Un tuffo al cuore: Gigi Spina

Tuffo in lungo

di

Gigi Spina

 

 

 

Il tuffo in lungo è una specialità olimpica. Lo praticavano gli dèi dell’Olimpo. Non fu mai ammesso alle Olimpiadi umane. Tranne che nel 1951, che però non era un anno olimpico. E quindi la cosa finì lì.

A differenza del tuffo in basso e del tuffo in alto, che gli umani sanno praticare perché si credono angeli, il tuffo in lungo è tipico del politeismo, che riconosce l’estensione in orizzontale, non la reductio ad Unum, al vertice del triangolo. Non che i Greci non conoscessero il tuffo verticale. Prova ne è la Tomba del Tuffatore conservata a Paestum. Che però è una Tomba, il che crea qualche disagio.

Ma parliamo del 1951, anno in cui un tuffatore umano provò il tuffo in lungo dinanzi all’occhio vigile di una Rolleiflex 6×6, quella di Nino Migliori. Trattandosi di foto, non sappiamo come finì. Cioè, alla domanda: Ma lungo quanto? potrebbe rispondere solo il tuffatore in questione, del quale nessuno ha rivelato il nome.

Però una considerazione va fatta. Dove si svolse il tuffo? A Rimini, città monovocalica. Si potrebbe ipotizzare, allora, che lo stesso tuffo, in presenza di mare o fiume o lago o torrente o canale o rigagnolo o tinozza, potrebbe farsi ad Asmara, Carrara, Malaga, Praga, Este, Brindisi. E aggiungerei: ad Arcavacata.

La città monovocalica, se fornita di acqua, consente di rimanere sulla stessa vocale per più tempo, almeno tre sillabe. Ci si può preparare con città non proprio monovocaliche, ma che contemplino un’estensione trivocalica, per esempio, Macerata. Insomma, ci si può sbizzarrire partendo da Rimini e prendendo una rincorsa felliniana, ma avverto subito che la rincorsa felliniana conduce a una fontana, con un tuffo necessariamente verticale, anche se parte da orizzontale. Insomma, Rimini deve avere qualche cosa in più, che la fotografia nasconde.

Si sa che una fotografia scopre e copre, per così dire: scopre tutto quello che contiene, fino ai dettagli più minuti e insignificanti, che con una lente d’ingrandimento rivelano i loro segreti; copre tutto quello che non comprende: l’extracornice, tutto quello che c’è al di là della e intorno alla foto.

Quello che c’è nello spazio, ma anche nel tempo.

E di fronte a Rimini, nel tempo, c’è l’isola delle Rose, Insula de la Rozoj in esperanto. Ha imparato a conoscerla, in questi ultimi mesi, anche chi, come me, conosce da tempo il vero mare perché è nato in Mediterraneo. E anche perché, finalmente, come per l’extracornice della foto, comincia ad apparire tutto quello che capitò nel 1968, a maggio e dintorni, al di fuori dei cortei.

Di fonte a Rimini, ma oltre le acque territoriali, una distanza che un tuffo-in-lungo olimpico copre senza difficoltà, nel Maggio ‘68 c’era l’isola delle Rose. E se si prendeva lo slancio da Rimini, con piglio monovocalico, ma non felliniano, un olimpico poteva anche arrivare, col tuffo in lungo, fin sulla piattaforma di quell’isola che c’era e non c’era. Poi, di lì, magari, per stanchezza o pigrizia, poteva tuffarsi in verticale. Ma non risulta che nessuno l’abbia mai fatto. Si rimaneva in orizzontale, estesi, liberi e plurali; non verticali e monoteisti.

Il mio alter ego Bute, che ideò quella che chiamiamo Tomba del Tuffatore – anche se fu suo padre, il Maestro, a realizzarla – preferiva il tuffo in lungo. Mi ha raccontato, l’ultima volta che l’ho sentito, di averlo proposto a suo padre: un tuffo che partisse da Paestum e arrivasse, in orizzontale, a Velia, passando per Punta Licosa e per tutte le meravigliose spiagge del Cilento. Un tuffo come quello della sirena Leucosia, ma non motivato da una sconfitta o dalla voglia di annullarsi. No, un tuffo alla ricerca dell’amore perduto, come un nostos diretto verso il futuro. Come quello di Neddy Merrill, un bell’uomo americano che, se non fosse stato per John Cheever, nessuno avrebbe mai conosciuto. Bute dice che somigliava a Burt Lancaster. Forse perché – a volte, le combinazioni … – proprio nell’anno dei cortei, dell’isola delle Rose e della scoperta della Tomba del Tuffatore, insomma l’anno esteso, l’anno orizzontale, Burt Lancaster, alias Neddy Merrill, cominciava a tuffarsi e, in orizzontale, attraversava decine di piscine per tornare a casa.

Non c’era nessuno a fotografarlo, solo un regista a filmarlo. Anche il film, come la foto, scopre e copre. Perché basta un fermo immagine a farlo ridiventare foto. E la storia ricomincia e finisce. In quel fermo immagine.

 Pubblicato nella rivista Focus-in  n°49

 

 

 

 

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“Un tuffo al cuore: Gigi Spina” è stato scritto da francesco forlani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Un gelido dicembre milanese

di Antonella Grandicelli

Un gelido inverno in viale Bligny (Morellini Editore, 2021), è il convincente debutto nella narrativa gialla della scrittrice genovese Arianna Destito Maffeo, che, già conosciuta per la cifra ironica e sensibile dei suoi racconti, trova qui piena maturità espressiva anche nella dimensione del romanzo.
La trama si snoda in un freddo dicembre milanese, ma entrando nel vivo del racconto si ha la netta sensazione che non sia solo questa la stagione a cui l’autrice si riferisce. Perché se è vero che una pioggia grigia e greve o una neve opaca fanno spesso da sfondo alla vicenda, non è solo questo il gelo che pervade le esistenze dei molti personaggi. Più che una stagione climatica, l’inverno citato nel titolo appare più come un tempo dell’anima, in cui tutti si trovano immersi e con cui tutti si trovano a dover fare i conti. A partire dalla protagonista, il vice-questore Andrea De Curtis.
“Si addormentava con l’idea di lasciare la polizia e si svegliava al mattino, in preda all’ossessione di salvare nuove vite o di rendere giustizia alle vittime della malavita.” Controversa, tormentata, difficile da definire e ancor più da fermare in un’immagine nitida, Andrea è una donna con un nome da uomo che è attratta dalle donne; detesta il suo mestiere, che la mette in contatto con il lato oscuro dell’animo umano, ma non ne può fare a meno, perché è proprio quel lato oscuro che lei sente di dover sconfiggere; divide le sue radici tra la passionalità partenopea, che le deriva dal padre, e la durezza nordica, che le deriva dalla madre. Insomma, è un concentrato di contraddizioni e di spinte opposte e contrarie, che la rendono una persona spigolosa, a tratti dura, ma anche intensamente fragile. Il suo nomadismo esistenziale la porta a lasciare una luminosa Liguria, dove il suo talento investigativo ha già avuto modo di lasciare un segno, per spostarsi in una brumosa Milano, approdando in un appartamento anonimo a fianco del famigerato Palazzo Mondo, il civico 42 di viale Bligny, crocevia di storie e destini. Il primo impatto con la città e con il suo nuovo incarico sarà quello con un omicidio intriso di una crudeltà terrificante e nessun indizio a darne conto: Edoardo Solari, gallerista di fama, collezionista di preziose icone russe, trovato morto con la gola squarciata e il volto immerso nel fango. E l’istinto di De Curtis si metterà subito in moto insieme al suo doloroso bisogno di ripulire il mondo dall’orrore del crimine.
Tra i bagliori dorati e il lusso del mondo dell’arte, la fragilità ritorna ad essere la vera protagonista: quella di Edoardo Solari, circondato dal successo e da donne bellissime, eppure angosciato dal suo destino; quella di Sophie Martini, artista di talento, bella e ricca, eppure così insicura; quella di Marco Rovatti, marito di Sophie, attanagliato da una gelosia morbosa e lesiva nei confronti della moglie, incapace di goderne la presenza senza la paura di perderla. L’arte diventa il luogo in cui le loro debolezze si costruiscono un alibi, l’opaco specchio dell’incapacità di vivere.
“La sofferenza ci rende deboli. Il dolore annienta le difese e stravolge i comportamenti, fino a privarci della nostra libertà. Il dolore ci schiaccia e ci distrugge.” Per dipanare un mistero fatto di sangue e perversa sofferenza, Andrea De Curtis dovrà scavare oltre il visibile, dovrà mettere le mani dentro alle oscure profondità dell’anima, riconoscerne i tormenti, le ambiguità che lei stessa a volte si trova a dover combattere. Dovrà trovare il filo che lega tutte quelle fragilità all’affannosa  ricerca di una guarigione dalle proprie ossessioni, che per ognuno passa attraverso una strada diversa e per l’assassino affonda in un cammino di sangue. Un’indagine complessa, una discesa nelle tenebre, una corsa contro il tempo per giungere ad una verità che si rivela sorprendente ed inattesa per tutti.
Così come dipingere un’icona significa “scrivere” una preghiera che conduca ad una guarigione, altrettanto “scrivere” la propria vita è un percorso difficile che anche De Curtis deve affrontare e che è convinta di dover affrontare da sola, come ha sempre vissuto, nascondendosi al calore dei sentimenti, incapace di fidarsi di chi la circonda. Ma la vita nasconde sempre imprevedibili scarti, impensabili deviazioni e quella di Andrea De Curtis non fa eccezione. “A volte succede: si incontra qualcuno per caso, ci si annusa, ti specchi e ci si ritrova nei pensieri dell’altro nelle storie semplici che racconta e si decide che va bene così, che è proprio quello che ti serve in quel momento.” Proprio in quel civico 42 di viale Bligny, in quel mondo variopinto e allegramente instabile che giorno dopo giorno Andrea sta imparando sempre più ad amare, vive Marlene, trans dal passato difficile che lì ha finalmente trovato la felicità nel coraggio di essere se stessa, e che riuscirà a trasmetterle quel calore umano e quel senso puro di amicizia che rendono un luogo degno di essere chiamato casa. E sarà la sua mano tesa ad accompagnarla lungo la strada della guarigione da una solitudine antica e dalle staffilate di un dolore con cui deve imparare a convivere. Per cominciare a sciogliere il gelo di quel lungo inverno dell’anima. “Ma niente nel mondo di Marlene la rattristava. Ogni oggetto, ogni gesto e ogni parola rivelavano qualcosa di lei e irradiavano una luce particolare: quella della dignità della verità.”

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“Un gelido dicembre milanese” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

La poesia di Edgar Allan Poe nella traduzione di Raffaela Fazio “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021)

Trad. di Raffaela Fazio

Postfazione di Leonardo Guzzo

[…] È nel breve saggio Filosofia della composizione, scritto nel 1846, che Poe enuncia le regole fondamentali della sua concezione poetica. La lunghezza, la “sfera d’azione” e il “tono” sono gli elementi costitutivi di ogni poesia fatta ad arte e il “maestro del mistero” ne definisce diligentemente senso e contenuto.
Quanto alla lunghezza, il limite deve essere quello “di una sola seduta”. Una poesia troppo breve rischia di non produrre alcuna “impressione duratura” e di “scadere nell’epigrammatismo”, una poesia troppo lunga (Poe ha in mente in particolare il Paradiso perduto di Milton) disperde necessariamente il suo valore: la capacità di indurre nell’animo di chi legge un “eccitamento” che produce “elevazione”. […] Il fine, la sfera d’azione della poesia è la produzione di Bellezza: non semplicemente la testimonianza della “bellezza che ci sta dinanzi” ma “lo sforzo selvaggio per raggiungere la Bellezza suprema”. […] Come si manifesta, attraverso le parole, questa Bellezza? È questione innanzitutto di “tono”, risponde Poe. Nel Principio poetico si ripromette di utilizzare nelle sue composizioni il tono più “facile”: quello che “la generalità degli uomini userebbe” e che al vero poeta viene naturale. Nella Filosofia della composizione (lo scritto teorico più articolato, pubblicato nel 1846) aveva sostenuto che questo tono deve essere “malinconico”: ogni Bellezza produce nell’animo sensibile una sorta di dolorosa emozione, che la malinconia richiama, richiamando al seguito quella stessa Bellezza che l’ha in origine provocata. […] Quanto alle tecniche per produrre la Bellezza in poesia, Poe riconosce l’efficacia del ritornello, ma ne propone un modello del tutto personale. Il Corvo, la sua poesia più celebre, è il modello di riferimento per dimostrare in concreto la sua concezione. “Natura” breve e “applicazione” varia: una sola parola, “more”, che si ripete in nuances d’atmosfera sempre diversa, accoppiata a “ever”, “never” o “nothing” e predeterminata dall’autore fin dalla qualità della vocale (la “o sonora) e della consonante (la “r” rotonda e tagliente). Il suono, il piede (il trocheo), il metro sono tutti elementi essenziali a Poe per produrre l’effetto suggestivo e drammatico della sua poesia, così come il climax di tensione nei versi, che corrisponde a uno svelamento progressivo dell’argomento profondo della lirica. La preparazione, rimarca Poe, deve essere lunga e accurata, il “denudamento” in sé, invece, rapido e diretto, come l’alzata di un sipario.
In questa sommaria, ma precisa, disquisizione teorica Il Corvo diventa l’emblema del rispetto proficuo delle regole, il risultato capace di soddisfare i palati più semplici e quelli più raffinati, “il gusto popolare e il gusto della critica”.
Il Corvo è ovviamente al centro anche di questa antologia di traduzioni delle poesie di Poe, realizzata da Raffaela Fazio, che si segnala per la completezza e insieme per il lavoro linguistico ambizioso e meticoloso. La traduttrice raccoglie coraggiosamente le sfide sonore e ritmiche dell’autore e ci restituisce, con più fedeltà rispetto alle versioni classiche, il battito, la “partitura” della lingua di Poe: rime, assonanze, la cantilena suadente del verso, un certo tono magniloquente eppure accessibile. L’architettura delle poesie viene più compiutamente alla luce, il tono e il registro emergono con più esattezza. E così l’espressività.
Il Corvo ha una veste nuova, evidente fin dall’incipit:

Mezzanotte era giunta, triste e spenta; io meditavo affranto, a stento,
sopra codici vari e assai rari di un ormai estinto sapere –
appena assopito, la testa greve, udii, inatteso, un colpo lieve,
come fosse qualcuno alla porta, alla porta un lieve grattare.
“Qualcuno” borbottai “è venuto alla stanza a bussare –
Niente più, solo questo, sicuro.”

