse chi muore soccombe da solo, o a causa di altre variabili di cui non ci stiamo ancora occupando. Benché “co-morbilità” sia un termine che si sta diffondendo, negli ultimi giorni.

Oltre che per indicare cause mediche di morte tra loro concorrenti, infatti, mi chiedo se il termine “comorbilità” non possa essere visto anche in relazione a un contesto sociale o economico, in riferimento a persone che sono morte apparentemente a causa di questo virus. Per esempio, una concausa di morte, per alcuni, potrebbe essere la difficoltà di un accesso tempestivo ai servizi medici.

 

C’è anche una certa connotazione morale nel riferirsi al virus: il “demone”, il “cattivo”. Alla radio (All India Radio), nei giorni precedenti al primo lockdown, si parlava di un coprifuoco Janata (un coprifuoco della popolazione, anche se imposto dallo Stato), e abbiamo sentito messaggi che invitavano la gente a suonare le conchiglie, e le campane, ecc. alle 17.00 (il 22 marzo), in modo che le vibrazioni delle conchiglie e l’energia positiva cacciassero il virus demoniaco dal nostro paese. Messaggi che, naturalmente, non si sono più sentiti in seguito.

 

Un’altra caratteristica fondamentale di questo virus è associata ai viaggi, o al movimento: interregionale, internazionale, ecc. Le società umane e le idee hanno sempre viaggiato ‘attraverso’, ‘a’, ‘da’, ‘per’, ‘avanti’ e ‘indietro’. Attraverso il viaggio, culture, idee, e persino cucine, hanno viaggiato. E quel viaggio è stata una parte accettata della storia umana. Anche gli uccelli viaggiano, e senza polizia, e finora, per fortuna, sono stati accettati come visitatori graditi in luoghi dove costruiscono temporaneamente i loro nidi. Anche le creature nei mari e negli oceani viaggiano, ignari dell’idea di acque territoriali e controlli di polizia. Ma in questo momento, tornando all’ “umano” (culturale, o politico, o scientifico), come si presentano le conseguenze di questo virus? Ci costringeranno a porre confini e frontiere dove prima non esistevano (se e dove non esistevano già…)? Metteranno fine alla possibilità di una visita casuale di un amico a un altro amico, che non susciti domande o sospetti?

 

Per inciso, alla ricerca di una casa, l’anno scorso, in alcune “colonie recintate” di Hyderabad, ho trovato dei residenti costretti dai gestori dei complessi abitativi a scaricare un’applicazione sui loro telefoni e ad invitare a farlo anche i loro visitatori (che ovviamente dovrebbero essere quelli abituali, e non un amico che non si sente da tempo, o un parente che arriva improvvisamente a casa tua), per non parlare del giornalaio, del postino, ecc., al fine di un tracciamento all’ingresso di queste sacre colonie. Queste applicazioni diventeranno la nuova normalità? La vita sembrerà piuttosto pericolosa se ciò succederà davvero. La Cina, come riferito da un canale televisivo internazionale, è stata la prima a sviluppare un’applicazione che decideva, sulla base di alcuni algoritmi, se una persona era positiva al Coronavirus o no, e solo se il segnale era verde (indizio di negatività) si aveva il permesso di entrare in casa sua. A quanto pare, ci sono stati dei malfunzionamenti e presto l’applicazione è stata sospesa. Quanto è pericolosa la possibilità di esclusione basata su meri algoritmi progettati da uomini in laboratori tecnologici? Ci sarà un nuovo quadro legislativo per dirimere le questioni e sanare le ingiustizie derivanti da questi dispositivi e dal loro possibile malfunzionamento? Un’azienda potrebbe ad esempio essere citata in giudizio per aver causato un trauma fisico e mentale a causa del cattivo funzionamento della sua applicazione? E queste applicazioni non potrebbero essere state progettate anche per secondi fini? Perché accettarle tout court senza distinguo o domande?

Il potere di gran lunga più pericoloso di questo virus è questo: accettare come “assoluto” o “vero” ciò che vediamo e sentiamo sui vari media o i numeri delle statistiche governative, senza alcuna possibilità di accedere ad indicatori alternativi o strumenti di verifica di queste verità, o per lo meno strumenti di ricerca e di analisi della loro veridicità, sia che si tratti di ‘verità’ su un particolare tipo di test, su un dispositivo, o semplicemente sul numero di casi in ogni stato o distretto.

 

Da un lato, il virus può confinare, e creare confinamenti; ma allo stesso tempo può far sì che il confinamento stesso sembri di per sé “sano” e “sicuro”, mentre la natura di tale “sicurezza” finisce in realtà per distanziare le comunità umane tra loro (al loro interno, fra regione e regione, tra Stato e Stato e nei rapporti internazionali) e, quindi, rendere più semplice e in un modo più insidioso di prima, la nascita di nuovi totalitarismi.

 

Nel frattempo, questo virus ha il potere di imbrigliare il profitto sfrenato tanto nel campo delle multinazionali farmaceutiche quanto in quello delle prestazioni mediche, così da rendere le une e le altre più umane, e regolate da una sorta di patto internazionale fondato su un uguale accesso, per tutti e in tutto il mondo, a strutture mediche sofisticate per salvare vite umane?

 

Solo il tempo lo dirà. In India, alcuni laboratori e ospedali privati sono già stati autorizzati a procedere con i test e le terapie anti Covid. Ma ancora una volta, sapremo nei prossimi giorni quanto siano stati accessibili questi enti privati per i poveri e le persone svantaggiate, e quanto “corretti” (e quindi trasparenti e regolamentati) siano i loro parametri di prova e i loro indicatori di trattamento.

 

Per ora, molte cose sono state messe insieme in grande fretta per contenere il contagio, ed ecco perché ci occorrerà, nel prossimo futuro, un saldo quadro giuridico utile a prevenire eventuali pratiche illecite cui, anche in tempi normali, è risaputo che il settore medico privato ha già ampiamente fatto ricorso, almeno a giudicare dal gran numero di cause legali intentate dai pazienti e dalle loro famiglie agli ospedali privati in India. Inoltre, ci sono voluti anni di indagini per svelare la politica delle case farmaceutiche in tutto il mondo e la natura dei loro affari legati ai prezzi di farmaci salvavita essenziali nelle cosiddette economie in via di sviluppo. Nel caso si trovasse, com’è possibile, un nuovo vaccino per il Coronavirus, o, a seconda dei casi, un farmaco, stiamo pensando a nuovi e rigorosi quadri giuridici multilaterali che garantiscano un accesso equo e sovvenzionato al nuovo vaccino o al nuovo farmaco, quando sarà svelato? Questo virus cambierà la natura del commercio farmaceutico internazionale (rendendolo più equo) o lo renderà più competitivo e segreto?

 

Cos’altro ha fatto questo virus? Ci ha mostrato, o ci ha fatto vedere, più chiaramente, alcune verità fondamentali: le cose che possiamo o non possiamo controllare; il tempo in cui realizzare ciò che ancora non possediamo. Questa conoscenza non può essere ciò che già conosciamo: verità che apparentemente non cambieranno per secoli. Non esistono sistemi e verità antiche che funzioneranno per sempre. Dobbiamo accettare il nuovo (anche se ciò significa accettare nuovi modi di affrontare una pandemia); e il nuovo richiede, se necessario, modifiche e aggiustamenti del vecchio che possano includere nuove idee politiche, religiose o economiche. Può il modello economico, finora considerato come il modello da emulare (un modello iniquo, basato sul consumo, e pericoloso per l’ambiente), avere contribuito alle modalità di diffusione di questo virus? Dobbiamo almeno provare a capirlo. Non è un caso che il maggior numero di positivi al Coronavirus, in India, provenga dalle grandi aree urbane che si sono sviluppate in modo disordinato e dalle zone industriali, e da quei luoghi che hanno un indice globale di viaggi e spostamenti piuttosto importante, almeno in base a quanto indicato dalle statistiche attuali.

 

Resta da vedere se il nuovo virus aprirà nuove idee di umanità ed umanesimo, o creerà muri e spazi di autosegregazione intorno a ciascuno di noi. Un aspetto che il virus ha reso più evidente è l’iconografia dei nostri tempi: medici, infermieri e addetti alle pulizie completamente avviluppati in protezioni e mascherine, in particolare quelli che lavorano per il governo, o in aziende statali e strutture sanitarie. Nel contesto indiano, sappiamo già quanto questa gente si sia ammazzata di lavoro, e in condizioni di certo non invidiabili. Il numero di persone povere che affollano gli ospedali pubblici in India è davvero ingestibile.

 

Molti di questi operatori affrontano anche la brutalità e la violenza della gente, in caso di diagnosi errata o di morte del paziente. Eppure, in un tempo come questo, sono questi ospedali che diventano gli spazi più affidabili per le cure e l’assistenza, anche rispetto agli ospedali privati. Ci si rende conto, adesso, della necessità e dell’importanza della gestione pubblica dei sistemi sanitari (e di quanto sia importante non privatizzarli, anche parzialmente, anche se in alcuni Stati dell’India sono stati compiuti passi significativi in tal senso), e persino dell’utilità di espandere queste strutture, di fornire loro infrastrutture che funzionino bene durante le crisi, in modo da essere preparati con largo anticipo, piuttosto che apportare modifiche ad hoc incalzati dall’emergenza. Solo il tempo ci dirà se, quando un antidoto al nuovo virus arriverà, saranno gli ospedali privati che se ne impadroniranno, o la sua somministrazione sarà strettamente regolamentata e gestita solo tramite gli ospedali pubblici, in ambienti consoni e nel rispetto della dignità di tutti i pazienti. Il caso dell’Italia deve essere uno dei più difficili da affrontare per gli operatori sanitari, nel momento in cui, nonostante tutto, la morte sembra vincere ogni volta, e i cadaveri devono essere accatastati. Ciò che all’inizio deve essere iniziato come un normale esercizio di somministrazione quotidiana di farmaci e di calcolo di dosaggi, deve essere presto diventato un incubo in cui la monotona routine degli ospedali ha lasciato il posto ad una situazione drammatica, in cui i medici sembravano guardare impotenti ciò che accadeva sotto i loro occhi, e sono diventati, quasi, gentili amministratori della morte stessa. In effetti è stato solo quando l’Italia ha attraversato questo disastro che il mondo ha cominciato a prendere una maggiore consapevolezza di ciò che stava per accadere. Ci si chiedeva del trauma emotivo, affrontato dagli operatori sanitari in momenti come questi. Cosa dire dei Paesi con un numero limitato di operatori sanitari, ed in cui viene loro fornito un sostegno economico o politico inadeguato?

