Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati – Domenico Conoscenti

Brani dalla ristampa del libro di Domenico Conoscenti (il Palindromo, 2021)  pubblicato da Marietti nel 1991: il diario di insegnamento in un Casa di reclusione in Sicilia, nell’anno scolastico 1986-87, in coincidenza con l’entrata in vigore della cosiddetta Legge Gozzini

lunedì 2 febbraio

 

Durante la ripetizione di storia in IIIª B entra a chiamarmi un allievo dei corsi elementari per conto della sua insegnante. Quando finiamo, anziché aspettare accanto al cancello, vado nell’altra aula. Come una scorta mi accompagnano gli otto allievi di oggi, ansiosi di sapere.

La curiosità è presto soddisfatta: la collega chiede se ci sono novità circa lo spettacolo da fare. Evidentemente i detenuti si sono passati la voce. La cosa va assumendo proporzioni e aspettative più grandi del previsto.

«Abbiamo parlato con gli educatori qualche giorno fa; il direttore ci ha fatto sapere di essere d’accordo in linea di massima, però bisogna concordare tempi, modi, circostanze…».

Non ho neanche finito di parlare che come una furia irrompe nell’aula l’appuntato di turno: piccoletto, baffi neri, sguardo truce: «Cosa fate tutti qua? Se avete finito le vostre lezioni tornatevene in cella!». Con la collega ci guardiamo attoniti.

«Un momento… calma… ragioniamo con calma», comincia Oliveri [uno de corsisti] «non c’è bisogno di fare così, stiamo discutendo una cosa brevissima…».

«Non avete proprio niente da discutere. Non lo sapete che è vietato stare insieme nella stessa classe? Avanti! Subito fuori!», lo interrompe quello ancora più infastidito.

Mi sento chiamato in causa più dai tentativi di Oliveri che dallo sguardo sinistro che l’appuntato mi sta rivolgendo: «Abbiamo appena finito le lezioni e in attesa, come al solito, che escano i corsisti e i colleghi delle altre classi, stavamo vedendo chi era disponibile per lo spettacolo che…».

«Spettacolo? Quale spettacolo? E chi ne sa niente!», mi interrompe sopraffatto dall’ansia di riprendere l’assalto. Come in certe favole, devo avere pronunciato senza saperlo la terribile parola magica, quella che scatena la furia incontrollata di tutti gli elementi. «Avete deciso già tutte cose per i fatti vostri senza neanche dirci niente!», continua rabbioso. «E il maresciallo lo sa? fate presto voi a decidere e organizzare ma questo è un carcere che vi pare? qua non siete a scuola e questi sono carcerati, delinquenti, anche se con voi fanno finta di comportarsi bene».

Oliveri e il detenuto che era venuto a chiamarmi tentano nuovamente di fare da pacieri, cercano quasi di prendere le nostre difese per il fatto di essere tutti lì. Ma nella sua furia quello ha già perso di vista il pretesto scatenante. Bersagli dei suoi strali siamo noi insegnati e via via tutto il personale del carcere, gli educatori, «ma chi si credono di essere questi?», ogni superiore in genere, infine tutti quelli che hanno la responsabilità delle condizioni in cui sono costretti a lavorare.

«A noi nessuno ci avvisa mai di niente, siamo sempre gli ultimi a sapere le cose però siamo quelli che mandano avanti il carcere quelli che devono rinunciare ai loro turni di riposo per essere qua e permettere a voi di organizzare le vostre cose. Lo sapete che oltre ai turni continui che facciamo una volta di mattina una di pomeriggio e una di notte siamo obbligati a fare straordinari pagati una miseria e pure quelli per la scuola? Dobbiamo continuamente rimandare le nostre ferie e il riposo settimanale perché siamo in pochi e non arriviamo a coprire tutti i turni eppure se si fa qualche cosa è perché ci siamo noi che rischiamo anche la vita per questo lavoro. Speriamo che questo spettacolo non si farà perché per noi significa altro straordinario e io la famiglia quando la vedo? Tutto questo poi per chi? Per questi, sì, ora con la riforma fanno tutti i santi ma noi lo sappiamo come sono veramente e voi che li difendete e parteggiate per loro…».

Ripenso alle volte in cui alcuni detenuti si sono lasciati sfuggire commenti malevoli verso certe guardie, a quando hanno accennato episodi poco edificanti su alcuni di loro nel tentativo di instaurare una forma di complicità. Mentre questo qui mi colpevolizza per tutto l’ordinamento carcerario italiano, provo un senso acutissimo di pentimento per non avere concesso mai il minimo spazio a quelle occasionali maldicenze.

Anche gli altri intanto sono usciti, si avvicinano, si forma un capannello nel cortile. Sopraffatto dalle raffiche di parole concitate che continua a sventagliarmi addosso, ho rinunciato a replicare qualunque cosa. Del resto sono molto teso, se dovessi tradurre in parole quello che mi si agita dentro in questo momento, verrebbe fuori qualche frase pesante.

Adriana [la collega di matematica] interviene a spiegare come e perché si è arrivati a parlare di spettacolo e del consenso da parte del direttore. Quello si va ammansendo anche perché ora si sente considerato, circondato dalle spiegazioni pazienti di Adriana e delle maestre.

Nonostante tutte le sue ragioni, l’atteggiamento di questa guardia mi rimane comunque indigesto. Sarà la stanchezza di questo fine quadrimestre, con i suoi ritmi di compiti, interrogazioni, giudizi da formulare… Penso che nella sua furia sadomasochista è riuscito a farci “giustificare” dai nostri allievi, a rendere solidali detenuti e insegnanti contro di loro, a farci quasi chiedere scusa per essere lì a tentare di fare il nostro lavoro.

Mi convinco sempre più che il carcere disintegra voracemente non solo gli intonaci e le suppellettili, ma qualunque cosa riesca a inglobare, è solo questione di tempo. Si azzera al suo interno ogni differenza tra carcerati e carcerieri, coatti gli uni e gli altri, protagonisti attivi del processo di disgregazione reciproca, in corsa verso l’entropia, destino di ogni microcosmo chiuso.

 

martedì 12 maggio

 

– IIIa B – «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato», recita Fardella, leggendo il 3° comma dell’articolo 27. Il silenzio assoluto sottolinea l’attenzione immediata che si è creata a queste parole.

Le collego all’articolo 13 e chiedo se le loro esperienze confermino o meno quanto appena letto, «perché nell’altra classe, più di una volta hanno parlato di episodi che smentivano l’osservanza di questi articoli».

«Mentre mi portavano in carcere, i carabinieri mi hanno preso a legnate», dice Rubino, dopo un attimo di esitazione. E Modica: «No, a me non mi è capitato, sono stato fortunato, ma quando ero a P. di queste cose se ne vedevano e sentivano in continuazione… perché?… quasi sempre senza motivo, perché sanno che non possiamo, che non ci conviene reagire… forse perché a stare dentro certuni diventano più animali di noi».

«Qualcuno ha mai denunciato questi fatti?», chiedo. Momento di silenzio. «Tanto si sa», cerca di spiegarmi Modica «siccome i delinquenti siamo noi, la colpa di quello che succede è sempre nostra e uno, dopo avere subito la soverchieria, si becca pure il rapporto o l’aumento della condanna… tanto vale subire e stare zitti».

«Allora è perché pensate che la giustizia si ritorce contro chi la promuove, almeno nel vostro caso?».

Inaspettata, come fuori campo, giunge la voce di Oliveri: «No… no… non è solo per questo», e tace a godersi la sorpresa del suo sibillino intervento. Lo invito ad essere più esplicito, ma lui si limita ad aggiungere: «Non lo fa nessuno. Perché… non si fa».

E a conferma di questa asserzione, molti raccontano esperienze, casi in cui chi ha subito soprusi non ha mai parlato, né di sua iniziativa, né se interrogato.

Faccio notare che non parlare significa in un certo senso rendersi complici di una situazione che va comunque a loro danno. Forse, con la paura della denuncia molti si tratterrebbero dall’abusare della loro posizione…

«Noo. Che denuncia!», dice Oliveri. «Si può vedere di parlare con le persone, convincerle a ragionare…». Non è difficile dimostrare l’improponibilità della sua tesi di fronte alle situazioni che mi hanno descritto fino ad ora. Ma è chiaro che lui per primo l’ha detto senza crederci. Insomma, tutto pur di evitare di rivolgersi agli agenti, al direttore o al magistrato.

Escluso come prioritario ogni motivo di ordine pratico, mi trovo davanti a un dogma di comportamento, alla norma di un codice d’onore, indispensabile per mantenere integra la propria dignità. A questa mia affermazione emergono sorrisi stiracchiati, tentativi di schermirsi, con la fiacchezza tipica di chi non sa cosa opporre in concreto.

«Non è perché uno ha paura di quello che possono dire o pensare gli altri compagni… È proprio un fatto di carattere comportarsi così», replica infine Modica col consenso convinto dei compagni.

«Ma se non porta a risultati positivi, perché mantenere questo atteggiamento, perché non abbandonarlo?», insisto.

C’è qualche istante di silenzio, poi si sente la voce incerta di Oliveri: «Sarà un fatto di cultura?!».

Non è chiaro se si tratti di un’autentica domanda o di un suggerimento sfumato. In ogni caso evidenzia che una parte della comunità sociale non riconosce, nella propria “cultura”, le istituzioni espresse dalla società nel suo complesso. Non mi pare che le nostre radici, le stratificazioni storiche possano spiegarla del tutto. Se questa cultura persiste vitale fino ad oggi, deve essere funzionale a tutto il campo di forze in cui siamo immersi.

«Mi avete ripetuto che in carcere non si può fare altro che subire, ma fuori? Se qualcuno di voi subisce un sopruso, a chi si rivolge?… O si deve fare giustizia da sé?».

Nessuno dice niente per un lungo interminabile momento. Riformulo la domanda, ma dopo un altro più breve silenzio, Oliveri risponde stancamente: «Sarebbe lo stesso anche fuori. Ci comporteremmo come qui», dando voce al desiderio comune di chiudere in qualunque modo la discussione e passare ad altro.

Se questa sfiducia nelle istituzioni e nell’ordinamento della giustizia sembra precedere l’esperienza della detenzione, il carcere per la sua stessa struttura finisce per approfondirla e consolidarla, creando, in più, dipendenze che continueranno anche dopo. Forse, più che “tendere alla rieducazione del condannato”, il carcere punta a una funzione di deterrente, e a presentarsi come la vendetta della società contro chi non ha rispettato le sue regole.

 

  venerdì 15 maggio

 

– IIIa A – Arrivati all’articolo 29 accenno alla legge n. 151/75 per evidenziare gli aspetti più importanti dell’uguaglianza giuridica dei coniugi. Si lasciano coinvolgere con molta disponibilità e ben presto i riferimenti personali prendono il sopravvento, per quanto io non faccia nulla per spingerli in questa direzione, anzi…

I più partecipi sono Farone, Napolitano e Di Bartolo. Perfino Fazio, di solito così riservato, dice che ha scoperto come i figli tenessero a lui, durante la latitanza, quando insieme a loro passava ore e ore. Merulla, che invece non è sposato e non ha figli, accenna a un ricordo di suo padre: «Lo vedevamo solo la sera tardi, quando ritornava dal lavoro o nei giorni di festa e allora o se ne usciva per i fatti suoi o voleva essere lasciato in pace… però, se restava con noi, era come un estraneo quasi, che disturbava l’intesa che c’era tra noi fratelli e con nostra madre…».

Gli interventi si appuntano sul diverso atteggiamento dei genitori verso i figli. Si parla della figura del padre, così sbiadita a confronto con quella della madre, o relegata al rango di una distante autorità da cui discendono solo permessi, divieti, soldi o castighi.

Mi raccontano, con una punta di tristezza e di malcelato orgoglio, come durante i colloqui, o attraverso le notizie della moglie, i figli spesso lamentino la loro assenza. È un modo di dirsi il loro bisogno di un rapporto coi figli, a cui non è estraneo forse un nascosto senso di colpa. Glielo faccio notare. Sorridono arrendevoli.

Nel vuoto di affetti e di interessi, ora che non sono più il sostegno economico principale e che difficilmente possono mantenere il ruolo di guida morale, scoprono un modo diverso di stare con loro: come compagno di giochi, confidente, fratello maggiore. Per qualcuno sembra già un rimpianto, un desiderio rassegnato: c’è la coscienza di uno spazio vuoto destinato ad aumentare tra sé e i figli che inevitabilmente crescono anche senza la loro presenza.

Emerge ancora il tentativo di servirsi dei figli come alibi per qualunque sacrificio: «A loro non deve mancare niente, non devono passare quello che ho passato io alla loro età…». Ma già nel momento in cui lo dicono, il tono si affievolisce, si insinua sottovoce la consapevolezza che questa strada non ha portato bene neanche ai figli, oltre che a loro stessi.


 

Domenico Conoscenti (Palermo, 1958) è autore del romanzo La stanza dei lumini rossi,    ( e/o 1997) il Palindromo 2015, della raccolta di racconti Quando mi apparve amore, Mesogea 2016, e del saggio I Neoplatonici di Luigi Settembrini. Gli amori maschili nel racconto e nella traduzione di un patriota risorgimentale, Mimesis 2019.

 


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“Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola tra i carcerati – Domenico Conoscenti” è stato scritto da giuseppe schillaci e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

La voce di chi scrive

di Davide Gatto

Sa molto di accademia proporre oggi una riflessione sul narratore, su questa sfuggente entità di cui si avvale lo scrittore per raccontarci le sue storie. Nell’epoca unidimensionale del libro come merce, infatti, è il grande pubblico a guidare le danze, e il grande pubblico non guarda all’autonomo potere di significazione delle scelte formali – tra le quali rientrano appunto le caratteristiche di chi narra -, ma semmai alla forza della storia, complice una critica più promozionale che autentica.

Eppure, basterebbe una pur fugace occhiata retrospettiva per realizzare appieno quanto cruciale sia la questione. Aver per esempio configurato Zeno Cosini come narratore inattendibile è in fondo il contenuto più importante dell’ultimo romanzo di Svevo, così come è alla scelta tutta formale dell’impersonalità che Verga ha affidato il suo richiamo a ricercare il Vero al di qua della versione fornita dalla ideologia dominante e dal suo narratore onnisciente.

Non è tanto però la pura autorevolezza della tradizione a giustificare una riflessione sul Chi del narratore oggi, quanto il presupposto di questa autorevolezza. Fino a un certo punto, infatti, è stato pacifico riconoscere alla letteratura lo statuto di arte – così come del resto non ha mai smesso di accadere alla pittura e alla scultura -, che è come dire che opera e autore trovavano la loro autentica ragion d’essere più nella cura della forma che nell’esposizione del contenuto. Mi pare sintomatico che oggi l’autore di romanzi e di racconti sia chiamato genericamente scrittore, mentre ci sentiremmo molto a disagio a definirlo un artista. Ma uno scrittore è un tecnico della scrittura, espressione incompatibile con l’imprevedibile oltranza espressiva dell’arte: lo scrittore-tecnico ha di mira l’efficacia della comunicazione, qualunque tipo di comunicazione, l’artista ha invece l’ossessione dello stile che, come diceva Pavese, è “la voce di chi scrive”, la sua natura fin oltre il confine della sua stessa autocoscienza, il suo irripetibile sguardo sulle cose.

È dunque nel nome e per conto della letteratura come arte e non come tecnica che ha un senso interrogarsi oggi sul Chi del narratore, nel nome e per conto dell’artista che tormenta e modella il materiale linguistico per imprimervi la sua inconfondibile “voce”, e non del tecnico che nelle scuole di scrittura ha appreso le regole universali per costruire una narrazione perfettamente intonata al gusto del grande pubblico.

 

A conti fatti, sembra di poter affermare che la tendenza prevalente nella narrativa attuale sia il ricorso all’Io-narratore, ancora dentro l’onda lunga del soggettivismo primonovecentesco. Nulla di strano, d’altronde, visto che l’oggettività del reale che cominciava a scivolare via dalle mani di un Pirandello, per esempio, si è ora definitivamente frammentata ed eclissata dietro il vetro di miliardi di display.

Danno prova di questo mio assunto, tra gli altri, due romanzi recenti che ho da poco letto e molto apprezzato, sia pure per motivi diversi: La madre assassina di Ermanno Cavazzoni (Nave di Teseo, 2020) e Lo stradone di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie, 2019). Il primo è la rilettura di un efferato delitto di cronaca secondo il punto di vista in presa diretta dello psicopatico che lo ha perpetrato: anche la verità giudiziaria e processuale, uno delle ultime sporgenze di oggettività a cui cerchiamo di aggrapparci, viene stravolta e rovesciata dal narratore in prima persona. Nel libro di Pecoraro, poi, la narrazione omodiegetica è a tal punto compatibile con il profilo culturale e biografico dell’autore, che sembra di leggere più un diario che un romanzo.

Senza dubbio convincente è risultata ai miei occhi, del primo, l’aderenza dello stile alla personalità dell’Io-narratore – il modo del discorso dello psicopatico è lo psicopatico -, mentre la sensibilità e lo sguardo “vasto” sulle nostre vite di oggi che emergono dal secondo mi hanno fatto sentire il narratore/autore, pagina dopo pagina, una sorta di fratello nello spirito. Ma la scelta della prima persona narrante è davvero ancora adeguata ai tempi nostri, dopo tante radicali trasformazioni degli uomini e del mondo?

E soprattutto: siamo davvero sicuri che chi dice Io sia padrone esclusivo – al netto delle interferenze, a noi ormai familiari, dell’inconscio – della sua Verità? Fosse così, l’Io narrante, per quanto vetusto, manterrebbe intatta la sua significazione originaria: qualsiasi storia non può che essere una interpretazione soggettiva, il mondo che vedo dipende esclusivamente da me che lo vedo, scrittore e lettore possono tutt’al più cercarsi sulla pagina come si cerca in amore una improbabile anima gemella.