E più avanti, con grande efficacia:

E io a quello: “Profeta, seppur del maligno! – diavolo o uccello! –
Ti mandi il Tentatore o sia la tempesta a farti qui approdare
su questa landa deserta, incantata, afflitta eppure indomata –
in questa dimora infestata dall’Orrore – ecco io t’imploro –
un balsamo in Gàlaad si può trovare? – dimmelo, t’imploro!”
Il Corvo “Mai più” disse allora.

È, quella di Raffaela Fazio, una sfida ardua per il diverso passo “intrinseco” dell’inglese e dell’italiano; pure è una sfida che produce risultati convincenti, tanto più meritevoli in quanto riguardano spesso poesie minori e poco conosciute. Si pensi a Il lago, Fanny, A Frances S. Osgood. Si pensi alla poesia d’esordio, Gli spiriti dei morti, composta da Poe a diciotto anni: manifesto letterario “di fatto” e suggestiva metafora gotica della memoria, dell’ispirazione, dell’affollato paesaggio interno che abita la mente di ogni creatore.

Fa’ silenzio in tale solitudine
che solitudine non è – perché
gli spiriti dei morti, davanti a te
in vita, ti sono intorno ancora
nella morte – il loro volere
ti avvolgerà intero. Non fiatare.

Su queste basi linguistiche il discorso poetico di Poe si proietta sul lettore nella sua giusta luce. I luoghi ameni e spettrali, le presenze eteree, l’amore e la morte, il fascino e il dramma che racchiudono, la paura di perdere l’oggetto dell’amore e la fatalità di perderlo, il terrore della morte e l’impulso irresistibile verso di essa. […]

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Tre poesie da “Edgar Allan Poe. Nevermore. Poesie di un Altrove a cura di Raffaela Fazio” (Marco Saya Edizioni, 2021)

The Lake

In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide earth a spot
The which I could not love the less –
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.

But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody –
Then – ah then I would awake
To the terror of the lone lake.

Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight –
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define –
Nor Love – although the Love were thine.

Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining –
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.

Il lago

Nel fiore degli anni il caso volle
che un luogo abitassi, tra i mille.
Quel luogo, come amarlo meno?
tanto la solitudine era amena
del lago silvestre ovunque cinto
da nera roccia e pini torreggianti.

Ma quando gettava la Notte
il suo manto là sopra e su tutto,
e, passando, il mistico vento
mormorava un melodico canto –
allora mi destavo nel terrore
del lago remoto, solitario.

Non era una scossa di paura,
piuttosto, un tremulo piacere –
un sentimento che nessun tesoro
mi aiuterebbe o forzerebbe a dire –
neanche l’Amore – anche se tuo, l’Amore.

La Morte era in quell’onda avvelenata
e nel suo gorgo una tomba adeguata
a colui che riusciva là a lenire
il solingo suo fantasticare –
al solitario la cui anima era in grado
di fare un Eden di quel nero lago.

*

Fanny

The dying swan by northern lakes
Sings its wild death song, sweet and clear,
And as the solemn music breaks
O’er hill and glen dissolves in air;
Thus musical thy soft voice came,
Thus trembled on thy tongue my name.

Like sunburst through the ebon cloud,
Which veils the solemn midnight sky,
Piercing cold evening’s sable shroud,
Thus came the first glance of that eye;
But like the adamantine rock,
My spirit met and braved the shock.

Let memory the boy recall
Who laid his heart upon thy shrine,
When far away his footsteps fall,
Think that he deem’d thy charms divine;
A victim on love’s altar slain,
By witching eyes which looked disdain.

Fanny

Tra nordici laghi, il cigno morente
il canto di morte chiaro e dolce intona;
irrompendo, la musica solennemente
su colli e per valli nell’aria già sfuma.
Così giunse il suono della tua voce tenue,
così sulla lingua ti tremò il mio nome.

Simile al sole che in uno sprazzo fora
il nero sudario della fredda sera
dalla nube d’ebano che il cielo vela
notturno e solenne, così il primo bagliore
del tuo occhio a me venne; ma come adamante
il mio spirito resse il colpo all’istante.

La memoria richiami il ragazzo adesso,
che sulla tua ara il suo cuore depose.
Quando lontano sarà ormai il suo passo,
pensa: credé i tuoi incanti divine cose;
sull’altare dell’amore, lui in sacrificio
di occhi sdegnosi, del loro sortilegio.

*

Spirits of the Dead

I.
Thy soul shall find itself alone
’Mid dark thoughts of the grey tomb-stone –
Not one, of all the crowd, to pry
Into thine hour of secrecy:

II.
Be silent in that solitude,
Which is not loneliness – for then
The spirits of the dead, who stood
In life before thee, are again
In death around thee – and their will
Shall overshadow thee: be still.

III.
The night – tho’ clear – shall frown –
And the stars shall not look down
From their high thrones in the Heaven
With light like hope to mortals given –
But their red orbs, without beam,
To thy weariness shall seem
As a burning and a fever
Which would cling to thee for ever.

IV.
Now are thoughts thou shalt not banish –
Now are visions ne’er to vanish –
From thy spirit shall they pass
No more – like dew-drop from the grass.

V.
The breeze – the breath of God – is still –
And the mist upon the hill
Shadowy – shadowy – yet unbroken,
Is a symbol and a token –
How it hangs upon the trees,
A mystery of mysteries!

Gli spiriti dei morti

I.
La tua anima saprà di esser sola
tra bui pensieri di una grigia stele –
In tanta folla, nessuno là a spiare
quel tuo tempo, la tua segreta ora.

II.
Fa’ silenzio in tale solitudine
che solitudine non è – perché
gli spiriti dei morti, davanti a te
in vita, ti sono intorno ancora
nella morte – il loro volere
ti avvolgerà intero. Non fiatare.

III.
La notte – seppur tersa, senza velo –
si acciglierà; dagli alti troni in cielo
le stelle non guarderanno in basso
con luce offerta ai mortali come fosse
speranza – Le loro orbite arrossate,
senza raggi, parranno a te affaticato
vivo bruciore, febbre scottante,
che su te avrà ormai presa incessante.

IV.
Allora, i pensieri che tu non bandirai
e le visioni che non morranno mai –
non prenderanno dal tuo spirito congedo –
come dall’erba la goccia di rugiada.

V.
Ferma è la brezza – il respiro divino –
la nebbia è fumosa sulla collina,
fumosa ma intatta, senza cesura
è un simbolo, un segno che perdura –
Come incombe sospesa sulle fronde,
mistero tra i misteri più profondi!

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“La poesia di Edgar Allan Poe nella traduzione di Raffaela Fazio “Nevermore. Poesie di un Altrove” (Marco Saya Edizioni, 2021)” è stato scritto da daniele ventre e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Nota di lettura su “Unità stratigrafiche” di Laura Liberale, Arcipelago Itaca, 2020.

    di Carlo Giacobbi
 
    Unità stratigrafiche è opera avente ad oggetto ciò che Jaspers definisce la <<situazione limite>> dell’esistenza: id est, la morte.
 
    Le liriche che compongono la raccolta, e in senso figurato ogni pagina in cui si stratifica l’indagine empirico-scientifica della Nostra attorno al referente tematico,  sembrano integrare, come enunciato nel titolo, le <<unità>> fattuali che danno corpo al discorso poetico; gli strati appunto, i sedimenti antropici dai quali inferire elementi conoscitivi di ordine antropologico sull’evento terminativo dell’esperienza umana.
    
    Il macrotesto, a struttura quadripartita, si specifica nelle sezioni della Tanatoestetica, de I mezzi, dell’Animal-animot-animort, del Fuori sezione, rispettivamente concernenti: l’estetica dei defunti (la loro presentabilità alla veglia funebre); i medium (gli strumenti di connessione tra vivi e trapassati); il ripensamento d’una maggiore dignitas da riconoscere all’animalità (non umana); la presenza e la cura d’una madre nei confronti del figlio in hora mortis.
    
    La morte, dunque. E la si pronunci questa parola, se ne indaghi anzitutto il significato letterale-biologico, se ne prenda atto: questo pare essere l’invito del dettato poetico dell’autrice, il motivo della sua ars scribendi.
    
    La Liberale, infatti, rifugge da ogni forma di esorcismo o rimozione del fatto estintivo; non tacita la questione in termini epicurei o lucreziani o wittgensteiniani, per i quali, nell’ordine sopra indicato, <<quando ci siamo noi, la morte non c’è>> (cfr. Lettera a Meceneo, 125); <<(la morte è) un nulla per noi, e non ci tocca per nulla>> (cfr. De rerum natura, III); <<la morte non è un evento della vita: non si vive la morte>> (cfr. Tractatus, 6.4311).
    
    Gli approcci sopra esposti, che tradiscono l’esigenza umana di anestetizzare un pur legittimo timor mortis, non sono certo quelli della poetessa, la quale, anzi, si pone face to face con l’oggetto indagato, lo esibisce tel quel, come risulta dalla descrizione del corpo esanime della <<signora S.>> – di cui alla lirica d’esordio (cfr. p. 9) – che si appresta <<a cedere a colliquare>>.
    
    Il fatto ultimo dell’esistenza sembra assunto, nell’intentio poetica di Laura Liberale, nell’accezione heideggeriana del cd. Sein-zum-Tode (<<l’essere-per-la-morte>>, cfr. Heidegger, Essere e tempo), quale momento, cioè, di auto-consapevolezza della finitudine del singolo, l’esistenza del quale diviene autentica nella misura in cui riconosca nella morte un fatto proprio (<<Io muoio>>, cfr. ibidem) e non già un accidente impersonale o cosa d’altri (<<Si muore>>, cfr. ibidem). <<I morti vivono>>: così il verso n. 2 di pag. 42; ma si potrebbero invertire i termini: i vivi muoiono o per dirla con Ungaretti <<La morte / si sconta / vivendo>>.
    
    In relazione al livello stilistico, potremmo ascrivere i versi della Nostra, così essenziali ed asciutti, a certa poesia in re della Linea Lombarda, ove le “cose” della quotidianità – tra le quali evidentemente anche la morte – si fanno oggetto d’una poetica anti-eroica ed anti-retorica, libera dai simbolismi dell’ermetismo e vocata ad una narratività funzionale ad un più immediato rapporto tra il poeta e la realtà.
    
    Il linguaggio utilizzato dalla Liberale – fatte salve alcune eccezioni –  è infatti più denotativo che connotativo, come si legge nel testo d’esordio di p. 9: <<alla signora S. hanno aperto gli occhi per mostrarceli>> o in quello di p. 40: <<il ragazzo lo hai visto morire all’incrocio>>.
    
    L’uso della parola poetica è dunque nella specie più letterale che allusivo (cfr. p. 62, <<essere due corpi / uno che abbraccia l’altro che muore>>), scevro da specifici apparati figurali, tanto che il textus si presenta a struttura prosastica, caratterizzato da criteri di tendenziale coesione sintattica, nonché da una descrittività incline a rendere la pronuncia maggiormente accessibile, pur restando a pieno titolo nell’ambito di quella forma superiore del dire che è lo specifico della scrittura poetica.
    
    All’omogeneità tematica che caratterizza la silloge, la Liberale giustappone un pluralismo formale che oscilla da versificazioni “orizzontali” a verso libero (cfr. p. 9 e ss.) di matrice biblico-whitmaniana, fino alla forma chiusa e “verticale” del sonetto (cfr. p. 63), così operando una mescolanza metrico-strofica singolare, nonché esibendo una non comune padronanza di stili compositivi che includono l’intertestualità del pastiche o collage dalle ricorrenze anaforiche (cfr. p. 42, cinguettii), fino all’uso d’una diffusa narratività che a livello tipografico occupa l’intero rigo di scrittura ed omette gli a capo tipici della tradizione poetica (cfr. p. 35; p. 37). Poesia in re, s’è detto. Ma anche ab re esse: dai fatti, dalle circostanze.
    
    Molti testi riportano i nomi – sia pure indicati con la sola iniziale maiuscola puntata – dei protagonisti delle liriche (<<la signora S.>>, cfr. p. 9 e ss.; il << signor T.>>, cfr. p. 13; <<X>>, cfr. p. 14); altri componimenti sono dedicati (<<per I.>>, cfr. p. 32; <<per L. e G.>>, cfr. p. 33); altri ancòra si riferiscono a soggetti storici individuati: Henrietta Lacks (cfr. p. 35), Virginia Ruiz (cfr. p. 62), Elian Gonzales (cfr. p. 63), Dennis Avner (cfr. p. 65); ulteriori altri ruotano attorno al mondo animale: il gatto di Derrida (cfr. p. 59), il cane Laika (cfr. p. 60), il topo transgenico mito-luc (cfr. p. 61), la pecora Dolly (cfr. p. 66).
    