 

Cos’altro ha fatto questo virus? Per la prima volta nella storia indiana post-indipendenza, ha portato ad un brusco arresto dei treni passeggeri. Questa era la rete ferroviaria che, a fine marzo 2017, aveva trasportato più di 8 milioni di passeggeri, percorrendo un totale di 141,7 milioni di chilometri. Le ferrovie indiane, per inciso, hanno 7.349 stazioni ferroviarie, sparse per tutto il paese.

 

Stranamente, i servizi che il governo indiano in carica ha cercato di privatizzare (parzialmente o totalmente) – le ferrovie e la compagnia aerea nazionale, Air India – si sono rivelati i più utili in una crisi come quella attuale. I servizi ferroviari hanno continuato a trasportare merci essenziali, e la compagnia aerea nazionale ha lavorato anch’essa senza sosta per il trasporto di beni di prima necessità, comprese le forniture mediche, e ha persino riportato indietro diversi Indiani bloccati negli aeroporti di altri paesi del mondo.

 

Dal punto di vista economico, questa pandemia sta colpendo e colpirà per un lungo periodo la maggior parte della forza lavoro non organizzata e indipendente o freelance in India. Mentre quelli che svolgono lavori governativi – e questo include anche gli accademici che lavorano nelle università pubbliche federali o statali, oltre che nei college e nelle scuole pubbliche in tutto il paese – non sono altrettanto duramente colpiti, perché i loro stipendi sono protetti, e attualmente la maggior parte di loro è a casa. Sicuramente il virus ha colpito molto duramente coloro che non entrano nelle statistiche del governo. Un numero che comprende, fra gli altri, oltre ai lavoratori freelance (tra cui forse molti che fanno lavori ad hoc basati su contratti e consulenze, così come giornalisti non accreditati o stranieri, nei villaggi), artisti non ‘all’avanguardia’, i proprietari di quei minuscoli locali di cibo da strada, i venditori ambulanti di ogni tipo di merce, che di solito si vedono per le vie, in vari quartieri delle città.

 

Mentre in questo momento molti hanno perso il lavoro o non si aspettano di trovarlo, e altri hanno dovuto chiudere i negozi, nessuno può dire se e quando il periodo di isolamento finirà. E fino ad oggi non esiste un pacchetto di aiuti pubblici a lungo termine, ben pensato, né alcun meccanismo di facilitazione per una così grande forza lavoro informale.

 

Forse dovrei aggiungere qui come mi vedo in questa situazione. Perché la mia situazione, allo stesso modo, è intrinsecamente legata alla natura dell’economia che mi riguarda sia come donna single, e che vive da sola, sia come donna che non ha un lavoro regolare, regolarmente retribuito. E rivado ai tempi in cui si correva costantemente come un topo su un tapis roulant, per pagare la rata mensile di un mutuo per la casa. Non c’è mai stato un periodo di tregua. Durante la crisi economica le persone perdono la loro casa o finiscono per avere un rating di credito negativo. In tutto il mondo, questo ricorda la recessione economica globale del 2008.

Adesso la Reserve Bank of India sembra aver annunciato alcune misure, abbassando i tassi di interesse e riducendo così l’onere per la classe media nel rimborso dei mutui per la casa. Ma si sa che l’industria del debito non cancella mai i prestiti della gente comune, e questo significa anche un aumento della durata del mutuo per la casa. Inoltre significa che, ad un certo punto, quando le cose torneranno ad un nuovo tipo di “normalità”, i mutui per la casa diventeranno più cari e saranno di fatto aumentati di quel tanto necessario a salvare le banche, e non certo la classe media, la gente comune.

 

Il virus ha viaggiato in lungo e in largo sulle spalle di viaggiatori compulsivi: celebri oratori, uomini d’affari, artisti giramondo, vacanzieri di routine e altri (non invece sulle spalle degli strati economici inferiori della società, dato che il virus viaggiava essenzialmente sugli aerei), e ognuno aggiungeva le sue impronte di carbonio. Almeno qualcuna di queste persone oggi può fregiarsi di nuovi ‘distintivi’: essere positivo al Coronavirus o, almeno fino al blocco dei viaggi in aereo e di quelli in treno, di essere stato un potenziale portatore del virus.

Alcuni di loro, purtroppo, hanno dovuto affrontare il peso del pregiudizio, come anche l’intoccabilità. In quel momento i loro progetti di business, le loro idee, o semplicemente i viaggi di piacere (a meno che, naturalmente, alcuni di loro non abbiano viaggiato per partecipare a emergenze), non contavano tanto quanto l’essere portatori di un contagio di cui sono stati a volte accusati. Il pregiudizio sarebbe stata l’ultima cosa che si sarebbero aspettati di meritare all’arrivo in questo paese, mentre, al contrario, la gente ha cominciato a guardarli con sospetto e a dare la colpa di tutti i mali (come si fa regolarmente qui) alla persona che è tornata da fuori, o allo straniero: insomma, l’altro che “entrava” (altrimenti detto, ‘il turista’), e che fino ad oggi era di solito blandito e accolto a braccia aperte, a causa del denaro che lei o lui o il gruppo portava con sé; il virus, che viaggiava in lungo e in largo, senza alcuna distinzione di razza o cultura e senza alcun pregiudizio proprio, invece di riunire l’umanità contro le malattie, ha ribadito in alcuni paesi l’opposizione del “locale” versus lo “straniero”, l’ “altro”. Un virus ha fatto tutto! Ci vorrà un po’ di tempo, tuttavia, prima di ottenere un quadro completo, da fonti varie e affidabili, dell’esatta distribuzione sociale, demografica e geografica della popolazione colpita in tutto il mondo, e delle sue ragioni. L’ultima parola sul virus non è ancora stata detta.

Il vantaggio (che può anche essere uno svantaggio) di questo servizio della radio nazionale è ottenere l’accesso ai dati ufficiali sulla situazione quotidiana, e alle comunicazioni del governo sugli interventi medici e le strategie di contenimento. In assenza di canali televisivi di informazione, si tratta di un pacchetto di dati fondamentale per dare un senso alle cose, nel modo in cui si desidera; e tenendo presente che, dopo tutto, in fin dei conti, si tratta dello Stato, che ti fornisce le informazioni che ritiene necessario condividere. Per la maggior parte dell’India rurale, le notizie della radio sono l’unico modo per avere il polso della situazione del Paese, oltre che il mezzo cui affidarsi per le previsioni del tempo e, di solito per le comunità di pescatori, per gli allarmi di tempeste, cicloni e così via.

 (traduzione di Rosario G. Scalia, foto di R. Umamaheshwari)


___________

“Diario della pandemia dall’Himachal Pradesh # 2” è stato scritto da jamila mascat e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Dante in love

di Marino Magliani

Se mi chiedessero di far tornare Dante da qualche parte su questa terra, mi piacerebbe fosse in Liguria, il luogo preciso non importa, ma basterebbe uno degli scorci nominati da lui.
“Tra Lerici e Turbia, la più diserta
la più romita via è una scala
verso di quella agevole ed aperta”.
È quando si ferma davanti alla montagna del Purgatorio, lo accompagna Virgilio. Farlo giungere in terra ligure a vedere le opere che ha ispirato, gli affreschi che rappresentano la bolgia infernale, con Ugolino che rode il cranio, nella chiesa di San Giorgio a Campochiesa di Albenga, o a Noli, dove Dante passò da esule. Insomma, un po’ immaginai questo, quando seppi che Giuseppe Conte, ligure come me, di Dante ne raccontava il ritorno. Ma non sarebbe andato bene per nulla, e non perché Conte non condivide la mia ossessione di ficcare la Liguria in ogni narrazione (ha decisamente un respiro ben più universale di quello dei miei microcosmi), ma perché far tornare Dante in un luogo che non sia Firenze sarebbe un nostos amputato.
Dante in love (Giunti, 2020) ha dunque la sua geografia perfetta e la sua avventura: chiedere al Sommo Poeta un percorso inverso, nessuna risalita dello scalone dalle fiamme alle azzurrità, ma la calata in una Firenze quando “Il sole è appena sceso dietro i tetti, le cupole, le torri della città. Come ogni volta. Il buio non è ancora fitto. Guarda, dilaga nell’aria tra le vie e le case come un’acqua cupa.”
Abituati così alla piena notte, o all’alba, al pieno giorno e al tramonto, non ci stupiamo mai abbastanza di un tempo poco frequentato dalle nostre narrazioni: oltre il tramonto, quando il buio non è ancora fitto, e c’è la pienezza della sera. Chissà perché piena sera non si dice mai. Forse è davvero il miglior tempo di Firenze quello che sceglie Conte, le immagini di una città trasformata nel tempo stesso, e l’esercizio, le capacità che ha l’ombra di assumere l’insolita luce lambita da nuovi ritagli, da nuovi segmenti, nella processione di improbabili andirivieni creati dal caso, e poi la mineralità del Battistero, i palazzi nobili, i semplici cornicioni, i tetti. Il passaggio davanti all’ombra di Dante di un’umanità, e tra essa quella della presenza che più lo emoziona, lo attrae, la donna.
Il romanzo racconta il motivo per cui ogni anno, da seicentonovantanove anni, a Dante è concessa la discesa, con le sue regole d’ingaggio, a Firenze. Dante è lui, l’esule e l’esiliato, ossia quel sentirsi qualcosa o il sentirselo addosso come una pelle. Libertà e costrizione. Anche se la più felice, quella che l’autore giustamente non scopre, come se toccasse al lettore la necessità di intuirla nelle ombre della notte, e prima ancora, in quella sera non ancora notte, è la figura del clandestino. Dante sa di esserlo e riesce a sopportarlo, è l’altro e nessuno lo saprà mai, anzi nessuno dovrà mai saperlo. Ma poi le regole d’ingaggio saltano, un amore, anche quello, sognato e immenso perché invisibile, lo mette in viaggio, attraverso il percorso orizzontale della città, e assieme a tutto questo torna prepotente il pensiero della sua donna amata, dell’amico caro, e la visione di questa città oscura, sicuramente non felice, in questi giorni…
Insomma, potrebbe essere una delle seicentonovantanove notti “guardate” quaggiù finora, destinata a finire all’alba. Ma stavolta Dante non ci sta, è come se stavolta glielo chiedesse il suo cuore clandestino, esule e trasparente, di trasgredire alla concessione del cielo. E allora, davanti alla possibilità, per concessione celeste, di esercitare la sua solita ginnastica dell’occhio, egli stavolta sceglie altro, il miracolo, si lascia trasportare dal desiderio, attraverso la città impaurita e mascherata. La meravigliosa trasgressione ha persino un nome, si chiama Grace. Non ci saranno colpe. Solo poesia. È il libro che condensa ed esalta le anime narrative di Giuseppe Conte, il romanzo storico, quello in qualche modo fantascientifico, e persino l’esistenziale, nutrendosi di mito.