Io però non credo che le cose stiano così. Credo invece che avesse ragione Heidegger quando in Essere e tempo (Longanesi, 2018) insisteva che noi non siamo mai soggetto ma sempre EsserCi, un essere “gettato” nel mondo e in mezzo agli altri, un essere che “è già sempre stato” nel mondo e con gli altri e che quindi agisce e reagisce in un ambiente dinamico di trasformazioni continue che egli stesso alimenta e subisce (in particolare, pp. 145-148). Se dunque non esiste un soggetto, se non esiste un Io dall’identità definita, sembra di poterne dedurre che neppure può esistere una voce narrante nettamente caratterizzata che possa garantire che la sua particolare versione della storia narrata sia veramente sua. Il filosofo esistenzialista non escludeva, e anzi auspicava un modo di vita più strettamente identitario in cui il singolo Esserci – cioè ognuno di noi – desse attivamente fondo a tutte le possibilità insite nella sua natura, ma ribadiva con forza che il modo di vita fondamentale per l’uomo è quello “inautentico” dell’inerte galleggiamento nel “pubblico” e nel quotidiano, in cui il “Chi dell’Esserci”, la nostra più vera identità, è in realtà un “Si”.

Certo, Essere e tempo fu pubblicato nel 1927, e tanta storia del pensiero si è sviluppata intorno, oltre e contro il suo autore. Ma a me sembra che noi oggi abbiamo una conferma della validità del pensiero di Heidegger proprio a partire dalla fenomenologia del nostro quotidiano. Acutamente il filosofo dell’Esserci osservava che essere “già da sempre gettati” nel mondo e con gli altri significa in primo luogo essere intrappolati in un universo di discorso e di linguaggio – che egli definisce “chiacchiera” – attraverso cui “il Si […] stabilisce che cosa si ‹‹vede›› e come si ‹‹vedono›› le cose” (p. 208). È oltretutto una specie di pellicola traditrice la chiacchiera, che pare aderire alle cose ma in realtà è da esse totalmente scollata, fino a diventare pura comunicazione in cui “ciò che conta è che si discorra”, e il “sopra-che-cosa lo è solo approssimativamente e superficialmente” (p. 207): per dirla con Blanchot, che a questo tema di ascendenza heideggeriana ha dedicato pagine molto stimolanti ne La conversazione infinita (Einaudi, 2015), nella comunicazione diffusa del quotidiano noi “crediamo di conoscere le cose in modo immediato, […] mentre in realtà ci troviamo di fronte solo una prolissità rimuginante che non dice nulla e non mostra nulla” (p. 293).

 

Chiacchiera diffusa senza Soggetto, dunque, e alla fine anche senza più Oggetto: le storie che sentiamo raccontare sono di tutti e quindi di nessuno, da una parte, dall’altra raccontano un mondo paradossalmente fatto di sole parole che a stento e confusamente riusciamo a ricondurre al barlume di realtà che forse ancora resiste nel fondo dei nostri occhi. Ebbene, non è questa la descrizione dell’epoca dei social media e della comunicazione totale che stiamo vivendo? La voce del quotidiano che alla pubblicazione di Essere e tempo (1927) e de La conversazione infinita (1969) era come attutita e dispersa è stata oggi amplificata a dismisura dalla tecnologia e ha coperto ogni altra voce: il tempo nostro della comunicazione totale è il tempo del quotidiano totale, del Si senza confini.

Gli esempi si sprecano. Di chi è esattamente la ricostruzione corrente che il virus Covid 19 sia stato creato nei laboratori di Wuhan? E a chi possiamo ascrivere la tesi assiomatica della brutale inciviltà dell’Islam, o della iconoclastia artistica dei Talebani, della loro spietata misoginia? Nella melassa della comunicazione totale si rimescolano continuamente dati spesso incongruenti, opinioni, commenti, immagini vere e manipolate, citazioni, plagi, notizie, false notizie, rielaborazioni artistiche, tutto a rimbalzare e a moltiplicarsi attraverso il meccanismo sovrano delle condivisioni e dei tg news a rotazione continua fino al punto in cui è impossibile risalire alla fonte individua di ogni contenuto, così come verificarne l’effettiva realtà.

Nel quotidiano dilagante di questi tempi nostri, dunque, il Chi più credibile del narratore sembra essere – come sosteneva Heidegger dell’Esserci che noi sempre siamo – “il neutro, il Si” (p. 159): le storie nascono una dall’altra senza alcun autore e senza alcuna verificabile fondatezza. Ne segue che se pure possiamo continuare a impiegare uno o più narratori in prima persona, o anche in terza – qualcuno dovrà pur raccontare -, questi narratori tradizionali dovrebbero essere come espropriati della loro stessa voce, diventare dei collettori neutri del “si dice” quotidiano a cui potrebbero, al limite, contrapporre il flusso di pensieri della loro coscienza smarrita: “Fare esperienza del quotidiano significa sottoporsi alla prova del nihilismo radicale” (Blanchot, p. 299), d’altronde.

Certo, questa nuova forma di narratore neutro sembra maggiormente intonata alla realtà dei nostri tempi, come è stato per il narratore onnisciente nell’Ottocento o per quello in prima persona nel Novecento (generalmente parlando), ma non si corre così il rischio che lo stesso discorso artistico venga inghiottito nell’eternullità del quotidiano, come Blanchot sulla scorta di Laforgue definisce il tempo “privo di soggetto” (p. 298 ss.), eterno ma senza alcuna storia possibile? Come in un circolo vizioso, la narrazione non saprebbe più dire altro se non i presupposti della fine di ogni narrazione, e la voce dell’autore si spegnerebbe davanti alla constatazione della “potenza di dissoluzione” del quotidiano.

Di fatto però, se il “si dice” del quotidiano è orfano – perlopiù beato – del mondo e irriducibile a un soggetto definito, costituisce tuttavia un (s)oggetto impersonale e collettivo suscettibile di una riflessione antropologica senza dubbio complementare a quella innescata da Verga con la sua impersonalità: là era il punto di vista spontaneo degli uomini estranei alle mistificazioni della cultura a rivelare la grettezza fondamentale dell’animo umano, qui invece è la natura stessa delle storie che il “si dice” sovrano costruisce e incessantemente diffonde a gettare una luce sui caratteri fondamentali dell’uomo in quanto Esserci, un Esserci che è “innanzitutto e perlopiù […] assorbito dal suo mondo” (p. 144). 4

Sosteneva Cioran ne La tentazione di esistere (1956) che “l’avvento del romanzo senza oggetto ha inferto un colpo mortale al romanzo. […], abolito l’avvenimento, sussiste soltanto un io che sopravvive a se stesso […], un io senza domani” (Adelphi, 1984, p. 135). Noi, affrancandoci dal mito dell’Io-narratore e della nostra monolitica identità, potremmo restituire al romanzo in un colpo solo sia le sue storie-oggetto – pur dotate più della forza riflessiva dello specchio che di quella transitiva del cristallo -, sia quell’aura artistica di cui discorrevo in premessa e che è condizione insopprimibile di ogni dignità letteraria.


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“La voce di chi scrive” è stato scritto da jamila mascat e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

L’Anno del Fuoco Segreto: Verso Montsalvat

La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segretosi può leggere QUI.

di Andrea Morstabilini

Era nato, come il re suo nonno, il 25 agosto, giorno di San Luigi. Anche l’ora coincideva, e i due si ritrovarono a condividere non solo un compleanno, ma anche un nome: Ludwig, che è poi un altro modo, alla germanica, per dire Luigi.

Anno: 1845, anno di corvi e di violini, navi sperdute fra i ghiacci. Da bambino, a Ludwig piaceva ascoltare la madre mentre leggeva la bibbia, costruire modelli in scala del santo sepolcro e vestirsi da suora, ma quello che più gli piaceva era starsene da solo a stanare la realtà coi segugi della fantasia, più grande della sua generosità, poco più piccola della luna che sognava ogni notte, alta, bianca, triste sopra le cime dei pecci.

Spesso si svegliava, a mezzo di quei sogni della luna, e si alzava dal letto per ammirarla, appesa appena oltre il vetro della finestra. Allora, al buio, nel silenzio legnoso del palazzo, era semplice credere alla verità che il suo animo bisbigliava alla memoria. Sono antico, diceva quello, già vecchio quando il mondo era più giovane di te adesso. Oggi sono nel tuo corpo che cresce, diventerai alto e bello e tutti ammireranno i tuoi occhi blu, ma non sei la prima carne che mi tiene al caldo. Siamo stati eroi, una volta, imperatori e costruttori di meraviglie, cavalieri della croce e della coppa: siamo stati Lohengrin figlio di Parzival, abitavamo a Montsalvat, il castello del Graal. Non vorresti tornarci?

Ludwig non desiderava niente di più. Che anni, quelli in cui gli toccava di vivere; anni senza magia e senza mistero, senza onore, senza sangue. Dicevano di lui che era disinteressato, distaccato, che questa indifferenza al mondo e alla vita rendevano la sua bellezza ancora più imperiosa, il suo sguardo ancora più enigmatico, ma, anche, il suo cuore più triste. Avevano ragione, perché era solo, e destinato a esserlo sempre di più.

Travolto da uno scandalo di nessuna importanza per questa storia, il nonno abdicò. Il padre, di salute fragile come fragile era il suo amore per i figli, che aveva sempre trascurato, morì. Il fratello impazzì, alla madre non restò che rinchiudersi nelle preghiere. Così, poco più che ragazzo, Ludwig si ritrovò al centro di un palcoscenico deserto: era re.

Allora iniziarono i guai.

Nonostante tutti dicessero che offriva, in divisa, uno spettacolo maestoso, egli non aveva interesse per i doveri militari cui i suoi ministri volevano obbligarlo, e niente lo annoiava quanto gli intrighi bizantini che i suoi segretari gli tessevano incessantemente intorno, perché i cortigiani sono ragni ballerini dalle gambe infaticabili. Quanto poi a quello che più di ogni altra cosa ci si aspettava da lui… la possibilità di produrre un erede era un pensiero che lo riempiva di raccapriccio. E Monaco! La pompa, la frenesia, i pettegolezzi, gli occhi di tutti che a teatro, raddoppiati dai binocoli, guardavano soltanto lui. Detestava la città, sporca, fangosa, affollata; sua era la solitudine rocciosa dei laghi di montagna, delle foreste fredde, delle corse notturne in carrozza.

Ma una sera il sentiero si interrompe bruscamente, i tronchi si aprono come un sipario: c’è una casetta di pietra al centro di una radura argentata. Il cocchiere crolla dal sonno, ma è troppo desolato per appisolarsi: promette che riprenderanno subito la via, occorre solo sistemare il ferro di un cavallo e torneranno a correre come piace al re; il re scende dalla vettura, bussa alla porta: desidera un po’ d’acqua, un mestolo di stufato, allungare i piedi gelidi – nevica – davanti al camino.

Ad aprire la porta, quella notte fatale, non fu però un taglialegna, né un mandriano i cui figli giocavano sul tappeto davanti al fuoco, bensì un vecchio dalla complessione itterica, atticciato ma gobbo, con una grossa voglia verdastra sul naso: Victor Erlking, per servivi, Vostra Maestà. Entrate.

Il povero cocchiere ebbe finalmente tempo per dormire, perché il re e Herr Erlking si intesero subito alla perfezione. Non c’era frase che il re iniziasse che l’altro non sapesse concludere come se gli leggesse nel pensiero, tale era l’amorosa corrispondenza tra di loro: parlarono tutta la notte, e quando fu tempo per Ludwig di andarsene, Herr Erlking prese da sotto un tavolo un baule dall’aria pesante e, sollevatolo con la facilità con cui voi e io potremmo alzare da terra un sacco di piume di anatra, lo issò nella carrozza del re. Un regalo per Vostra Maestà; apritelo di ritorno al castello.

E così Ludwig fece, e pianse come non aveva fatto sulla salma del padre. Lacrime di gioia e di impazienza, perché nel baule c’era un grande cigno meccanico.

Presto! Portatelo all’Alpsee, ordinò Ludwig ai servitori, e corse a chiamare l’unico amico che avesse, il suo aide-de-camp, principe Paul von Thurn und Taxis, che dormiva nella camera accanto alla sua. Il re non bussò, si tuffò sul letto, afferrò le coperte, le gettò a terra e, preso fra le braccia Paul che ancora sognava, lo scosse baciandogli gli occhi per farglieli aprire. Se mi vuoi bene, ti spoglierai e indosserai il costume di Lohengrin: c’è una sorpresa per te, disse Ludwig; ma intendeva per sé. Paul non poteva rifiutargli alcunché, così si spogliò, indossò l’armatura e via, di corsa, giù dal castello e sulla riva del lago, dove il cigno meccanico aspettava solo che Paul salisse a bordo per animarsi: piegò il collo, frullò le ali, mulinò le zampe e iniziò a scivolare sull’acqua. La nebbia fece il resto.

Per Ludwig, steso sulla riva, Paul cessò di essere il suo amico: diventò il suo eroe.

Vorrei non dovermene mai andare da qui, pensò; la Prussia dichiarò guerra all’Austria. I suoi ministri misero Monaco a soqquadro per trovarlo, ma cercavano nei posti sbagliati: il re era sempre lì, sul lago, con Paul, a far scoppiare fuochi d’artificio nella notte che, altrove, copriva due eserciti in marcia. Ma non importava; non finché la notte era scura e i fuochi d’artificio d’oro e il volto di Paul, di fianco al suo, così bello. Una sera, le cime di due abeti rossi presero fuoco e una brigata fu chiamata sul posto, ma Ludwig e Paul erano già lontani: correvano su cavalli neri al galoppo e ridevano, Paul perché era giovane e il suo sangue caldo, Ludwig perché aveva cessato di essere un enigma a se stesso. Sapeva chi era: un ragazzo innamorato.

Ma il ragazzo era anche un re, e il tempo non è gentile con re e amanti.

Prima perse Paul, che lo abbandonò per sposarsi; poi perse l’ultima cosa che, perduta la famiglia e perduto l’amore, gli restasse: il suo paese. La guerra era finita e l’intero affare non richiese che una firma in calce a una lettera scritta da altri: la Baviera passò alla Prussia, la Prussia radunò la Germania, un nuovo Kaiser fu festeggiato a Berlino, e a Ludwig non rimase che una corona vuota. Non lo sono forse tutte? Era sempre re, almeno di nome, ma contava meno d’un giullare. Lui, discendente diretto di Ludwig il Saltatore, che aveva eretto la rocca di Wartburg in Turingia! lui, nel cui petto ruggiva lo spirito di Luigi il Re Sole, che aveva sognato Versailles! Rimaneva una cosa soltanto da fare: costruire castelli come, bambino, aveva costruito sepolcri.

Credete di sapere dove va a finire questa storia, ma vi sbagliate.

Perché il re ebbe un’idea.

Walpurgisnacht, notte di streghe e tradimenti. Avvolto in un grosso mantello nero, col favore del buio e uno scopo ben preciso in mente, ripercorse i passi di molti anni prima: lo stesso sentiero, la radura, la porta. La tuba e il bavero alzato cospiravano per nascondergli il volto, ma non servì. Entrate, Vostra Maestà, disse non appena ebbe scostato l’uscio Herr Erlking, la cui voglia verde era cresciuta: gli copriva ora metà del volto, ma il re non vi badò. Aveva una preghiera da rivolgere all’amico; e quello la ascoltò.

Albeggiava quando uscì di corsa dalla capanna – ormai detestava la luce del giorno – e si rifugiò in carrozza: al castello, ordinò e, subito, si addormentò.

Un mese più tardi, due forzieri d’oro e d’acciaio furono recapitati a Hohenschwangau. Il re dispose che il più piccolo fosse portato nella sua cappella privata, davanti all’altare presso il quale, un tempo, si era spesso inginocchiato, quindi congedò tutti i servitori e si chiuse a chiave nella propria camera da letto, con l’istruzione precisa che nessuno lo disturbasse. Finalmente solo, e solo dopo aver controllato di esserlo davvero, aprì il forziere più grande.

Con uno sbadiglio e uno stiracchio, come un animale che si risvegliasse dopo un lungo torpore invernale, un secondo re uscì dal baule. Sembrava di scrutare in uno specchio: come promesso, Herr Erlking aveva superato se stesso: l’automa rassomigliava al sovrano fino all’ultimo punto nero sul lungo naso imperioso; era persino vestito come lui: lo stesso panciotto di seta, blu come gli occhi, la camicia a balze, i lucidi stivali da cavallerizzo. Il re fece un passo indietro: osservava la macchina con qualcosa di simile a una profonda malinconia nello sguardo, mescolata però alla meraviglia che già una volta aveva provato, quel giorno sul lago, quando Paul era salito sul cigno meccanico. Sollevò una mano, accarezzò la guancia del suo doppio, la sua stessa guancia.

“Mi dispiace” disse.

“Lo so” disse l’automa, e da quel giorno, ogniqualvolta il re doveva apparire in pubblico – a qualche funzione di stato alla quale i suoi ministri insistevano stizzosamente che il sovrano non poteva mancare, o a teatro, quando non riusciva a organizzare spettacoli privati alla sua residenza –, era la macchina a tirarsi a lustro, a stringere mani, applaudire, redarguire il parlamento. Tale era la perfezione con la quale imitava i ticchi del re, compresa la sua ben nota riluttanza a partecipare a simili attività, che nessuno sospettò mai nulla. D’altronde, chi avrebbe potuto immaginare?