    Circostanze, occasioni poetiche, di cui la poetessa – date le sue competenze professionali – è spesso testimone de visu, così da coniugare la scientificità degli aspetti tanatologici ad un’ontologia che pone la questione dell’essenza del corpo esanime; dell’entità-mano, ad esempio, che resta nominabile tale (che è ancora mano) a prescindere dall’orfanità del suo principio vitale (cfr. p. 10, <<la definitiva cessazione funzionale>>) a condizione che persista <<un qualche tipo di commercio fra vivi e morti>> (cfr. ibidem), una qualche forma di frequentazione, di interazione, di corrispondenza (anche <<d’amorosi sensi>> per dirla con Foscolo).
    
    Una relazione, quella testé richiamata, che appare bidirezionale: non solo dal vivo all’estinto 8(cfr. p. 40, <<il ragazzo lo hai visto morire all’incrocio (…) / ogni volta che passi di lì ne ripeti / nome e cognome>>) ma, appunto, anche viceversa, con elementi di paranormalità (cfr. p. 17, <<per dirci che va tutto bene / gli appena morti muovono le gocce di vetro dei lampadari>>; cfr. altresì p. 18, <<i morenti (…) al fremito dei vivi rispondono: / se ci sentiste (…)>>).
    
    Quanto esposto, vale a dire la motilità del defunto, la sua ipotizzata idoneità a modificare l’ambito fenomenico dei vivi, fa da contraltare alla iniziale staticità del corpo esanime della <<signora S. (…) estratta dal frigo>> (cfr. p. 9), la quale, nei frammenti di cui alle pp. 11 e 12, rispettivamente si muove (<<si tende come un butto dal legno>>) e parla (<<smettetela di sussurrare per abitudine al rispetto>>), quasi la Liberale volesse evidenziare che se la morte è fine (quantomeno della corporeità), non è escludibile che ciò che fu continui ad essere in forma altra.
    
    Ed infatti, qualunque sia la visione esistenziale di ciascuno, non può revocarsi in dubbio che il <<fermarsi per sempre>> (cfr. p. 34) sia <<entrata nel mistero>> (cfr. ibidem) che, nell’ottica d’una (non ancora acquisita) death education, <<merita il massimo decoro>> (cfr. ibidem).
    
    Un decoro che può esprimersi in forme diverse, come nel caso del figlio che rimuove la colonnetta funeraria dal locus horridus dello schianto del padre al fine di commemorarlo in più appropriata sede, vale a dire nel locus amoenus de <<l’angolo di bosco dove suo padre / andava a amoreggiare con sua madre>> (cfr. p. 22), atteggiamento, quest’ultimo, indicativo d’una volontà di recuperare in memoriam la dimensione vitale degli affetti sebbene trascorsi; o come nel prendere sul serio <<la tristezza>> (cfr. p. 33) dei vivi che <<è sempre un presentire la morte>> (cfr. ibidem).
    
    

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“Nota di lettura su “Unità stratigrafiche” di Laura Liberale, Arcipelago Itaca, 2020.” è stato scritto da mariasole ariot e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Gli strange days di Trieste contro il green pass, terza e ultima puntata. Come il potere ha reagito a una lotta sbalorditiva

[Ed eccoci all’ultima puntata del reportage di Andrea Olivieri, dove il racconto della lotta si protende fino all’oggi. Qui Olivieri descrive tre diversi cospirazionismi – uno solo potenziale, gli altri due pienamente operativi e in apparenza opposti ma complementari – e intanto racconta la reazione delle autorità a una lotta che le ha colte alla […]

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“Gli strange days di Trieste contro il green pass, terza e ultima puntata. Come il potere ha reagito a una lotta sbalorditiva” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

Distopia del ritorno

di Lisa Ginzburg

E’ di ogni ritorno un moto circolare; quasi, verrebbe da dire, è essenza del rivolgersi all’indietro, sua prospettiva obbligata, una geometria concentrica: cerchi le cui spire rimandano a un prima che diventa poi senza quasi nemmeno saperlo, involontariamente, per obbedienza a una metafisica del tempo che si fa struttura ritmica della prosa. Di questo anche racconta un saggio tripartito di Daniel Menedelsohn, Tre anelli. Una storia di esilio, narrazione e destino (trad. di Norman Gobetti, Einaudi). Una riflessione su quella circolarità della cronologia che pertiene a ogni esplorazione e déplacement sia fisico che esistenziale, così come a ogni forma di deviazione dal centro anche in senso stilistico. Quell’andatura circolare che è peculiare di ogni digressione, per propria natura o poi o prima destinata a un nòstos, a una resa verso l’origine, la radice, il tema chiave di cui essa stessa come digressione è deviazione, ma anche propaggine, appendice, epilogo che torna a essere prologo per forza di cose, perché a un Uhr sempre si torna, sia esso fonte, casa, paese di provenienza, lingua madre. Come che sia, ogni forma di appartenenza richiama a sé quasi ipnoticamente ogni détour. Non sorprende che a un tema del genere si appassioni Daniel Mendelsohn, in un suo ideale “ritorno a sé”, provato psicologicamente dalla serie di inchieste/interviste con quei tanti testimoni della Shoah i dialoghi coi quali sono stati suggestione della sua opera più imponente, Gli scomparsi. Sua in modo peculiare è un’attenzione profonda alla fatica di ogni esilio, di ogni sostare, sia quello lontano, sia quello più vicino come è per un “ritornante”. Così, a partire da una riflessione sull’Odissea, e in margine a una crociera fatta insieme al padre prima che questi morisse – un viaggio per mare organizzato e pensato comme periplo sulle tracce di quello di Ulisse – Mendelsohn divaga, e divagando fa della divagazione un argomento principe, il tema del suo libro.

Ulisse “polytropos” (“dalle molte svolte”) torna a Itaca così descrivendo un cerchio, e insieme chiudendolo. In parallelo, e per analogia/simmetria, l’intera Odissea può esser letta come architettura concentrica di digressioni che finiscono col ricongiungersi al loro proprio tema: cronaca e vicenda di un ritorno, che ha al suo centro, stilisticamente, la digressione stessa. Nasce così la “composizione ad anello”, tecnica narrativa che si riassume in un girovagare per poi sempre finire col rintracciare la via di casa. Un’arte di fare digressioni per contemporaneamente elaborare un progressivo, infallibile riavvicinamento al tema. Risultato è che tornare è  fare il punto, e così liberarsi da illusioni: arrivare a una visione (e descrizione) chiara del reale, e farlo grazie a innumerevoli deviazioni dal cammino.

Medesimo criterio, Mendelsohn argomenta, governa in senso sia stilistico che contenutistico un altro grande capolavoro della digressione, la Recherche di Proust. Due strade, dal narratore pensate nell’infanzia come divergenti, la strada di Swann e quella dal lato dei Guermantes, seguite in una continua divagazione che fa da cardine a centinaia e centinaia di pagine, finiscono con l’essere comprese nella loro coincidenza: entrambe conducono ugualmente a stesso luogo, il Marcel Proust adulto scopre. Un ricongiungimento anche mentale che, una volta di più, coincide con un’agnizione liberante e trasformante. Un comprendere una ciclicità in nome della quale tanto maturare ed evolvere (e tornare) diviene possibile, tangibile, concreto.

“Réculer pour rebondir” si potrebbe dire, parafrasando un noto detto francese: tornare, traendo dal ritorno slancio per un ricominciamento che a sua volta trova senso in un’agnizione. Perché solo sostando nel ritorno arriva la forza di elaborare i lutti – compreso quel profondo lutto che molte volte è il peregrinare, o, per Mendelsohn, l’aver tanto riflettuto e ascoltato sullo sterminio degli ebrei, sulla perdita da pensarsi come terribile scomparsa collettiva.

Oltre a Ulisse (e a Proust), altre figure si impongono, autori che Mendelsohn individua come simboli di resurrezione, date condizioni di partenza di profondo disagio per eccesso di dislocamento. Eric Auerbach, confinato a Istanbul a causa delle leggi razziali, che concepisce il suo capolavoro Mimesis strutturandolo grazie a una personale (straordinaria) memoria di una biblioteca inconsultabile perché lontana (a “casa”, in Germania). Quello straniero che Auerbach impersona, stanco e provato da troppa nostalgia e troppo esilio, Mendelshon lo raffigura interscambiabile con tanti altri viaggiatori per necessità e per destino, “lo studioso greco che da Istanbul scappa in Italia nel 1453, il musulmano cacciato dalla Spagna a Istanbul nel 1492, l’ugonotto passato dalla Francia alla Germania nel 1685”. E interscambiabile con autori venuti dopo di lui: il W. G. Sebald dalla Germania emigrato nel Regno Unito, autore di Austerlitz, grande libro su un’agnizione legata a un improvviso volgersi indietro della memoria, e più ancora, scrittore de Gli anelli di Saturno, un testo che composto quasi esclusivamente di digressioni riverbera il vagabondare come stato dell’anima, prima ancora che fisico. Qui anche, a essere usata è una “composizione ad anello” (Mendelsohn non la cita, ma si potrebbe facilmente aggiungere la Olga Tokarczuk de I vagabondi); qui anche a dominare è una visione dell’esistenza come connessione di cerchi concentrici, snodi di nodi che interconnettono avvenimenti e loro interpretazioni.

Avvenimenti – sia reali che interiori – disposti secondo un’assialità che sfiora la nemesi e asintoticamente scorre parallela a un destino che stenta a compiersi ma di continuo si annuncia. Ai fatti così concepiti si aggiunge, alle comprensioni interiori proprie di ogni ritorno, un lutto aggiuntivo: la comprensione della distopia messa in atto dalla mente durante ogni distanza, ogni esilio. E qui, refrattaria come sempre più mi sento rispetto all’autobiografismo, lo stesso racconto un aneddoto personale, che Daniel Mendelsohn forse capirebbe cogliendone la dimensione “ad anello”. Tornata a vivere in Italia dopo dodici anni francesi, ho portato mia figlia in “pellegrinaggio” alla panchina seduta sulla quale la cullavo, lei appena nata, in carrozzina. Nel buio di un giardinetto pubblico, ben più spelacchiato di quanto non campeggiasse nel ricordo nostalgico, insieme abbiamo notato su una delle lamelle della panchina una piccola insegna. “Itaca”, diceva la targa. Sbalordita dalla casualità fatale,  ho ricordato (come non farlo) l’omonima bellissima poesia di Kavafis. In particolare quei versi che recitano: “E se la trovi povera / Non per questo Itaca ti avrà deluso/Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso/già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”. Ritorno è anche, spira conclusiva del cerchio, accettazione di un tempo concluso, il tempo dell’esilio. E’ accogliere lo scorrere di quel tempo, il suo essersi compiuto, aprendo a un presente forse rimpicciolito, eppure ricco di consapevolezze nuove. Sortilegi degli anelli in cui si condensa il tempo: si elaborano – tornando – lutti di distopie passate, generate da nostalgie che non sono più.

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“Distopia del ritorno” è stato scritto da lisa ginzburg e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Per Domenico Carrara

“Casa è dove ridono i tuoi occhi, un posto a cui tornare tutti i giorni; non è semplice luogo il tuo profumo che ora mi abita dentro e in cui riposo. Può spostarsi ovunque, bosco e borgo, strada di periferia, città oppure paese. Può essere spazio accennato o distesa, nel deserto o in tutte le voci del mondo. Può sembrare svanisca e trova l’altrove, rinasce nell’attimo in cui pareva persa come la vita che, se spezzata, rifiorisce; adesso casa è dove ridono i tuoi occhi.” È passato quasi un anno dalla scomparsa di Domenico Carrara. Domenico aveva 34 anni, classe 1987, poeta irpino vissuto a Grottaminarda, ha frequentato l’Università Federico II di Napoli, ed è poi emigrato temporaneamente per lavoro a Bienno, Valcamonica, dove, cadendo da un dirupo, nel gennaio di quest’anno, ha trovato la morte. Perché parlare di Domenico nell’anniversario del terremoto irpino? Forse perché nella sua breve vita è stato un narratore del presente, dunque nei suoi scritti c’è uno sfondo ben preciso, ed è quello della generazione post-sisma irpina. Intendo dire che Domenico, da attento osservatore quale era, ha vissuto il parziale fallimento politico del post-sisma irpino: l’inesorabile declino socio-economico, politico, e demografico dell’avellinese, la drammatica chiusura […]

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“Per Domenico Carrara” è stato scritto da Sandro Abruzzese e pubblicato su il lavoro culturale.

Su «Quando tornerò» di Marco Balzano

di Antonella Falco

Badante. Ossia persona addetta all’assistenza di anziani, ammalati o disabili. Di questa figura professionale tutti abbiamo, direttamente o indirettamente, fatto esperienza nel corso della nostra vita. A queste donne, spesso provenienti dall’Europa dell’Est, affidiamo la cura di genitori anziani, nonni, zii non più autosufficienti che non possiamo (o non vogliamo) accudire personalmente. Tutti, dunque, conosciamo questa figura professionale. Pochi di noi, però, quasi nessuno, si sofferma a riflettere sulla storia personale e privata di queste donne, sulle loro vite interrotte per andare a racimolare un po’ di soldi in un Paese straniero, svolgendo mansioni spesso non attinenti agli studi fatti e alle ambizioni coltivate. Lontane dagli affetti più cari. «Destini che ci riguardano da vicino, ma che spesso preferiamo non vedere», si legge nella quarta di copertina di Quando tornerò, l’ultimo libro di Marco Balzano, che dopo lo struggente e bellissimo Resto qui torna in libreria con un potente romanzo familiare a tre voci. La storia è quella di Daniela, donna rumena che una notte fugge di casa come una ladra e parte per Milano, dove farà di volta in volta la badante, la baby sitter, l’infermiera. A casa lascia un marito senza lavoro e dedito all’alcol e due figli adolescenti a cui desidera poter assicurare un futuro dignitoso.