___________

“Dante in love” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Peter Pan & Wendy: prime foto di Jude Law come Capitan Uncino nel live-action Disney

Trapelate via Twitter alcune foto dal set del remake live-action Disney Peter Pan & Wendy che mostrano l’attore Jude Law nei panni di Capitan Uncino. La versione di Law di Uncino è stata descritta come uno spadaccino sfrenato, drammatico e minaccioso, che è in cerca di vendetta contro Peter Pan , che sarebbe responsabile della perdita della sua mano finita in pasto ad un coccodrillo. Quando Uncino prende in ostaggio i fratelli di Wendy, John e Michael, li usa come esca per attirare Peter Pan.

Nel cast sono presenti anche Yara Shahidi (Grown-ish) come Campanellino, Jim Gaffigan (The Jim Gaffigan Show) come Spugna, Ever Anderson (Black Widow), la figlia di Milla Jovovich e del regista Paul W.S. Anderson, come Wendy Darling e Alexander Molony (The Reluctant Landlord) sarà Peter Pan. Il cast è completato da Alan Tudyk (Rogue One: A Star Wars Story) nei panni di Mr Darling, Molly Parker (House of Cards) in quelli di Mrs Darling, ​​con Joshua Pickering (A Discovery of Witches) e l’esordiente Jacobi Jupe come i fratelli John e Michael Darling e Alyssa Wapanatâhk nei panni di Tiger Lily.

Il film è diretto da David Lowery (Il drago invisibile, Senza santi in paradiso, Storia di un fantasma, The Old Man & The Gun) da una sceneggiatura che ha scritto insieme a Toby Halbrooks.

Basato sul romanzo di “Peter e Wendy” di JM Barrie e ispirato al classico animato del 1953, Peter Pan & Wendy è la storia senza tempo di una giovane ragazza che, sfidando i desideri dei suoi genitori di frequentare un collegio privato, viaggia con i suoi due fratelli minori nella magica Isola che non c’è. Lì incontra un ragazzo che si rifiuta di crescere, una piccola fata e un malvagio capitano pirata, e presto si trovano coinvolti in un’avventura elettrizzante e pericolosa lontano, molto lontano dalla loro famiglia e dalle comodità di casa.

Il regista David Lowery ha parlato del film in una dichiarazione: Peter Pan è stata a lungo una delle mie storie preferite, in parte perché ho sempre resistito a crescere, ma anche per il cuore, l’avventura e l’immaginazione che rendono il racconto originale di J.M. Barrie così intramontabile. Sono entusiasta di avere l’opportunità di ridefinire i suoi personaggi iconici per una nuova generazione – e ancora più entusiasta di poterlo fare con un cast e una troupe così eccezionali.

Al momento la Disney non ha ancora fissato per “Peter Pan & Wendy” una data di uscita ufficiale, ma il film è previsto su Disney + per il 2022.


___________

“Peter Pan & Wendy: prime foto di Jude Law come Capitan Uncino nel live-action Disney” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Stasera in tv: “Wonder Park” su Canale 5

Cast e personaggi

Doppiatori originali

Brianna Denski: Cameron “June” Bailey
Sofia Mali: June (da piccola)
Ken Hudson Campbell: Boomer
Jennifer Garner: Madre di June
Matthew Broderick: Padre di June
Ken Jeong: Cooper
Kenan Thompson: Gus
Mila Kunis: Greta
John Oliver: Steve
Norbert Leo Butz: Peanut
Oev Michael Urbas: Banky
Kevin Chamberlin: Zio Tony
Kate McGregor-Stewart: Zia Albertine
Kath Soucie: Shannon

Doppiatori italiani

Lucrezia Roma: Cameron “June” Bailey
Marco Mete: Boomer
Eleonora De Angelis: Madre di June
Massimo De Ambrosis: Padre di June
Gigi: Cooper
Ross: Gus
Domitilla D’Amico: Greta
Francesco Facchinetti: Steve
Franco Mannella: Peanut
Giulio Bartolomei: Banky
Roberto Stocchi: Zio Tony
Lorenza Biella: Zia Albertine
Giò Giò Rapattoni: Shannon

La trama

“Wonder Park” racconta la storia di un magnifico parco divertimenti dove l’immaginazione di una ragazza selvaggiamente creativa prende vita. Il film è incentrato su June, che nei suoi anni più giovani era ossessionata dal suo immaginario parco dei divertimenti di nome Wonderland e ha fatto del suo meglio per dargli vita. Ma quando è cresciuta, June ha abbandonato il suo immaginario paradiso dell’infanzia. Un giorno, con sua grande sorpresa, June scopre che il suo parco tematico immaginario (o quello che lei pensava fosse immaginario) non solo è molto real, ma è anche in grave pericolo. Ora deve aiutare i suoi amici a salvare questo luogo magico da un esercito devastante di scimpanzé.

Curiosità

  • Il film era Originariamente intitolato “Amusement Park” e diretto da Dylan Brown. Brown è stato rimosso dal progetto nel 2018 a seguito dell’accusa di cattiva condotta sessuale e il film è stato ribattezzato “Wonder Park”. Poiché il film era in gran parte completato al momento del suo licenziamento, nessun altro regista è stato assunto.
  • Il film non ha un regista accreditato. La Director’s Guild si rifiuta quasi sempre di consentire l’uscita di un film senza un regista accreditato, a causa di vari aspetti legali e obblighi contrattuali. Non è chiaro come i realizzatori di questo film abbiano potuto distribuire un film senza accreditare un regista.
  • Il termine “Wonder Park” non viene utilizzato nel film nemmeno una volta. Al suo posto viene utilizzato “Wonderland”.
  • Originariamente doveva uscire il 10 agosto 2018, ma è stato spostato al 15 marzo 2019 per evitare di competere con Ritorno al Bosco dei 100 Acri della Disney.
  • Il parco dei divertimenti in questo film si chiama “Wonderland”. C’è un parco di divertimenti in Ontario, Canada che è comunemente noto come Wonderland, anche se il suo nome completo è “Canada’s Wonderland”. In precedenza era di proprietà della Paramount, una delle società di produzione di questo film.

  • La Paramount Pictures voleva che una celebrità ben nota desse la voce a June, ma i produttori Josh Appelbaum e André Nemec volevano invece un’attrice sconosciuta.
  • Jeffrey Tambor doveva originariamente recitare nel film come Boomer l’orso, ma in seguito è stato rimosso dal progetto a causa delle accuse di molestie sessuali da parte di sue co-protagoniste femminili ed è stato sostituito da Ken Hudson Campbell.
  • “Wonder Park” è il primo di 3 film di Nickelodeon usciti nel 2019. Gli altri 2 sono stati i live-action Dora e la città perduta  e Non si scherza col fuoco.
  • I produttori Josh Appelbaum e André Nemec hanno realizzato questo film per i propri figli e come loro prima esperienza nell’animazione.
  • Il film è stato realizzato nell’arco di 5 anni.
  • “Wonder Park” è il quarto film d’animazione di Matthew Broderick uscito nelle sale, dopo Il re leone (1994), Bee Movie (2007) e Le avventure del topino Despereaux (2008).
  • 1000 persone hanno fatto un’audizione per il ruolo di June Baily.
  • I co-registi Clare Kilner (Un amore in prestito), Robert Iscove (Kiss Me) e David Feiss hanno preso il posto del regista originale Dylan Brown durante la produzione del film.
  • Clare Kilner (uno dei co-registi del film) è britannica e non aveva esperienza nell’animazione. Questo è il suo primo progetto animato.

  • Sia Matthew Broderick (il papà di June) che John Oliver (Steve il porcospino) hanno recitato in una versione de “Il re leone”. Broderick era nel film d’animazione “Il re leone” (1994) come Simba, mentre Oliver era nel remake live-action “Il re Leone” (2019) come Zazu.
  • Il film è realizzato da IIion Animation Studios, lo studio dietro Planet 51 (2009) e Mortadello e Polpetta contro Jimmy lo Sguercio (2014).
  • I castori si chiamano Gus e Cooper. Un possibile cenno agli astronauti Gus Grissom e Gordon Cooper.
  • Come Jimmy Neutron – Ragazzo prodigio (2001) e Barnyard – Il cortile (2006), anche “Wonder Park” era nato come pilota cinematografico in CGI di una potenziale serie tv animata in seguito non realizzata a causa del flop d’incassi e critica.
  • “Wonder Park” è il quinto film di Nickelodeon Movies realizzato interamente in CGI, dopo Jimmy Neutron – Ragazzo prodigio (2001), Barnyard – Il cortile (2006), Rango (2011) e Le avventure di Tintin – Il segreto dell’Unicorno (2011).
  • “Wonder Park” è il settimo film di Nickelodeon Movies ad avere una protagonista femminile, dopo Harriet, la spia (1996), La famiglia della giungla (2002), Lemony Snicket – Una serie di sfortunati eventi (2004), La mia vita è un disastro (2008), Hotel Bau (2009) e Fun Size (2012)
  • Il film con un budget stimato tra gli 80 e i 100 milioni di dollari ha incassato nel mondo circa 120 milioni.