Col tempo, le occasioni private s’assommarono alle pubbliche: cene sontuose con lontani cugini coronati, udienze segrete con l’archivista di stato, le sporadiche visite alla madre, le lunghe riunioni con gli architetti che si occupavano chi di Linderhof, chi di Neuschwanstein, chi di Herrenchiemsee: ogni mattina, dopo aver finto di ascoltare gli impegni della giornata, che un servitore gli leggeva da una lunga lista, il re sgattaiolava nelle sue stanze, tirava l’automa fuori dal baule dove ogni sera quello tornava a riposare e, rimboccatosi le maniche, caricava il meccanismo nascosto finché nella gola meccanica non iniziava a gorgogliare un canto: Hojotoho! Heiaha!

“Mi dispiace” ripeteva il re ogni giorno.

E ogni giorno l’automa rispondeva: “Lo so”.

Del resto, era stato costruito per quello; perché il re fosse libero di ritirarsi in un mondo tutto per sé, un mondo notturno di musica e poesia, castelli, contrafforti, monti, boschi, barbe ruvide che gli graffiavano il collo per morderlo o baciarlo, neve che gli luccicava bianca nei capelli scuri dopo una corsa di mezzanotte fra gli alberi: gli piaceva andare veloce, perché allora gli sembrava di volare. Fra le ombre, i suoi occhi blu brillavano così forte che la luna pareva avesse finalmente ritrovato una gemella lungamente perduta; ma era lui ad averlo, un gemello: la macchina di Herr Erlking, che ingrassava al suo posto perché quelle budella di metallo non erano fatte per la selvaggina, i pasticci e la birra, né lo erano i denti di porcellana, che presto iniziarono a cadere.

Guardate che cosa capita al re. Era così bello, un tempo, dicevano tutti.

Al re, quello vero, non importava. Anzi, traeva da quelle voci sul suo disfacimento uno strano piacere: forse, finalmente, gli occhi degli altri lo avrebbero ignorato quando, a teatro, ascoltava un’aria; forse, finalmente, i suoi sudditi e i ministri si sarebbero dimenticati di lui e lo avrebbero lasciato in pace a fare quello che amava fare: costruire castelli.

Neuschwanstein. Herrenchiemsee. E Falkenstein, che pure in quel momento era solo uno schizzo. Ma per quanto scegliesse le montagne più alte che gli riusciva di trovare, le foreste più fitte, nessun castello era mai imprendibile abbastanza, solitario abbastanza, lontano abbastanza: dal mondo, dalla vita che si consumava laggiù. Così, mentre pure ordinava che continuassero i lavori su quei progetti – dando fondo a tutte le fortune che gli rimanevano –, decise che ne avrebbe costruito un altro; un ultimo castello, il suo Montsalvat. Sapeva dove; là dove non l’avrebbero mai trovato.

Sulla Luna.

La sognava fin da quando era bambino, e, nei sogni, sapeva sempre ritrovarla. La vedeva di lontano, incorniciata di comete, e laggiù scendeva, come un angelo, planando sulla grande pianura bianca, il cui terreno sembrava neve secca, simile a zucchero. Sopra la testa, il cielo era nero, vasto quanto la pianura stessa. Non era mai solo, nei sogni della luna, perché non era certo l’unico, al mondo, a sognarla. Fra quegli spiriti fraterni, teneva corte: anime notturne e antiche, a cui, per trovare un po’ di ristoro, non era restato che andarsene lassù, dove la diversità è norma, la normalità eresia.

Fra loro abbondavano architetti, tagliapietre, fabbri, carpentieri, persino taglialegna, e quanto serviva, cave e querce, forge, la Luna dava loro. Il re lavorava sodo, come e più degli altri, uomini, donne, giovani e vecchi, e presto il castello fu ultimato.

Guarda: il bianco dongione alto di torrette e guglie, circondato di mura merlate, le feritoie invisibili dalla distanza, quando qualcuno si avvicina, a piedi o a cavallo, passando di fianco al rivellino e al fossato profondo, pieno di un’acqua tanto nera quanto il cielo che riflette. All’entrata, il cancello di ferro battuto presenta motivi di cigni. Mancano solo gli ultimi ritocchi, qualche arredo, i soprammobili.

Verso la fine, perché una fine ci deve pur essere, il re non faceva ormai che bere vino scuro come sangue e ballare nelle sale deserte con chiunque volesse essere gentile con lui quella notte, un cameriere o un cavaliere; e dormiva: dormiva e sognava il castello che stava costruendo. Montsalvat sulla Luna. Per far ciò – per sognare senza tema che un rumore lo destasse proprio mentre ultimava le decorazioni nel corridoio degli specchi, là dove si riflettevano Algol e Azelfafage – si era fatto approntare una stanza imbottita in cima alla torre più alta di Neuschwanstein.

Era lì quando vennero a prenderlo.

Erano in molti: il dottore che infine lo aveva dichiarato pazzo, i cospiratori – ministri e dignitari spaventati dalle casse sempre più vuote dello stato – che lo avevano costretto a farlo, gli inservienti con l’ordine di tenerlo fermo.

Ma il re non li sentì; dabbasso, il valletto continuava a rifiutare all’altro re – l’automa, il golem – la chiave della torre, poiché temeva che quello volesse uccidersi, quando la povera macchina non desiderava altro, invece, che posare un ultimo sguardo sull’amato sovrano di cui Herr Erlking gli aveva dato l’aspetto, il suo signore. L’ultimo, perché di lì a poco sarebbe morto.

Pazzo. Incapace di regnare. La sentenza è pronunciata; non rimane che eseguirla.

Ecco che lo conducono dal castello alla rocca che gli servirà da prigione. Non è più re neanche di nome – questo vanto tocca ora a suo zio, principe fra i traditori –, ma non osano comunque ammanettarlo; non serve nemmeno: l’automa ha imparato la rassegnazione della gentilezza. Lo spogliano dei suoi vestiti – dove finisce il panciotto di seta blu? –, gli impediscono di ricevere la comunione in chiesa, della quale va ghiotto perché il pane dell’ostia non irrita il suo intestino di titanio, ma il dottore è caparbio: no, non si può. Troppe emozioni fanno male a Vostra Maestà. Ma forse una camminata? Perché no. Dovrebbe piovere, nel primo pomeriggio, ma schiarirà, e lo Starnberger See non è proprio bello nelle sere di giugno? Buon uomo, tieni il mio ombrello: non mi servirà, dove sto andando.

Qualche ora più tardi è morto nelle fredde acque del lago, a faccia in giù, e con lui il dottore.

Nel torace meccanico, il cuore d’oro brunito sotto la cui superficie polita si muovevano in continuazione cerchi sottili come sfere celesti finalmente si è fermato. Tutta quell’acqua. Non era che un robot, alla fine. Eppure il re lo amava come un fratello; più del fratello. Per questo pianse quella notte, l’ultima che trascorse sulla terra, quando capì che l’automa era morto: un’eco suonò improvvisa sotto la volta di legno della torre – Hojo… to… ho!… – e il re seppe. Era ora di tirare fuori il secondo forziere, l’ultimo dono di Herr Erlking.

Dentro: un paio di ali meccaniche, un intricato, complesso, delicato meccanismo di pulegge e ingranaggi, leve. Le penne di metallo luccicante mandano bagliori bianchi nella notte nera quando il re sale sul davanzale e si sporge di sotto, pronto a spiccare il volo. I sogni non bastano più.

Un angelo, diranno, perché viene visto mentre salta nel vuoto, ma solo per un momento: il tempo necessario all’occhio per dubitare sé stesso e subito Ludwig sparisce, dietro le nuvole e la polvere delle stelle. Vola verso il suo castello, verso Montsalvat. Sulla Luna la sua corte è già riunita: aspetta soltanto il Re.

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Immagine di Francesco D’Isa

Andrea Morstabilini è uno scrittore, traduttore e editor. Ha esordito con il romanzo Il demone meridiano (2016), cui è seguito Aldilà (2020). Ha tradotto opere di H.P. Lovecraft, Camilla Grudova e Malachy Tallack.


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“L’Anno del Fuoco Segreto: Verso Montsalvat” è stato scritto da francesca matteoni e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

La nostalgia delle stelle vicine

“Le stelle vicine”, di Massimo Gezzi: la recensione di Linnio Accorroni. Nell’ interessante pamphlet Il realismo è l’impossibile di Walter Siti (Nottetempo, 2013), l’autore cita, proprio all’inizio del libro, un episodio tratto da una biografia di Chesterton dedicata a Charles Dickens. Un Dickens che, molto giovane e molto povero, ai limiti dell’indigenza, passava, in mancanza di alternative, le sue giornate in un locale londinese. L’insegna del locale, campeggiante sulla porta a vetri, era la classica «Coffee Room». In realtà, il giovane Dickens leggeva questa scritta all’interno del locale e quindi rovesciata: non più il normale «Coffee Room», ma l’esoterico, straniante «Moor Eeffoc». Per Chesterton, questa formula – «Moor Eeffoc» – tanto incomprensibile quanto misteriosa, è il motto di ogni realismo efficace. Realismo quindi come anti-abitudine, come scarto, come il famoso strappo sul cielo di carta di cui parla Pirandello ne Il fu Mattia Pascal. Realismo come la focalizzazione di un particolare apparentemente secondario, ma inaspettato che rompe i lacci consueti delle nostre  più consolidate stereotipate abitudini percettive di comprensione del reale. In questo senso, mi pare che i racconti de Le stelle vicine di Massimo Gezzi rientrino, di diritto, all’interno di questa suggestiva categoria di realismo anti-realistico. Tanto più, cioè, come accade nelle dodici […]

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“La nostalgia delle stelle vicine” è stato scritto da Linnio Accorroni e pubblicato su il lavoro culturale.

Il silenzio

di Fiorella Malchiodi Albedi

Mi sono alzato storto. Tutto mi dava noia, una specie di nausea mentale, non riuscivo a posare lo sguardo su qualcosa senza provarne disgusto. Ho pensato di aver fatto qualche sogno bislacco poi dimenticato, di quelli che ti perseguitano a lungo con una scia di malessere incomprensibile, perché ormai il ricordo del sogno è svanito. A volte mi succede anche da sveglio: mi rimane un cruccio per aver fatto qualcosa di sbagliato, ma non ricordo cosa, forse era una mancanza seria, oppure era una cazzata e sto a dannarmi per niente, e per quanti sforzi faccia, non c’è verso, non mi torna in mene; poi il fastidio si attenua, piano piano, e alla fine si confonde in mezzo a quelli per tutte le altre cazzate che invece ricordo, ne faccio tante…

Alla fine ho deciso di uscire e sono andato in lavanderia. Non che avessi da fare il bucato, ma è un posto tranquillo e fresco, dove nessuno ti rompe le scatole, e sanno che ogni tanto ci capito anche senza avere biancheria da lavare. Chissà, magari lì mi si placava l’ansia.

Prima andavo nella lavanderia di Bob e Timothy[1], poi a un certo punto tutte quelle chiacchiere su Dio, sul purgatorio, sul peccato mi hanno davvero seccato. Non ci capivo nulla e comunque erano frastornanti, così ho cambiato. Quella nuova è gestita da un cingalese. Traspira spezie e invece che in una lavanderia sembra di entrare nella cucina di un ristorante indiano, ma almeno lui non blatera.

Mi siedo. Ci sono pochi avventori oggi, qualche faccia nuova, qualche sconosciuto. I frequentatori delle lavanderie sono di due tipi: quelli che si portano qualcosa da fare durante l’attesa e quelli che non fanno niente. Io appartengo al secondo gruppo, anche se fare niente non è proprio la definizione esatta. È vero, me ne sto seduto senza smanettare sul cellulare o leggere libri o giornali, ma la mia non è un’assenza totale di attività. La definirei un’inerzia operosa. Anche se me ne resto apparentemente ozioso, in realtà io osservo. Guardo il disegno del linoleum del pavimento, cercando forme in cui si possano riconoscere facce, animali o cose, oppure percorro centimetro per centimetro gli oggetti della stanza, cercando di memorizzare e classificare le imperfezioni, come le piccole scalfitture nello smalto delle lavatrici o le opacità nei vetri degli sportelli. La volta successiva le ripercorro tutte, così mi accorgo se ci sono novità. Anche la sporcizia è un soggetto interessante da osservare, ma il cingalese tiene il locale molto pulito e quindi lì c’è poco da registrare.

Mi piace ovviamente guardare gli altri frequentatori del locale, anche se non devo farmi accorgere. Da Bob e Timothy, una volta, un tizio nerboruto mi ha minacciato, se non la smettevo di guardarlo. Anche se era davvero difficile distogliere lo sguardo: aveva dei vistosi tatuaggi sui bicipiti, ma uno perché se li fa se poi non si possono guardare? Valli a capire.

Di apparentemente inoperosi, come me, ce ne sono pochi, ma sono facilmente riconoscibili. Quando entra un nuovo cliente, cerco subito di classificarlo e difficilmente mi sbaglio. Se piove, ad esempio, ed entra uno senza ombrello, 10 a 1 che infilato il bucato nell’oblò si metterà a fissare la parete con uno sguardo assente, oppure si concentrerà sulla punta delle sue scarpe. Quelli che

non usano l’ombrello sono membri di una stessa famiglia universale, affratellati dalle stesse abitudini e in grado di riconoscersi tra loro.

Ma oggi neanche la lavanderia riesce a temperare la mia frenesia. Così decido di andare al parco, dove ho una panchina speciale, che considero mia: è vicino ai cassonetti, lì non ci va mai nessuno, ovviamente. Non c’è proprio nulla di bello da vedere, da quella postazione, e già questo mi rilassa.

Macché, non è proprio la mia giornata fortunata: sulla panchina c’è seduto un tipo. Non sta facendo niente, ma forse è lo stesso “fare niente” di quando sono in lavanderia. O forse no, perché, al contrario di me, che in lavanderia scalcio, mi gratto, faccio smorfie, lui sta perfettamente immobile. Continuo a guardarlo, perché trovo qualcosa di familiare in lui che non capisco. Sorride, ma appena appena, un sorriso impercettibile. Che stronzata, se non lo percepisco, come faccio a dire che ha un sorriso sulle labbra? Eppure non posso definire seria la sua espressione. Insomma continuo ad arrovellarmi per un po’ sempre osservandolo ostentatamente, la sua fissità comincia a darmi sui nervi. Alla fine mi avvicino, gli passo davanti, ma lui niente, non si muove di un centimetro. Mi siedo accanto a lui, senza smettere di squadrarlo. Non fa una grinza. Tutt’altra pasta rispetto all’uomo con i tatuaggi. E quella strana sensazione di conoscerlo…

Alla fine, sapevo sarebbe finita così, gli parlo.

– Scusi, ma cosa guarda?

L’uomo si volta e ora mi fa un vero sorriso.

– Nulla.

– Sta aspettando qualcuno?

Mi guarda meravigliato, come se avessi fatto una domanda sciocca.

– Qualcosa, non qualcuno.

– E cioè?

– Aspetto il silenzio.

E poi torna a guardare di fronte a sé. Il sorriso si è spento, ma non del tutto, e di nuovo ha quell’espressione indefinibile.

Ma che voleva dire? Che gli sto rompendo le scatole? Che vuole stare tranquillo e invece io lo scoccio? No, non avrebbe quell’aria amichevole.

– Scusi, non capisco.

L’uomo sorride di nuovo e mi guarda con simpatia.

– Presto capirà.

Capirò cosa? Comincio a infastidirmi. Sarà uno fuori di testa. E mi ci sono pure messo a parlare. Così mi alzo e me ne vado. La mia giornata storta prosegue, evviva! Ogni tanto però continuo a girarmi per guardarlo, perché sono sicuro che il suo viso l’ho già visto da qualche parte, ma dove? O piuttosto è la sua espressione?

Magari è solo uno che non usa l’ombrello.

Ma proprio mentre sto per uscire dal parco, sbam!, il ricordo mi colpisce come un cazzotto, dritto sul mento. Ho quasi barcollato.

Non è stato un sogno a guastarmi la giornata, stanotte, ora tutto mi torna in mente con chiarezza. Mi sono trovato all’improvviso con gli occhi sbarrati, è vero, e lì per lì ho pensato all’autobus: frena a poca distanza da casa mia e il suo sibilo è molto fastidioso. Ma no, mi sbagliavo. Non era stato un rumore, a svegliarmi, era stato invece un improvviso silenzio, completo, irreale, come se fossi sigillato in una bolla isolata ermeticamente dall’ambiente. Fermo il traffico, muti i rari uccelli notturni, perfino il tarlo che nel cassettone aspetta il buio per rosicchiare il suo microscopico cunicolo si era bloccato. Un silenzio totale che sembrava dover durare all’infinito e mi ha riempito d’angoscia.

Da piccoli, quando a tavola aspettavamo il pranzo, sapevamo che nostro padre si innervosiva se facevamo chiasso, e allora parlottavamo e ridacchiavamo a bassa voce. Ma poi a uno di noi, più spesso a me, capitava di perdere il controllo, e alzare la voce, o far uscire una risata meno soffocata, senza accorgermene, e quando la mano di mio padre piombava come un masso sul tavolo, sobbalzavamo ignari.

– Silenzio!

Quel grido aveva un potere incredibile e il silenzio che ne seguiva era davvero assoluto.

Perché non solo ci zittiva, ma riusciva a cancellare qualunque onda sonora intorno a noi. Il borbottio della pentola sul fuoco, la tapparella che sbatteva, l’abbaiare di un cane in lontananza, tutto ammutoliva, per un momento. Poi lentamente, i rumori riprendevano, ma in quell’attimo, il silenzio era stato perfetto. Proprio come quello che mi ha svegliato stanotte. E che mi ha riportato indietro alla mia “infanzia felice”, anche se inconsciamente: nessuna meraviglia che mi abbia rovinato la giornata.