Questa poteva essere la storia solo di Daniela, colei che parte. Ma fin da subito diventa la storia di chi parte e di chi resta. Della madre che va ad accudire altre persone, e dei figli che restano a casa covando rabbia e senso di abbandono. Perché se da un lato c’è la solitudine e la nostalgia delle donne che partono, dall’altro c’è la realtà delle famiglie, dei figli, che restano in attesa del ritorno. Così a raccontare questa storia sono Daniela e i suoi figli, Manuel e Angelica. Ciascuno dal proprio punto di vista, ciascuno spiegando le proprie ragioni, mentre compie le proprie scelte (spesso forzate) e subisce quelle degli altri. Ognuno rivendicando le proprie esigenze, le aspirazioni ma anche le ferite che la separazione determina.

La vita di Daniela, sdoppiata, dimidiata, perennemente col cuore altrove, subisce un giorno un ulteriore scossone: suo figlio Manuel ha avuto un incidente e giace in coma. Un incidente sul quale si addensano dubbi inquietanti. Rientrata in Romania, Daniela trascorre le sue giornate al capezzale del figlio addormentato, narrandogli la vita che ha vissuto lontano da lui, cercando di riannodare i fili di un dialogo interrotto, sempre domandandosi se, dopo essere stata lontana tanto a lungo, le è ancora lecito definirsi madre.

Balzano costruisce un romanzo di grande impatto emotivo. Mediante una scrittura asciutta, priva di fronzoli, ma nello stesso tempo calvinianamente “leggera”, ci racconta la fatica di vivere, la frustrazione di queste donne, la loro storia di migrazione che è in realtà un esodo forzato e può trasformarsi in un lento logorio esistenziale.

Una migrazione, peraltro, tutta al femminile. Balzano, nella nota che conclude il libro, sottolinea che «da trent’anni a questa parte, due terzi dei migranti del pianeta sono donne». Donne a cui affidiamo «il peso della cura dei corpi e delle menti più fragili», ma che per noi restano prevalentemente delle figure fantasma. Trasparenti. Evanescenti. Abbandonate alla loro solitudine. A una quotidianità che pone loro sotto gli occhi null’altro che corpi malati o moribondi e farmaci dai nomi astrusi. «Le prime parole che ho imparato in Italia», dice Daniela nel romanzo, «sono stati i nomi delle malattie, i principi attivi dei farmaci, le parti inferme del corpo. Quando me ne rendevo conto impietrivo». E ancora: «…La mia vita, finché non ritornerò a Radeni, sarà sempre veder morire dei vecchi, pensavo». Il tutto acuito dalla difficoltà di trovarsi in un Paese straniero di cui non si conosce bene la lingua: «Uno fa solo pensieri da animale senza la sua lingua».

Quando tornerò è un romanzo che consente di ricostruire il mondo di provenienza e quello di arrivo delle badanti, facendo affiorare tutta la loro umanità e mettendo sotto accusa la nostra indifferenza. La difficile e complicata condizione lavorativo-esistenziale di queste donne finisce per avere ripercussioni a livello psicologico e sociale. Lasciate pressoché sole a fronteggiare malattie complesse, come il Morbo di Parkinson e l’Alzheimer, queste donne sviluppano una sindrome da burnout (in inglese il termine significa “bruciarsi”) legata allo stress di gestire quotidianamente i problemi delle persone di cui si prendono cura. Gli psichiatri dell’Est Europa definiscono tale patologia col nome di «Mal d’Italia». L’alto prezzo che pagano sul piano affettivo porta le badanti a mettere in discussione la propria identità di mogli e soprattutto di madri. Il loro lavoro implica di solito un miglioramento delle condizioni economiche della famiglia e questo fa sì che, per non alterare la nuova condizione di benessere raggiunta, queste donne prolunghino il loro soggiorno lavorativo all’estero. «Quando tornerò» diventa allora più che altro un auspicio, per giunta sempre più aleatorio. Fino a divenire una pura chimera. Si innesca allora il fenomeno degli orfani bianchi, il disagio psichico delle madri diventa in tal modo anche il disagio di molti minori che subiscono le conseguenze di questo esodo transnazionale.

Leggendo il romanzo di Marco Balzano mi è venuto in mente un libro dell’antropologo Vito Teti, Il vampiro e la melanconia. Miti, storia, immaginazioni, letto anni fa: un libro che affronta la tematica del doppio nel fenomeno migratorio, lo spopolamento dei paesi, i temi della nostalgia e della malinconia. In particolare, nel volume, la metafora del vampiro è accostata a quella del migrante, un’immagine insolita, certamente poco esplorata, ma che mi è parsa fin da subito molto pregnante. L’emigrato è colui che abbandona il mondo d’origine e diventa in un certo senso un defunto, uno che muore agli occhi della propria comunità d’origine. Nei suoi ritorni, spesso provvisori, il migrante è un revenant che inquieta e perturba, «che cerca amore e riconoscimento e che subisce spesso allontanamento ed espulsione da parte dei familiari rimasti, che lo vivono e lo accolgono ora come un aiutante benevolo, ora come una figura che provoca disordine e mette a rischio i valori e la mentalità, l’esistenza stessa dell’universo d’origine».  La letteratura sull’emigrazione, spiega Teti, descrive spesso l’emigrante come uno spettro, un essere sospeso a mezz’aria: «l’emigrazione si configura come morte e il viaggio dell’emigrante si ricollega al viaggio del defunto nella società tradizionale». L’emigrante, sebbene amato e atteso, è guardato con diffidenza e sospetto, quasi con paura. «L’emigrante è un vivente che è morto per la società d’origine: è, in fondo, un vampiro. Il vampiro vive senza sentirsi vivo. L’emigrato conosce l’esperienza di vivere senza sentirsi vivo. […] Il vampiro è metafora dell’esule e dello straniero che cerca accoglienza e perturba, che viene tollerato o allontanato, raramente compreso e accolto».

Il libro di Marco Balzano, tuttavia, riesce a dare anche un messaggio di speranza, mostrando la forza e la tenacia di queste donne, il loro non arrendersi di fronte alle difficoltà. Balzano, che da sempre utilizza la letteratura come una lente d’ingrandimento che consenta di vedere meglio realtà a volte scomode, chiude infatti il romanzo con un’immagine suggestiva e fortemente simbolica: quella del boomerang. Senza svelare troppo della trama, credo si possa affermare che tale immagine rappresenti per Daniela e per i suoi figli la conquista di una nuova consapevolezza, e quindi di un legame più maturo, il quale grazie a un percorso di emancipazione – affrontato in primis dalla madre e, per riflesso, anche dai figli – non teme più la distanza.

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“Su «Quando tornerò» di Marco Balzano” è stato scritto da davide orecchio e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Sporcarsi le mani con Dostoevskij

“Fedor Dostoevskij”, 1980 – ©Tullio Pericoli (per gentile e temporanea concessione dell’autore)

 

di Claudia Zonghetti

[Questo articolo è apparso sul “Sole24ore” del 14 novembre in occasione della nuova traduzione de’ I fratelli Karamazov di Dostoevskij ad opera di Claudia Zonghetti (Einaudi)]

Ricordo l’interrogatorio del bibliotecario della Federiciana di Fano (Marco Ferri, che in seguito l’avrebbe diretta) quando, liceale, gli restituii i Karamazov dopo neanche una settimana dal prestito. “Non l’hai finito?”. L’ho letto tutto, gli ribattevo, l’ho sbranato. Ivan, Dmitrij, Alëša, il diavolo, Smerdjakov, Zosima, la sofferenza di ogni essere umano, lo strazio per un’armonia superiore che non si incarna sulla terra… “Due più due?”. Cinque! Sorrisi.

Ricordo anche un libraio di Fano, Francesco, che un paio di decenni dopo usciva dal suo negozio sotto i portici urlando: “Corri! Subito! C’è Alëša Karamazov!”. Era Carlo Simoni, che nel 1969 lo aveva interpretato nello sceneggiato di Sandro Bolchi. Imbarazzo. Strette di mano. Sorrisi.

E ricordo la telefonata di Enrico Ganni (la sua competenza gentile manca ogni giorno) che mi proponeva di tradurli, I fratelli Karamazov. Il terrore di affrontare l’idolo dell’adolescenza, le sue pagine intrise “della materia dell’anima”, ma soprattutto i “vortici ribollenti, i mulinelli di sabbia, le trombe d’acqua risucchianti” della sua lingua, di cui dopo le parole di Virginia Woolf avevo avuto la prova tangibile leggendoli finalmente in russo. Ci è voluto un po’, ma sono comunque arrivati. I sorrisi.

Perché a questo servono, spesso, le nuove traduzioni.

La sostanza di questo capolavoro assoluto (la meraviglia perturbante, lo strazio sublime, la miccia infangata per i pensieri, la farsa tragica e la tragedia farsesca del ventaglio della vita umana) è ovviamente immutata e folgorante, nel suo indomito scavo nelle profondità più infime dell’animo. Dmitrij e il suo baratro di istinti, Ivan fra dèmoni e demòni, Alëša (Aleksej Fëdorovič, colui che difende il dono di Dio, recita l’etimologia di nome e patronimico) disperato attizzatoio di una speranza flebile, ma ostinata, lo squallore di Fëdor Pavlovič, e ancora Smerdjakov, Grušen’ka, Katja, la Chochlakova, i polacchi, e tutto il serraglio che a cent’anni di distanza ancora giustifica la “polifonia” intuita da Michail Bachtin continuano a scalpitare fra le pagine costringendoci spasmodicamente a fare i conti con le nostre, di cancrene e di slogature dell’animo.

Spasmodicamente, sì. Spasmo, febbre, convulsione, calor bianco sono la temperatura abituale delle pagine di Dostoevskij, e galvanizzato è anche il nervo della sua lingua. Senza scomodare Joyce, che ne faceva la madre della prosa moderna, basterà ricordare una lettrice di russo a Ca’ Foscari che ormai trent’anni fa apriva a caso, alla cieca i volumi di Tolstoj e Dostoevskij e ci invitava a riconoscerli. La differenza era lampante persino per noi studenti del terzo anno: l’azzardo sintattico, la melodia disarmonica del periodare, la disinvoltura nell’uso della lingua della strada (al limite, spesso superato, dell’oralità spiccia), e ancora il burocratese degli uffici, la sintassi teologico-biblica di certi passi, il gergo dei giornali, le ripetizioni (necessarie, irrinunciabili per lo sviluppo ritmico delle sue idee), le lunghe frasi contorte e quelle asciugate fino all’osso, là dove la grammatica pretenderebbe un respiro più disteso, si amalgamavano in una congerie riconoscibilissima che incrinava la norma letteraria del tempo. E lo faceva in modo estremamente consapevole: Io non riesco a scrivere di getto – spiegava eloquentemente Dostoevskij a Pelageja Guseva in una lettera del 1880.

Questa è, appunto, la sfida per i traduttori attuali e futuri di Dostoevskij: ripiegare l’italiano liturgico che si credeva l’unico adatto a onorare i classici e sporcarsi le mani con la pasta sonora e sintattica della sua lingua plastica e veemente, così da far risuonare quanto a volte è stato ignorato per una diversa interpretazione del gesto traduttivo.

Non sarà sempre una lettura facile e mai sarà “ruffiana” o consolatoria. Ma non potrà che stupire chi legge con il suo straripante virtuosismo. Del resto, se “due più due fa quattro è solo un’impertinenza” e “sul piano del bello due più due fa cinque è sicuramente meglio”, aduecento anni dalla nascita del suo autore, questo romanzo incompiuto di mille e più pagine (“storia interminabile che, per comune riconoscimento, pochissimi russi hanno avuto il coraggio di leggere fino in fondo” scriveva il visconte de Vogüé a un decennio dalla pubblicazione) non lascerà mai tiepido chiunque decida di affrontarlo.

Perché, alla fine, aveva ragione Albert Camus, quando una sera di aprile del 1956 scriveva a Maria Casarès:

“Lunedì sera sono andato da solo alle 20.00 a vedere I fratelli Karamazov.
Il cinema, forma e odore, faceva pensare a un orinatoio. Dentro, trenta persone del quartiere, vecchi stanchi, la giornalaia dell’angolo con il suo bello, il venditore di patate fritte, tre mezze puttane, due futuri clochard, e io. Tutti visibilmente sopraffatti da quella storia fumosa, girata in studio, da attori italiani sconosciuti. Avevano lasciato solo l’intreccio poliziesco e soppresso la questione di Dio. Tanto che il vecchio Karamazov era ormai solo un rimbambito vizioso, Ivan un burocrate con lo stomaco malconcio e Alëša un telegrafista idiota. Dmitrij aveva una certa classe e diceva a ogni scena ‘sono un balordo’. Grušen’ka aveva il suo perché, davanti e dietro, e Katerina non aveva proprio un bel niente. Detto questo, mi sono colpevolmente divertito e sono uscito commosso.
A riprova che Dostoevskij può resistere a tutto”
(da A. Camus, M. Casarès, Saremo leggeri, trad. Y. Melaouah e C. Diez, Bompiani, 2021).

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“Sporcarsi le mani con Dostoevskij” è stato scritto da ornella tajani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

La traduzione della Rivoluzione. Un articolo e un’intervista su L’Armata dei sonnambuli in castigliano.