La colonna sonora

  • In origine i produttori Josh Appelbaum e André Nemec hanno chiesto a Steve Jablonsky di realizzare la musica per il film, ma il compositore non era disponibile, così hanno contattato Steven Price che ha accettato l’incarico. Price che ha vinto un Oscar per la colonna sonora del film Gravity con Sandra Bullock e musicato Fury, Suicide Squad, La fine del mondo e Attack the Block – Invasione aliena era al suo primo film d’animazione; in seguito Price musicherà il recente film animato Over the Moon – Il fantastico mondo di Lunaria di Netflix.
  • La colonna sonora include anche il brano “Hideaway” interpretato da Grace VanderWaal, attrice nota per il ruolo di protagonista nel film Stargirl di Disney +.

TRACKL LISTINGS:

1. When The Ideas Come From You 6:23
2. Operation Loop de Loop 3:32
3. Without Wrecking The Neighbourhood 0:51
4. Hideaway Medley (co-composed with See Sub-songs, Jonny Shorr, Katie Stump, Will Jay, Emily Kocontes) 4:58
5. Look How Big You’ve Gotten 2:33
6. On The Way to Camp Awesome 1:33
7. Entering Wonderland 4:04
8. We’re At War 3:29
9. The Darkness 1:31
10. You’re Embarrassing The Team 3:12
11. Nobody’s Pin Cushion 2:04
12. On and Off Switch 2:18
13. Fireworks Falls 3:00
14. Zero G Land 3:50
15. All My Fault 5:29
16. Wrecking The Neighbourhood 2:49
17. A Terrible Turn of Events 3:42
18. I Got This Greta 2:13
19. I Lost Her Too 2:04
20. To Clockwork Swings 4:00
21. You’ll Hear Me In The Wind 3:02
22. Peanut’s Next Wondrous Invention 3:09

[Per guardare il video clicca sull’immagine in alto]


___________

“Stasera in tv: “Wonder Park” su Canale 5” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Here Are The Young Men: trailer del dramma con Anya Taylor-Joy e Travis Fimmel

Disponibile via Well Go USA Entertainment un trailer di Here are the Young Men. film drammatico che nel cast include la lanciatissima Anya Taylor-Joy dell’acclamata miniserie tv La regina degli scacchi di Netflix e Travis Fimmel noto principalmente per il ruolo di Ragnar nella serie tv Vikings.

Il film è basato sull’acclamato romanzo di Rob Doyle descritto come un “agghiacciante ritratto di una ricaduta spirituale, presagio del crollo di un’illusione nazionale. Viscerale e oscuramente divertente, questo romanzo d’esordio segna l’arrivo di un potente talento letterario che sprigiona un’innervante energia anarchica con effetti devastanti”.

La trama ufficiale:

“Here are the Young Men” segue Matthew, Rez, Cocker e Kearney e ne testimonia il vuoto della loro vita dopo la fine della scuola; i ragazzi trascorrono la loro prima estate di libertà in un selvaggio apprendistato per le strade di Dublino. Vagando senza meta per la città, alimentati da droghe e fantasie oscure, gli adolescenti precipitano nell’autodistruzione, fuggendo da una realtà che disprezzano. Tuttavia, quando un orribile incidente li fa precipitare, il trio deve affrontare la sfida più scoraggiante della loro vita: affrontare i propri demoni interiori.

Il cast è completato da Susan Lynch, Dean-Charles Chapman, Ralph Ineson, Conleth Hill, Emmett J Scanlan, Ferdia Walsh-Peelo, Lola Petticrew Lola Petticrew, Rian Sheehy Kelly, Tim McDonnell, Carl Shaaban Carl Shaaban, Chris Newman e Stevie Greaney.

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

Il film è stato adattato e diretto dal regista e attore irlandese Eoin Macken che ha esordito nel 2008 dirigendo e interpretando  il thriller Christian Blake (2008), il dramma Dreaming for You (2009) e il dramma romantico Cold (2013). I crediti per la recitazione di Macken includono ruoli anche nell’horror Siren, nell’action-horror Resident Evil: The Final Chapter nel thriller-horror Jukai – La foresta dei suicidi e personaggi ricorrenti nelle serie tv Merlin (Sir Gwaine), The Night Shift (Dr. TC Callahan) e Nightflyers (Karl D’Branin). “Here are the Young Men” debutterà negli Stati Uniti il 27 aprile.

Fonte: YouTube


___________

“Here Are The Young Men: trailer del dramma con Anya Taylor-Joy e Travis Fimmel” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

E’ morto il rapper DMX, attore in “Romeo deve morire” e “Ferite mortali”

E’ scomparso a New York all’età di 50 anni, per un attacco cardiaco, il rapper e attore nominato ai Grammy DMX, all’anagrafe Earl Simmons. Inizialmente ricoverato in ospedale venerdì 2 aprile, dopo aver subito un infarto in casa sua, il rapper è in seguito peggiorato e a seguito di una serie di test eseguiti su DMX che hanno rivelato una funzione e un’attività cerebrale minime, la famiglia ha deciso di rimuoverlo dal supporto vitale.

Siamo profondamente rattristati di annunciare oggi che il nostro amato, DMX, nome di nascita di Earl Simmons, è morto a 50 anni al White Plains Hospital con la sua famiglia al suo fianco dopo essere stato messo in supporto vitale negli ultimi giorni. Earl era un guerriero che ha combattuto fino alla fine. Amava la sua famiglia con tutto il cuore e apprezziamo il tempo che abbiamo passato con lui. La musica di Earl ha ispirato innumerevoli fan in tutto il mondo e la sua iconica eredità vivrà per sempre. Apprezziamo tutto l’amore e il supporto durante questo periodo incredibilmente difficile. Per favore rispetta la nostra privacy mentre piangiamo la perdita di nostro fratello, padre, zio e dell’uomo che il mondo conosceva come DMX. Condivideremo le informazioni sul suo servizio funebre una volta che i dettagli saranno stati definiti.

DMX noto anche come “Dark Man X” e  “The Divine Master of the Unknown”, nasce a Mount Vernon nello stato di New York il 18 dicembre 1970. Ha iniziato la sua carriera di rapper nei primi anni ’90 e ha pubblicato il suo album di debutto “It’s Dark and Hell Is Hot” nel 1998, un successo di critica e commerciale da 251.000 copie vendute nella sola prima settimana di uscita. Il suo album più venduto è stato “… And Then There Was X” del 1999 che includeva il singolo di successo “Party Up (Up in Here)”.

DMX debutta come attore nel 1998 nel crime-drama Belly di Hype Williams che racconta di due giovani amici coinvolti nella criminalità organizzata e nello spaccio di droga che ad un certo punto scoprono di avere priorità diverse. Nel film DMX recita al fianco dei colleghi rapper Nas e Method Man e della cantautrice Tionne Watkins, membro della gruppo femminile delle TLC. Due anni dopo DMX recita in Romeo deve morire, film che lancerà definitivamente la star delle arti marziali cinese Jet Li in quel di Hollywood e a livello internazionale, dopo l’esordio americano come antagonista principale in Arma Letale 4. Romeo deve morire è un mix tra Giulietta e Romeo e un moderno West Side Story che segue l’amore sbocciato tra la figlia di un boss afroamericano interpretata dalla cantante Aaliyah, scomparsa un anno dopo in un incidente aereo, e il membro di una potente famiglia della mafia cinese interpretato da Li. Il film che segna l’esordio alla regia del direttore della fotografia Andrzej Bartkowiak presenta una strepitosa colonna sonora e spettacolari combattimenti coreografati da Corey Yuen.

Nel 2001 DMX torna sul grande schermo in Ferite mortali, un tentativo all’apparenza riuscito di rilanciare la star d’azione Steven Seagal che per l’occasione torna in gran spolvero, ma gli ottimi incassi non bastano e Seagal tornerà al circuito delle produzioni direct-to-video. DMX nel film interpreta il ruolo di un ricco imprenditore sotto copertura come un trafficante di droga che cerca di smascherare un gang di poliziotti corrotti.

Nel 2003 DMX torna a fare coppia con Jet Li per il thriller d’azione Amici x la morte ancora diretti dal regista di “Romeo deve morire”. Nel film DMX è Tony Fait, un abile ladro di gioielli e Li veste i panni di Su, agente segreto di Taiwan; entrambi sono interessati ad un carico di diamanti neri in realtà cristalli di plutonio sintetici. Dopo un primo momento di contrasto i due uniranno le forze contro Ling, un mercante di armi che ha messo le mani sui diamanti e rapito la figlia di Fait. Il film incassa bene, ma non brilla e le recensioni non sono particolarmente positive.

Nel 2004 DMX è protagonista del thriller poliziesco Never Die Alone nei panni di uno spacciatore che torna sulla costa orientale per trovare la redenzione e fare ammenda con un signore della droga. Il film è un adattamento del romanzo omonimo di Donald Goines e al fianco di DMX recitano David Arquette e Michael Ealy.

Dal 2006 al 2013 DMX recita in pellicole direct-to-video tra queste ricordiamo  il dramma fantasy Father of Lies (2006) che segue un uomo (Clifton Powell) che cerca di salvare la sua chiesa in difficoltà finanziarie; il film d’azione Death Toll (2007) con DMX nei panni di un potente e spietato spacciatore che tiene in pugno New Orleans; Last Hour (2008) crime-drama  girato a Pechino, Shanghai, Parigi e in Canada con DMX che recita al fianco di Michael Madsen, David Carradine e Paul Sorvino e l’horror d’azione con vampiri The Bleeding (2009) con un cast che include Vinnie Jones e Michael Madsen.

Nel 2014 DMX interpreta se stesso nella commedia romantica Top Five (2014) di Chris Rock, nel 2018 è nel cast del dramma Pimp e l’anno successivo torna a recitare con Steven Seagal nel film d’azione Beyond the Law – L’infiltrato in cui interpreta un detective della polizia.

Gli ultimi ruoli interpretati da DMX lo hanno visto nel cast del film d’azione In the Drift (2020), su una corsa illegale in Messico che diventa una fuga per la sopravvivenza e nel thriller Chronicle of a Serial Killer (2020) in cui il rapper interpreta un poliziotto. DMX aveva altri due progetti in ballo: il film d’azione Fast Vengeance che è riuscito a completare e attualmente in post-produzione e il thriller d’azione Doggmen che DMX stava ancora girando al momento della sua morte.