Come allora, così anche stanotte, i rumori hanno poi ripreso, poco a poco. E così i pensieri. Perché nel silenzio, mi sono accorto dopo, anche la mente aveva taciuto. È strano, si potrebbe pensare che la mente lavori meno facilmente in mezzo al frastuono, che le idee possano rimanere impigliate in qualche suono insolito o che non riescano a districarsi tra uno schiocco e una sirena, tra un clangore metallico di un cancello e l’accelerata di una moto. E invece no, quel silenzio così profondo aveva tacitato anche i miei pensieri, occupando tutto lo spazio fuori e dentro di me.

Alla fine mi ero riaddormentato.

Ora che mi è tornato in mente l’insolito risveglio, mi viene un dubbio. E se quello di stanotte fosse proprio il silenzio di cui parlava il signore sulla panchina? Sarebbe strano, lui sapeva del suo arrivo, mentre io, al contrario, non me l’aspettavo proprio. E lui era sicuro che gli avrebbe portato qualcosa di buono, si vedeva che l’aspettava con trepidazione: se era quel silenzio lì, perché invece a me ha rovinato la giornata? Solo per via di quel ricordo? Cioè, avrei sperperato un’occasione di felicità, del tutto gratuita, per un merdoso ricordo d’infanzia?

Tutte queste domande mi fanno annaspare. Così torno indietro, forse il signore ha delle risposte e mi può aiutare, ma quando arrivo vicino ai cassonetti, la panchina è deserta. Se n’è andato e io rimango solo con le mie domande.

Almeno posso sedermi al mio solito posto. Mi metto a fissare il punto che stava guardando lui, almeno credo sia quello, e non c’è proprio niente di bello da vedere, dei rovi un po’ bruciacchiati dalla siccità, qualche cartaccia, erba secca calpestata. Mi sento un po’ sciocco, me ne rimango qui seduto immobile come poco prima stava lui, sarà un contagio? E mentre sto lì a rimuginare, arriva un tipo dinoccolato, con una felpa col cappuccio, e comincia a squadrarmi. Io non mi giro e rimango fermo, mi viene da ridere, ma cerco di camuffarlo, il mio sorriso gli sarà appena percettibile; lui continua a guardarmi e so che non resisterà, e prima o poi mi interrogherà. Lo vedo con la coda dell’occhio, ha un’aria familiare. Forse è un altro che non usa l’ombrello.

 

[1] La lavanderia di Bob e Timothy, in Balthus di Sandro Sacco


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“Il silenzio” è stato scritto da Giorgio Mascitelli e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Fronte del porto. L’«anomalia selvaggia» della piazza anti-pass triestina e la lotta di classe

[Quel che sta accadendo con epicentro Trieste, in un’accelerazione che lascia sorpresi molti ma non chi segue la vicenda dal principio, rende necessario chiarire alcuni punti. Il contagio che dalla piazza anti-lasciapassare triestina sembra estendersi a diversi porti italiani smentisce le letture banali delle mobilitazioni in corso, “letture” funzionali a facili riprovazioni. Come tutte le […]

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“Fronte del porto. L’«anomalia selvaggia» della piazza anti-pass triestina e la lotta di classe” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

ANDREA ZANZOTTO [1921-2021] Vera figura, vera natura, slansada in ragi come’n’aurora…

[ dall’Archivio19 Ottobre 2011 ]

di Orsola Puecher

[ in memoria e malinconia autunnale ]

RECITATIVO VENEZIANO

Vera figura, vera natura,
slansada in ragi come’n’aurora
che tuti quanti te ne inamora:
aàh Venessia aàh Regina aàh Venusia

to fia xé ’l vento, siroco e bora
che svegia sgrisoli de vita eterna,
signora d’oro che ne governa
aàh Venessia aàh Venegia aàh Venusia

Testa santissima, piera e diamante,
boca che parla, rece che sente,
mente che pensa divinamente
aàh Venessia aàh Regina aàh Venusia

par sposa e mare, mora e comare,
sorela e nora, fiola e madona,
ónzete, smólete, sbrindola in su
nu par ti, ti par nu
aàh Venessia aàh Venòca aàh Venessia

Metéghe i feri, metéghe i pai,
butéghe in gola ‘l vin a bocai,
incononàla de bon e de megio;
la xé imbriagona, la xé magnona,
ma chissà dopo ma chissà dopo
cossa che la dona!

Mona ciavona, cula cagona,
baba catàba, vecia spussona,
Toco de banda, toco de gnoca,
Squinsia e barona, niora e comare,
sorela e nona, fiola e madona,
nu te ordinemo, in sùor e in laòr,
che su ti sboci a chi te sa tòr.

CANTILENA LONDINESE

Pin Penin
valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dòi mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèta
comodèa–

Pin Penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa–

le xe le comedie e i zoghessi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta–

le xe belesse da portar a nosse
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa

Pin Penin
valentin
o mio ben,
te serco inte’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin–
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa–

le xe le voje i caprissi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo un giosso,
te serco inte’l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xe che me porta’l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despìra
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate–

i xe zoghessi de la piavoleta
le xe le nosse i caprissi de chèa
de chèa
che jeri la jera putèa.

da Filò. Per il Casanova di Fellini
con una lettera e cinque disegni di Federico Fellini
Edizioni del Ruzante, Venezia 1976

 
Fra Andrea Zanzotto e Federico Fellini ci furono un’amicizia delicata e una collaborazione costante: prima per Il Casanova [estate 1976], poi per La città delle donne [1980] e infine per E la nave va [1983].
Fellini così scrive a Zanzotto, nel luglio del 1976, per commissionargli i versi che contribuiranno a due momenti incantati del suo Casanova, Recitativo veneziano e Cantilena londinese, prime due parti del libretto Filò pubblicato nello stesso anno e che come introduzione avrà proprio questa lettera del regista al poeta.

Vorrei tentare di rompere l’opacità, la convenzione del dialetto veneto che, come tutti i dialetti, si è raggelato in una cifra disemozionata e stucchevole, e cercare di restituirgli freschezza, renderlo più vivo, penetrante, mercuriale, accanito, magari dando la preferenza ad un veneto ruzantino o tentando un’estrosa promiscuità tra quello del Ruzante e il veneto goldoniano, o meglio riscoprendo forme arcaiche o addirittura inventando combinazioni fonetiche e linguistiche in modo che anche l’assunto verbale rifletta il riverbero della visionarietà stralunata che mi sembra di aver dato al film. [Filò, 1976, pag.7].

[…] non è forse piacevole lo stesso farneticare su intenzioni e compiutezze ideali anche se impraticabili fino in fondo? [ Filò, 1976 pag. 8].

Citando alcuni versi del poeta:

Dolce andare elegiando come va in elegia l’autunno

Fellini così li commemta:

Mi sembra che la sonorità liquida, l’affastellarsi gorgogliante, i suoni, le sillabe che si sciolgono in bocca, quel cantilenare dolce e rotto dei bambini in un miscuglio di latte e materia disciolta, uno sciabordio addormentante, riproponga e rappresenti con suggestiva efficacia quella sorta di iconografia subacquea del film, l’immagine placentaria, amniotica, di una Venezia decomposta e fluttuante, di muschiosità, di buio muffito e umido. [Filò, 1976 pag. 9-10].

Del film, girato in inglese e doppiato in un secondo momento, Zanzotto sarà il consulente per la lingua madre del protagonista, il dialetto veneto, e scrive Recitativo Veneziano, una sorta di evocazione, d’inno pagano e carnale alla città, sollecitato dalle immagini della scena iniziale, un grottesco rito carnevalesco di acque e fuochi per far nascere dal Canal Grande una enorme testa polena di donna, che poi invece si inabisserà gorgogliando, e compone, musicata da Nino Rota, la ninna nanna cantilena Pin Pedìn, Pié Piedino, ispirato dalla scena del bagno nella tinozza della Gigantessa Angelina, unico personaggio del film inventato di sana pianta, che, creatura mitologica, combatte con gli uomini, sempre trionfante, in un circo londinese: una forzuta grande e grossa e malinconica, custodita da due nanetti partenopei in polpe e parrucca incipriata, che gioca con le bambole, le piavolete, e si canta invece putèa, piccina e delicata, con i vezzeggiativi maliziosi della filastrocca in petèl, il linguaggio spezzato dell’infanzia, della lallazione misteriosa e consolante dei suoni e delle immagini antiche.
I film di Fellini sono sempre fatti di donne grandi e forti e di uomini piccoli piccoli e soccombenti.
 
Riferendosi ai due componimenti Zanzotto rivela le origini profonde del suo recupero del dialetto:

I primi due componimenti li avevo già scritti, in qualche modo. Esistevano dispersi nei miei lavori di molti anni fa, anche lontanissimi […] il discorso visivo di Fellini ha risvegliato per me alcune risonanze entro una certa aura linguistica da dirsi veneta (veneziana solo in parte) sia per eccesso che per difetto.
Mi è capitato davanti un parlare perso nella diacronia e nella sincronia veneta, fino al paradosso ed all’irrealtà di una citazione paleoveneta, un parlare un po’ inventato, un po’ ricalcato da troppo alti modelli, nel quale l’allarme per i diritti della glottologia e della filologia non riusciva a tenere a bada la voglia di stracciare i margini, di andar lontano, di ‘correre fuori strada’.

da “Le poesie e prose scelte” Mondadori, 1999, I Meridiani, pag. 539


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“ANDREA ZANZOTTO [1921-2021] Vera figura, vera natura, slansada in ragi come’n’aurora…” è stato scritto da orsola puecher e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

AGRICOLTURA E SCIENZA

di Giacomo Sartori

Nell’ambito del dibattito attorno all’approvazione della legge sul biologico, e delle polemiche che lo accompagnano, Internazionale ha pubblicato un interessante reportage di Stefano Liberti sull’agricoltura biodinamica. Esso ha il pregio di mettere il naso in alcune aziende, dopo tante rappresentazioni caricaturali, o per meglio dire aprioristiche scomuniche, che hanno costellato gli interventi e di far parlare alcuni agricoltori del settore. Mostrando che certo, ci sono alcune pratiche che la scienza non può provare, ma anche e soprattutto degli ottimi e innegabili risultati in termini produttivi, economici e ambientali.
L’indagine di Liberti aiuta a vedere da vicino il piccolo mondo dei coltivatori biodinamici. Le persone intervistate per dare voce anche a chi critica questi metodi, tirano però fuori i soliti luoghi comuni che riflettono una condanna senza appello, facendo leva su un supposto minaccioso pericolo di un correlato oscurantismo, risultato della negazione della razionalità e della scienza. E l’autore stesso conclude che sono attualmente compresenti “due diversi e poco conciliabili modelli agricoli: il primo, quello convenzionale, basato sulla chimica e sul cosiddetto ciclo azoto-fosforo-potassio; il secondo basato maggiormente su un approccio rigenerativo e un’attenzione alla fertilità del suolo”. Quasi si trattasse di affinità personale per l’una o per l’altra visione, e insomma di opinioni, e come se la scienza, che è appunto al centro della polemica che riguarda l’agricoltura biodinamica, e dell’articolo, non entrasse in gioco.
Quando invece sono proprio le varie discipline scientifiche che ci dicono, gridano, che l’agricoltura attuale ci ha portati a danneggiamenti irreversibili del suolo (che riducono le superfici coltivabili, e le rese), a insostenibili consumi di materie fossili (la sintesi dei principali concimi chimici, quelli azotati, richiede molta energia fossile) e di risorse naturali (i concimi fosforici si trovano in natura, ma le riserve si stanno esaurendo), a insostenibili emissioni di gas a effetto serra (il problema è che l’agricoltura emette principalmente i più nocivi, e in particolare metano e ossidi di azoto), a una tragica diminuzione della biodiversità delle piante coltivate, a apocalittici effetti sugli insetti, compresi i pronubi, necessari per l’impollinazione (e quindi per la vita delle piante, e per la nostra alimentazione). La scienza di dice che a questi danni letali si aggiungono i malanni riparabili, ma in genere non facilmente, e spesso con costi molto alti, alla fertilità del suolo (in particolare la molto problematica diminuzione di sostanza organica), alle falde, ai corsi d’acqua, ai laghi.
La scienza ci dice che il modello di agricoltura prevalente nei paesi ricchi, e che si è voluto esportare con maggiore o minore fortuna in quelli poveri, ci sta portando alla catastrofe, e non potrà produrre a lungo le derrate alimentari che ha fornito per un breve periodo che va da qualche decennio a un secolo. Lo dicono in modo sempre più documentato le pubblicazioni scientifiche, ma anche gli organismi internazionali che si occupano di agricoltura e di ambiente, nonché il gruppo Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. E lo dicono in modo sempre più accorato sempre più numerosi appelli singoli o collettivi di scienziati. Questa valanga di incontrovertibili voci e prove ha influenzato l’ambiziosissimo cambio di rotta (il Green Deal) dell’Unione Europea, e ha modellato le due annesse strategie specifiche From farm to fork e Biodiversità. E anche la maggior parte dei singoli Stati sono stati obbligati a cominciare a correre ai ripari, con una riluttanza minore o maggiore. Perfino gli Stati Uniti, patria dell’agricoltura industriale più impattante e degli organismi modificati, negli ultimi anni hanno condizionato gli aiuti pubblici all’adozione di norme di lavorazione dei suoli e di protezione delle zone vulnerabili (Farm Bill).


Porre il problema in termini di contrapposizione tra chi crede nella scienza, e appoggia una agricoltura convenzionale, e chi non ci crede, e si ripiega verso tecniche biologiche (e biodinamiche), come fa Liberti, e con lui ben più intransigenti e faziosi scienziati (che di solito non conoscono l’agricoltura), è una rappresentazione che non rispecchia in alcun modo la realtà dei fatti. Si tratta purtroppo di una crisi generale dell’agricoltura, analizzata in modo sempre più chiaro dalla scienza, per la quale vanno trovate in tutta fretta delle soluzioni che non possono prescindere dalla scienza. Mettendo a punto delle tecniche non impattanti, a basso o alto contenuto tecnologico (la discriminante è piuttosto questa), atte a produrre abbastanza cibo per nutrire tutta l’umanità anche in futuro (per ora ne produciamo in sovrabbondanza, la fame non è legata a una penuria).
L’agricoltura biologica, che per molti versi si ispira alle pratiche agricole tradizionali, avendo sempre fatto attenzione a venire a patti con la natura, rappresenta una validissima risposta, un campo di esperienze dove può attingere, anche se per molte colture (non tutte) ha rese minori (soprattutto in termini di una maggiore richiesta di manodopera). Per nutrire in particolare l’Africa, dove la rivoluzione verde non ha funzionato, e i suoi futuri due miliardi di abitanti, questa è senz’altro l’unica via praticabile, sono ormai d’accordo i massimi esperti e gli organismi pubblici e privati (si veda il recente libro di Pierre Jacquemot, l’Harmattan, 2021).
Per essere efficiente e ecologicamente valida anche l’agricoltura biologica, così come la permacultura e l’agricoltura biodinamica (tutte volte a una maggiore connessione con i meccanismi della natura), hanno però bisogno di migliorie, confronto di esperienze, sperimentazioni scientifiche, investimenti, esattamente come l’agricoltura convenzionale. Si trovi un valido agricoltore biologico italiano che non è d’accordo con questa affermazione. Quando, ricordiamolo, l’Italia è l’ultimo paese in Europa, con la Grecia, per gli investimenti nella ricerca agronomica (ma anche nei Paesi dove si spende di più gli approcci non convenzionali sono marginalizzati). La contrapposizione frontale tra due modelli,  come se i problemi non fossero gli stessi, come se non ci fossero di fatto soluzioni intermedie (una agricoltura industriale meno impattante, una agricoltura biologica industriale …), e passerelle (tecniche che migrano in un senso o nell’altro), fa comodo solo a chi vuole mantenere lo status quo. Vale a dire principalmente alle lobby dell’agrochimica, che come Liberti sa meglio di chiunque altro, avendo analizzato a fondo i destini a esse legati delle derrate alimentari, sono potentissime, controllano una grossa fetta della ricerca (anche pubblica),  e sono influentissime sulle scelte politiche (in Europa come negli Stati Uniti) e sul modo stesso di come le problematiche sono rappresentate e affrontate, dagli addetti al lavoro come nelle università.
Tasto molto dolente, chi si ritrova ora a difendere l’indifendibile “agricoltura chimica”, quella che vede la produzione agricola nei riduttivi termini di apporti di concimi chimici e di pesticidi, ignorando le complesse dinamiche ecologiche coinvolte, sono i principali interessati, gli agricoltori. Non tutti, perché molti sono sempre più coscienti dei problemi in gioco, ma i meno preparati, i meno informati, i meno aperti. Che sono pur sempre tanti, la maggioranza. Per decenni i coltivatori sono stati ammaestrati con rigide ricette imposte dall’alto, sono stati abituati a vedere le loro pratiche nei riduttivi termini che facevano comodo a chi vendeva i prodotti chimici, ignorando che in un cucchiaino di terra ci sono miliardi di microrganismi, alcuni dei quali essenziali, e che ogni intervento ha i suoi complicati effetti, le sue ripercussioni sull’ambiente. In una soggiacente visione semplificata della natura, ricevevano ben precise soluzioni: centocinquanta unità di azoto, cinquanta di potassio e quaranta di fosforo, duecento grammi di formulato per ettolitro. Perdendo così la loro millenaria attitudine all’osservazione, all’attenzione, al ragionamento, la loro propensione alla prevenzione, alla prudenza, all’innovazione, allo scambio di esperienze. Perdendo, aggiungo per inciso, la passione per la terra, per il loro lavoro.
Si noti che queste attitudini, comparse parallelamente alle prime colture già nell’antica Mesopotamia, come documentano le tavolette di argilla che si riferiscono all’agricoltura, sono alla base della scienza, che appunto nomina, classifica, mette ordine e sperimenta a partire dall’osservazione. I mesopotamici, grandi coltivatori, erano acuti osservatori, argutissimi redattori di (prescientifici) elenchi e liste. Doti analitiche che l’agricoltura biologica e biodinamica si sforzano ora faticosamente di recuperare, e senza le quali esse non possono essere praticate. È molto più difficile fare agricoltura biologica che convenzionale, ci vogliono più capacità di osservazione, più informazioni, più intelligenza, più curiosità, più volontà. Insomma più scienza. Per chi conosce un minimo le aziende biologiche (e biodinamiche), opporre il loro approccio a quello scientifico, non ha fondamento. Uno degli intervistati nel reportage invoca a chiare lettere l’aiuto della scienza per spiegare interventi che nei fatti si mostrano validi. A meno che per scienza si intendano solo le sperimentazioni svolte in chissà quale ambiente – le caratteristiche del sito sono sempre fondamentali in agricoltura – e dando per scontato un modello di comodo della natura, sotto l’ala dei colossi dell’agrochimica: chi le conosce, e non ignora la molteplicità di fattori in gioco, ne conosce anche i limiti intrinseci. E a meno di intendere per scienza solo la genetica molecolare e la microelettronica. Resta il fatto che se l’approccio di un agricoltore biologico non è attento e razionale (scientifico), la sua attività, viste le poche armi a sua disposizione, è destinata a fallire.
Molti agricoltori, e le loro associazioni professionali, preoccupati (legittimamente) per i loro redditi e per i loro futuro, sono ora gli acerrimi nemici, e forse il principale ostacolo, per una svolta ecologica del settore agricolo. Nelle recenti asprissime negoziazioni per la nuova Politica agraria europea (PAC 2023-2027), si è visto bene come molti Stati, a cominciare dalla Francia, hanno dovuto ridimensionare le loro ambizioni in campo ambientale per non indisporre eccessivamente gli animi degli agricoltori, che sono anche dei temuti elettori, e delle loro potenti organizzazioni. Del resto vanno capiti anche loro. È facile proibire, standosene seduti in un ufficio a Bruxelles, l’utilizzo di questo o di quel formulato chimico, o decretare che la quantità di pesticidi deve essere ridotta del 50% di qui al 2030. Molto più arduo è poi ritrovarsi abbandonati a sé stessi in una fattoria, con l’incertezza dei guadagni, a combattere per avere dei buoni raccolti senza le armi alle quali si è abituati (purtroppo impattanti), senza che siano proposte delle valide alternative.