[Quasi due anni fa, nel dicembre 2019, l’Università di Macerata ha organizzato il convegno “Il traduttore nel testo”, durante il quale Andrea Bresadola ha intervistato Wu Ming 2 a proposito delle “lingue” utilizzate per scrivere L’Armata dei sonnambuli, proponendo poi un’analisi minuziosa delle soluzioni adottate dal traduttore del romanzo in castigliano, Juan Manuel Salmerón Arjona. […]

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“La traduzione della Rivoluzione. Un articolo e un’intervista su L’Armata dei sonnambuli in castigliano.” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

L’odore dell’arrivo

(Per gentile concessione della casa editrice Ferrari Editore, che qui volentieri ringrazio, pubblico uno stralcio del nuovo romanzo di Gianluca Veltri, L’odore dell’arrivo, pagg. 158, Postfazione di Dario Brunori. G.B.)

 

di Gianluca Veltri

Quando, in un soleggiato sabato inglese di inizio estate, entrai nel piccolo cimitero di Tanworth-in-Arden, dove Nick riposa dal 1974, sul suo sepolcro contornato da un sacrario pop – anelli e corde di chitarre, capotasti e fasce per capelli, catenine e plettri – venni colto dal desiderio vertiginoso di lasciare lì anche qualcosa di mio. Non un oggetto qualsiasi, ma qualcosa di caro, di serio, che mi rappresentasse, in grado di stabilire una connessione dotata di senso, meno aleatoria.

Volevo depositare in quel cimitero inglese, sotto il cielo nordico, un mio prolungamento affettivo, significativo, non semplicemente la prima cianfrusaglia trovata in tasca. Rovistando tra i miei pochi averi – non mi ero preparato niente di adatto – emerse finalmente l’oggetto giusto: una foto formato tessera del nonno, ossia di Alce Nero – che non c’era più da vent’anni –, custodita nel portafoglio. […] Mi sentivo pienamente rappresentato da Alce, che stabiliva un ponte felicissimo tra la mia provenienza ancestrale, pre-moderna, alla quale non intendevo rinunciare, e l’omaggio dovuto a Nick Drake e alla sua musica.

Nick, in fondo, pur essendo un idolo pop-rock figlio della modernità, aveva un’anima antica; pur precorrendo i tempi con il suo talento innovatore, quei tempi non aveva saputo viverli.

Io ho sempre amato unire, connettere, anche a costo di qualche arditezza. Nick e Alce Nero avevano davvero poco in comune. Curiosamente, creavo adesso un paradosso, chiudendo un cerchio intimo tra una sorta di fratello, che sarebbe rimasto giovane per sempre, e un nonno che invece era già vecchio quando io iniziavo a ricordarmi di lui. Un giovane imprigionato per sempre nella sua gioventù, che non ha fatto in tempo a invecchiare; un avo che da giovane lo si può soltanto, a fatica, immaginare.

Il giovane Nick. Il vecchio Alce.

[…]

Quando vedo nelle nostre città d’arte pensionati americani, giapponesi o francesi che alle dieci del mattino mangiano al sole nei ristoranti, seduti ai tavoli all’aperto, con borse, guide turistiche, macchine fotografiche e occhiali, rilassati e girovaghi, mi capita di ripensare a mia madre, mio padre, i miei nonni, che del mondo non hanno visto quasi niente.

Adesso la sua antica faccia meridionale campeggiava sotto una quercia del Warwickshire.

***

Una delle volte che ricordo mio nonno fuori dal suo contesto abituale – da patriarca parmenideo nella casa del centro storico – risale a quando mi portò in gita per qualche ora nelle Puglie. Mi aveva preannunciato che un sabato di giugno, ora perduto nella notte dei tempi, saremmo andati a mangiare il pesce a Taranto. Era una delle formule che sentivo usare quand’ero piccolo: andare a bere il caffè a Salerno; andare a mangiare il pesce a Taranto; andare a prendere il gelato a Reggio, cose così. Erano, o mi sembravano, sbruffonate utilizzate dagli smargiassi con tanto tempo da perdere. Però, pronunciata da lui, la formula assumeva tutta un’altra piega: lui che era una specie di sciamano nella nostra famiglia, un capo Lakota.

Le sue parole avevano un peso. Per un po’ pensai scherzasse, ma presto capii che mi sbagliavo. Infatti, un sabato splendente, a ridosso del solstizio d’estate, si presentò presto di mattina.

Saturday Sun.

Non guidava, il vecchio Alce: a piedi arrivammo in una stazioncina secondaria e prendemmo un treno: si era informato sugli orari, evidentemente. Era la prima volta che salivo su un treno. Lui era compiaciuto dietro i suoi ottocenteschi baffi imbiancati alla Vittorio Emanuele.

Il vento ionico che entrava dai finestrini aperti del primitivo treno interregionale era inedito e avventuroso. Giungemmo nella remota e levantina città portuale a ridosso dell’ora di pranzo. Il sole del sabato era limpido e azzurro e si confondeva con il mare e con il cielo. L’obiettivo di Alce Nero era piantare la bandiera: poter raccontare a quelli della ruga che aveva portato il nipotino a mangiare il pesce a Taranto.

Stava fabbricando un ricordo, consapevolmente.

Per sé, per me e per quelli a cui lo avrebbe raccontato. Appena terminato il pranzo, tornammo alla stazione a prendere il treno che ci avrebbe riportato a casa, nella nostra piccola città.

Missione compiuta.

***

Nick Drake aveva da poco pubblicato Five Leaves Left. O forse mi confondo e, come di consueto, imbroglio; in realtà, era già uscito il suo epitaffio, Pink Moon: in fondo, la sua parabola si svolge tutta nel soffio di un triennio, e io, alla fine di quella parabola, ero ancora un bambino come lo ero all’inizio.

Con i dischi di Nick – tre in vita più uno postumo – ho un rapporto specialissimo: li ascolto assai poco. Ho paura di consumarli. Ma non materialmente; non sono mai stato feticista o fissato con gli oggetti: i miei dischi sono tutti consunti e le copertine dei vinili sono state devastate dai gatti. Lo sciupio a cui mi riferisco è quello sentimentale, provocato dagli ascolti ripetuti che rischiano di inflazionare le emozioni, sovrapporre troppi strati, anestetizzando le orecchie rispetto alla magia delle note. Quindi, le canzoni di Nick vivono più dentro di me che negli ascolti esterni. Me le suono dentro, le lascio intatte.

Preferisco così. Le canzoni non sono tutte uguali. Alcune sono fragili e preziose come il cristallo e vanno custodite, protette. Ci sono delle cose che ci portiamo strette al cuore e le tiriamo fuori soltanto nelle occasioni speciali, quando servono davvero.

Come la foto tessera del vecchio Alce Nero.

 

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“L’odore dell’arrivo” è stato scritto da gianni biondillo e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Apocalisse e altre visioni

di Maria Grazia Calandrone 

 

La poesia di Alessandro Celani usa le lingue del mondo in versi sciolti, mescola il verbo della scienza anatomica a quello dell’industria e del canto d’amore. L’impasto linguistico che ne risulta è il distillato di un desiderio onnivoro, decisivo e profondissimo: il poeta vuole abitare un’unica realtà, che abbracci ogni elemento vivo e morto, conosciuto e sconosciuto. Però la lingua è anch’essa provvisoria, fatta per essere dimenticata, anche quando si tratta di poesia, cioè – come confessa Celani – di una forma altissima ed estrema di resistenza al dolore. Così suggeriscono i versi «Metti in un sacco cento parole / dimenticalo / Ecco il tuo dono». Il dono è la dimenticanza di sé e del proprio tesoro, il dono è oltrepassarsi e, ancora più intimamente, non provare alcuna commozione per il proprio passato, per la persona che siamo stati.

La poesia di Celani è infatti asciutta, breve, a volte brusca, come il gesto di chi asciughi di nascosto una lacrima e intanto sorrida, col sorriso un po’ storto che hanno quelli che sanno il mistero del provvisorio e sono quasi liberati, ormai, dalla zavorra del futuro. Il poeta qui canta la coscienza di qualcosa che definisce «cisterna delle voci», espressione echeggiante e corale di un’umanità che prende forma nel tu amoroso e, soprattutto, nelle instancabili dediche ai figli, corpi amati e futuri, corpi attoniti ancora e quasi ancora insensibili e ignari, come la coccinella abbarbicata «al vetro alluminoso del vagone». Perché Celani arriva a insinuarsi nel pensiero animale, ad assumere lo sguardo radicale delle piccole bestie o dei monti vastissimi che digradano a valle e allora la sua voce si solleva fino a diventare siderale, l’occhio che guarda vede il mondo e se stesso da un’altezza straordinariamente rarefatta, pur chiamato nel gorgo del tempo dall’odore carnale del grano, dall’«odore anfibio delle mucose», dai baci umani e anche da «tettonici litigi», perché niente è escluso, niente viene radiato o estromesso dalla poesia. Non serve edulcorare, se la poesia è nello sguardo. Ma la distanza è grande, le parole cadono distillate da una distanza grande come la notte e l’incertezza, per raggiungere quello che si ama.

Le parole sono fatte per desiderare e quelle di Alessandro Celani desiderano raggiungere soprattutto chi non le comprende, perché l’amore è più grande delle parole e l’invocazione più umana e vera è che le parole, anziché letteratura, siano suoni di bestie. Versi animali, più che versi poetici, versi di un corpo che ora è la sua essenza, la sua limpida, mera, nera, opaca essenza biologica e chiede solo di essere visto: «Vieni qui facciamoci vedere». Basta con le metafore. Che adesso sia la vita a chiamare la vita. Proprio da qui, dai versi di un libro chiamato Apocalisse, da queste pagine tanto riservate quanto spudorate.

E che il corpo venga lasciato al morso delle formiche, che il corpo si dissemini nell’esistente, che sia bosco e sia mare e sia dimenticanza, perché «la vicinanza è una forma d’immortalità» e «gli amati non muoiono». Celani sembra dunque concludere il suo canto, doloroso e concreto e luminoso come una scaglia di cemento toccata dalla luce di una stella, con la scoperta – stupefatta e meravigliosa – che chi è amato non vive nei ricordi, vive nel corpo stesso di chi lo ama.

 

Trova nei libri parole da poco
gelsomino anima e dolore
Ai bambini dirai
queste sono lucciole
nella fresca notte del tempo
Sapranno che è segno di andare
saprà il te perduto nella luce
che vicino è il ritorno

 

*

 

Tieni fra i denti la parola morte
come un fiore di oleandro
Sdràiati nella polvere
salgono gli antenati sui fianchi
essi vivono nelle schiere degli insetti
non puoi sapere dove
se il ragno la formica o l’ape
Porgi il polso viola di sudore al loro morso
è lì che germoglia il tempo e rifiorisce
Così ci videro in un giorno di luglio
congiunti nella carne e noi
puro desiderio
Eccomi pronto al mio viaggio
alle cicale affido i linguaggi
le parole e i nomi
alle formiche laboriose
il corpo

 

*

 

Ricordi i giorni spesi
a far niente senza colpa
i paradisi perduti
ancora prima d’esser presi?
Ed ora tocca a noi
col tempo che svanisce
e la voce fatta impura
togliere la mano e fare una figura
l’uno dell’altra
immobile silente
addormentata cura

 

*

 

Alessandro CelaniApocalisse e altre visioni, Aguaplano, Perugia 2021

 

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“Apocalisse e altre visioni” è stato scritto da renata morresi e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Ancora sulle prove scientifiche dei risultati magici dell’agricoltura biodinamica

L’agricoltura biodinamica non sembra essere poi così magica come si è strombazzato in questi mesi, stando ai primi lavori scientifici ampi che analizzano i suoi indubbi risultati.

Biodinamica premiata da due ricerche scientifiche

 

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“Ancora sulle prove scientifiche dei risultati magici dell’agricoltura biodinamica” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

L’Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro

La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segretosi può leggere QUI.

di Gabriele Merlini

«E comunque, se ti interessa, lascia perdere e ascolta me.»
Vicino al materasso la lampadina ha la silhouette della befana e il telefono trasparente, nel caso provi a inclinarlo, emette ancora quello strano rumore di oggetti che scoppiano per inattese pressioni dei polpastrelli. «Sono tutto orecchi» ripete il giovanotto dal capo opposto del ricevitore quando, come da tradizione, il tono della sua voce si fa dogmatico e condiscendente. Fuori dalla finestra è settembre, l’estate che finisce: tempo di ballare, o almeno così sottolinea la TV in quel servizio patinato sulla bella stagione appena conclusa. In modo del tutto tradizionale lei si misura in una veloce apnea e un sorriso a nessuno prima di riproporre la solita giustificazione che già puzza di soffitta. «Beh» è quanto sibila alla specchiera che andrebbe fissata meglio, «in ogni caso non avevo niente di speciale da dirti. Tutto qui
«Ah. Tutto qui?»
«Sì. Tutto qui.»
Dal pianerottolo il suono di un rutto. «Solo boh. Mi sembra tutta una grande montatura. Alcune volte. Non trovi?»
Lei trova. Il giovanotto dal capo opposto del ricevitore solleva l’accendino agli occhi scuri come stesse vedendolo per la prima volta, dopodiché allontana dal petto il portacenere con le piramidi egizie. Gratta il ginocchio, ci pensa un altro po’ e tossisce tra le pieghe del calzino appiccicoso. «Sia come sia» va avanti la ragazzina nel momento in cui per innato senso del decoro viene abortito uno sbadiglio, «pensavo ti avrebbe fatto piacere riassumermi la chiacchierata per rinfrescarla anche a te stesso» e il braccio viene teso allo scaffale di legno scuro. Annuisce al flacone di crema idratante, si aggiusta un sopracciglio, incrocia sulle coperte le gambe che restano grissini, quindi torna ad aspettare il segno.