Fonte: People


___________

“E’ morto il rapper DMX, attore in “Romeo deve morire” e “Ferite mortali”” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Indiana Jones 5: Phoebe Waller-Bridge protagonista con Harrison Ford

Disney e Lucasfilm hanno ufficializzato il casting dell’attrice Phoebe Waller-Bridge per il sequel Indiana Jones 5. Il sito Deadline riporta che l’attrice britannica sarà la protagonista femminile al fianco di Harrison Ford.

I dettagli sul suo personaggio di Waller-Bridge sono top-secret per il momento, per il resto oltre al ritorno di Harrison Ford è stato anche confermato che John Williams tornerà per comporre la colonna sonora del film che sarà diretto da James Mangold (Logan – The Wolverine, Le Mans ’66 – La grande sfida) da una sceneggiatura di Jonathan Kasdan, che ha scritto anche lo spin-off Solo: A Star Wars Story e sta attualmente lavorando alla serie tv Willow di Ron Howard.

In una precedente intervista Mangold ha parlato del suo approccio ad una saga e un personaggio leggendari utilizzando il suo film “Logan” come esempio.

Cerco sempre di trovare un centro emotivo da cui operare. Penso che la cosa più importante sia, in un’epoca in cui i franchise sono diventati una merce per servire di nuovo la stessa cosa. Almeno per me, qualsiasi franchise che si approcci per servire di nuovo la stessa cosa, allo stesso modo, di solito produce solo un desiderio per la prima volta che lo hai assaporato. Significa che fa desiderare al pubblico di vedere di nuovo il primo film. Quindi devi farlo spingendo qualcosa in un posto nuovo, ricordando anche i motivi principali per cui metteva d’accordo tutti. E per usare “Logan” come esempio di ciò, quando hai a che fare con un mondo di franchise sei molto sotto pressione. Riguardo a Logan c’erano molte cose da cui mi sono liberato nel canone, nel bagaglio, per cercare di creare la storia migliore. I valori fondamentali di Logan, di Wolverine, e Charles Xavier e gli X-Men, erano qualcosa che sentivo non avremmo mai abbandonato. Le idee fondamentali del loro onore, il loro senso del dovere e l’unicità di questo particolare insieme di personaggi che erano emarginati, bizzarrie. Esseri che non avevano casa in questo mondo, eppure stavano cercando di fare del bene. Stavano cercando di fare qualcosa di giusto e di trovare la loro strada. Quei problemi fondamentali erano al centro del film. E in qualsiasi franchise che approccio, cercherò sempre di catturare e assicurarmi di preservare quelle idee fondamentali che sono al centro, perché è per questo che queste storie sono più che un franchise. Sono le favole della nostra cultura contemporanea.

Phoebe Waller-Bridge torna a collaborare con Lucasfilm dopo aver prestato la voce all’eccentrico droide L3-37 in “Solo: A Star Wars Story”, la co-pilota di Lando Calrissian sul Millennium Falcon, ma l’attrice è meglio conosciuta per il suo lavoro su Fleabag, serie tv acclamata dalla critica e tratta da un’opera teatrale della stessa Waller-Bridge. altri crediti dell’attrice includono ruoli in Albert Nobbs, The Iron Lady e Vi presento Christopher Robin.


___________

“Indiana Jones 5: Phoebe Waller-Bridge protagonista con Harrison Ford” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Don Abbondio in Germania

di Dario Borso

Jean Paul (1763-1825), il teorico-pratico per antonomasia dell’umorismo, scrisse il romanzo breve Viaggio a Flätz attorno al 1808, nel pieno delle guerre napoleoniche. Con esso, a parer suo e dei contemporanei, raggiunse “il vertice del comico”, senza rinunciare al suo serissimo pacifismo. Un predicatore di campo (l’equivalente luterano del nostro cappellano militare) è stato licenziato in tronco, e per protestare si reca nella capitale chiedendo udienza al ministro della guerra. Al ritorno, redige un resoconto che attacca:

Corrono a Flätz e dintorni voci assurde che me la sia squagliata (così volgarmente si dice) da battaglie importanti e che poi, quando s’è cercato un predicatore di campo che tenesse le prediche di ringraziamento per la vittoria, non lo si sia trovato. Il ridicolo risalterà qui al meglio se dico che non ho assistito proprio a scontro veruno, bensì parecchie ore prima dello stesso mi sono portato molte miglia dietro, dove la nostra gente, appena fosse stata battuta, mi avrebbe necessariamente incontrato. In nessun momento la ritirata è certo così buona ­– ma una buona ritirata viene ritenuta il capolavoro dell’arte della guerra – e attuabile con tanto ordine, forza e sicurezza che giusto prima dello scontro, quando appunto non si è ancora battuti. 

Dà poi varie attestazioni del suo coraggio solidamente retto da prudenza (ad es.: Al fine di preservare la mia vita, passeggio sempre almeno dieci acri lontano da ogni riva gremita di bagnanti e nuotatori solo perché prevedo con certezza che, nel caso uno di loro stesse affogando, d’acchito – il cuore infatti sorpasserebbe il cervello – per salvare lui, l’imbecille, mi tufferei in un qualsiasi abisso senza fondo dove entrambi annegheremmo), e chiude la lunga premessa con:

Basti ancora una storia per dimostrare quanto ridicola appaia spesso esternamente al volgo proprio la prudenza più seria pervasa d’interiore coraggio. I cavalieri conoscono da sempre i pericoli di un cavallo in fuga. La mia cattiva stella volle che a Vienna mi trovassi a montare un cavallo a nolo, ch’era sì un bell’esemplare color miele, ma vecchio e di bocca dura come Satana, sicché la bestia con me sopra infilò la prima via senza più fermarsi, e invero – purtroppo solo al passo. Nessun alt, nessuna stratta ebbe effetto; alla fine dall’autocontraddittorio destriero lanciai un segnale di emergenza dopo l’altro e gridai: «Fermatelo, gente, per l’amor di Dio fermatelo, il mio ronzino va per conto suo!» Ma siccome i babbei vedevano il cavallo andare lento come il corteo del Consiglio aulico imperiale e la diligenza ordinaria: non potevano assolutamente capacitarsi della cosa, finché agitandomi tutto come un ossesso urlai: «Ma fermatelo, mammalucchi, non vedete che non posso più tenere l’animale?»

Ora ai fannulloni un cavallo di bocca dura incedente al passo sembrò ridicolo – mezza Vienna si accodò così qual coda di cometa dietro la coda a treccia del mio destriero e dietro il mio codino – il Principe Kaunitz, miglior cavaliere del secolo (quello passato), si trattenne per seguirmi – io stesso stavo ritto e galleggiavo come ghiaccio alla deriva sul cavallo color miele che proseguiva passo passo per conto suo – un poliedrico postino in frack consegnava a destra e a manca le sue lettere ai piani e tornava stabilmente da me con espressioni satiriche del viso perché il cavallo era troppo lento – il lavastrade (notoriamente l’uomo che le percorre su una cisterna d’acqua tirata a due e le pulisce con un tubo di gomma lungo tre cubiti fuoriuscente da un imbuto di latta) seguì le natiche del mio cavallo e durante il suo ufficio umettava quelle e me stesso, benché sudassi freddo abbastanza per non abbisognare di refrigerio ulteriore – capitai sul mio infernale cavallo troiano (solo, ero io stesso la soccombente Troia che cavalcava) a Matzleinsdorf (un sobborgo viennese), o erano per i miei sensi afflitti tutt’altre vie.

– Infine a tarda sera al Prater dopo lo sparo di coprifuoco dovei per mio ribrezzo e contro tutte le leggi di polizia girovagare ancora sul cavallo fuorilegge, e avrei fors’anzi pernottato in sella se mio cognato, il dragone, non mi avesse visto e trovato ancora saldo sul ronzino alla deriva.  Non fece complimenti – afferrò il bruto – pose la dilettevole domanda: «Perché non avete volteggiato?»,pur sapendo benissimo che acciò serve un cavallo di legno che stia fermo – e mi tirò giù – e così tutti gli esseri cavalcanti giunsero senza rischiare e senza cavalcare a casa.– – Ma ora finalmente al mio viaggio!

Letto ad alta voce tra l’ilarità generale da Ludwig Tieck durante un ricevimento a Dresda, il Viaggio a Flätz entusiasmò poi molti, da Kierkegaard ad Arno Schmidt. In Italia, Italo Svevo lo amò a tal punto da plagiarne il finale nel finale della Coscienza di Zeno, e Gadda tentò invano di tradurlo, limitandosi a elogiarne l’autore nella Cognizione del dolore. Ora esce da me tradotto per Del Vecchio Editore, col bonus di un commentario lungo mezzo romanzo.

 

The post Don Abbondio in Germania first appeared on minima&moralia.
___________

“Don Abbondio in Germania” è stato scritto da minima&moralia e pubblicato su minima&moralia.

Le dinamiche del flame informativo

 

di Mario Bramè

 

Un paio d’anni fa feci un colloquio per la posizione di Product Manager presso un quotidiano online di prim’ordine. Ero giunto all’ultimo step delle selezioni ma, alla fine, scelsero l’altro candidato, che aveva “skill” più orientate al marketing.
Tra le varie attività di coordinamento, mi sarei dovuto accertare che i giornalisti scrivessero i loro articoli con un occhio di riguardo alle keywords più gettonate in rete, in modo che il testo potesse intercettare quante più ricerche possibili effettuate tramite i motori di ricerca. La monetizzazione dell’articolo, infatti, passa da lì, dal momento che solo l’effettiva visione dei banner pubblicitari presenti in pagina porta l’inserzionista a pagare il giornale. Io stesso ho lavorato in passato come SEO specialist e conosco abbastanza bene i tecnicismi dell’informazione in rete.
Di recente ho illustrato sulla mia bacheca social i meccanismi che sottostanno alla creazione di ciò che chiamerei, a tutti gli effetti, flame informativi, ovvero quegli improvvisi picchi di interesse su un argomento o un fatto di cronaca che sembrano, dall’oggi al domani, coinvolgere tutto e tutti. Ebbene, questi flame sono spesso basati su spunti molto fragili e pretestuosi. 