Stupisce come in un Paese dove il biologico ha un così grande peso, anche economico, con migliaia di persone e associazione e strutture coinvolte (compresi i sempre più numerosi biodistretti), e una presenza crescente anche nelle istituzioni (al voto della legge in Senato c’è stato un solo voto contrario), trovino tanto spazio mediatico visioni dell’agricoltura biologica (e biodinamica, che funge da capro espiatorio) tanto scontate e lontane dalla realtà. E come anche le argomentazioni più superficiali e retrive, che ricordano da vicino quelle in Francia negli anni Settanta, stando a quello che racconta uno dei pionieri di quella fase, Claude Aubert, provochino reazioni appena udibili dal grande pubblico. Altrove, anche dove prevale l’agricoltura industriale, e il biologico ha un peso molto minore, analoghi attacchi, con argomenti così inconsistenti e così arroganti, provocherebbero una violenta levata di scudi sui media di associazioni, singoli agricoltori, ricercatori, esperti, ecologi, filosofi che si occupano del concetto di natura e dei rapporti tra uomo e natura, addetti alla filiera bio, che riporterebbe il dibattito su binari meno “ideologici”, e più utili. Certo, Petrini interviene su Repubblica, ma la sua voce isolata fa un po’ l’effetto di un vecchio saggio costretto a rimettere, dalla sua trincea, i puntini sugli i. E la stessa Repubblica da peraltro enorme spazio a irrealistiche tecnologie innovative basate sugli assunti più miopi dell’agricoltura industriale. L’impressione che resta è che l’ambiente, e i problemi ambientali dell’agricoltura, che non a caso nel piano di rilancio è considerata come un comparto da riammodernare, senza cambiare nulla, senza alcun miglioramento delle conoscenze, non siano considerati strategici, e siano snobbati dal mondo intellettuale. Anche dopo l’emergenza sanitaria, che è un risultato degli stravolgimenti ambientali, anche dopo le dure prove dei cambiamenti climatici che hanno colpito quest’anno l’Italia.

 

NdA: chi fosse interessato può vedere anche un mio pezzo precedente (3 agosto) su Micromega: Agroecologia, agricoltura biologica, ricerca
Sull’agricoltura biodinamica segnalo questa intervista a Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, vicepresidente di FederBio e membro permanente del Tavolo ministeriale sul biologico e il biodinamico

Le prime due immagini: agricoltura industriale nel Santerre (Dipartimento della Somme, Piccardia); l’ultima: vigneto biodinamico sulla collina di Trento


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“AGRICOLTURA E SCIENZA” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

La terra non è piatta

Mondo LGBITQ+, femminismi plurali e femminismi escludenti. Proponiamo uno stralcio dal capitolo «Una brutta sceneggiatura. Mondi paralleli e interconnessioni non previste: le prospettive transfemministe e la svolta reazionaria delle “radicali”» di Mauro Muscio e Marta Palvarini, tratto dal libro La terra non è piatta. Mondo LGBITQ+, femminismi plurali e femminismi escludenti, di Lidia Cirillo, Carlotta Cossutta, Sara Garbagnoli, Paola Guazzo, Mauro Muscio, Roberta Padovano e Marta Palvarini (Asterisco Edizioni, 2021) La politica della differenza. Perché liberarci ancora da Cartesio Il femminismo della differenza non va sicuramente letto come una produzione monolitica di sapere e coscienza, sarebbe scorretto storicamente e politicamente perché non riconoscerebbe il lavoro di quelle femministe che a partire da quel femminismo hanno costruito esperienze importanti per le lotte alle oppressioni patriarcali, o al lavoro di quelle femministe lesbiche e bisessuali, che a partire da quel pensiero hanno elaborato quel loro posizionamento così importante quanto imprevisto. Le pratiche della differenza inoltre incoraggiarono uomini omosessuali a fare esperienza dell’autocoscienza come passo necessario da compiere per la costruzione di un soggetto, di un primo “noi” politico. Non sarebbe esatto identificare solo come essenzialista il femminismo della differenza, ma sarebbe scorretto allo stesso tempo non sottolineare come una parte di questo femminismo sia inevitabilmente […]

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“La terra non è piatta” è stato scritto da Mauro Muscio e Marta Palvarini e pubblicato su il lavoro culturale.

Buena vista social club: Anna Mallamo

Questa  rubrica è dedicata alle “cose belle” trovate sui Social, a dimostrazione del fatto che fare rete è oggi, più che mai, una risorsa. effeffe
Il peso falso
di
Anna Mallamo
Oggi pensavo alle specie di dolori che portiamo confitte dentro di noi, quanto sono diverse e tante. Stavo attraversando la strada e pensavo che se fosse passato in volo un angelo di Wim Wenders m’avrebbe vista dall’alto come un puntaspilli, un porcospino, un riccio, con tutti questi dolori grandi e piccoli che – come tutti voi – mi porto addosso, dentro le carni. Alcuni li ho da così tanto che sono parte di me, magari la pelle li ha persino ricoperti. Altri sono nuovi e sono dannatamente dolorosi.
Sento la spina forte del dolore della mia adorata commare a cui è morto da poco il padre: le conversazioni tra noi, quel senso di desolazione nella sua voce, i miei ricordi di quando ho perso mio padre, ma più mia madre perché a volte coi lutti capitali non è solo questione di chi ma di quando (mio padre era stato il primo, e aveva fatto crollare un pezzo di volta celeste, mia madre è arrivata dopo, ed è stato un dolore, pur incommensurabile, che prendeva uno spazio suo preciso, desertificava qualcosa, inceneriva qualcosa, mi spingeva da sola, con le spalle scoperte, tutta gelata, contro l’oscuro futuro, sul bordo del mondo senza più padri senza più madri per me).
Sento da due giorni il dolore nuovo per Mimmo Lucano: è proprio un aculeo avvelenato, come se riassumesse tutte le ingiustizie della Terra, e mi certificasse – ad ogni passo una fitta – che non posso farci niente, che non ho strumenti che non siano quelli già previsti dalla legge e dalle istituzioni (ma è da loro che mi sento tradita: hanno pesato e misurato con scrupolo ogni azione di Mimmo Lucano, su una bilancia di precisione dove non ci sono pesi per cose come la felicità, l’umanità, la dignità. Oggi ho sentito cose pazzesche: lui aveva dato le case sempre agli stessi, non li faceva avvicendare. Nel senso che avrebbe dovuto dire: “ora basta, prendete le vostre cose e via nella baraccopoli, il periodo è scaduto”? Mi sento offesa da questo modo così spietato e privo di scrupoli di trattare le persone, le persone sofferenti. Quelle che loro stessi sbolognavano a Mimmo, perché “Lucano non dice mai no”. A costo di forzare gli spazi, le regole, i finanziamenti, le procedure.
Qualsiasi condanna, pur strettamente, contabilmente corretta, non mi dà conto di quanta differenza ci sia tra uno Stato che preferiva sbarazzarsi dei migranti, anche affidandoli a Lucano, come si nasconde la polvere sotto il tappeto, e ora gli chiede conto e uno Stato che si fosse fatto carico dell’enorme problema di umanità, di giustizia a cui quell’uomo ha cercato da solo di dare una soluzione).
Oggi sento queste due fitte nuove, e già più vecchi gli aculei della pandemia che desertifica il mondo, del mio tango in pezzi (secondo anno senza abbracci, sento esattamente nel corpo il progetto sociale della specie, le cellule vattelapesca che chiedono contatto e specchio e condivisione), delle altre cose che non vi confido, antiche quanto me. In fondo a tutto, consuete come se mi fossi abituata a portare un coltello nella schiena, le fitte per papà e mamma, che ormai non sono più nemmeno dolori (ogni tanto si vivificano, però, come accade ai vecchi malanni), ma parti di me, sofferenze croniche che il corpo registra come se stesso.
Che siamo fatti di dolori tenuti assieme da chissà cosa, forse queste parole che sto scrivendo.
(su Facebook)


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“Buena vista social club: Anna Mallamo” è stato scritto da francesco forlani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

L’uomo è δεινός

Ho visto riportata su un quotidiano on line una recente breve intervista a Claudio Magris: la prima domanda riguardava la natura umana, cos’è l’uomo? E la risposta dello scrittore triestino è stata che una buona definizione sia quella riportata nel secondo stasimo (coro) dell’Antigone di Sofocle. Questo coro – si ricordi che il ruolo del coro nella tragedia greca antica è fondamentale – entra in scena subito dopo che una guardia ha riferito a Creonte, reggente della città di Tebe dalle sette porte, che qualcuno ha dato sepoltura al corpo di Polinice. Ricordo che Antigone, Ismene, Eteocle e Polinice erano tutti figli dello sfortunato Edipo, che aveva, beninteso non sospettandolo, ucciso il padre Laio e sposato la madre Giocasta (sorella di Creonte) dalla quale aveva appunto incestuosamente avuto i quattro suddetti figli. Eteocle si considerava il capo di Tebe, ma il fratello Polinice lo affronta in duello per contendergli il potere. Nel duello entrambi muoiono, ma Creonte, che funge da reggente, ordina di dare tutta la dovuta e onorata sepoltura al corpo di Eteocle e di lasciare invece senza alcun rito funebre quello di Polinice, somma ingiuria e nefandezza per la religiosità greca dell’epoca. (Detto per inciso, ricordate che, quando all’inizio di ottobre del 1993 Borìs Él’cin, strappato il potere a Michail Gorbačëv con un colpo di mano, fece cannoneggiare il parlamento sovietico, che cercava una mediazione, e ordinò di non seppellire i corpi dei nemici uccisi?) Antigone non può tollerare questo trattamento a suo fratello, perché ella antepone la legge eterna degli dèi a quella degli umani – e qui sta tutta la grande forza della tragedia – e quindi si appresta, e riesce, a rimediare allo scempio e a compiere almeno i riti più indispensabili secondo la tradizione sul corpo di Polinice, affrontando così il suo destino di morte (che incontrerà infine assieme al figlio di Creonte).
Dopo dunque l’annuncio della guardia, che peraltro ancora non sa chi abbia compiuto il rito, il coro, composto da vecchi tebani, si interroga sulla natura dell’uomo e le prime parole che pronuncia sono, nella traduzione di Massimo Cacciari, queste: “Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo”; vi trascrivo anche l’originale, data la rilevanza del passo:

πολλὰ τὰ δεινὰ κοὐδὲν ἀνθρώπου δεινότερον πέλει·

la parola su cui va fatta qualche chiarezza è quell’aggettivo greco deinòs, che Cacciari traduce tremendo (mi avvalgo nello scrivere tutto questo di una molto istruttiva chiacchierata con il nostro indiano grecista Daniele, che per queste cose è una sicurezza e che molto ringrazio).
Tutta la questione è la connotazione di quell’aggettivo che non è univoca: l’aggettivo tremendo, usato da Cacciari, può essere usato anche in italiano sia negativamente che positivamente, pensate alla frase “Quel quadro è tremendamente bello”, forse perché nell’etimologia di tremendo ci sta l’idea di tremare e si può tremare di orrore ma anche di grande gioia. Forse è una buona traduzione di deinòs. Tra le numerose traduzioni esistenti vi propongo qui dunque per l’intero coro quella di Massimo Cacciari (Einaudi 2007), che suona così:

Strofa 1:
«Molte potenze sono tremende ma nessuna lo è più dell’uomo. È lui che oltre il mare canuto procede nella tempesta invernale attraverso i flutti che gli si frangono intorno. È lui che anche la dea suprema tra tutti gli dèi, Gaia, inconsumabile, instancabile, rivoltando violenta anno per anno con gli aratri tirati dalla stirpe equina.

Antistrofe 1:
È lui che cattura con attorte reti gli uccelli dalla mente alata e le fiere selvagge e gli animali del mare. È lui, l’uomo, capace di pensiero, che ha il potere sulle bestie dei campi e su quelle che vagano sui monti; è lui che aggioga il cavallo crinito e l’infaticabile toro.

Strofa 2:
È lui che la parola e il pensiero simile al vento ha imparato e l’impulso che porta alla legge e a fuggire gli strali tremendi dell’inabitabile gelo sotto l’etere aperto. Ovunque s’apre la strada, in nulla s’arresta. Cosí affronta il futuro. Da Ade solo non ha escogitato scampo, per quanti rimedi abbia inventato a inguaribili mali.

Antistrofe 2:
Oltre ogni speranza e ogni attesa, conosce, fabbrica, inventa, a volte volgendosi al male, altre al bene. Allorché s’accorda alle leggi della sua terra e alla giustizia giurata degli dèi siede in alto nella città; ma se si macchia di azioni malvagie e sfrontata audacia, della città neppure fa parte. Mai gli sarò commensale, mai avrò animo uguale con chi così agisce.
Ma ecco qualcosa di inaudito, che mi turba. Come dubitare che la giovane che vedo sia Antigone? O sventurata figlia di Edipo, che accade? Non sei tu che trascinano, dopo averti catturata mentre, pazza, disobbedivi ai decreti reali? »

Per curiosità, su un vecchio sito del liceo Galvani di Bologna ho poi trovato un interessante breve elenco di piuttosto diverse traduzioni di quei primi due versi che contengono l’aggettivo deinòs e il suo comparativo deinόteron, elenco che vi copio qui, con tra parentesi il traduttore, o la traduttrice:

“Molte sono le meraviglie ma nulla è più portentoso dell’uomo.” (C. Sbarbaro)
“Molte ha la vita forze tremende; eppure più dell’uomo nulla, vedi, è tremendo.” (G. Lombardo Radice)
“L’esistere dell’uomo è uno stupore infinito, ma nulla è più dell’uomo stupendo.” – (E. Cetrangolo)
“Pullula mistero. E nulla più misterioso d’uomo vive.” (E. Savino)
“Molti sono i prodigi e nulla è più prodigioso dell’uomo.” (F. Ferrari)
“Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo.” (R. Cantarella),

in molte delle quali, come vedete, si perde la voluta ambiguità della connotazione.
Aggiungo che la citata traduzione di Giuseppina Lombardo-Radice si trova nella bellissima, ma ormai credo dismessa, collana Einaudi STS (scrittori tradotti da scrittori) nella quale il traduttore principale è Friedrich Hölderlin, che usa nella sua versione l’aggettivo tedesco ungeheuer, che, a quanto ho potuto vedere in vari vocabolari, mantiene l’ambiguità di tremendo.

Da questa lettura mi pare di intendere quello che Magris intendeva: l’uomo è qualcosa che va al di là del “normale” nella natura, è qualcuno in grado di intervenire pesantemente su molti dei suoi elementi, nel bene e nel male, appunto. E infine tutto questo giro di pensieri mi ha richiamato alla mente una recente lettura che considero molto interessante e istruttiva, e cioè La nazione delle piante di Stefano Mancuso (Laterza, 2019), nella quale il ruolo di homo sapiens nella natura esterna a lui viene ben analizzato e assai ridimensionato rispetto all’idea comune che è l’uomo il padrone della natura, del pianeta Terra e comunque di tutto quanto conosciamo. L’uomo, chiamando appunto “sapiens” la sua specie del genere homo, non ha fatto che rimarcare la propria presunzione.