I

D’altronde, a differenza del giovanotto al capo opposto del ricevitore all’estero per un complesso sistema di corsi di lingua destinati a studenti neodiplomati, come al solito lei è in Italia ad ammuffire dentro quell’insulso pigiama a cuoricini e questo la spinge a domande scomode. I capelli colore del miele legati dietro la nuca da una coppia di elastici sfilacciati mentre, oltre il vetro della finestra ogivale, ancora presta la minuziosa, patologica attenzione alle nuvole nere della contadinella timorosa sorpresa dal diluvio in mezzo a un prato. A strane linee elettriche, al buffo pulviscolo, al suono musicale del vento. «Ok. Va bene. Te l’ho già detto» dice lui riannodando il filo della discussione. «Quella matta mi ha proposto un incontro non formale quando tornerò da voi, ché secondo lei sarebbe saggio da parte mia affrontare con serietà il tema del lavoro e…niente. Tutto qui.»
Altra minima pausa scenica.
«Quella matta?»
«Già. Quella matta. Ci sei?»
Assaporando il gusto osceno della terminologia, lei c’è.
«Voglio dire. Die Mutter disporrebbe di una considerevole somma di denaro da investire e troverebbe saggio se riuscissi a inventarmi qualcosa di sensato per il futuro sfruttando, come puoi immaginare, il lascito del nonno.»
«Interessante. Quale nonno?»
«Quello morto il mese scorso, se ricordi.»
«Interessante
«Non essere cinica.»
«Pardon» allorché la vista riprende a smarrirsi nella semioscurità della stanza da letto e ricomincia a borbottarle la pancia. «Questa fissazione di chiunque per il futuro» ripete lui quando verifica l’ora sulla sveglia, ridacchia allo zaino, tortura il piede martoriato dai lividi. I genitori che rientreranno nel breve da una cena e per un istante nella ragazzina si fa spazio il pensiero che ogni cosa nata morirà, separata si unirà e comparsa scomparirà. Tra i pomelli alla fine del materasso, attorno la figura del suo corpo disteso sono sempre le nove di sera e la successiva domanda è inaggirabile in quella scatola cranica così geometricamente, armonicamente, eternamente perfetta: quanti mesi è indietro, il mondo lì fuori?

II

«Circa un secolo. Più o meno.»
«Ok. Comunque dicevi. Cosa faccio io adesso? Beh, non faccio niente, sai?»
Il disco lunare annerito da una buffa striscia verticale.
«Capisco.»
«Giusto provo a non farmi sentire dalle spie mentre rovescio la benzina dentro al pianoforte a coda, e ti sto ad ascoltare. Ecco cosa faccio, io. In questo momento: niente. Affascinante. No?»
L’alluce tondeggiante sbatte sul legno del comodino. Operazione non facile, raggiungerlo. «Ché potrebbero inalberarsi da matti, se mi vedessero.»
«Ok. Senti. Loro sono a casa?»
«Negativo. Ancora no. Piuttosto mi hanno accennato di una festicciola insieme a personaggi illustri arrivati da non so dove con lo scopo di risolvere l’annoso problema della fame nel mondo, o almeno così mi sembra di ricordare. Ma tra poco apriranno la porta sani e salvi, stai tranquillo.»
«Dio ti ringrazio.»
«Già. Una garanzia per il nostro domani, vero?»
«Sì. Per il futuro
Sull’ombelico del giovanotto dal lato opposto della cornetta un grumo dalle sfumature biancastre in una custodia per occhiali, una bilancia e due mucchi di cenere accatastati.
«Comunque, se ti interessa, adesso so cosa farò tra due miliardi di anni. Finito questo strazio della scuola. Te l’avrò detto un milione di volte però sono certa che non ricordi un tubo. Vero?»
Verissimo.
«Perdonami. La crocerossina?»
«No. Genetica. Studiare gli alleli. Idiota.»
«Ok. Scusa. Gli alleli
«La biologia. Le cellule somatiche, i concetti di dominanza e di recessività. Gli equilibri. Se capisci cosa intendo.»
Ai piedi del letto il gatto è zuppo di saliva, protetto da un curioso odore di cavolfiore. «I cromosomi. I ribosomi. I qualcosasomi. Mi sa che è più pratico rispetto al ricercare l’Alta Gioia tra le montagne dell’Indocina. Lo pensi anche tu?»
Lui lo pensa. Il calendario sul computer segna la data appena cambiata e le nuvole nel cielo anche dalle sue parti stanno diventando sempre più sbuffi porosi. Mezzanotte trascorsa da poco, ai TG – finiti i videoclip musicali e prima delle telefonie erotiche – i funerali della principessa del popolo e le condoglianze dei capi di stato per la dipartita di quell’assurda, spaventosa suora albanese.
«Ma andiamo avanti, se ti resta un po’ di tempo.»

III

A lui ne resta.
«Endocrinologia, Peloso Bisonte della Pianura. Mi segui?»
Il giovanotto dal lato opposto della cornetta annuisce tenendo ancora il telefono tra orecchio e spalla. Dietro la chiesa il boato di un tuono.
«Mo-no-me-ri e roba del genere. Mica lavorare in fonderia. Ecco cosa voglio fare dopo la scuola, tra cinquemila anni. Ma prima un viaggio all’estero…la vedi bene?»
Lui la vede bene.
«Potrei venirti a trovare vestita da bramina e innaffiare di mattina gli uomini santi sul tuo balcone, se sceglierai di stabilirti lì per tutta la vita. No?»
(Quale era poi la dottrina della sofferenza di cui leggevano da piccoli per addormentarsi, quando avvitavano a turno il naso della befana sul comodino? Il giovanotto dal capo opposto della cornetta ogni tanto ci ripensa ma mica la ricorda. L’interlocutrice scuote la testa a tanta distrazione, poi inspira. Duhkha o dukkha, in lingua pāli?) Il dito a trafficare negli slip e la radio che trasmette l’ennesima scemenza commerciale. In parete il primo piano di uno yak, le fiammelle mistiche tibetane del Jokhang, il circuito devozionale del Barkhor e qualcosa che sembra iniziarsi a muovere senza neppure sfiorarla. Un tremolio elettrico che è adesso dentro la stanza, un soffio che non comanda e stenta a comprendere: la prima età adulta inevitabilmente odora di bouquet?
«Ad ogni modo un giorno sarò in grado di analizzare tutti i tuoi malatissimi casi, ma adesso devo chiederti un favore. Posso?»
«Certo.»
«Bene. Lasciami in pace e attacca, visto che domani ho il primo compito dell’anno e mica posso restare sveglia fino all’alba per le tue idiozie da psicopatico. Non trovi?»
Lui trova così, riagganciandosi, il telefono torna a fare quel rumore di oggetti che scoppiano per brutte pressioni dei polpastrelli. Il cornicione affacciato ai rami già secchi degli alberi, sul marciapiede foglie ingiallite che creano spirali concentriche e fischia la grondaia di spifferi. La vasca da bagno divorata dalla ruggine, la siepe spelacchiata e il materasso davanti abbandonato ai cassoni che potrebbe attutire l’atterraggio. «Ehi. Ma mi ascolti?» quando tuttavia l’umore è già variato in modo inverso alla distanza del suo busto dalle tende sottili. Lo sguardo di lui poco motivato, ché tanto lei ha già attaccato dunque per forza, con i piedi che penzolano in basso, il respiro si fa equanimità, compassione e consapevolezza. Superato il vetro, lungo il viale, tra gli alberi del parco il vento che non si aspettava sorprende le luci spente, le feritoie ossidate, i camini e le onde increspate del fiume mentre la stanza di spalle ancora puzza un po’ di fumo. Come in quelle pubblicità terribili con le piscine lussuose e le collane d’oro che oscillano sulla superfice immobile dell’acqua, alla fine lui aggrotta la fronte borbottando qualcosa alla parete di vernice che piano piano viene giù: io ti ascolto sempre.

Epilogo

Ma, anche sulla base del fatto che niente in effetti la sorprende più, nemmeno lei si stupisce poi tanto quando realizza di starsene impettita davanti la finestra semiaperta. Come fosse stata una forza attrattiva mai sperimentata in precedenza a sollevarla, spingerla fuori dalle coperte, renderla impalpabile e trasparente e immobilizzarla. Un tremolio elettrico, un soffio che non comanda e stenta a comprendere. Stanotte che come al solito ha (quasi) sedici anni, sfoggia ancora quella tunica a cuoricini che usa da pigiama e dalla testa le ciondola il residuo di corona hawaiana sfoggiata all’uscita di pallavolo con l’unico scopo di sollevare il morale alle truppe. La luna oscurata e la stasi nei refoli d’aria fredda. Terminata la breve chiacchierata su monomeri e futuro con lui che si trova all’estero per cretini corsi di studio, e atteso il rientro dei genitori; di sua madre che sembrerebbe essersi un po’ ripresa dai problemi che l’hanno afflitta l’anno scorso (ogni tanto lei ci pensa a quante sciagure potrebbe avere ereditato. Le strane ferite sul volto di quella donna, i sanguinamenti e le nottate spese a girovagare in circolo nel buio) o di suo padre, dal quale viceversa avrà preso la propensione all’odioso autocompiacimento e alle menzogne in società. Pensieri sensati e maturi eppure buoni solo a nascondere la domanda più importante e ineludibile di questa sua – al momento – breve esistenza ancorata a terra; la molla che innesca i gesti più assurdi e leggeri ovvero, se vogliamo percepire l’autentica essenza dell’anima, è più saggio ascoltare con pazienza o porsi quesiti in continuazione?
E chissà perché è sul termosifone in camera da letto, adesso; quello con gli elementi (si chiamano davvero elementi) che gocciolano e i buchi trasparenti sulle giunzioni (la paura dei buchi si chiama invece tri-po-fo-bi-a.) Una forza attrattiva incredibile che le ha permesso di aprire i vetri senza nemmeno toccarli, fino a spalancarli davanti al suo naso e filtra la luce tenue sul giardino dal viale desertico lì davanti. I piedi nudi che si sono del tutto staccati dal tappeto per la meditazione (dandasana) in sospensione, ondulanti tra le piante da interno (monstera deliciosa e maranta leuconeura) che in parallelo – con un cenno del suo dito indice – hanno preso a sfiorire, a spegnersi. Le narici dilatate, ogni lampadina che salta se strizza gli occhi, i capelli nemmeno smossi e lo sguardo che non può distogliere dall’est, lì dove sorge quell’alba che nelle pagine ingiallite del libretto che le veniva letto da piccola sta a simboleggiare l’Onnipotente Principio di Qualcosa, il Mahāyāna o Supremo Veicolo di Redenzione. Il sé esteriore e la chiusura che, le è stato garantito, alla fine ci farà tutti secchi.
«Ehi. Pronto. Pronto. Sei ancora lì?»
L’inchino che ricorda un passo di danza, la sensazione di un nuovo piumaggio – roba più consapevole e adulta, finalmente – lungo la schiena dritta da nuotatrice e le correnti d’aria che prendono a scuoterla dal basso quando, nella fase conclusiva del decollo, le sue labbra sottili, sullo stile di certe bandiere sventolanti a poche dune dalla battigia, dissolvendosi dietro uno spesso cumulonembo nero a sgranocchiare il disco lunare, nemmeno la smettono più di muoversi.

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Immagine di Francesco D’Isa.

Gabriele Merlini (Firenze 1978) è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2013 e 2020.) Ha inoltre curato le antologie di racconti Selezione Naturale. Storie di premi letterari Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Scrive di musica e cultura per il mensile Rockerilla. Sue recensioni, reportage e interviste sono state pubblicati su numerosi magazine, riviste online e quotidiani.

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“L’Anno del Fuoco Segreto: Su Monomeri e Futuro” è stato scritto da francesca matteoni e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Un’intervista sul green pass, le fantasie di complotto e le forme del conflitto sociale a venire

Sta circolando in più lingue una lunga intervista in cui parliamo delle manifestazioni anti-green pass e del conflitto sociale post-pandemico. L’abbiamo rilasciata qualche tempo fa, in italiano, al settimanale tedesco Jungle World. L’idea l’ha avuta Federica Matteoni, che ha anche tradotto le nostre risposte e che ringraziamo per l’opportunità. L’11 novembre è uscita in versione […]

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“Un’intervista sul green pass, le fantasie di complotto e le forme del conflitto sociale a venire” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

Le magiche, e ora anche un po’ scientifiche, uve biodinamiche della Borgogna

chi si è scagliato in questi mesi contro l’agricoltura biodinamica, senza saperne nulla, potrebbe forse leggere questo reportage (in francese), molto ben fatto, e che cita i primi risultati scientifici di un progetto che di magico non ha nulla; anche se il meglio resta sempre visitare un’azienda

Vins de Bourgogne : sur les chemins magiques de la biodynamie

 

 

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“Le magiche, e ora anche un po’ scientifiche, uve biodinamiche della Borgogna” è stato scritto da giacomo sartori e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Il fermo di Ferlinghetti

di Giorgio Mascitelli

( la scorsa primavera un amico mi aveva chiesto di immaginare qualche testo per ricordare Lawrence Ferlinghetti, ne è venuto fuori questa cosa qui, g.m.)

Ferlinghetti, avendo scoperto che suo padre, morto prima della sua nascita, era nativo di Brescia e in particolare del popolare quartiere del Carmine, il 13 ottobre 2005 si reca sul posto a cercare la casa del padre ed eventuali tracce, ma gli abitanti, verosimilmente insospettiti dall’aspetto, dall’accento e dalle domande del poeta, chiamano le forze dell’ordine. Poco dopo una pattuglia della polizia ferma il furgoncino su cui viaggia Ferlinghetti e porta il poeta in questura per accertamenti, come è prassi fare con extracomunitari sospetti. In questura naturalmente si rendono conto di chi sia il fermato e l’incomprensione è appianata.
Qui sotto ho immaginato il discorso di scuse di un anonimo funzionario della questura a Ferlinghetti.