Il flusso è piuttosto semplice: il giornalista cerca, insieme, di seguire e continuare ad alimentare l’interesse improvviso su un determinato argomento, il più delle volte circoscritto nel tempo. E per “seguire” intendo principalmente “assecondare”, facendo in modo che l’articolo soddisfi la curiosità dei lettori, manifestata attraverso le frasi cercate sui motori di ricerca.
Fin qui, nulla di diverso dal meccanismo della domanda e dell’offerta. La stortura sta però in due aspetti: il primo è che i termini cercati su Google sono direttamente influenzati dagli stessi articoli pubblicati sui giornali e condivisi sui social, ed è piuttosto intuitivo comprendere che questa influenza sarà maggiore in caso di utilizzo di toni allarmistici, sopra le righe. È necessario, cioè, mantenere ben viva la fiamma, il flame, dalla quale ci si alimenta: un vero proprio circolo vizioso che droga lo scenario della notizia.
La seconda stortura sta nel fatto che tutto questo è misurabile con precisione e, pertanto, pianificabile tramite i più comuni strumenti di web marketing. È questo il grande elemento di novità che sottosta alla nuova dimensione informativa che stiamo vivendo: la presenza di una tecnica esatta che la sostiene adeguatamente.
Come accennavo, ho spiegato di recente questo meccanismo sulla mia bacheca social. Il post ha evidentemente toccato delle corde molto sensibili: è stato condiviso circa tremila volte, per una platea complessiva potenziale di quasi un milione di persone. È stato utilizzato come testo in classe per lezioni di educazione civica. La gente, in breve, ha reagito come se gli fosse stato svelato un segreto che, all’improvviso, faceva diventare chiara la logica sottostante le innumerevoli notizie allarmate, le drammatizzazioni, gli attacchi travestiti da approfondimento cui è stata esposta negli ultimi anni. Tuttavia, non c’è nulla di segreto in tutto ciò. Il processo descritto avviene alla luce del sole e gli strumenti informatici utilizzati sono a disposizione di chiunque, sebbene, alcuni, a pagamento. La prova? Nessun giornalista ha contraddetto il contenuto di quel post.

Come se ne esce? Fare riferimento al senso di responsabilità di chi scrive gli articoli di cronaca affinché non generi allarmismi deleteri potrebbe non essere sufficiente, sebbene quantomeno doveroso. Ovviamente resta fondamentale stimolare la capacità critica dei lettori in modo da poter spegnere i flame alimentati dall’angoscia e dagli allarmismi ingiustificati, pur mantenendo vivo l’interesse per gli argomenti popolari del momento.
E per il futuro? Ebbene, due ulteriori implicazioni potenzialmente e ulteriormente disastrose ci aspettano dietro l’angolo, e sono dovute al connubio della struttura tecnica cui ho accennato con due aspetti fondamentali della vita sociale della nostra società. In parte le abbiamo già assaggiate, per così dire. Ma la situazione peggiorare radicalmente.
La prima implicazione riguarda, com’è ampiamente prevedibile, la politica.
Negli ultimi vent’anni, è ormai risaputo e analizzato dagli istituti di ricerca, non si vincono più le elezioni convincendo nuovi elettori, né rubando votanti all’avversario. Lo scenario è cambiato con l’arrivo dell’astensionismo di sinistra, un tempo fenomeno pressoché inesistente. Oggi sia la destra che la sinistra devono fronteggiare questo tipo di problema interno e i cosiddetti “indecisi” non sono quegli elettori in dubbio se votare di qua o di là: sono piuttosto gli indecisi se andare del tutto a votare o meno, ma sempre all’interno del proprio orientamento di massima.
Come si convince un proprio potenziale elettore ad alzarsi dal divano e ad andare a votare? Facile: radicalizzando lo scontro, con una rispettiva chiamata alle armi. Una questione di guerra o, più realisticamente, di tifo. I giornali, tendenzialmente schierati, sfrutteranno sempre di più il meccanismo del flame e dell’allarmismo per polarizzare lo scontro e, quindi, indirizzare il voto. Dall’allarme “invasione immigrati” all’allarme “ritorno del fascismo”, nello sfruttarlo troveranno supporto tecnico adeguato nel circolo vizioso che abbiamo illustrato.
Il secondo impatto è sulla scienza, in senso largo.
Già dall’opera di T. S. Kuhn e da tutto il dibattito epistemologico del Novecento sappiamo che la decisione dello scienziato è costitutiva della dinamica dell’esperimento e quindi della natura stessa della scienza. E dove c’è di mezzo la decisione dello scienziato è ovvio che le componenti socio-culturali possano avere un impatto essenziale. Pensiamo alla tempesta informativa di questi mesi: possiamo dirci sicuri, per esempio, che l’intera gestione scientifica, statistica della pandemia, non sarebbe stata diversa senza i numerosi flame cui abbiamo assistito? La pandemia ha fatto emergere un aspetto importante che ha messo in crisi quella specie di positivismo di ritorno che da molti viene spesso contrapposto all’ignoranza o allo scetticismo nei confronti della scienza. La pandemia ha ampiamente dimostrato che i dati non parlano da soli, nemmeno quelli scientifici. La base solida e razionale è necessaria, certamente, ma le conclusioni cui si giunge possono subire drammaticamente le influenze dei flame informativi del momento. 
Non solo. Un episodio chiarirà come anche la scienza possa provare, proprio come la politica, a sfruttare lo stesso meccanismo del flame informativo a proprio favore.
Il 23 marzo del 1989 Stanley Pons e Martin Fleischmann, due ricercatori di Salt Lake City, convocarono una conferenza stampa in fretta e furia per annunciare una scoperta sensazionale: la fusione fredda di due isotopi dell’idrogeno. Per farla breve, si trattava della realizzazione del sogno dell’umanità di avere a disposizione energia pressoché infinita e pulita. Il fatto è che scavalcarono tutte le consuete procedure tipiche della comunità scientifica, fatte di confronti, esperimenti, contro esperimenti, pubblicazioni dei risultati sulle riviste, dibattito interno, presentazione dei risultati. Per guadagnare credito, attenzione e, quindi, finanziamenti, tentarono un vero e proprio corto circuito saltando indebitamente allo step finale: il successo mediatico. La notizia fu riportata dai giornali e le tv. Ma si fermò dopo poco proprio perché l’effetto volano non ci fu. Il volume informativo non fu sufficiente a garantire la nascita e l’alimentazione del flame.
Era il 1989, trentadue anni fa. Innescare un circolo vizioso era possibile ma solo, diciamo, in una dimensione analogica e, quindi, ridotta.
L’HAL9000 dell’informazione web non era ancora nato.


___________

“Le dinamiche del flame informativo” è stato scritto da mariasole ariot e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Non mi uccidere: nuovo trailer del teen drama sovrannaturale di Andrea De Sica

Warner Bros.Italia ha reso disponibile un nuovo trailer di Non Mi Uccidere che ci permette di dare uno sguardo più approfondito a questo dramma adolescenziale a sfondo sovrannaturale diretto da Andrea De Sica, scritto dallo stesso De Sica con Gianni Romoli e il collettivo GRAMS e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo del 2005, che tornerà nelle librerie il 29 aprile edito da SEM Società Editrice Milanese.

La trama ufficiale:

Mirta (Alice Pagani) ama Robin (Rocco Fasano) alla follia, lui le promette che sarà amore eterno. In una cava abbandonata, la voglia di trasgredire costa la vita a entrambi. La ragazza però si risveglia e non può che sperare che Robin faccia lo stesso, proprio come le aveva promesso. Ma niente è come prima. Mirta capisce di essersi trasformata in una creatura che per sopravvivere si deve nutrire di carne umana. Ha paura. Braccata da uomini misteriosi, combatte alla disperata ricerca del suo Robin.

Completano il cast Silvia Calderoni, Fabrizio Ferracane, Sergio Albelli, Giacomo Ferrara, Federico Ielapi, Esther Elisha con la partecipazione di Anita Caprioli.

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

“Non mi uccidere” sarà disponibile dal 21 aprile 2021 per l’acquisto e il noleggio su Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio su Sky Primafila e Infinity.

Il film è una produzione Warner Bros. Entertainment Italia e Vivo film, prodotto da Marta Donzelli e Gregorio Paonessa, con il sostegno di MiC – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo e IDM Alto Adige e Regione Lazio – Fondo Regionale per il Cinema e l’Audiovisivo. La fotografia è di Francesco Di Giacomo, la scenografia di Daniele Frabetti, i costumi di Chiara Ferrantini, il montaggio di Pietro Morana, il casting di Gabriella Giannattasio. Le musiche originali sono composte da Andrea Farri e Andrea De Sica.


___________

“Non mi uccidere: nuovo trailer del teen drama sovrannaturale di Andrea De Sica” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

The Djinn: trailer dell’horror sovrannaturale con Ezra Dewey

IFC Films ha reso disponibile un promettente trailer di The Djinn, un horror sovrannaturale che segue un ragazzo muto, interpretato da Ezra Dewey che si ritrova intrappolato nel suo appartamento con un mostro oscuro e sinistro che si manifesta dopo che il ragazzino trova un libro di arti occulte e decide di evocarlo per esaudire un suo desiderio, ignaro evidentemente che non si tratta del genio di Aladdin.

La trama ufficiale:

The Djinn segue Dylan Jacobs, un ragazzo dodicenne muto, che scopre un misterioso libro di incantesimi all’interno del suo nuovo appartamento. Addolorato per la perdita di sua madre e sentendosi isolato da tutti tranne che da suo padre, Dylan esegue un rituale che promette di esaudire il desiderio del suo cuore: avere una voce. Ma presto scopre che ogni dono ha un prezzo quando un sinistro djinn arriva per riscattare la sua anima. Ora intrappolato nella sua nuova casa senza un posto dove nascondersi, Dylan deve trovare un modo per sopravvivere fino allo scoccare della mezzanotte o pagare il prezzo più alto.