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“L’uomo è δεινός” è stato scritto da antonio sparzani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Gli utili idioti neofascisti e il futuro delle lotte contro il «green pass»

[Riceviamo e pubblichiamo una riflessione a caldo sui fatti di Roma scritta dal sociologo Niccolò Bertuzzi, di cui abbiamo già segnalato alcuni articoli. Di nostro aggiungiamo: ci sono mobilitazioni cittadine contro il lasciapassare in cui i fascisti sono stati emarginati nelle piazze e cacciati dalle assemblee, come è giusto, come vuole il minimo della decenza. […]

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“Gli utili idioti neofascisti e il futuro delle lotte contro il «green pass»” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

Da “Tra le cose e gli altri”

di Ivan Ruccione

[Pubblichiamo un breve estratto di Tra le cose e gli altri, uscito per Arkadia, racconti brevi e brevissimi. L’autore cura anche il blog Mirino, dedicato alle scritture brevissime in prosa.]

BRUCIARE

In autostrada, dopo il primo week-end insieme, stiamo tornando a casa. Le sue cosce seminude vibrano mentre corriamo sui giunti di un viadotto e smetto di lanciare occhiate per sorpassare un tir in prossimità di una galleria. «Sono ubriaca», dice, ed è vero. Ora parla solo quando siamo nel ventre delle montagne. C’è ancora il mare, là fuori, non posso certo biasimarla. Mi volto verso di lei e il suo sorriso splende tra le ombre fugaci. Quando mi dico che è bellissima so di farle un torto. È inoltre simpatica e non parla mai di libri. Se dovessi spiegarle perché preferisco poesie e racconti ai romanzi, direi troppo del mio carattere. Saltella sul posto appena parte una canzone che le piace. Mi accarezza la guancia mentre canticchia e sento il profumo del doposole sulla sua mano. Presto o tardi, questo ricordo tenterà di uccidermi. Ma non ora. La galleria finisce. Le stelle bruciano ancora.

GROVIGLI

Cammino verso casa dei miei genitori, stranamente puntuale per l’invito a cena, al termine di una settimana passata a letto a guardare i grovigli di fumo delle sigarette districarsi in cappi d’argento. L’asfalto si sta ghiacciando. Ai piedi delle abitazioni ancora cumuli di neve sporca, carbonizzata. Mentre attraverso la strada per cambiare marciapiede, mia madre, perennemente in pensiero per me, mi chiama dopo aver sentito le sirene di un’ambulanza. «Sto bene», le dico, e riattacco. Le mie sciagure, invisibili, non spargono sangue.

GIOSTRA

Tua figlia spinge la giostra girevole e ci salta su al volo. Distogli lo sguardo per non vomitare mentre lei ride e dice: «Guardami!» La giostra sembra centrifugarla, la testa viene spinta fuori; stai pensando che avresti bisogno di un moto centripeto, che ti riassembli, riporti al centro. Sei seduta su una vecchia panca, nel giardino condominiale; le assi pasticciate con bestemmie, squadre di merda, amori che mancano. Sei seduta sulla tua vita.

PER UN AMICO

Mi chiedi se torneremo a essere quelli di un tempo, porgendomi l’accendino prima che io possa trovare il mio. Inciampo nella porta-finestra mentre usciamo sul balcone e tu, sorridendo, poggi la tua mano sulla mia spalla. Ci sono lettere stese come panni tra un palazzo e l’altro, e sulla strada umida sbiadiscono gli auguri. Mi rivedi dopo mesi, finalmente, oggi che ho ceduto alla tua insistenza. Perdonami, amico; c’è un vuoto che valico appena mi sveglio. E non sapendo rispondere alla domanda, soffio il fumo nella notte limpida e ti indico Orione.

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“Da “Tra le cose e gli altri”” è stato scritto da andrea inglese e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Damiela Eltit, «Mai e poi mai il fuoco»

di Damiela Eltit

Per gentile concessione dell'editore Gran Vía, pubblichiamo un estratto da Mai e mai il fuoco, romanzo dell'autrice cilena Damiela Eltit, in libreria dal 14 ottobre nella traduzione di Raul Schenardi. Dalla nota dell'editore: "All’inizio del nuovo millennio, nello spazio ridotto di una stanza, una coppia di ex militanti ripercorre il proprio passato e gli ideali rivoluzionari che ha condiviso, mentre entrambi assistono all’inesorabile declino dei loro corpi. Circondati da spettri del passato, logori compagni di viaggio divenuti anch’essi simbolo di rovina e decadenza, i due combattono tra loro per imporre un discorso politico alla comune, fallimentare esperienza rivoluzionaria".
Ho scoperto la voce di Damiela Eltit grazie a Manodopera, e sono felice e onorato di poterle offrire uno spazio su Nazione Indiana.

È da più di cent’anni che è morto Franco. Il tiranno. Profondamente storico, Franco saccheggiò, occupò, controllò. Fu, come no, coerente con il ruolo che dovette rappresentare. Uno dei migliori attori per pensare l’epoca. Anziano. Militare. Decorato dalle istituzioni. Non brillante, no, mai, bensì efficiente, ostinato, neutro. Idiota, dici, era un idiota. È già trascorso un secolo. No, no, mi dici, non un secolo, molto di più, di più. Sì, rispondo, tutto circola in un certo modo determinato, impreciso, mai letterale, giammai. Stiamo parlando dopo un secolo – più di un secolo –, ci scambiamo serenamente parole cordiali e compassionevoli. Dobbiamo fare attenzione al grido che non ci permettiamo mai, mai, perché potremmo ferirci e spezzarci. Tu non gridi con me né usi espressioni troppo disdegnose, le ometti e lasci che circolino dentro la tua testa. Concentro i miei sforzi nel controllare qualsiasi indizio di rancore per fare parte di questa pace che ci siamo concessi. Ci troviamo in una condizione di pace vicina all’armonia, tu raggomitolato nel letto, con addosso la coperta, gli occhi chiusi o socchiusi, io sulla sedia, a disporre con lentezza e lucidità i numeri che ci sostengono. Una colonna di numeri che riportano la dieta rigorosa a cui siamo sottoposti, un’alimentazione abitudinaria ed efficace che va direttamente a soddisfare la domanda di ciascuno degli organi che ci governano.

Mangiamo in modo assolutamente corretto. Concisi.

Il riso si sposa con il pane, entrambi compiono la loro funzione di fornirci il sonno e il sollievo. Mangiamo pane e riso. Cucino il riso sempre alla stessa maniera. Il riso, la sua forma comune, la cottura necessaria che richiede una relativa concentrazione, cattivo, è cattivo il riso quando risulta stracotto o quasi crudo, i suoi chicchi repellenti che varie volte ti hanno quasi strozzato. Sì, tossisci e i chicchi di riso ti escono dalla bocca per rotolare in modo caotico sulla coperta, espulsi dalla tua gola otturata, soffochi, puoi morire, è dolorosa questa tosse da riso, e la saliva che sputi insieme ai chicchi mi turba. Non voglio guardare la saliva mischiata con il riso, simile a un leggero vomito o a una sostanza acquosa, un miscuglio alimentare impossibile che macchia e si sparge sul letto che occupi, il mio letto.

Fumi e mangi.

Per questo ti strozzi o soffochi o muori. Fumi e mangi con la medesima ansia. In questo secolo preferisco non dirti: non fumare. Rinuncio a dirti: non fumare mentre mangi, o a dirti, piano, piano se non vuoi soffocare, o a dirti, non mangiare perché ti strozzerai, o a dirti, non tossire perché questa tosse mi fa schifo e mi fa schifo la piccola avvisaglia di vomito, o a dirti, che hai, ma che ti succede con il riso, sembri un bambino senza denti o un cane malato. Non dico niente per preservare il languore che questo secolo ci concede, un dono a cui non si può rinunciare, perciò Franco ci serve per attenuare: il suo fascismo. No, dici, era un nazi. D’accordo, d’accordo, ti rispondo. Non è la stessa cosa, mi dici, la confusione concettuale porta con sé conseguenze tragiche, non te ne rendi conto? Tu dici fascista con una leggerezza che dobbiamo riconsiderare. Sì, ti rispondo, ricorrendo a un tono che vuole essere conciliante, a volte mi confondo. Non ti confondi, no, non è questo, è che tu non distingui un fascista da un nazi. Vediamo, mi dici, che cos’era Franco, in quale corrente lo situi, come lo cataloghi, secondo quali parametri potresti classificarlo, qual era la realtà della sua struttura, come si potrebbe stabilire una gerarchia per conteggiare i suoi atti, quali elementi determinano la sua filiazione, qual è stato il paradigma che lo ha mobilitato, le sue politiche, le sue strategie, la burocrazia inestricabile che è riuscito a istituire.

Conserva una correlazione sorprendente con il fascismo, ti dico. Lo fa per la sua volontà velatamente unilaterale, per la precisione iconografica, per la sua solitudine senza il minimo segno di smarrimento. Per la sua morte pragmatica e universale. Per le decorazioni delle sue parate, le truppe, la divisione dei poteri, il tradimento dei suoi collaboratori, la ricerca instancabile di legittimità, per le sue espressioni perverse, per il rictus della sua bocca, per la sua statura rachitica, per le sue strategie e gli errori di comprensione riguardo alla storia, per l’insano attaccamento alla famiglia, l’atteggiamento assurdo di sua moglie e la febbre avida dei suoi figli. Ha avuto figli?, quanti? Non divagare, mi dici, non cercare rifugio nei dettagli. Sì, è vero, dobbiamo essere esatti e integerrimi.

È trascorso più di un secolo, ti rendi conto?, ti dico, un secolo intero e spezzato, mille anni, un’epoca che si conclude quasi senza echi, come se non fosse successo, ti rendi conto? Senza finale ed è già memoria. So che la mia affermazione potrebbe innervosirti o annoiarti per la sua sequela di ovvietà, allora mi alzo dalla sedia, vado in cucina e mentre rimescolo nella pentola sperimento una specie di vertigine, il segnale di un malessere che non arriva a preoccuparmi perché lo addebito al riso, alla moltiplicazione dei chicchi che girano e girano mentre si consolida un frettoloso e confuso riscaldamento. I chicchi saltano, si mischiano, si attaccano, il riso che ci sostiene e ci fortifica. Ne prendo una porzione e la distendo sul piatto. Torno nella stanza e, con un tono di voce eccessivamente euforico, ti avviso che è già l’ora, che devi nutrirti.

Ti allungo il riso, ti sollevi parzialmente, esausto, con una severità che mi preoccupa. Mangi seduto a metà sul letto. Ti osservo distratta di fronte a una cerimonia ormai usuale. Ricordo che, nel secolo che in un certo qual modo ci apparteneva, io ascoltavo meravigliata le tue sentenze riguardo all’atto alimentare. Non avevo pensato alla fame come a un fatto pericoloso che richiedeva una subdola strategia che lo ridimensionasse, finché tu non me lo di- cesti, segnalando che ti sembrava troppo personale, quella fu la formula esatta che utilizzasti. «L’atto di mangiare è personale» e per questo motivo mi chiedesti, con una cautela che non voleva essere lesiva, di non guardarti mentre mangiavi. E aggiungesti, con un tono affabile e di circostanza, che se io avessi persistito ti saresti allontanato, che preferivi restare solo: preferisco starmene da solo, isolato con il cibo. Non mi guardavi mai, è vero, quando io – anche questo mi segnalasti – inghiottivo. Usasti quel termine. Inghiottivo, dicesti, e quanto di insaziabile conteneva quella espressione mi fece disprezzare la parola. Capii che per te la mia maniera di trattare la fame era insopportabile. Che cosa mangiavamo?, mi domando ora, prima del riso, prima di adottare la mania per i chicchi. Avevi, lo so, una certa consolidata avversione per i latticini; il latte e i suoi derivati. Risi mentre tenevi in mano il pezzo di formaggio, stavi esitando, riflettevi sul fatto se fosse appropriato o, magari, se fosse imprescindibile. Rimanevi assorto. Guardavi estasiato o spaventato il pezzo di formaggio che tenevi fra le dita. Le tue dita affusolate, protette dalla finezza delle ossa e delle unghie corte, pulite, e il formaggio e l’istante in cui lo schiacciasti fra le dita e lo perforasti con le unghie. Vedemmo come il formaggio si disfaceva, la sua forma, e tutta la cellula, i nove che la componevano, non potemmo evitare qualche sguardo stupefatto, benché timoroso, impressionati dal tuo modo terribile di stringere.

Niente formaggio, niente latticini.

Potevamo consumare soltanto ciò che era necessario per i nostri fini. Non conveniva, così dicesti, arrendersi al cibo, farne una sede che finiva per nascondere l’impatto della fame. La fame, lo so, per te aveva una funzione. La fame, lo proclamasti, era una condizione che approfondiva il rigore e ci permetteva di svolgere un lavoro preciso e costante. Però mai, mai la sazietà, quella no, assicuravi, perché in quel modo si favoriva una sonnolenza che ci costringeva a posporre l’obiettivo. Odiavi la sonnolenza, preferivi, sia pure nel disagio, la fame. Io stessa dovetti constatarlo, accadde quando mi misi a esaltare gli alimenti, il loro eccesso di grasso. Tu lo odiavi, il grasso, il corpo grasso e il suo luccichio. Un corpo arrotondato da strati di un grasso liquefatto che suscitava quel languore che posticipava l’agilità, l’agilità che esigevi dalla cellula e, se questa non si conformava al tuo desiderio, dovevamo rifarla con altri corpi disponibili, affamati e pieni di energia. Ti guardo nel letto, ti vedo impegnato a scacciare la fame, la prima, quella ovvia che ti invade. Mangi senza censura, in una maniera che non può non sembrarmi fastidiosa. Diresti, se ti rimanesse un residuo di vigore, che la fame non potrebbe mai essere saziata dal riso, perché ti limiti a esaudire una semplice richiesta dell’organismo, del tuo, del tuo particolare organismo, ma non gli concedi il grasso che, a tuo giudizio, è l’unica sostanza che riempie e soddisfa.

Ti capisco.

Quella di Diamela Eltit (Santiago, 1949), cilena di origini palestinesi, è una delle voci più significative e audaci del panorama letterario latinoamericano. Tra le sue opere, Imposta alla carne (Atmosphere 2013), Manodopera (Alessandro Polidoro Editore 2020), Lumpérica (1983), El cuarto mundo (1988), Los vigilantes (1994), Fuerzas especiales (2013) e Sumar (2018).


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“Damiela Eltit, «Mai e poi mai il fuoco»” è stato scritto da davide orecchio e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Chi vuole evitare il passato?

  L’amore non c’entra nulla con questo; l’amore c’entra eccome.   Originariamente pubblicato con il titolo Lose Your Mother. A Journey Along the Atlantic Slave Route (Farrar, Straus and Giroux, New York, 2007), il libro di Saidiya Hartman offre una potente riflessione sull’utilizzo della storia e della memoria per affrontare le questioni della tratta atlantica, della schiavitù e delle sue ricadute sul presente. Oggi Perdi la Madre è finalmente disponibile in italiano, grazie all’impegno della casa editrice indipendente Tamu e all’ottima traduzione di Valeria Gennari, che con cura permette di meglio avvicinarsi ad un testo complesso e, al contempo, necessario. A metà tra il saggio storico e l’autobiografia, nell’incedere dei capitoli Hartman affronta diversi temi rilevanti che rimangono tuttora, o forse ora più che mai, aperti e conflittuali. Tra questi, il nodo della cittadinanza e della giustizia razziale, l’aspetto contraddittorio delle riparazioni e delle petizioni di risarcimento per gli eredi degli schiavi, il legame indissolubile tra il lavoro forzato e l’ascesa delle società capitaliste. Alcune riflessioni vengono riprese nell’introduzione alla nuova edizione della traduttrice e attivista Barbara Ofosu Somuah, capace in poche pagine di declinarli all’interno del movimento globale per le vite nere e nel contesto italiano della realtà vissuta […]

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“Chi vuole evitare il passato?” è stato scritto da Matilde Flamigni e pubblicato su il lavoro culturale.

Nella spirale

di Gianluca D’Andrea

da Primavera

 

  1. CLIMAX

Climax, umore del corpo, periodo climatico. Che è sempre e porta in sé il rischio e il timore della fine. Come l’islandese di Leopardi, definitivamente dilaniato dai leoni o “monumentalizzato” nella stoltezza di base che guida il suo ragionamento (un rimpianto nostalgico che non si rassegna, nonostante ne abbia consapevolizzato l’assunto, all’assenza di un fondamento e, quindi, di un soggetto), ancora l’uomo dell’oggi insiste nel rifuggire la coscienza della fine nell’apparentemente infinita metafisica del consumo.

Non è certo nuovo, anzi è forse il più antico, il pensiero che sia possibile annullare il ciclo del desiderio accordandosi al mondo, universalizzando la tutela e, seguendo ancora Leopardi (il suo “meccanicismo” degli anni ’20), ricordare definitivamente che «gli esistenti esistono perché si esiste» e che «il vero e solo fine della natura è la conservazione della specie»[1]. Ma ciò che più conta è che i climi o, traducendo, gli ecosistemi, non sono tutti accessibili all’uomo. L’uomo non può aver casa ovunque lo spinga il suo desiderio ma può trovarla nel suo ritiro: l’unico vero rifugio è l’accordo col mondo, divenire definitivamente uomonatura.

Da qui la questione del limite, certo non invalicabile, ma da rispettare per necessità di sussistenza, contro l’hybris perpetua del desiderio. Scopriamo così un nuovo legame tra religione e scienza: la vera colpa è non voler riconoscere il limite del nostro abitare e, quindi, la corrispondente pienezza nell’accordo tra abitante e abitazione. Habitat che è anche habitus.