  • Illustre ospite, è mio compito porgerLe le nostre scuse per lo spiacevole equivoco. Non si può pretendere del resto che dei semplici agenti di una volante potessero sapere che Lei è un illustre poeta, immagino lo capisca, anche se il Suo accento americano avrebbe dovuto quanto meno insospettirli e indurli a domandarsi le ragioni di questa confidenza con la lingua dei padroni, ma viviamo in un’epoca poliglotta in cui questi buoni vecchi segnali non valgono più. Un visitatore illustre, specie se giunge nella città di cui è illustre nipote, non pretende di arrivare semplicemente come farebbe ogni signor nessuno, ma si annuncia e si palesa come tale per non indurre le autorità locali a sbagliarsi nella scelta del tipo di protocollo di accoglienza. Bisogna riconoscere che, per quanto illustre, Lei non è collaborativo, è anche poco comunicativo e un po’ divisivo. Un viaggiatore illustre non trascura il vestiario e si accompagna a personale specializzato nell’illustrare la sua condizione. Insomma, noi ci scusiamo, ma Lei sembra ignorare quella che si chiama la legge dei lustrini.
    Sebbene il rispetto della legge dei lustrini, grazie alla quale l’apparenza si accorda alla sostanza, sia un dovere civico, se fosse solo questo, il nostro comportamento resterebbe biasimevole, ma che dire delle motivazioni che Lei ha allegato per questo viaggio clandestino? Come credere alla dichiarazione di essere venuto qui clandestinamente ( perché se Lei non dichiara subito di essere illustre, diventa a tutti gli effetti un clandestino) solo per raccogliere informazioni su suo padre? Come catalogare questa affermazione, che forse in un ventenne in cerca di radici sarebbe vagamente giustificabile, ma in un signore di ottantasei anni suonati diventa qualcosa di indefinibile e perciò sospetto? Questo non è solo amore per un padre mai conosciuto, ma amore per la vita e amore per il mondo, con un’intensità francamente disdicevole alla sua età. Ed è ben strano poi un amore per quel mondo del quale, a quanto mi consta, ha descritto nelle sue poesie quelle che Lei chiama ingiustizie e io preferirei definire più sobriamente inestetismi. Che essere singolare e indefinibile è colui che continua ad amare il mondo in ogni cosa bella, pur conoscendone tutte le brutture, anzi forse proprio per questo? Come lo potremmo definire ( perché oggi è importante che ciascuno abbia una sua definizione che lo definisca o, come amano dire i giornalisti, un’identità che lo identifichi)? Intanto si potrebbe sostenere che è uno che va contro ciò che raccomandano gli specialisti di ogni campo:  ossia ignorare il più possibile le brutture e amare poche cose della vita, il meno possibile, comunque amare sempre con ordine & moderazione, ma soprattutto poche, possibilmente quelle consigliate dalla serie trasmesse dalle televisioni in rete, che nel 2005 a occhio e croce non ci sono ancora, almeno in Italia, ma tanto stiamo andando in quella direzione e un piccolo anacronismo è concesso. Noi naturalmente ribadiamo di scusarci, ma bisogna ammettere Ferlinghetti che lei va un po’ a cercarsele.
    Io poi sento il bisogno anche di scusarmi personalmente perché arrossisco al pensiero di dover essere io, ossia un funzionario alle prime armi di una città di provincia di una provincia lontana, a ricordare a Lei e alla Sua venerabile età queste banalità di base, ma davvero non mi lascia altra scelta.
    Quando i re erano re, per davvero, a quei tempi allora per gli sbandati c’era sempre un bel ramo a disposizione sull’albero degli impiccati. Adesso c’è la libertà e ovviamente ne siamo tutti contenti. E’ un bel progresso, sicché Le offro un caffè e poi ci salutiamo. Anche qui però mi consenta di farLe notare che Lei non sembra aver capito qual è la libertà del nostro tempo. Essa  coincide con un grosso catalogo più alto di dieci dita nelle cui pagine si trova tutto ciò che c’è da ordinare. Curiosamente per Lei la libertà sembra invece essere una sorta di riserva mentale nel valutare se quel fantastico catalogo valga la pena di essere sfogliato oppure nell’anteporre certe cose ad altre, che per convenzione generale e per comprovata utilità si è deciso di posporre. Visto che oggi noi ci scusiamo, sarebbe lecito augurarsi che in futuro aiuti di più il nostro lavoro perché non sempre ci saranno le condizioni per scusarsi per lo spiacevole malinteso.
    Adesso vada e si accontenti di sembrare quel che la società pensa di Lei, rientri nelle definizioni, sfogli il catalogo, collabori con il nostro lavoro, La smetta di essere….

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“Il fermo di Ferlinghetti” è stato scritto da Giorgio Mascitelli e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Storie di Fiorino: lago in collina


(l’ultima storia di Fiorino è qui)
“Paolaaa!”
“Sì, bestia?”
Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava Fiorino. E poi era contento, perché quella risposta la Paola l’aveva data al suo amico che l’aveva chiamata, non a lui; era meglio che l’amico, che era poi l’amico del cuore di quegli anni, fosse tenuto un po’ a distanza, perché la Paola piaceva a lui, oddìo, piaceva, sì, come s’intende questo verbo a quell’età, oscura e deliziosa, ma d’estate, in riva al lago, deliziosa proprio, senza tante svenevolezze e rigiri del cuore.
La Paola era figlia di una collega della zia, maestre erano entrambe nella scuola elementare di San Bruno, ma né Fiorino né l’amico del cuore Ernesto le avevano come maestre. Ernesto poi era due anni più vecchio e questo gli conferiva un’aura di autorità, inconfessata ma ineludibile, aveva più esperienza, aveva amici più grandi, faceva allusioni appena intuibili, e qualche volta lasciava cadere delle informazioni scottanti nelle orecchie di Fiorino, che ci doveva pensare un po’ per ricostruirne il senso oscuramente eccitante.
Ernesto e Fiorino andavano tutti i pomeriggi, nei quali i compiti non li occupavano eccessivamente, a fare una passeggiata sulle colline che stavano alle spalle di San Bruno: le colline moreniche, così le chiamavano i maestri che insegnavano la geografia locale, dalle quali, più su si andava, meglio si vedeva il grande lago, sempre un po’ più lontano, fino in mezzo in mezzo. Erano, quelle passeggiate, un inizio certo di educazione sentimentale, una scoperta di libertà espressiva, una conquista lenta e piacevole di comunicazione di nuovo sentire. C’erano delle piccole scalate, dei passaggi che bisognava fare carponi, qualche casa abbandonata sulla quale congetturare chissà quali storie; e c’era il tracciato della vecchia ferrovia, quella che s’era dovuta costruire quando era stato bombardato il viadotto che collegava tra loro due colline vicine, un bel viadotto con arcate a sesto acuto, quasi fossero d’una enorme chiesa gotica, le cui macerie erano rimaste per anni a testimoniare sui prati sottostanti gli orrori della guerra. Tutto il tracciato provvisorio della ferrovia si snodava in mezzo a campi e boschetti, se mettevi l’orecchio sulle rotaie, col cuore in gola, potevi sentire l’avvicinarsi del treno già da lontano.
Era Ernesto che guidava, accettando talvolta, con regale condiscendenza, qualche proposta di Fiorino. Fatto sta che accadeva molto spesso che quelle passeggiate avessero come punto d’arrivo, o comunque di sosta privilegiata, uno spiazzo arioso e piacevole, intorno ad un laghetto, di quelli non grandi, e tuttavia inaspettatamente profondi, che si trovano ad interrompere i pendii delle colline. C’erano tante piante, di cui i ragazzi non conoscevano i nomi e anche tanti fiori, in primavera, quando il piacere di quelle passeggiate acquistava un sapore nuovo e ogni anno diverso; diventava – questo piacere – meno acerbo, e anche più fatalmente maturo, mai del tutto distaccato dalla consapevolezza di una perdita. Anche i fiori cambiavano spesso, e Fiorino ed Ernesto non ci pensavano molto, avevan da confidarsi i loro primi pensieri, da guardare per aria, da fissare il tremolio di quel piccolo specchio d’acqua, che aveva un nome che sapeva un po’ del dialetto del paese e un po’ di oriente misterioso; un nome che poteva essere pronunciato con l’accento un po’ rude che prediligeva le o chiuse, ma che allo stesso tempo conteneva suoni che facevano pensare a famosi edifici orientali.
Ci fu un periodo, tra aprile e maggio, nel quale però i ragazzi rimasero perplessi a guardare l’apparire di una macchia di fiori, che crescevano, nella parte più lontana dal lago, su un terreno arido e sassoso, dove non sembrava che altra erba riuscisse a spuntare. Come degli steli alti e instabili che cominciavano a produrre dei boccioli inspiegabilmente neri, o comunque molto scuri. Fiorino li guardava con una certa inquietudine, e anche la ben nota sicurezza di Ernesto non era più tanto solida.
Fiorino però, che non era mai certo delle proprie conoscenze, non se la sentiva di parlare di piante, era un argomento troppo gentile, quasi fuori luogo, di cui oltretutto non era esperto, da non sottolineare, semmai da gustare di riflesso; era persino disposto a pensare che potessero esistere dei fiori neri. Non aveva forse letto, tra i primi romanzi d’avventura che stavano bene in fila nella sua cameretta, Il tulipano nero, che raccontava una complicata storia, e anche un po’ torbida, dello scatenarsi di straordinari interessi intorno alla creazione di uno speciale tipo di tulipano, dal colore sempre più scuro, fino ad essere nero. E perché poi avrebbe dovuto rivestire un così grande interesse un tulipano nero? Certo erano molto più belli quelli rossi, o gialli, che qualche volta regalavano alla zia maestra.
Ma quelli lì, non lontani dal bordo del laghetto della collina, non dovevano essere tulipani, non avevano quella rigidezza metallica, quel carattere inossidabile del tulipano. Erano sì appesi a steli abbastanza rigidi, ma più alti e con foglioline più tenere e gentili, e portavano delle specie di pannocchie con tanti boccioli, che non sembravano poter dar luogo a un fiore così squadrato come quello del tulipano. Ma Fiorino era possibilista, la zia avrebbe certo saputo di che fiori si trattasse. La zia? Forse, però anche la Paola l’avrebbe saputo, lei che aveva un giardino ben più grande di quello della famiglia di Fiorino, e che ostentava sempre tanta sicurezza sui fiori che capitava loro di vedere.
Ernesto invece, che pure di fiori poco sapeva, aveva sentito dire da qualche parte che gli unici colori che un fiore non poteva avere erano il verde, perché se no si sarebbe confuso con una foglia, e il nero. E quindi quei fiori dello spiazzo arido lo turbavano un po’; quando le certezze sono più rigide, scuoterle può essere più inquietante. Ma mentre parlavano dei fiori, passò il treno, lento sul suo provvisorio tracciato, che per qualche minuto soffocava ogni cosa col suo rumore e col suo vapore bianco e soffice. Sul treno c’era sempre qualcuno che salutava due ragazzini a spasso nella campagna e in pochi attimi frulli di pensieri svolavano su per le rotaie e i due sognavano già di essere su quei vagoni, diretti lontano, a Brescia forse, ma anche a Milano, a Torino, chissà. Una volta Fiorino era andato con la sua mamma in vacanza in un paesino della Liguria, da un’amica di famiglia, e avevano dovuto cambiare molti treni, sbuffanti vapore bianco. Quei treni erano per Fiorino macchine straordinarie e paurose, che gli incutevano, così come altri oggetti della vita, un misto di turbamento e di ammirazione.
Fiorino aveva pensato qualche volta a questa strana mescolanza di sentimenti, e gli era parso di intuire che il turbamento andava scemando a misura che aumentava la conoscenza, il che era naturale, succedeva però anche che questo scemare era un po’ penoso, in quel turbamento era sempre mescolata una qualche gioia.
Ne aveva parlato qualche volta con Ernesto, di questa faccenda e l’amico, che frequentava già il liceo, aveva detto di credere che tutto fosse legato a una certa formula, che suonava odi et amo e che si trovava in un grande poeta latino. Questa formula riguardava il territorio quasi inesplorato dell’amore e sembrava garantire che sempre con quel grande sentimento che doveva essere l’amore, si accompagnava un po’ di odio. Fiorino non capiva come, visto che se vuoi bene a una persona, non puoi contemporaneamente odiarla, e tuttavia avvertiva un’oscura somiglianza con quella storia dei treni, e un po’ anche con quei fiori neri che però … insomma, bisognava aspettare. E doveva anche avere a che fare con quell’altra storia che gli aveva raccontato suo padre non tanto tempo prima, che il voler bene è una cosa e l’amare è una cosa diversa, perché coinvolgeva degli aspetti che Fiorino ancora non controllava.
Ormai del treno che era passato non lontano dal laghetto non rimaneva che un sentore di vapore nell’aria e i ragazzi erano già sul sentiero che tornava verso il paese su un differente percorso.