Il cast è completato da Rob Brownstein (Velvet Buzzsaw), Tevy Poe (Redwood Massacre: Annihilation), John Erickson (Sexually Frank), Donald Pitts (86 Melrose Avenue), Jilbert Daniel (Secret Admirer), Isaiah Dell (Hot Wheels Cit), Collin Joe (The Mighty Ducks: Game Changers), Omaryus Luckett e John Erickson (I’ll Be Around) nei panni del Djinn.

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

“The Djinn” è scritto e diretto a quattro mani da David Charbonier & Justin Powell, alla loro seconda regia dopo il mistery horror The Boy Behind the Door che ha visto coprotagonista proprio Ezra Dewey. I precedenti di Charbonier si limitano ad un paio di cortometraggi, mentre Powell ha un corposo curriculum come coordinatore della post-produzione che include 46 titoli tra cui segnaliamo La La Land, Divergent, The Twilight Saga: Breaking Dawn – Parte 2, Now You See Me – I maghi del crimine e la saga di Hunger Games.

I Djinn nella loro versione demoniaca al cinema hanno avuto un momento d’oro negli anni novanta grazie al franchise horror Wishmaster creato dal Wes Craven di Nightmare, il film con protagonista un luciferino Andrew Divoff ha generato tre sequel, mentre tra le versioni più recenti ricordiamo il gioiellino iraniano L’ombra della paura (Under the Shadow) e l’horror Djinn del 2013 diretto da Tobe Hooper.

“The Djinn” debutterà negli Stati Uniti nelle sale e in VOD il 14 maggio.


___________

“The Djinn: trailer dell’horror sovrannaturale con Ezra Dewey” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Monster: trailer italiano del film Netflix con Kelvin Harrison Jr.

Netflix ha reso disponibile un trailer ufficiale italiano dell’acclamato dramma indipendente a sfondo legale Monster che racconta la storia di Steve Harmon, interpretato dal Kelvin Harrison Jr. di Waves – Le onde della vita, un brillante studente diciassettenne il cui mondo crolla quando si ritrova accusato di omicidio e a rischio ergastolo. Il film, che vede John Legend come produttore esecutivo, è basato sull’omonimo romanzo di Walter Dean Myers del 1999.

La trama ufficiale:

Monster narra la storia di Steve Harmon (Kelvin Harrison Jr.), un brillante studente di diciassette anni a cui crolla il mondo addosso quando viene accusato di omicidio. Il film segue la traiettoria drammatica dell’intelligente e affabile studente di cinema di Harlem in una scuola superiore d’élite attraverso battaglie legali complesse che potrebbero condannarlo a una vita in carcere.

Harrison Jr. (Processo ai Chicago 7) guida un cast che include il premio Oscar Jennifer Hudson (Dreamgirls, Respect), la vincitrice del Tony Jennifer Ehle (Saint Maud), il vincitore dell’Emmy e del Golden Globe Jeffrey Wright (Westworld, The Batman), il candidato al Golden Globe John David Washington (Tenet), Mikey Madison (C’era una volta… a Hollywood), Tim Blake Nelson (Il diritto di opporsi, Watchmen), la candidata al Grammy Rakim Mayers (Dope) e Lovie Simone (Il rito delle streghe).

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

“Monster” è diretto dal regista americano Anthony Mandler, uno specialista in video musicali che vanta collaborazioni con Taylor Swift, Jay Z, The Weeknd, The Killers e Drake, che fa il suo debutto alla regia dirigendo da una sceneggiatura scritta da Radha Blank, Colen C. Wiley e Janece Shaffer. Il film prodotto da Tonya Lewis Lee, Nikki Silver, Aaron L. Gilbert, Mike Jackson ed Edward Tyler Nahem è stato presentato per la prima volta al Sundance Film Festival nel 2018 e arriverà su Netflix il 7 maggio 2021.


___________

“Monster: trailer italiano del film Netflix con Kelvin Harrison Jr.” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Batman: Il Lungo Halloween Parte 1 – trailer del nuovo film d’animazione DC

Warner Bros. ha reso disponibile un primo trailer di Batman: Il Lungo Halloween Parte 1. Il film d’animazione è la prima parte di un adattamento dell’omonimo fumetto di culto anni novanta Il fumetto originale scritto da Jeph Loeb e disegnato da Tim Sale, fonte d’ispirazione per Il Cavaliere oscuro di Christopher Nolan e il reboot The Batman di Matt Reeves. ”Il lungo Halloween prosegue la storia di “Batman: Anno Uno” e testimonia la transizione dei vari antagonisti di Batman da semplici scagnozzi della mafia a supercriminali a tutti gli effetti e racconta al contempo l’origine di Due Facce.

La storia inizia con un brutale omicidio perpetrato ad Halloween che spinge il giovane vigilante di Gotham, Batman, a stringere un patto con gli unici due uomini di legge non corrotti della città (il capitano della polizia James Gordon e il procuratore distrettuale Harvey Dent) per sconfiggere Il Romano, boss della famigerata e potente famiglia criminale dei Falcone. Ma quando si verificano più morti durante il Ringraziamento e il Natale, diventa chiaro che, invece della normale violenza di gruppo, hanno anche a che fare con un serial killer – l’identità del quale, con ogni indizio conflittuale, diventa più difficile da discernere. Pochi casi hanno mai messo alla prova l’ingegno del più grande detective del mondo come il mistero dietro il serial-killer “Festa”.

Il cast vocale di “Batman: Il Lungo Halloween Parte 1” include Jensen Ackles, meglio noto come il Dean Winchester della serie tv Supernatural, nei panni di Bruce Wayne, l’attore torna al doppiaggio di un film DC dopo aver prestato la voce a Jason Todd / Cappuccio Rosso nel film animato Batman: Under the Red Hood. Ackles è affiancato da Naya Rivera come Selina Kyle / Catwoman, l’attrice nota per il ruolo di Santana Lopez nella serie tv Glee è scomparsa lo scorso anno; Josh Duhamel del franchise Transformers come Harvey Dent, Billy Burke (Zoo) che interpreterà James Gordon, Titus Welliver (Bosch) nei panni del boss Carmine Falcone, David Dastmalchian che vedremo in The Suicide Squad – Missione suicida come Polka-Dot Man sarà Calendar Man e all’esperto doppiatore Troy Baker, voce per i videogiochi The Last of Us, Uncharted e Death Stranding è stato affidato il ruolo del Joker. Il cast è completato da Amy Landecker (Project Power) come Barbara Gordon, Julie Nathanson già voce della Vedova Nera Yelena Belova nella serie animata Avengers Assemble sarà Gilda Dent, moglie di Harvey Dent, Jack Quaid (The Boys) nel ruolo di Alberto, Fred Tatasciore (Star Trek: Lower Decks) presterà la voce a Solomon Grundy e Alastair Duncan riprende il ruolo di Alfred Pennyworth già doppiato nella serie tv The Batman (2004-2008).

[Per visionare il trailer clicca sull’immagine in alto]

Il film riunisce il regista Chris Palmer con lo sceneggiatore Tim Sheridan dopo il film animato Superman: Man of Tomorrow. Jim Krieg e Kimberly S. Moreau sono produttori Butch Lukic è supervisore di produzione, con Michael Uslan e Sam Register a bordo come produttori esecutivi. Il film uscirà in digitale e Blu-ray quest’estate, con l’uscita della Parte 2 in arrivo per l’autunno.

Fonte: IGN


___________

“Batman: Il Lungo Halloween Parte 1 – trailer del nuovo film d’animazione DC” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

Paul Dano nel cast del film sull’infanzia di Steven Spielberg

Proseguono i casting del film di Steven Spielberg ancora senza titolo e liberamente ispirato all’infanzia del regista trascorsa in Arizona. Il sito Deadline riporta che l’ultimo acquisto del progetto di Amblin Entertainment è l’attore Paul Dano che interpreterà un personaggio ispirato al padre di Spielberg, che si dice abbia una voce indipendente e originale.

Dano si unisce ad un cast che già include Michelle Williams, che interpreterà un ruolo ispirato alla madre di Spielberg e Seth Rogen che recita nel film nei panni dello zio preferito di Spielberg.

Spielberg oltre a dirigere il film scriverà anche la sceneggiatura con Tony Kushner (Monaco, Lincoln), il regista torna a scrivere un film a 20 anni da A.I. – Intelligenza artificiale. Spielberg e Kushner sono anche produttori del progetto con Kristie Macosko Krieger.

Una delle personalità più influenti nella storia del cinema, Steven Spielberg è il regista più noto di Hollywood e uno dei registi più ricchi del mondo. Ha un numero straordinario di pellicole che hanno combinato successo commerciale e apprezzamento dalla critica sia come regista, produttore o scrittore da quando nel lontano 1975 inventò il blockbuster estivo con Lo squalo (1975) arrivando poi a definire il cinema popolare dalla metà degli anni settanta rispetto a qualunque altro filmmaker. Indiana Jones, E.T., Jurassic Park sono alcuni dei titoli entrati di diritto nella storia del cinema e nell’immaginario collettivo con l’aggiunta di quattro Premi Oscar all’attivo per il regista, di cui uno onorario ricevuto nel 1987 e altri tre per Schindler’s List (miglior regista e miglior film) e Salvate il soldato Ryan (miglior regista).

La produzione del film inizierà quest’estate con un’uscita prevista per il 2022. Nel frattempo vedremo Dano nei panni dell’Enigmista nel reboot The Batman di Matt Reeves e con Jake Gyllenhaal ed Ethan Hawke nel thriller The Guilty di Antoine Fuqua, remake americano dell’omonimo film danese che segue un agente di polizia retrocesso e assegnato ad un centralino di smistamento chiamate che si ritrova a gestire la telefonata di emergenza da una donna rapita.


___________

“Paul Dano nel cast del film sull’infanzia di Steven Spielberg” è stato scritto da Pietro Ferraro e pubblicato su Cineblog.

L’autobiografia di Milo Manara

Feltrinelli Comics ha annunciato la pubblicazione di A figura intera, l’autobiografia di Milo Manara, fumettista e illustratore italiano tra i più noti al mondo.

autobiografia milo manara a figura intera feltrinelli

A figura intera – brossurato, 224 pagine, 22,00 euro – sarà distribuito in libreria dal 29 aprile prossimo, ma si può già ordinare online.