Si potrebbe giudicare “conservatore” l’atteggiamento di Leopardi, e quasi utopico, ma è proprio il suo disincanto a suggerire che non può esserci rapporto tra stato di natura e progresso – tra caldo (natura) da una parte e freddo (islandese) dall’altra. È la diversa consapevolezza dell’arrembante senso della fine (climatica, se si vuole) a riportarci al suo stesso esito: l’unico atto di “eroismo” plausibile nella nostra epoca è continuare a vivere, realizzando il contatto pieno con ciò in cui ci troviamo.

Adattamento per ora. Ora dell’adattamento:

«Un eroe! O semplicemente vivere. Metodo, Metodo, che vuoi da me? Sai bene che ho mangiato il frutto dell’incoscienza! Sai bene che sono io che annuncio la nuova legge al nato di Donna, e che sto soppiantando l’Imperativo Categorico per instaurare in sua vece l’Imperativo Climaterico!…»

(J. Laforgue, Moralità leggendarie)

  1. APPELLO AI PIEDI

L’adattamento è sempre il sorgere del sole in cammino. Mi appello ai piedi, al continuo movimento che non conosce compromessi, semplicemente s’immerge passo dopo passo.

Eppure questi sono giorni di protesta e sdegno, perché la bestialità della vita sociale, coatta, del collettivo che non è comune, porta a discriminare e circoscrivere frammenti di mondo: separati, bloccati nel loro habitus che non riesce a trasformarsi in habitat, non abbatte i suoi confini.

«Camminavamo dal sorger del sole, stavamo diventando neri».

(A. Carson, Antropologia dell’acqua)

Diventare. Movimento che trasforma e adegua i passi a un terreno sempre nuovo. Non è solo passeggiare, andare a una meta. L’unica meta, sempre provvisoria, è nera e brucia l’essere nella necessità, essere del tutto nero è la fine di un cammino che non può arrestarsi – ormai il mio corpo, non solo le mani, si muove anche mentre scrivo, mentre sono sdraiato e perduto per sempre nel tempo, nel mio sbiancamento che non posso non vivere come una colpa.

Il bianco non ha importanza, è estinto, conta solo il raggiungimento del nero, la superficie terrea che attraverso:

«ed ebbi la sensazione che questa fosse l’epoca eroica, sebbene nessuno di noi ne sia consapevole, essendo l’eroe generalmente il più semplice e il più oscuro degli uomini».

(H. D. Thoreau, Camminare)

*

da Estate

 

  1. NELLE PROFONDITÀ III

Nelle notti estive spiccava, come il brivido suscitato da un suono inaspettato, come un tentacolo abbarbicato alla pelle unta dal calore, l’urlo cantilenante della sirena. Ed era con quel sottofondo che cercavamo le nostre storie. Storie escrementizie, espulsive, perché solo attraverso il rifiuto raggiungevamo l’accoglienza, divaricando il sentiero dell’intimità. O, quantomeno, riuscivamo ad attraversare una minuscola radura ospitale, un assaggio di libertà.

Eravamo all’interno, nella radura, tra ciuffi d’erba sporadici e sterpi spuntavano isolate o a grappoli le piccole sfere. La merda di capra stimolava fantasie manipolatorie. Noi dovevamo riprendere fiato e il cammino, presto, non potevamo attendere che ci raggiungesse la sera. Così, dopo aver sputato schegge di saliva e la nostra inerzia, ricominciammo la discesa.

La terra sembrava svanire mentre l’attraversavamo, la sua consistenza manifestava il passaggio di dei sgretolati, la loro capacità di estinguersi e riapparire sotto altre forme. L’aria s’ispessiva in blocchi grigi sparpagliati tra le pareti cavernose. Un mare aperto tra le crepe fiammeggiava, come aprendo ricordi di cui non riuscivo a focalizzare i contorni. Rimaneva un amalgama di strade, riuscii a distinguerne alcune poco prima di essere sommerso. Scandivo i cerchi concentrici della scomparsa mentre mi abbracciava l’atmosfera mutevole del profondo.

Odore di cadavere e pino marittimo, merda di cane e appropriazione. Un senso di abbandono nella vita pulsante. Bastava attraversare un sentiero collaterale, un bivio imprevisto, per entrare nel mistero. La chioma alta e frusciante di un platano orientale e la sua solitudine d’ombra. L’oscurità in piena luce rimarcata dall’immobilità dei corpi. L’inerzia eterna e l’attesa come unici paradigmi d’azione, di ogni azione compiuta per raggiungere un’ulteriore stasi, assoluta, il marmo, la pietra. Le pose dei corpi distesi apparentemente all’erta o come in gabbia, nel movimento minimo che preannunciava fughe o agguati, bestie che sbranano per poi ritornare nell’inerzia. Corpi plastici e statue.

L’avvento di altre intelligenze, non umane, si faceva spazio in quel paesaggio di crepacci e ricordi. La polvere e la sabbia ricoprivano porzioni di corpo. Esseri maculati che s’introducevano fuori dal confine, con un’ostinazione annaspante e animalesca. Scendevamo senza un’idea precisa del dopo, fuggivamo il buio, l’estensione dell’ombra. Così assistemmo al parto. La porzione luminescente e viscosa della placenta sulla terra, il sudore e gli occhi, i nostri e delle bestie, s’incrociarono fino a consumare gli sguardi, fissando l’immagine nella retina, tanto in profondo da trasfigurarla in racconto. Il mito dell’alieno che muove i primi passi sul pianeta, tra ciottoli e merda, tra allori ed euforbie, ginestre e zammari. La tribù dava nomi per fissare la scena, narrava la sopravvivenza della specie, rimescolava l’esistente rendendolo lastra, strato, lamella, fossile.

I primi passi vivono nell’estinzione, la scoperta ci bloccò fino a farci indietreggiare, era tutto finito, oltre, era già un ritorno tra ciuffi sparuti di muschio riarso e bulbi acquosi.

*

da Autunno

 

  1. PER ECCESSIVA MATURAZIONE

A settembre l’aria è ancora greve, il mondo pare appesantirsi e corrugarsi in meandri pastosi. Sotto il cielo e la terra, cunicoli, labirinti di vasi cribrosi attraversati da masse di cimici e cocciniglie. Il pesciolino d’argento fluttua nei recessi della dimora zuccherina, il suo paradiso sinantropico ricco di amidi, la sua Hänsel und Gretel Haus. E così, «per decadimento, per eccessiva maturazione, per marciume»[2], per enfiagione prende avvio la fine. Siamo dentro l’origine della decadenza. Ogni esordio, per quanto appariscente, presenta sempre «un mondo che casca a pezzi senza saperlo»[3], così anche l’autunno incipiente con i suoi calori tardivi e troppo umani mascherava un benessere apparente, mentre a incombere era qualcosa di inimmaginabile.

Entrare e uscire di casa, camminare tra le vie lineari e i parchi, tra filari di tigli e platani, immersi nei residui d’ombra di pioppi e ippocastani, così passavano i giorni, sgranati come grappoli in attesa di una consumazione definitiva. E invece sempre temporanea, rigenerabile come la forma delle nubi prima di ogni catastrofe, come la piega del lenzuolo al mattino dopo una notte condizionata da incubi e posture inadeguate. La sorte e galassie immaginate ci rendevano estranei a noi stessi nei passi consueti, nelle abitudini che producevano erosioni primarie, abrasioni della terra, assenze senza affanno, dimore senza storia, sonnolenze suburbane, pace di pianura e fermentazione di palude.

Così trascorrevano le ore, le nostre piccole paure e l’urgenza di sapere dove saremmo finiti e, nonostante tutto, continuare a lavorare fino alla consumazione.

  1. E LA GRAN FATICA

La nostra casa si regge su mura sempre più fredde. E sotto il suo tetto di polvere dormono esseri investiti dai venti della mezzanotte. La nostra casa pare spegnersi sotto nubi di contagio e la proibizione e la giacenza di un misero autunno. E la gran fatica in questi giorni che obliano la terra, la gran fatica delle parole. Autunno. La stanchezza del rosso e del giallo che bruciano aceri, faggi, castagni e larici tra vette spaventose e viali morti e mille volti e boschi inceneriti e tarsi piumati che annunciano la caccia fatale, rapace. In questo «ammassamento cremoso»[4] di carcasse marcescenti e accatastate o sfrattagliate nell’umidore buio, mentre i corpi dormono avvolti nell’aria vaporosa della mezzanotte, ecco grandi ombre squagliarsi sulla superficie delle strade, risalire le pareti di palazzi e cascine, divorare la città-carogna. Ombra-aquila che si abbatte sui boschi neri, sulle tangenziali filiformi notte dopo notte, dalle vette fredde giù nelle paludi, nei focolai d’infezione e odori tristi. Catabasi tra gas e pestilenza, la tundra urbana che emana «fragranza di Persefone»[5] e che chiude definitivamente l’estate, tappezzando l’asfalto. La luce si fa blu e verde e mastica il senso dell’emisfero, dell’occasione, della fine. E albeggia. Mentre i corpi fluttuano, sono forme luminose rallentate, screen saver del mondo e l’attesa è una fatalità che si muove in cerchio, attivando un percorso capovolto fino allo zenit dell’illusione originaria. Le foglie sverdiscono, la luce si fa blu fino a confondersi con la fine del cielo, è in arrivo una maniera diversa, un approccio imprescrittibile che odora di scomparsa e tristezza, di un mondo che pareva insostituibile.

È in arrivo il bianco incolore, il neutrale, il rosso:

fumo nel fumo
buio d’animale
porta di sangue
grido siderale

(V. Bonito, La bambina bianca)

*

da Inverno

 

  1. IL FALSO VUOTO

Il vento crudo investe la materia,
la crosta assorbe la luce e s’inseria
in pianeti molteplici e poi varia

la veste bruna che indorata interra
il falso vuoto e un pieno dissotterra
di residui. Scintilla, e tutta l’aria

è un segreto di munnizza scordata,
un’alba dolce astrale abbandonata.

  1. IL VIAGGIO – LA FINE

Lo spillo fossile riluce
lo spazio dispregia e non c’è
‘namoranza disiosa[6] che
rintracci pietà nella luce.
Di quello che fu del passato
che si ripresenti in futuro
l’amore duro,
amerò come mäi è stato amato

lo specchio del verde che scuce
lo spettro arboreo inflorescente,
il braccio di roccia che pende
cadendo in sabbia bianca e duci.
Amore da orgoglio umiliato
nell’umile passo misuro
il gioco puro
che baia in grotta e in bosco ha trasformato.

La gola di ghiaia conduce
ai fronti glaciali e la terra
discende sciobbata[7] alla pietra.
La lingua s’incava e disluce
nell’antro lo sguardo sfocato
e il freddo che rende insicuro
il passo, è un muro
l’abisso blu che scinni ‘nturcigghiatu[8].

E scende e scende in controluce
il mondo si riversa e accende
il ramo invisibile che
si espande da nuova radice.
Una voce, un soffio attutito,
un ciatu chi manna caluri,
comu l’amuri[9]
tocca le mani, dito contro dito.

Intanto il disamore sfocia
nell’iniziale caos che indentra
il fuori in fredde tane, in ventri
monchi e usciati, chi fannu bbuci[10],
in strati e giri, un nuovo attrito
infinito, ulcerato, duro
come il futuro
senza comfort, dal buio rivestito.

E incendiato in cenere inficia
l’abbraccio dû cielu, dâ stidda
cû munnu e gioca a mmucciatedda[11]
negli angoli e ammanchi la specie.
La specie assente assiderata
che manca d’anima e d’amuri.
Senza caluri
‘namoranza disïosa è pidduta[12].

  1. NUOVO MONDO

Con le mani non libere stanotte
dormiremo in altre sfere di mare.
In acqua scende pende oscilla l’aria,
tra porti e sbarchi muta le stagioni.
Voi, scampati, considerate il ghiaccio
e in stelle immergerete il desiderio.

Forse è un’ultima luce il desiderio
che nuovi dei scandagliando la notte
scopriranno sotto crepe di ghiaccio.
La terra è vostra, correte altro mare
naufraghi carezzati da stagioni
inedite, diverse come l’aria

che respirate. Sempre nuova è l’aria
se a commuovere dentro è il desiderio
inestinto del fuori. Le stagioni
si scambiano alternando giorno e notte
anche se l’onda ormai stinta del mare
si dilata da macerie di ghiaccio.

Quando la stanca materia nel ghiaccio
al risveglio cambierà ancora l’aria
sciogliendo il cuore nel cuore del mare
venefico, nascerà il desiderio
e un vento nuovo nel cielo la notte
ravviverà le alterate stagioni.

Così l’uomo si adatta alle stagioni,
come un respiro profondo sul ghiaccio
che avvolgendo il mattino nella notte
trasforma di anno in anno terra e aria.
Il suo passaggio è puro desiderio,
i suoi passi una scintilla di mare.

Come gocce in sospensione sul mare
sono già i nostri giorni e le stagioni
saranno nel futuro il desiderio
di nuove albe, nel cuore di ghiaccio
della terra, fin quando fiato e aria
si scomporranno nell’eterna notte.

Intanto questa notte è desiderio
d’aria e respiro, protesta del ghiaccio
alle stagioni in cerca d’altro mare.

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[1] G. Leopardi, Zibaldone, 4169.

[2] J. Didion, A Sud e a Ovest – Pagine da un diario.

[3] B. Traven, La nave morta.

[4] S. D’Arrigo, Horcynus Orca.

[5] W. Stevens, Cose d’agosto.

[6] Cfr. Giacomo da Lentini, La ‘namoranza disïosa.

[7] Accecata.

[8] Scende attorcigliato.

[9] Fiato che manda calore, / come l’amore.

[10] Molli e gonfi, che urlano.

[11] Del cielo, della stella / col mondo e gioca a nascondino.

[12] Perduta.

 

Testi tratti da: Nella spirale. (Stagioni di una catastrofe), Industria e Letteratura, 2021.


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“Nella spirale” è stato scritto da francesca matteoni e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Le geografie critiche di Artsforthecommons

A4C – ArtsForTheCommons: visualizzare la complessità del vivente, per una decolonizzazione della geografia. “I am not proposing a return to the Stone Age. My intent is not reactionary, not even conservative, but simply subversive. It seems that the utopian imagination is trapped, like capitalism and industrialism and the human population, in a one-way future consisting only of growth. All I’m trying to do is figure out how to put a pig on the tracks” – Ursula K. Le Guin A4C – ArtsForTheCommons è una piattaforma collaborativa che intende riunire artisti e attivisti su temi legati alle migrazioni, ai confini, alla giustizia ecologica e all’estrattivismo. Fondata dall’artista e attivista ecuadoriana Rosa Jijón, e dall’attivista e ricercatore italiano Francesco Martone ha iniziato le sue attività concentrandosi sulla mobilità umana, le cartografie mediterranee e le narrazioni decoloniali, con installazioni e performance a Roma, Quito e Slovenia [1]. Nel 2019 A4C ha pubblicato un libro su migrazioni e arti contemporanee per la casa editrice italiana ManifestoLibri, dal titolo “Dreamland, i confini dell’immaginario”[2]. Il libro è stato poi presentato in varie occasioni con la partecipazione di accademici, critici d’arte, curatori, artisti e attivisti sui diritti dei migranti, tra cui i capitani di Open Arms e […]

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“Le geografie critiche di Artsforthecommons” è stato scritto da Rosa Jijon e Francesco Martone e pubblicato su il lavoro culturale.

L’eterno presente della gnosi

di Adriano Ercolani

 

Paolo Riberi si è imposto negli ultimi anni come uno dei più attenti studiosi su quel vasto, contraddittorio e abissale orizzonte spirituale che convenzionalmente indichiamo come gnosi.

In particolare, Riberi non si limita a una fedele ricostruzione storica del fenomeno culturale, ma soprattutto (e in questo risiede l’aspetto più interessante dei suoi contributi) sottolinea la grande influenza della speculazione gnostica sulla cultura contemporanea.

Negli ultimi mesi sono usciti due testi di Riberi, entrambi degni di attenzione per coloro che vogliono approfondire questo ambito di studio simbolico e ricerca spirituale: Abraxas. La magia del tamburo, a quattro mani di Igor Caputo, per Mimesis, che affronta la figura del dio cosmico nelle diverse cosmogonie sciamaniche, platoniche e gnostiche; Il serpente e la croce, per Lindau, che, come accennato, oltre a restituire in maniera dotta e stimolante la frastagliata evoluzione delle dottrine gnostiche (distinguendo tra le quattro vie principali: persiana, egizia, greca e giudaica), si concentra sulla grande influenza esercitata nella cultura moderna e contemporanea, da Pico della Mirandola e Marsilio Ficino fino a Leonard Cohen  e Philip K.Dick passando per l’inevitabile colosso Blake.

Gli spunti di riflessione sono innumerevoli, i percorsi di approfondimento molteplici.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

Nella nostra precedente conversazione (https://www.minimaetmoralia.it/wp/libri/la-rinascita-gnostica-matrix-twin-peaks-conversazione-paolo-riberi/), relativa a un tuo libro precedente, parlavamo di “rinascita gnostica”. Nel frattempo ci sono stati ulteriori segnali in quella direzione?

