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Don Abbondio in Germania

di Dario Borso

Jean Paul (1763-1825), il teorico-pratico per antonomasia dell’umorismo, scrisse il romanzo breve Viaggio a Flätz attorno al 1808, nel pieno delle guerre napoleoniche. Con esso, a parer suo e dei contemporanei, raggiunse “il vertice del comico”, senza rinunciare al suo serissimo pacifismo. Un predicatore di campo (l’equivalente luterano del nostro cappellano militare) è stato licenziato in tronco, e per protestare si reca nella capitale chiedendo udienza al ministro della guerra. Al ritorno, redige un resoconto che attacca:

Corrono a Flätz e dintorni voci assurde che me la sia squagliata (così volgarmente si dice) da battaglie importanti e che poi, quando s’è cercato un predicatore di campo che tenesse le prediche di ringraziamento per la vittoria, non lo si sia trovato. Il ridicolo risalterà qui al meglio se dico che non ho assistito proprio a scontro veruno, bensì parecchie ore prima dello stesso mi sono portato molte miglia dietro, dove la nostra gente, appena fosse stata battuta, mi avrebbe necessariamente incontrato. In nessun momento la ritirata è certo così buona ­– ma una buona ritirata viene ritenuta il capolavoro dell’arte della guerra – e attuabile con tanto ordine, forza e sicurezza che giusto prima dello scontro, quando appunto non si è ancora battuti. 

Dà poi varie attestazioni del suo coraggio solidamente retto da prudenza (ad es.: Al fine di preservare la mia vita, passeggio sempre almeno dieci acri lontano da ogni riva gremita di bagnanti e nuotatori solo perché prevedo con certezza che, nel caso uno di loro stesse affogando, d’acchito – il cuore infatti sorpasserebbe il cervello – per salvare lui, l’imbecille, mi tufferei in un qualsiasi abisso senza fondo dove entrambi annegheremmo), e chiude la lunga premessa con:

Basti ancora una storia per dimostrare quanto ridicola appaia spesso esternamente al volgo proprio la prudenza più seria pervasa d’interiore coraggio. I cavalieri conoscono da sempre i pericoli di un cavallo in fuga. La mia cattiva stella volle che a Vienna mi trovassi a montare un cavallo a nolo, ch’era sì un bell’esemplare color miele, ma vecchio e di bocca dura come Satana, sicché la bestia con me sopra infilò la prima via senza più fermarsi, e invero – purtroppo solo al passo. Nessun alt, nessuna stratta ebbe effetto; alla fine dall’autocontraddittorio destriero lanciai un segnale di emergenza dopo l’altro e gridai: «Fermatelo, gente, per l’amor di Dio fermatelo, il mio ronzino va per conto suo!» Ma siccome i babbei vedevano il cavallo andare lento come il corteo del Consiglio aulico imperiale e la diligenza ordinaria: non potevano assolutamente capacitarsi della cosa, finché agitandomi tutto come un ossesso urlai: «Ma fermatelo, mammalucchi, non vedete che non posso più tenere l’animale?»

Ora ai fannulloni un cavallo di bocca dura incedente al passo sembrò ridicolo – mezza Vienna si accodò così qual coda di cometa dietro la coda a treccia del mio destriero e dietro il mio codino – il Principe Kaunitz, miglior cavaliere del secolo (quello passato), si trattenne per seguirmi – io stesso stavo ritto e galleggiavo come ghiaccio alla deriva sul cavallo color miele che proseguiva passo passo per conto suo – un poliedrico postino in frack consegnava a destra e a manca le sue lettere ai piani e tornava stabilmente da me con espressioni satiriche del viso perché il cavallo era troppo lento – il lavastrade (notoriamente l’uomo che le percorre su una cisterna d’acqua tirata a due e le pulisce con un tubo di gomma lungo tre cubiti fuoriuscente da un imbuto di latta) seguì le natiche del mio cavallo e durante il suo ufficio umettava quelle e me stesso, benché sudassi freddo abbastanza per non abbisognare di refrigerio ulteriore – capitai sul mio infernale cavallo troiano (solo, ero io stesso la soccombente Troia che cavalcava) a Matzleinsdorf (un sobborgo viennese), o erano per i miei sensi afflitti tutt’altre vie.

– Infine a tarda sera al Prater dopo lo sparo di coprifuoco dovei per mio ribrezzo e contro tutte le leggi di polizia girovagare ancora sul cavallo fuorilegge, e avrei fors’anzi pernottato in sella se mio cognato, il dragone, non mi avesse visto e trovato ancora saldo sul ronzino alla deriva.  Non fece complimenti – afferrò il bruto – pose la dilettevole domanda: «Perché non avete volteggiato?»,pur sapendo benissimo che acciò serve un cavallo di legno che stia fermo – e mi tirò giù – e così tutti gli esseri cavalcanti giunsero senza rischiare e senza cavalcare a casa.– – Ma ora finalmente al mio viaggio!

Letto ad alta voce tra l’ilarità generale da Ludwig Tieck durante un ricevimento a Dresda, il Viaggio a Flätz entusiasmò poi molti, da Kierkegaard ad Arno Schmidt. In Italia, Italo Svevo lo amò a tal punto da plagiarne il finale nel finale della Coscienza di Zeno, e Gadda tentò invano di tradurlo, limitandosi a elogiarne l’autore nella Cognizione del dolore. Ora esce da me tradotto per Del Vecchio Editore, col bonus di un commentario lungo mezzo romanzo.

 

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