Nell’autobiografia, Milo Manara racconta la propria arte e la propria vita. L’infanzia e la gioventù, l’amore per il disegno e l’incontro con il fumetto, la gavetta nei tascabili sexy, il Sessantotto, gli insegnamenti e l’amicizia con Hugo Pratt e la collaborazione con Federico Fellini. Il tutto affiancato da vignette, bozzetti, manifesti e fotografie.

A figura intera, inoltre, dà il via alla “Biblioteca Manara”, una nuova collana di Feltrinelli Comics che proporrà tutti i fumetti di Milo Manara in nuove edizioni supervisionate dall’autore stesso, con un apparato critico e storico ricco di testimonianze, immagini e fotografie inedite.  Il 29 aprile saranno distribuiti in fumetteria e libreria anche Felliniana – storie scritte da Federico Fellini e adattate in fumetto da Manara – e Lo scimmiotto su sceneggiatura di Silverio Pisu.

Come raccontava a Fumettologica a fine 2020 Tito Faraci, il direttore editoriale di Feltrinelli Comics, la Biblioteca Manara «sarà una specie di collana laterale di Feltrinelli Comics. Rileviamo i titoli da Panini mano a mano che si liberano, ma nel 2021 già si libereranno già tante cose. Cominceremo con Lo Scimmiotto e poi con Felliniana, che conterrà le storie realizzare insieme a Federico Fellini. Ho voluto mettere assieme sia un titolo di un certo richiamo popolare, quello di Fellini ovviamente, sia un titolo per intenditori come Lo Scimmiotto. È importante per me dare un segnale: non volevo ripubblicare solo i lavori popolari di Manara, ma anche offrire una riscoperta dell’autore. In questo senso Lo Scimmiotto, che è uno dei suoi primi lavori, è molto interessante da un punto di vista storico e artistico». 

Per il lancio dell’autobiografia di Milo Manara, Feltrinelli Comics ha programmato un evento online con l’autore. I lettori che acquisteranno un volume a scelta tra A figura intera, Felliniana e Lo scimmiotto da oggi al 12 maggio sugli store digitali laFeltrinelli.it e IBS.it e dal 29 aprile al 12 maggio nelle librerie laFeltrinelli, riceveranno un codice per partecipare all’evento in streaming che si svolgerà il 12 maggio, ore 18:30, su Feltrinelli live.

Leggi anche: I 9 dettagli che fanno di Manara… Manara

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.

L’autobiografia di Milo Manara leggi l’articolo su Fumettologica.


___________

“L’autobiografia di Milo Manara” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

Marvel pubblica un video di Zemo che balla per un’ora

zemo balla falcon winter soldier

Nel terzo episodio della serie tv di Disney+ The Falcon and the Winter Soldier, il Barone Zemo – interpretato da Daniel Brühl – è protagonista di una scena in cui balla. Una scena molto breve, ma che è diventata subito virale, spingendo Marvel Entertainment a pubblicare online una versione estesa di quella sequenza – con le parti che erano state tagliate nel montaggio – e riproposta in loop per un’ora.

In un’intervista con Entertainment Weekly, lo stesso Brühl aveva infatti affermato come il girato di quella scena fosse molto più lungo, facendo finire in trend su Twitter l’hashtag #ZemoCut, con cui i fan della serie hanno chiesto di vedere Zemo che balla per tutta la sua lunghezza.

Di seguito, il video completo:

Leggi anche:

  • Il nuovo trailer della serie tv di Loki
  • Dove avete già visto il personaggio che compare nel finale del terzo episodio di “The Falcon and the Winter Soldier”
  • Da dove viene l’isola di Madripoor di “The Falcon and the Winter Soldier”
  • Il Power Broker della serie tv “The Falcon and the Winter Soldier”, spiegato

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.

Marvel pubblica un video di Zemo che balla per un’ora leggi l’articolo su Fumettologica.


___________

“Marvel pubblica un video di Zemo che balla per un’ora” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

Marvel ha annunciato 3 nuove serie a fumetti degli X-Men

reign of x nuove serie x-men

Marvel Comics ha annunciato per l’estate l’esordio di 3 nuove serie a fumetti legate agli X-Men, come parte della storyline intitolata Reign of X, progettata da Jonathan Hickman e attualmente in corso negli Stati Uniti (qui tutti i dettagli).

Da luglio, lo sceneggiatore Gerry Duggan (Deadpool) e il disegnatore Pepe Larraz (House of X) saranno gli autori di una testata intitolata semplicemente X-Men, che probabilmente andrà a sostituire quella, omonima, attualmente sceneggiata da Hickman, il cui ventunesimo numero è previsto per giugno.

Il mese dopo, sarà il turno di un’altra serie – il cui titolo è ancora segreto – sceneggiata da Leah Williams (X-Factor) per i disegni dell’italiano Valerio Schiti (S.W.O.R.D.). Un’altra testata misteriosa partirà infine a settembre, con i testi dello stesso Hickman e un disegnatore non ancora annunciato.

Queste testate vanno ad aggiungersi a quelle già annunciate o che hanno già esordito in queste settimane: Children of the Atom di Vita Ayala e Bernard Chang (il cui primo numero è uscito a marzo), Way of X di Si Spurrier e Bob Quinn (in arrivo questo mese) e X-Corp di Tini Howard e Alberto Foche (previsto per maggio).

reign of x nuove serie x-men

Leggi anche:

  • Panini Marvel: i fumetti in uscita questa settimana
  • John Romita Jr. torna a lavorare per Marvel Comics
  • Il finale di “X-Men: X of Swords”, spiegato

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.

Marvel ha annunciato 3 nuove serie a fumetti degli X-Men leggi l’articolo su Fumettologica.


___________

“Marvel ha annunciato 3 nuove serie a fumetti degli X-Men” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

È morta Joye Hummel, una delle prime scrittrici di Wonder Woman

Joye Hummel Wonder Woman
Joye Hummel al San Diego Comic-Con 2018

Il 5 aprile scorso, all’età di 97 anni e per cause non divulgate, è morta Joye Hummel, che sceneggiò diverse storie di Wonder Woman tra il 1944 to 1947. Hummel è riconosciuta come una delle prime autrici donna a lavorare sul personaggio creato dallo psicologo William Moulton Marston, con il quale iniziò a collaborare all’età di 19 anni.

Spesso negli anni Quaranta gli autori dei fumetti non venivano accreditati e, per quanto riguarda Wonder Woman, le storie erano solitamente firmate da più autori sotto lo pseudonimo Charles Moulton, ovvero il nome d’arte di Marston. Joye Hummel rimase sconosciuta ai lettori fino al 2014, quando la studiosa Jill Lepore la intervistò per il suo libro The Secret History of Wonder Woman chiarendo il suo apporto alle storie del personaggio.

Inizialmente Hummell lavorò per Marston come letterista. Dopo cinque mesi dalla sua assunzione, però, a Marston fu diagnosticata la poliomielite e fu in gran parte impossibilitato seguire il fumetto. Hummell cominciò quindi a sceneggiare diversi fumetti di Wonder Woman, di cui si stima abbia scritto oltre 70 storie.

Secondo diversi storici del fumetto Hummell potrebbe essere stata la prima donna a lavorare su Wonder Woman. Vista la mancanza di attribuzioni ufficiali, però, non se ne ha certezza. Di sicuro è stata una delle prime, assieme a Dorothy Woolfolk, sceneggiatrice morta nel 2000, che lavorò per Marston nello stesso periodo di Hummell.

Nel 1947, in seguito alla morte di Marston, Hummell lasciò Wonder Woman per sposarsi e dedicarsi alla famiglia, ma anche perché era irritata dalla direzione meno femminista in cui l’editore stava portando il personaggio, come dichiarò in seguito.

Nel 2018, dopo la sua riscoperta da parte del pubblico e dell’industria del fumetto, fu invitata al San Diego Comic-Con, dove per il suo lavoro fu premiata con il Bill Finger Award for Excellece in Comic Book Writing, un riconoscimento alla carriera istituito come omaggio a Bill Finger, il co-creatore di Batman.

Leggi anche: La storia segreta di Wonder Woman. Un’intervista a Jill Lepore

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.

È morta Joye Hummel, una delle prime scrittrici di Wonder Woman leggi l’articolo su Fumettologica.


___________

“È morta Joye Hummel, una delle prime scrittrici di Wonder Woman” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

Il fumetto con la prima apparizione di Superman è stato venduto a una cifra record

fumetto superman record Action Comics 1

Una copia dell’albo a fumetti Action Comics 1 del 1938, contenente la prima apparizione di Superman, è stata venduta da un privato alla cifra record di 3,25 milioni di dollari. CGC, la società che si occupa della valutazione ufficiale dello stato di conservazione dei fumetti da collezione, aveva assegnato all’albo un voto pari a 8.50 (su un massimo di 10).

In precedenza, CGC aveva fatto presente che esistono solo 41 esemplari di Action Comics 1 all’interno della loro scala di valutazione, con solo due copie che vantano un voto migliore rispetto a quella venduta a 3,25 milioni di dollari.

Nel 2014 un esemplare dello stesso fumetto valutato 9.0 era stato venduto per 3,2 milioni di dollari, ed era finora considerato il comic book più costoso della storia, il cui record a questo punto sarebbe stato battuto.

Il venditore di questa copia di Action Comics 1 l’aveva acquistata tre anni fa per la cifra di 2 milioni di dollari. Ciò dimostra quindi il rapido e costante aumento del valore di certi storici albi a fumetti.

Sempre per restare in tema di classici di DC Comics, all’inizio di quest’anno una copia del primo numero di Batman risalente al 1940 è stata venduta dalla casa d’aste Heritage per 2,2 milioni di dollari.

Leggi anche: Un disegno originale di Tintin venduto all’asta per 3,2 milioni di euro

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.

Il fumetto con la prima apparizione di Superman è stato venduto a una cifra record leggi l’articolo su Fumettologica.


___________

“Il fumetto con la prima apparizione di Superman è stato venduto a una cifra record” è stato scritto da Redazione e pubblicato su Fumettologica.

LIVE OFFLINE
track image
Loading...