Direi proprio di sì. Per brevità mi limiterò al mondo del cinema, ma la risposta ben si applica anche alla musica, al fumetto, alla narrativa e alla cultura pop in genere. Dopo la grande stagione del cinema gnostico di fine millennio, con Matrix (1999), Dark City (1998), The Truman Show (1998), Fight Club (1999), Existenz (1999) e il successivo Donnie Darko (2001), negli ultimi anni stiamo assistendo a una forte rinascita di questi temi, tanto sul grande quanto sul piccolo schermo. A provocare questo ritorno di fiamma è la riemersione di “ansie antiche” nella coscienza collettiva del mondo occidentale. Viviamo in un mondo virtuale? C’è una forza invisibile e malevola che tira i fili della nostra esistenza? Siamo forse prigionieri a nostra insaputa? Sono domande che risalgono agli antichi vangeli gnostici ritrovati a Nag Hammadi, ma che continuano a scuotere l’umanità anche a due millenni di distanza. Nel mio scorso libro, Pillola Rossa o Loggia Nera? (Edizioni Lindau, 2017), evidenziavo il caso di due serie tv – Westworld e Twin Peaks 3 – che trasponevano puntualmente passo passo l’intera mitologia degli gnostici in chiave fantascientifica. Da allora, il processo di “traduzione contemporanea” dei vangeli apocrifi si è arricchito di tantissimi nuovi spunti: penso alle serie tv The OA, Dark, Altered Carbon, Devs, Sense8 e al film Ready Player One di Steven Spielberg. E non solo: senza dubbio nuova linfa arriverà a inizio 2022 con Matrix: Resurrection, ad esempio…

Come definiresti a un profano la figura di Abraxas?

Nella mitologia gnostica esposta nei vangeli apocrifi, Abraxas è un viaggiatore cosmico, un emissario divino che mette in contatto il regno celeste con quello terreno. In uno degli scritti di Nag Hammadi, l’Apocalisse di Adamo, Abraxas è l’unica entità spirituale che riesce ad attraversare i vari strati celesti intermedi – ottenebrati da fumo e zolfo – e a condurre in salvo nel regno divino gli uomini giusti perseguitati dalle forze del male sulla terra. A ribadire questa sua natura di “ponte tra i due mondi” è la sua stessa iconografia, attestata in decine di gemme magiche ritrovate in tutto il bacino del Mediterraneo: Abraxas era sempre raffigurato con la testa di uccello celeste (o di leone, animale solare per eccellenza) e le gambe serpentine, simbolo del mondo sotterraneo. Nella mano reggeva quello che molti storici hanno anacronisticamente identificato come uno scudo tondo: nel mio ultimo saggio, Abraxas: la magia del tamburo (Mimesis Editore, 2021), scritto a quattro mani con Igor Caputo, sostengo si tratti piuttosto di un tamburo sciamanico, un oggetto magico che in antichità rappresentava la “rottura di livello”, ossia l’attraversamento del confine tra due mondi.

Che relazione c’è tra sciamanesimo e gnosi?

Io e l’amico Igor Caputo abbiamo indagato a fondo questa connessione, apparentemente bizzarra, che come detto sta alla base della nostra interpretazione del culto gnostico di Abraxas. Gli antichi sciamani dell’Asia centrale praticavano ritualmente la “navigazione cosmica” attraverso il suono del tamburo, la meditazione e l’esposizione acustica dell’individuo a particolari ritmi e cantilene ripetuti ossessivamente con la medesima frequenza: con la trance, l’uomo lasciava questo mondo ed entrava in contatto con il regno ultraterreno. Il tamburo, la meditazione e determinate cantilene, quale il suono cosmico “IAO”, rivestono la medesima funzione anche nei vangeli apocrifi, originando la cosiddetta “magia gnostica” di cui parla anche il filosofo Plotino nelle Enneadi. Il veicolo che mise in contatto queste due esperienze magico-religiose apparentemente così lontane fu l’impero persiano, che dominò sulla Palestina per vari secoli, dalla caduta di Babilonia alla campagna militare di Alessandro Magno: ai margini del culto zoroastriano ufficiale, nell’impero sopravvissero a lungo pratiche sciamaniche di vario genere, come ci testimoniano varie fonti antiche (talora interne alla stessa Avesta, libro sacro della religione iranica). Lo stesso Abraxas ha un antecedente persiano nel dio Zurwan.

E tra la tradizione misterica greca e i culti gnostici?

Ancora una volta, uno dei fili conduttori è il dio Abraxas. Una figura analoga era presente nell’antica tradizione misterica greca legata alla figura di Orfeo, il mitico cantore disceso agli inferi per liberare l’amata Euridice dalla stretta della morte. In questo filone del mito greco, il mondo terreno avrebbe avuto origine dalla rottura dell’uovo cosmico e dall’azione ordinatrice del bambino Phanes, spesso rappresentato con i tratti di leone e di serpente fedelmente riprodotti dalle gemme gnostiche. A confermare il parallelismo, anche Abraxas veniva sempre rappresentato all’interno dell’uovo cosmico. Il legame tra le due tradizioni religiose è molto forte: del resto, lo gnosticismo nasce proprio dall’incontro tra mondo greco e mondo giudaico, arricchiti dall’influenza persiana. Si tratta di un incontro di culture unico del suo genere, che ci testimonia quanto le idee circolassero velocemente nella tarda antichità. Nella già citata Apocalisse di Adamo, addirittura, la nascita di Gesù Cristo viene paragonata a quella del dio Dioniso, figura centrale nella tradizione misterica greca.

Perché i Catari sono stati perseguitati e massacrati?

I Catari medievali – come spiego nel mio nuovo libro Il serpente e la croce. Duemila anni di gnosi: dai vangeli apocrifi ai catari, da Faust ai supereroi (Lindau Editore, 2021) – erano eredi dell’antico gnosticismo, un pensiero filosofico-religioso che già nei primi secoli dopo Cristo aveva posto una dura sfida alla nascente Chiesa cristiana, rivendicando di essere depositario di un insegnamento segreto impartito da Gesù stesso. Al tempo delle crociate, il catarismo era giunto in Provenza e in Linguadoca dall’Europa orientale, dove i pauliciani prima e i bogomili poi avevano mantenuto in vita questa antichissima tradizione esoterica. Proprio come gli gnostici, anche i Catari sostenevano che l’umanità fosse intrappolata a sua insaputa in un reame infernale, governato da un tiranno diabolico: Yahweh, il falso dio dell’Antico Testamento. Proprio come gli gnostici, i catari rivendicavano un ruolo attivo per la donna nel rito sacro, ripudiavano ogni rapporto con il mondo materiale e ritenevano che Gesù non fosse affatto il Figlio di Yahweh, bensì il suo acerrimo nemico. Così facendo i Catari riscrivevano completamente le dottrine della Chiesa cattolica, ravvivando nel cuore dell’Europa medievale un conflitto che i cristiani credevano di aver già vinto un millennio prima: a un tratto – con la fondazione di quattro diocesi ad Albi, Carcassonne, Tolosa e Aran e una quinta in Lombardia – sembrò che la nascita di una Chiesa gnostica parallela a quella romana fosse imminente! Come se non bastasse, a ciò si aggiunsero gli interessi politici ed economici della Francia del Nord, che bramava da tempo di sottomettere le ricche signorie occitane che avevano accolto la religione catara.

Quanta gnosi c’è nel Faust di Marlowe?

Il mito cinquecentesco di Faust – umanista dedito a ogni tipo di pratica esoterica che stringe un patto con il Diavolo – nacque come un’evidente deformazione caricaturale di matrice cattolica degli intellettuali del Rinascimento, dediti da oltre un secolo alla riscoperta degli antichi manoscritti gnostici ed ermetici. “Faustus” era il soprannome latino del profeta gnostico del primo secolo Simon Mago, morto a Roma dopo aver messo alla prova San Pietro al cospetto dell’imperatore Nerone: allo stesso modo, l’uomo rinascimentale che studiava questi manoscritti era un “nuovo Faustus”, destinato a una fine altrettanto ingloriosa. Alla corte della sovrana protestante Elisabetta I, tuttavia, l’autorità della Chiesa romana era flebile: a dominare la scena era invece il mago e umanista John Dee, grande cultore della gnosi ermetica. Il giovane Marlowe, affascinato dalla sua figura, scrisse un adattamento teatrale in cui rovesciava completamente il mito di Faust e trasformava questo personaggio caricaturale in un eroe tragico, teso spasmodicamente verso la conquista della Conoscenza (in greco, gnosis). Rivalutando Faust, Marlowe rivaluta anche lo gnostico Simon Mago, che il tragediografo dà segno di conoscere molto bene tramite gli scritti dei Padri della Chiesa.

Qual è l’influenza della gnosi sul Rinascimento Italiano?

Nel 1453, dopo la caduta di Bisanzio, tantissimi intellettuali greci fuggirono a Firenze portando con sé ogni tipo di antico manoscritto. L’Occidente riscoprì così un patrimonio culturale smisurato, ma finì per compiere un clamoroso errore di prospettiva: gli scritti gnostici attribuiti a Ermete Trismegisto, composti attorno al II-III secolo dopo Cristo in ambito greco-egizio, vennero considerati più antichi di Platone e della Bibbia. Pertanto lo gnosticismo pagano fu elevato al rango di “precursore del cristianesimo” e venne studiato con passione in ogni corte d’Europa. Inevitabilmente, però, emersero ben presto anche i momenti di conflitto: quando l’umanista Pico della Mirandola cercò di esporre a Roma una sintesi tra Gnosi, Qabbalah ebraica, neoplatonismo e cristianesimo con la sua Oratio de homini dignitate, ad esempio, la Chiesa lo accusò di eresia e fu costretto precipitosamente alla fuga. Analogamente, la scuola gnostico-platonica di Marsilio Ficino sopravvisse a Firenze solo grazie al prestigio politico dei Medici, che si opposero con fermezza ai molti tentativi di censura della Chiesa romana.

E qual è l’influenza della gnosi sul Romanticismo inglese?

A traghettare lo gnosticismo nell’età moderna e nell’Ottocento fu soprattutto il geniale e poliedrico artista e scrittore William Blake, con i suoi visionari Libri profetici. Nel Romanticismo, l’aspirazione gnostica alla Conoscenza esoterica si trasforma in un anelito all’intuizione, alla poesia e all’assoluto, mentre il tetro dominio della materia a cui l’iniziato deve sottrarsi con tutte le proprie forze finisce per coincidere con l’avvento della tecnica, delle macchine e della rivoluzione industriali. In Blake, il malvagio Demiurgo dei vangeli gnostici assume il volto di Urizen, l’antico e crudele sovrano della tecnica, mentre la rivolta dell’uomo contro la sua tirannia è equiparata da Shelley a quella di Prometeo contro Zeus. Nel corso degli ultimi duemila anni, lo gnosticismo ha saputo mutare pelle adeguandosi all’epoca storica e al contesto culturale, pur mantenendo straordinariamente intatta la sua identità di fondo.

In quali figure contemporanee, della musica, del cinema, delle serie tv o del fumetto, trovi una forte componente gnostica?

Come già accennavo all’inizio, l’influenza gnostica sulla cultura pop contemporanea è un fenomeno in continua ascesa, e sono tanti gli artisti che si cimentano nella sistematica traduzione in chiave fantasy o fantascientifica di miti, personaggi, simboli e dottrine dei vangeli apocrifi. Il fruitore è spesso ignaro di questa operazione, che viene però condotta deliberatamente e intenzionalmente dall’autore: emblematici sono, ad esempio, i fumetti di Alan Moore (Swamp Thing, Promethea) e Grant Morrison (Doom Patrol, The Invisibles, Final Crisis) e i romanzi fantascientifici di Philip K. Dick (Blade Runner, The Man in the High Castle, Minority Report, Total Recall, Ubik, Valis). Si tratta di opere seminali, che hanno esercitato una profonda influenza sul cinema e più in generale sulla cultura di massa: da parte loro, questi tre artisti hanno ammesso di essere stati profondamente influenzati dai vangeli apocrifi e dalla loro spiritualità. Altrettanto importante è il ruolo della musica, che ha reso veramente capillare questo processo di “traduzione culturale”: la gnosi, ad esempio, è pressoché onnipresente nella musica metal contemporanea (Black Sabbath, Judas Priest, Blind Guardian), ma spicca con forza anche nelle struggenti canzoni dello straordinario Leonard Cohen, a cui dedico ampio spazio ne Il Serpente e la Croce.

 

 


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“L’eterno presente della gnosi” è stato scritto da Giorgiomaria Cornelio e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Il Nobel a Parisi: “stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri“

 

di Orsola Puecher

 
Questo è il momento degli stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri 1, degli storni, che impegnano l’orizzonte in evoluzioni repentine e complesse, per eclissarsi poi di colpo come a un magico ordine. Così quando d’estate il frinire delle cicale nella controra cessa di colpo, per poi riprendere altrettanto misteriosamente.
 
Gli storni si posano tutti insieme per riposarsi un po’, con un cinguettio assordante, qui, di fianco a casa sulla quercia tricentaria, che ha visto passare nella campagne marchigiane le invise armate napoleoniche e forse anche quelle speranzose di Garibaldi, di certo quelle tedesche in rotta che seminando morte nei casolari requisivano vettovaglie, terrorizzando i poveri mezzadri.
 
Tutto passa, ma loro, gli storni, ogni anno, quando le foglie cominciano a ingiallire e a volteggiare cadendo e le ghiande bombardano il tetto di leggero rotolare, immancabilmente, arrivano, si fermano un poco sulla quercia, per poi volarsene via verso i paesi caldi.
 
Lo studio di Giorgio Parisi sul volo degli storni Starflag: starlings in flight che ha coinvolto ben 5 paesi, Francia, Olanda, Germania, Ungheria, Italia, è per chi pensa che la Fisica e la Scienza in genere siano qualcosa di arido e poco fantasioso, o dedito soltanto ad asserire dogmi inconfutabili.

Da un’intervista di qualche anno fa a Giorgio Parisi su ⇨ La Nuova Sardegna:

Ci si è basati sull’elaborazione di particolari immagini.
Per l’esattezza, immagini stereoscopiche ad alta definizione analizzate con tecniche ispirate ai metodi della fisica statistica.

Quali i risultati?
Ricostruire la posizione tridimensionale dei singoli individui nello stormo. Il che ha consentito di fare una scoperta imprevista, contraria a quanto si pensava finora.

Cioè?
Ogni singolo storno non interagisce con tutti gli altri individui a una certa distanza. Ciascuno tiene sotto controllo un numero fisso di suoi simili, 7-8, indipendentemente da quanto sono lontani: segue insomma un singolo spezzone del volo collettivo.

Come mai?
Forse un ‘trucco” che permette agli uccelli di ricompattarsi molto rapidamente quando ci si deve disperdere a causa di un attacco.

Nel mondo erano mai stati fatti esperimenti del genere in passato?
Solamente con gruppi di 30-40 volatili. Noi abbiamo raccolto e analizzato dati che a volte hanno riguardato persino ottomila uccelli e stormi di oltre tremila esemplari. Significa un cambiamento di proporzioni e di rapporti.

Perché le stesse regole dovrebbero valere per i pesci o i moscerini?
«Una volta costruiti i modelli delle interazioni tra gli storni, bisognerà comprendere se sono applicabili ad altri animali. Ma stiamo ancora vedendo come superare certe difficoltà tecniche: per esempio, dove sistemare le macchine per riprendere i moscerini o come fotografare i pesci.

E per quanto riguarda i comportamenti umani?
Com’è naturale, l’idea di fare analogie e stabilire possibili equivalenze va vista con equilibrio e cautele, magari più come una metafora. La questione, comunque, rimane quella di verificare se tecniche matematiche siano rappresentative di certi atteggiamenti.

In che modo?
Valutando se uomini e donne, in determinati casi, si muovono sulla base del comportamento dei vicini. Significativo potrebbe rivelarsi il trend con il quale i singoli si uniformano a una moda. Ma prima dovremo completare tutte le analisi sugli animali.

  1. “San Martino” Giosuè Carducci, primo Nobel italiano nel 1906.


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“Il Nobel a Parisi: “stormi d’uccelli neri, com’esuli pensieri“” è stato scritto da orsola puecher e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

I poeti appartati: Philippe Denis

 

tre poesie rivisitate

di

Philippe Denis

traduzione Jean-Charles Vegliante

 

Al momento quasi, è registrabile.

Poi si incespica in più parole del

necessario per sgusciare l’istante

che si scioglie nella durata.

 

Siamo entrati nel ribollimento.

 

*

Quando si è sul cammino, non

si vede che si è sul cammino

e,

il cammino non se ne accorge.

Per assicurarmene io torno sui

miei passi.

 

*

 

Checché se ne dica, non sarò io –

cultore di truismi – a promuovere

la parola “avvenire”   sotto una

mano di futuro.

 

Non voglio rendere un riflesso

contabile d’un altro riflesso.

(si cela peut s’appeler quelque chose,

I – versioni di J.-Charles Vegliante apparse

su “Traduzionetradizione” 15, 2018, qui rilette)

 

 

 

             suite incerta

In un acquario troppo vasto per la mia persona,

mi aggrappo all’aria –

all’aria

che conserva un poco del sapore

della mano

che pilota le mie ronde

insieme ficcandovi

tanto per distrarmi

una parvenza

di smarrimento.

 

*

Grave dell’inchiostro

che me la presta – una parola.

 

Scivola sul mio foglio,

mi sorpassa,

apre una via sulla quale improvviso

fiducia

che dicono

per riconoscervisi –

cieca.

 

*

Dietro all’idea che ci si fa dell’inferriata –

l’ermetica rovina,

l’ospitalità

col catenaccio.

 

Gli alberi che tentano

di avventurarsi là

sulla ghiaia furiosa

inciampano.

 

*

 

Il peso del mondo, il peso del libro.

 

Si vezzeggiano le bilance,

si simpatizza

con quanto esiste

et fa luccicare l’equilibrio

che si sottrae

per non dover garantire

– alla meno peggio –

le nostre smancerie.

 

*

Languore intatto – si distrugge il dolce,

commuove la ciliegia

e poiché le cose

valgono meglio

di ciò che valgono,

si sorride

come sanno pressappoco sorridere

i morti.

(pierres d’attente, 2018)

 

 

 

 

 

 


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“I poeti appartati: Philippe Denis” è stato scritto da francesco forlani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.


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