La Paola non frequentava il liceo, ma “la ragioneria”, una scuola che era arrivata da poco a San Bruno e che aveva subito raccolto molti studenti, che per tante ragioni non volevano immergersi nel “classico”. E poi diceva che voleva andare a fare la segretaria. Quindi al liceo non la si vedeva, però Fiorino aveva imparato che strada faceva quando andava a scuola la mattina e appena poteva andava a scuola in bicicletta: così come per caso la incrociava, e l’accompagnava, con quella posizione di superiorità che la bicicletta, anche a passo d’uomo, dà a chi accompagna qualcuno che cammina.
“Lo sai che ho visto un fiore nero?” le disse Fiorino quella mattina.
“Ma va’, scemo, chissà cosa ti ga visto” rispose la Paola, che aveva la mamma veneta e che quindi nei momenti di spontaneità usava qualche espressione dialettale; del resto anche il papà di Fiorino era veneto puro sangue e quindi lui capiva benissimo. Fiorino nominò il luogo del ritrovamento, ma la Paola non lo conosceva e dunque non poteva negare recisamente, rimaneva tuttavia in quella posizione di scherno appena accennato che cominciava a dare una parvenza di concretezza a quell’idea del poeta latino.
“Ti portiamo noi a vederli quei fiori” propose Fiorino, che non osava dire “ti porto io”, sembrandogli di un’audacia improponibile, e coinvolgendo così, senza averglielo domandato, Ernesto in quest’impresa. “Non se ne parla” rispose subito La Paola, che spesso giocava a fare la ragazza irreprensibile “Chissà poi dove vorreste andare voi”.
Fiorino non poté evitare di arrossire, tuttavia si fece forza e provò ad insistere, raccontando la bellezza dei luoghi e l’emozione del lago e dei fiori. La Paola non promise nulla, disse che forse avrebbe provato a dirlo alla mamma.
Passò una settimana. Non era facilissimo incontrare la Paola quando attraversava “lo stradone” che separava la sua casa dalla scuola e qualche mattina Fiorino si alzava troppo tardi per permettersi quel giro in più; il preside non era tipo da tollerare ritardi, con quel suo fare secco e la voce tagliente che non ammetteva repliche. Come quando Fiorino, che era appena entrato al ginnasio. aveva creduto bene di scrivere sul giornalino del liceo, giornalino da poco inaugurato come elemento di grande apertura verso gli studenti, che gli insegnanti di italiano cambiavano ogni anno; così infatti aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Il preside aveva convocato Fiorino, che pure a scuola se la cavava bene, e gli aveva detto due parole secche secche a proposito dell’infangare il nome della scuola. Il giornalino aveva dovuto ospitare una smentita, ancorché un po’ ironica, di penna dello stesso Fiorino.
La zia di Fiorino aveva comperato da poco un apparecchio televisivo, uno dei primi, che funzionavano talvolta e talvolta mostravano invece righe nere orizzontali difficilmente addomesticabili. Ma tale era la novità dell’apparecchio e delle sue prestazioni, che qualche amica veniva la sera a vedere quella nuova meraviglia e a sentirsi Lascia o raddoppia o qualche analogo intrattenimento. Una sera arrivò la mamma della Paola con la Paola e una delle sue quattro sorelle, la Fiorenza; intanto perché non si doveva far vedere che si andava solo con la figlia interessata, e interessata a cosa, poi? Inoltre così si allargava il pubblico e tutto diventava meno ufficiale.
La Paola fece una cosa assolutamente incredibile, che Fiorino mai avrebbe osato pensare, disse cioè, prima dell’inizio dei programmi, con la sua bella, e studiata, spontaneità, al padre di Fiorino, che suo figlio l’aveva invitata ad andare a fare una passeggiata in campagna con lui. Il padre non si commosse minimamente, si limitò a pensare che suo figlio era meno timido di quanto lui pensasse e in qualche modo anzi si compiacque del fatto. Sembrò che in quattro e quattr’otto tutto fosse combinato per l’indomani, che era un sabato e quindi anche il regime dei compiti era un po’ più rilassato.
Ma quel sabato piovve a dirotto e non ci fu nulla da fare.
Certo la storia dei fiori neri era una scusa, questo Fiorino lo sapeva bene, sapeva che gli sarebbe piaciuto mostrare alla Paola i sentieri e i segreti che lui ed Ernesto avevano scoperto un po’ alla volta, in tutte le loro passeggiate. Naturalmente non tutto si poteva raccontare o mostrare alla Paola, non certo quell’indumento femminile che avevano trovato una volta intorno a una casa disabitata e sul quale avevano costruito un bel castello di adolescenziali fantasie, e che avevano poi accuratamente nascosto. E neanche i passaggi più difficili della passeggiata standard, con quel terreno che smottava e sul quale si rischiava di scivolare continuamente sbucciandosi gambe e braccia. Però altre cose sì, l’entrata nascosta e senza lucchetto nella cantina abbandonata, piena di ciarpame vecchio e polveroso e di sedie spagliate e anche di qualche pelle di biscia che magari avrebbe prodotto un brivido persino nella Paola. E poi vediamo se adesso crederà a quei fiori neri, pensava Fiorino, che non aveva ancora trovato il coraggio di raccontare ad Ernesto che aveva invitato la Paola in quel loro luogo intimo, luogo della collina e del cuore, che facevano tutt’uno.

Glielo disse all’uscita di scuola il lunedì dopo; Ernesto abitava vicinissimo al liceo, quindi non si poteva fare un pezzo di strada assieme all’uscita da scuola, ma si poteva fermarsi sotto casa sua a parlar fitto. Fiorino spiegò che la Paola s’intendeva di fiori perché aveva la mamma col giardino grande, che lei stessa coltivava e che quindi era praticamente una spedizione di studio. Non fu difficile convincere l’amico, anche perché sotto sotto anche a lui la Paola non dispiaceva, anche se ogni tanto parlava con nonchalance di una certa Lorenza, una delle grandi che faceva già l’ultimo anno e non si sapeva che università sarebbe mai andata a scegliere; con quella grinta che già manifestava. Ernesto stava abbottonato quanto alle sue esperienze femminili, un po’ perché Fiorino era piccolo e non bisognava scandalizzarlo, come veniva talvolta pubblicamente – e spiacevolmente – dichiarato, un po’ perché c’era poco da raccontare, un po’ anche perché Ernesto temeva di incontrare la disapprovazione di Fiorino, al cui giudizio, comunque, teneva. Dunque si fissò per mercoledì, tempo permettendo, perché giovedì era il giorno leggero, c’era ginnastica e religione. Mercoledì splendeva un bel sole fin dal mattino, Fiorino faticò un poco a concentrarsi alla lezione di greco; era ancora al primo anno di questa materia nuova e affascinante e ancora bisognava allenarsi per leggere speditamente quei caratteri e quegli accenti e ancora non era in grado di capire quanto leggeva, se non in rarissimi casi di vocaboli semplici e studiati da poco. “Aretè timèn férei”, quella frase che stava in uno degli esercizi sulla prima declinazione l’aveva colpito molto fin da principio, la virtù porta onore, sarà vero si domandava Fiorino, che nella sua piccola vita del dopoguerra, non aveva visto molti esempi di virtù; salvo la sua mamma, naturalmente, che però aveva troppo presto perduta; e gli era rimasta quella frase, pensando che forse la si poteva dire solo in greco, che sarebbe stonata in qualsiasi altra lingua; perché l’onore poi che cos’era di preciso, dopo averci molto pensato Fiorino arrivava alla conclusione che era la stessa cosa della virtù, e allora la frase tanto bella però si svuotava di senso; ma non doveva essere neanche esattamente così, l’onore era qualcosa di cui suo padre parlava molto come di cosa sacra e irrinunciabile e quindi bisognava imparare un po’ alla volta a intuirne lo spessore.

Alle due del pomeriggio suonarono alla porta e Fiorino, col boccone in gola, si precipitò ad aprire: erano arrivati assieme, la Paola ed Ernesto, ma s’eran trovati casualmente sullo stradone e la piccola punta nel cuore di Fiorino si smussò subito. Lui era già pronto, col maglioncino sulle spalle e delle scarpe grosse e pesanti, così uscì senz’altro con i due amici.

L’inizio della passeggiata era sempre lo stesso; bisognava guadagnare l’inizio delle colline percorrendo un pezzo di strada asfaltata, ma il traffico non era asfissiante e il tragitto passava rapidamente. Appena cominciava il sentiero cominciava anche la salita, che non era molto erta, era però lunga e continua; Fiorino preferiva fermarsi spesso a guardarsi intorno; e lo faceva perché il suo fisico non era di quelli robusti che resistono solidamente a qualsiasi fatica, il suo fiato non era pronto come quello dei suoi compagni, e Fiorino intuiva che non sarebbe mai stato un atleta e un arrampicatore: avrebbe sempre dovuto tollerare quella sua situazione senza dolersene troppo, o almeno non troppo pubblicamente; si poteva forse parlarne a qualche amico in quei momenti di confessione totale che facevano poi stare così bene; ma pochi amici andavano bene per questo, ed Ernesto non era certo tra questi. Di fronte alla Paola, poi, figuriamoci.
Si fermarono spesso, a guardare il grande lago, che da lì cominciava a mostrare la forma del suo bacino inferiore, un po’ arrotondata e svasata e anche le margherite e le violette, che i due maschi mai avevano notato, ma che la Paola immediatamente individuò con molti commenti istruttivi sulla capacità d’osservazione dei maschi.
Passarono la casa disabitata, evitarono con un piccolo giro la scalata con la terra che smottava e d’un tratto si trovarono sullo spiazzo del laghetto, in uno dei suoi momenti migliori; la superficie dell’acqua appena marezzata e un fresco che mitigava il calore dell’emozione di quella intimità. Non si sentiva cinguettio di uccelli, né latrato di cani; ci si poteva arrendere ad un momento di quieto godimento di una natura ferma; tutti e tre si lasciarono contagiare da questa sensazione e la assaporarono senza fretta. Era ancora presto per il passaggio del treno e il resto del mondo poteva aspettare.
Accadde improvvisamente: la Paola volse lo sguardo verso lo spiazzo arido, culla dei loro fiori neri, ed emise un grido di gioia spontanea: gli asfodeli, gli asfodeli!! E rise poi, rise con quella sua voce inimitabile, calma ed insieme emozionante, una voce che non evocava mai la tragedia, ma che tendeva a comunicare sicurezza. In cima agli steli che appena ondeggiavano alla brezza, nella parte bassa di quelle pannocchie, erano sbocciati degli stupendi fiori bianchi; “gli asfodeli” gridò la Paola, “che la mia mamma ama tanto e fatica a far crescere. Così sarebbero questi i vostri famosi fiori neri?” Aggiunse con quella sua affettuosa ironia, “Questi sarebbero?” Fiorino ed Ernesto non sapevano che dire, ma avevano indubbiamente di che osservare: quei boccioli neri della settimana precedente avevano incominciato a schiudersi e allora appariva la loro vera natura: dei petali candidi e lucenti da abbagliare; asphodelus albus confermò la Paola, che ancora sorrideva di piacere.
“Quel nero che avete visto voi dementi era quello dell’esterno del bocciolo, è per meglio conservare il bianco che c’è dentro.”
Fiorino taceva.
“Ah ecco perché” si intromise Ernesto, che era un dannunziano convinto, “ecco perché D’Annunzio dice “funebri come gli asfodeli dell’Ade”, parlando delle sue parole, nelle Stirpi canore, che è tutta una festa di parole e di suoni”.
E giù a parlare delle parole di D’Annunzio e di che tipo doveva essere stato quel poeta così raffinato e così matto e forse così malato.
Un’altra inquietudine svaniva nella testa di Fiorino, il fiore nero non c’era più, trapassava dal nero al bianco, una palpabile metafora del progredire della conoscenza, Fiorino perdeva un’altra fonte di turbamento. Anche la pena del vivere mutava forma rapidamente.

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“Storie di Fiorino: lago in collina” è stato scritto da antonio sparzani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.

Gli strange days di Trieste contro il green pass. Il racconto di una lotta sbalorditiva – Seconda puntata

[Dopo la prima puntata del suo reportage ibrido e perturbante – che è stata pubblicata anche in francese su Lundi Matin – con questa seconda (di tre che saranno) Andrea Olivieri si addentra nel vivo delle contraddizioni, raccontando l’incredibile 16 ottobre al varco 4 del porto di Trieste. La giornata dell’iper-spettacolarizzazione, dell’invasione di troupes televisive […]

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“Gli strange days di Trieste contro il green pass. Il racconto di una lotta sbalorditiva – Seconda puntata” è stato scritto da Wu Ming e pubblicato su Giap.

L’ariosa Lombardia


Mi pare doveroso sensibilizzare tutti al problema, che non sento molto dibattere, della qualità dell’aria che respiriamo tutti i giorni e tutte le notti. Sul sito, ad esempio, Arpalombardia.it, se si clicca su “aria” si vede, ad esempio oggi 16/11/21, una mappa come quella che vedete qui, che non è consolante per nulla. E notate che è così perché ci sono stati due giorni di forte pioggia che ha “pulito” l’aria, la pulizia è durata 24 ore a dir tanto. Aggiungo che questa qualità classificata “scarsa”, parlo ovviamente della zona rosina, prima della pioggia era peggio, cioè la parte di pianura padana che ora è scarsa era il peggio, cioè “molto scarsa”. Questo inquinamento NON è dovuto essenzialmente al traffico di macchine e camion, ma al riscaldamento e infatti queste mappe prima del 15 ottobre erano deliziosamente verdi. Dal 17 ottobre, riscaldamenti già a pieno regime, la situazione è precipitata. Come rimediare: il Comune di Milano, che così si vanta di essere ecologico e di piantare tanti alberi, cosa ottima, per carità, o ancor meglio la regione Lombardia, finanzino massicciamente la sostituzione delle vecchie caldaie inquinanti, a gasolio o peggio, con quelle di ultima generazione che inquinano di gran lunga di meno. Altrimenti quest’aria, che magari piacerà al nostro onnipresente virus del covid (non lo so ovviamente, ma chissà!) ci ucciderà un po’ alla volta anche lei.

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“L’ariosa Lombardia” è stato scritto da antonio sparzani e pubblicato su NAZIONE INDIANA.


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